Stomaco ed Helicobacter pylori

Purtroppo questi cicli di antibiotici (in particolare i macrolidi) possono alterare per quattro anni il microbiota intestinale

Una relazione complicata

Quando si dice che l’infezione cronica da H. pylori è un fattore di rischio per il tumore dello stomaco non si deve pensare che una cura antibiotica in grado di eliminarlo equivalga a un’assicurazione contro il cancro.

Il batterio si trasmette facilmente, per esempio attraverso l’acqua e gli alimenti, soprattutto in condizioni igieniche scadenti; è perciò possibile che l’infezione, una volta curata, vada incontro a recidiva.

Inoltre, dopo anni di guerra dichiarata al batterio, gli studi più recenti hanno dimostrato che H. pylori sembra favorire, aumentandone di circa sei volte il rischio, solo i tumori che si formano lontano dalla porta d’ingresso nello stomaco, il cardias.

A questo livello, al contrario, diverse fonti di letteratura suggeriscono che la sua presenza, anziché aumentarlo, riduca il rischio che si formi un tumore in tale sede.

L’effetto protettivo deriverebbe dalla capacità di H. pylori di diminuire l’acidità dei succhi gastrici, cioè delle secrezioni prodotte dallo stomaco.

In tal modo eserciterebbero un’azione meno irritante sulle pareti, contrastando i ripetuti stimoli nocivi che scatenano lo sviluppo di un tumore. 

Lo stesso fenomeno favorirebbe una riduzione del rischio di adenocarcinoma dell’esofago nelle persone cronicamente infette. Anche l’andamento su scala mondiale del numero di casi di tumore allo stomaco confermerebbe il duplice e opposto ruolo del batterio. 

Globalmente, infatti, la sua frequenza si va riducendo, ma con un comportamento diverso tra le due forme di malattia.

Da un lato diminuiscono i casi di cancro non riguardanti il cardias, soprattutto nelle nazioni economicamente avanzate, forse anche grazie alle migliori condizioni igieniche e alimentari e all’introduzione dei test per la ricerca di H. pylori e della terapia antibiotica.

Dall’altro lato aumentano quelli localizzati al cardias e gli adenocarcinomi esofagei, per i quali il batterio rappresentava probabilmente una sorta di protezione (9).

Nella mia pratica clinica consiglio di verificare con il breath test o con la ricerca di H. pylori nelle feci la presenza del batterio solo in caso di familiarità per neoplasia gastrica o nei casi di sintomatologia a carico di esofago e stomaco che persiste nonostante una corretta alimentazione, per evitare un eccesso di diagnosi e conseguenti trattamenti quali la triplice terapia con IPP e due antibiotici (a volte si prescrive anche il bismuto).

Purtroppo questi cicli di antibiotici (in particolare i macrolidi) possono alterare per quattro anni il microbiota intestinale, mentre gli IPP alcalinizzando lo stomaco permettono il passaggio all’intestino di numerosi batteri inducendo la comparsa di SIBO (la sovracrescita batterica nel piccolo intestino) che aggrava la disbiosi causando disturbi quali gonfiore (meteorismo), dolori addominali e disturbi dell’alvo.

In definitiva questo è un tipico esempio di come una sovradiagnosi provochi un trattamento inutile e l’insorgenza di nuove malattie. Per concludere, è consigliabile valutare con attenzione la clinica del paziente, la sua anamnesi familiare, aiutarsi con esami clinici (fra cui la ricerca della tossina CagA) da eseguire in centri specializzati e poi,

di volta in volta, decidere come comportarsi senza partire dalla convinzione aprioristica di trattare tutti i pazienti H. pylori positivi, perché se da una parte diminuiscono i casi di il cancro gastrico, dall’altra aumentano quelli di cancro esofageo

Bibliografia: Medicina di Segnale

Loredana Oggiano
Loredana Oggiano
Badesi SS
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