Detossificazione epatica

Sintomi di una cattiva detossificazione: epatica, Astenia mattutina. Scarso appetito al risveglio. Intolleranza al caffé. Ipersensibilità ai profumi. Risveglio notturno dalle ore 1-3. Nervosismo e iperattività.

Relazione tra sintomo e causa

Nutrienti necessari alla detossificazione epatica

Il fegato è il primo punto di arrivo delle tossine che sono entrate nel nostro corpo o che il nostro organismo ha prodotto o mobilizzato da tessuti di riserva.

È una stazione fondamentale perché opera una detossificazione in più fasi e ripartisce poi le tossine idrosolubili al rene e quelle liposolubili all’intestino. La detossificazione è diversa dal cosiddetto “drenaggio”.

Per detossificazione si intende una disattivazione delle tossine senza scatenare l’intervento del sistema immunitario. Questa fase è operata da enzimi, cioè proteine o peptidi che necessitano per la loro attivazione di cofattori specifici come vitamine, minerali o amminoacidi.

Una volta disattivata, la tossina può essere eliminata dal corpo, ovvero drenata, attraverso gli emuntori finali, il rene e il sistema cistifelleaintestino. Anche nella medicina popolare si è sempre data massima attenzione a questo organo.

Gli aiuti che venivano dati al fegato, però, consistevano perlopiù in piante ad azione coleretica e/o colagoga, quali il tarassaco, il carciofo, la fumaria, il boldo ecc. Le funzioni coleretica e colagoga sono senza dubbio un momento importante del drenaggio ma sono l’ultimo atto nella sequenza temporale della detossificazione operata dal fegato.

L’importanza della detossificazione epatica è stata enfatizzata da Jeffrey Bland, professore di biochimica all’università di Puget Sound a Tacoma (USA) e padre della Medicina Funzionale.

Che ha come obiettivo quello di intercettare la malattia prima che si presenti in forma conclamata, agendo nel riequilibrio delle alterazioni funzionali (fra cui quella della detossificazione epatica) che se lasciate progredire portano a malattie vere e proprie.

In particolare, il ruolo epatico di filtro delle tossine esogene ed endogene è fondamentale. Come detto precedentemente, una volta superato questo filtro, solo il sistema immunitario, con i macrofagi perlopiù, può eliminare le tossine, scatenando però infiammazione.

Molto spesso, poi, questa infiammazione viene “spenta” con farmaci antinfiammatori senza capirne le vere cause. Infatti, limitarsi a reprimere il fuoco infiammatorio permette una maggiore penetrazione delle tossine a livello dei tessuti e degli organi e mantiene attiva continuamente l’infiammazione cronica di basso grado.

Sintomi di una cattiva detossificazione epatica

  1. Astenia mattutina.
  2. Scarso appetito al risveglio.
  3. Intolleranza al caffé.
  4. Ipersensibilità ai profumi.
  5. Risveglio notturno dalle ore 1-3.
  6. Nervosismo e iperattività.
  7. Allergie.
  8. Malattie autoimmuni.
  9. PMS.

La cattiva detossificazione epatica inizialmente non altera gli esami di laboratorio e valutarne la funzionalità misurando le transaminasi può portare a un errore di valutazione.

Le transaminasi sono degli enzimi e si suddividono in GPT o ALT (che riguardano soprattutto il fegato) e GOT o AST (che riguardano oltre al fegato anche il cuore e lo scheletro).

Normalmente, vengono utilizzate per valutare se vi sia o meno un danno all’epatocita o alle cellule cardiache e non necessariamente un’alterata funzione epatica.

Il fatto che si ritrovino nel sangue degli enzimi che normalmente sono dentro l’epatocita significa che quest’ultimo è stato distrutto.

Si possono avere transaminasi nella norma, ossia non avere un danno all’epatocita, ma avere una disfunzione epatica, così come si può avere un dolore articolare con diminuita funzione motoria, senza che vi siano segni patologici a livello radiografico.

Quindi, l’analisi dei sintomi, pur non essendo una diagnosi di patologia, permette di valutare l’opportunità di riequilibrare le fasi di detossificazione epatica, al fine di ridurre i sintomi fastidiosi per il paziente, senza che vi sia al momento nessuna analisi clinica che dimostri un reale danno strutturale epatico.

In questo modo, è possibile contrastare efficacemente una delle cause dell’inflammaging. Come si sa la prevenzione è la miglior difesa, spegnere un piccolo fuoco è facile, spegnere un incendio è molto più complesso.

Metaboliti intermedi tossici

Tossine endogene ed esogene, ormoni, neurotrasmettitori ossidati dal CYP450 diventano radicali liberi tossici e creano infiammazione.

Epatoprotettori

  1. Curcumima fitosoma.
  2. Silimarina fitosoma.
  3. Glutatione (NAC).
  4. Desmodium adscendens

La formulazione ideale è un mix di piante e precursori del glutatione, in quanto ognuno è necessario per difendere al meglio il proprio fegato dagli attacchi dei metaboliti intermedi tossici. Vediamo il meccanismo d’azione di alcune tra le piante migliori a disposizione.

La Curcuma longa e, in particolare, il principio attivo curcumina, di cui sono state già descritte le virtù antinfiammatorie, è utile direttamente contro l’inflammaging e contro alcune delle cause che la scatenano, come la cattiva detossificazione epatica.

Inoltre, è disponibile in forma di estratto secco titolato in curcumina e in forma fitosomata, quindi con massimo profilo di sicurezza ed efficacia.

A causa di alcuni casi di epatite colestatica che si sono verificati in Italia, nell’estate 2019, su persone che hanno assunto integratori a base di curcuma e, nel 95% dei casi, con aggiunta di piperina,

vige l’obbligo di apporre una dicitura negli integratori che ne sconsiglia l’utilizzo in caso di alterazione della funzione epatica, biliare o di calcolosi biliare e se si stanno assumendo farmaci si deve consultare il medico.

Questa misura cautelativa coinvolge qualsiasi prodotto a base di curcuma, anche quelli menzionati precedentemente che hanno invece studi di sicurezza e di non interferenza.

Vediamo alcune evidenze dell’efficacia di questa pianta sul fegato, in particolare nella difesa da metaboliti intermedi tossici, poi la approfondiremo anche nel capitolo dedicato al sostegno della fase II, rendendo così completa l’azione.

Gli studi e le evidenze scientifiche che giustificano l’utilizzo di questa pianta nelle epatopatie sono numerosi, sia quando si tratta di metaboliti intermedi tossici, sia nelle malattie vere e proprie del fegato quali l’epatite di qualsiasi natura, sia virale sia tossica [12], la cirrosi e la steatosi epatica [13].

Uno tra i tanti studi evidenzia che la tossicità causata dal paracetamolo a carico del fegato e dei reni induce una riduzione delle difese antiossidanti e un aumento delle citochine proinfiammatorie:

la somministrazione di curcumina invece ha avuto un forte effetto protettivo nei confronti dell’epatotossicità indotta da paracetamolo [14].

Una delle fonti di maggior intossicazione, sempre più presente ai giorni nostri, è quella data dai metalli pesanti, quali il piombo, il mercurio, l’arsenico, il cadmio, il cromo e il rame, che sono in grado di indurre danni istologici, epatotossicità, perossidazione lipidica e deplezione del glutatione.

La curcumina ha ridotto tutti questi danni, ha mantenuto lo status degli enzimi antiossidanti e ha protetto le disfunzioni mitocondriali grazie alle sue proprietà di chelazione e di eliminazione. Inoltre, la curcumina induce il sistema Nrf2/Keap1/ARE, di cui si tratterà più avanti [15].

Un’altra pianta eccezionale per il fegato è il cardo mariano (Silybum marianum). Da questa pianta si estrae la silimarina, un complesso di flavolignani: la silibina, la silicristina e la silidianina in rapporto 3 a 1 a 1 ad attività antiossidante.

Aldo Ariu
Aldo Ariu
Vicenza
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Non ci sono parole per esprimere la mia gratitudine per te per quello che sei e quello che fai tutti i giorni della tua vita ...con passione e amore nei confronti di chi come me può capire e migliorare sé stesso e la sua vita...un grande grazie di ❤ anima ✨💫💓😘💥☀🔥con affetto e un profondo rispetto 🤗

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