La psiche nelle food sensitivities

Spesso veniva mandato a casa con la prescrizione di un ansiolitico o di un antidepressivo (come a dire: non hai nulla perché i miei esami non vedono nulla) ...

Psiche non vuol dire suggestione

Nell’introdurre una correlazione tra componenti psichiche e sensibilità alimentari si rende necessaria un’importante premessa: per decenni, a causa della spessa coltre di ignoranza (talvolta non disinteressata) nei confronti dell’intero argomento delle food sensitivities.

Un’intera generazione di medici ospedalieri si è permessa (di fronte a una negatività dei test classici) di ipotizzare che i sintomi presentati dipendessero da qualche turba mentale.

Il senso di questa ipotesi non era rivolto a comprendere se esistessero apprezzabili connessioni (che in effetti esistono) tra disturbo e psiche, quanto piuttosto a svilire il disturbo stesso a “fantasia” del paziente, che spesso veniva mandato a casa con la prescrizione di un ansiolitico o di un antidepressivo (come a dire: non hai nulla perché i miei esami non vedono nulla, ergo tornatene a casa con un tranquillante e non farmi perdere tempo).

Una brutta storia di cui la medicina non può e non deve andare fiera e che non deve farci dimenticare come agli inizi del Novecento (epoca in cui le patologie allergiche erano quasi sconosciute) i medici diagnosticassero come “malattia isterica” qualunque sintomo allergico venisse loro presentato e che veniva curato nei modi più fantasiosi.

Oggi, in modi più urbani ma sempre insultanti la dignità del paziente, si viene liquidati da tali “allergosauri” con la prescrizione di un tranquillante, mentre la patologia si aggrava.

D’altronde, si sentirà redarguire il paziente, le “intolleranze” non esistono. Ecco: parlare di componenti psichiche non vuol dire negare l’esistenza della patologia.

Sistema nervoso e correlazioni psichiche

Al contrario significa – alla ricerca delle cause profonde dell’esistenza di una sensibilità alimentare – scandagliare anche questa importante componente per crearsi un quadro più completo degli elementi coinvolti e poter quindi impostare al meglio una strategia di cura.

Sul fatto che sia ben documentata una stretta correlazione tra allergie ed eventi psichici non ci piove. Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986, ha a lungo studiato il Nerve Growth Factor (NGF) e le sue proprietà “allergizzanti” oltre che di stimolo alla crescita del tessuto nervoso.

La Montalcini ha ben documentato come il NGF venga prodotto in abbondanza in tutte quelle situazioni nelle quali l’organismo si percepisce in pericolo, insicuro, minacciato.

Qualunque evento emotivamente intenso (trasloco, separazione, lutto, tradimento, delusione amorosa, licenziamento) innesca automaticamente la produzione di NGF con l’evidente scopo di rafforzare il sistema nervoso.

(per affrontare le nuove sfide poste da ambienti o situazioni nuove e meno rassicuranti) e di difendere l’individuo con maggiore efficacia a livello immunitario nei confronti dei nuovi allergeni che probabilmente si incontreranno nelle nuove situazioni.

Siamo dunque di fronte a una correlazione molto forte tra psiche e risposte allergiche, in grado di svelare una parte della realtà che per molto tempo ci è rimasta nascosta, pur essendo a pieno titolo sotto i nostri occhi.

Mente e corpo, una sola identità

Nel dibattito che via via si fa più corposo sulle correlazioni tra patologie organiche e psicologiche, la discussione su allergie e intolleranze alimentari ci riserva qualche considerazione sicuramente interessante.

Nel libro scritto con lo psicologo Giorgio Nardone (1), indiscusso leader della scuola italiana di terapia strategica, abbiamo affrontato a quattro mani le correlazioni tra sei diverse patologie da un punto di vista biologico e psicologico.

Ne è uscita una ricerca originale e di alta qualità speculativa, di grande importanza per la comprensione della sostanziale unità tra fenomeni psichici e biologici, da noi separati solo per comprensibili motivi didattici.

Si tratta di trovare risposta ad alcune domande semplici, ma dalla risposta non banale.

Per esempio: nelle allergie, così come nelle malattie autoimmuni, quanto può contare uno shock emotivo o una personalità ansiosa nell’alterazione dei naturali meccanismi immunitari?

Un’allergia è sempre un tentativo (magari disfunzionale) di eliminazione, di disintossicazione, di pulizia.

Affinché parta una risposta disfunzionale il tentativo di pulizia deve essere esagerato, e solitamente segue diversi fallimenti precedenti, diverse soppressioni farmacologiche.

Uno shock psichico specifico può correlare a livello neurologico con la presenza di particolari pollini, di un particolare alimento, magari casualmente incontrato nel momento dello shock.

La storia del cancro vescica seno

Il reincontro con lo stesso alimento, la stessa tossina, lo stesso conservante, la stessa situazione psichica può generare una risposta analoga, o quantomeno predisporre l’intero organismo a uno stato d’allarme infiammatorio che rende più probabile la risposta disfunzionale.

Avere il coraggio di trattare il vastissimo campo delle patologie allergiche tenendo conto della componente psichica che le connota è un atto di profonda apertura mentale, che può aiutare considerevolmente a chiarire le cause di alcune “inspiegabili” reazioni o resistenze ai trattamenti.

Gli studi di psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) sulle reciproche interazioni tra stress e sistema immunitario, e tra stati mentali e risposte alle infezioni o ai tumori, hanno illuminato con la luce della complessità un’area della medicina in cui il determinismo lineare e la separazione corpo-mente la facevano da padroni da decenni.

Una relazione biunivoca

A partire da Edwin Blalock e dai suoi studi pionieristici sullo scambio reciproco (e di pari gerarchia) tra cervello e globuli bianchi, si è sviluppato negli anni un ramo di ricerca che ha ormai pienamente dimostrato questa relazione bidirezionale.

Il sistema nervoso secerne neurotrasmettitori che vengono letti dai recettori dei macrofagi, dei linfociti e dei neutrofili (globuli bianchi con diverse funzioni), i quali a loro volta sono in grado di secernere ormoni, citochine (molecole segnale) e anche altri neurotrasmettitori capaci di influenzare le risposte cerebrali.

Nonostante questa relazione biunivoca sia del tutto dimostrata e scientificamente documentata, a livello clinico, purtroppo, se ne tiene pochissimo conto e i protocolli operativi (ingombrati dall’usuale consuetudine farmacologica soppressiva) sembrano ignorare del tutto questo lato della luna.

Il dato scientifico sul dialogo cervello-leucociti può costituire solo una tardiva consolazione per i pionieri di questo campo, come Luigi Oreste Speciani che l’aveva teorizzato fin dagli anni Settanta.

L’immunologia, che vola più alto rispetto a tali piccolezze, continua a correre veloce: chi non si aggiorna, infatti, resta al palo. E ancora più indietro resterà chi non saprà cogliere le correlazioni tra mente e risposte immunitarie.

Un trauma (lutto, separazione, trauma fisico, etc.) in un certo periodo della nostra esistenza si stratifica su una precisa area, che resta dolorabile anche a distanza di anni. Questi punti spinali possiedono perciò la meravigliosa facoltà di registrare il Tempo della nostra vita, così come gli anelli concentrici della sezione di un tronco documentano l’intero ciclo biologico di un albero. (Tecnica “Cronoriflessologia Neuroscienziato Calligaris)

Bibliografia: Medicina di Segnale

1 Nardone G, Speciani L. Mangia muoviti ama. Milano: Ponte alle Grazie, 2015.

Carmen Fonzo
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Pesaro
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