Diagnosi per comprendere le cause intestinali

La lattoferrina è uno dei più potenti peptidi ad azione antimicrobica nel contesto dell’immunità innata.

Un’accurata anamnesi

Dopo un’accurata anamnesi è opportuno eseguire indagini di laboratorio per verificare lo stato infiammatorio generale e intestinale, nonché il possibile coinvolgimento di altri organi e apparati.

Fondamentale è valutare i tradizionali marker di flogosi sistemici: VES, PCR, fibrinogeno. Un altro esame indispensabile è l’emocromo che permette di considerare altri marcatori di attività quali la leucocitosi, spesso neutrofila, e la piastrinosi. Di routine si valutano anche funzionalità epatica, pancreatica e renale.

Per identificare la presenza di un processo infiammatorio intestinale si utilizza il dosaggio della calprotectina fecale, una proteina derivante dai granulociti neutrofili che, in presenza di infiammazione della mucosa, viene rilasciata nel lume intestinale e pertanto può essere rilevata nelle feci. I livelli normali sono < 100 μg/g senza significative variazioni per età, sesso e dieta.

Falsi positivi si possono riscontrare in caso di epistassi, mestruazioni o assunzione di farmaci quali gli inibitori di pompa protonica. Un altro indice infiammatorio intestinale è la lattoferrina, una glicoproteina legante il ferro che costituisce il principale componente dei granuli secondari dei neutrofili, normalmente presente nei fluidi corporei (latte materno, lacrime, sudore…).

La lattoferrina è uno dei più potenti peptidi ad azione antimicrobica nel contesto dell’immunità innata. Come la calprotectina anche la lattoferrina viene eliminata in grande quantità nelle feci in quelle condizioni in grado di determinare un aumento dell’infiltrazione della mucosa intestinale da parte dei neutrofili.

I livelli normali di lattoferrina fecale sono < 7,25 μg/g di feci. Valori elevati si riscontrano nei pazienti con IBD senza significative differenze tra morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa.

Attualmente il test sierologico maggiormente usato per distinguere tra morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa è la valutazione combinata di due tipi di anticorpi: le IgG anticitoplasma perinucleare dei neutrofili (pANCA) e le IgG e IgA anti-Saccharomyces cerevisiae (ASCA).

Generalmente i pANCA sono presenti nel 40-80% dei pazienti con rettocolite e solo in una piccola percentuale (3-5%) di pazienti con malattia di Crohn o di controlli sani. Gli ASCA sono presenti in un’alta percentuale (50-80%) di pazienti con malattia di Crohn e solo nel 2-4% dei pazienti con rettocolite ulcerosa.

Un risultato transitorio per gli ASCA è stato riportato anche in altre patologie associate ad alterata permeabilità intestinale come nella malattia celiaca. Per gli ASCA, ma non per i pANCA, esisterebbe una correlazione con l’attività della malattia.

Un risultato negativo di ASCA e/o pANCA non esclude necessariamente la presenza di IBD. Il primo esame strumentale da eseguire è senza dubbio l’ileocolonscopia con prelievo bioptico, il gold standard per la diagnosi delle IBD. Negli ultimi anni l’evoluzione tecnica dell’ecografia ha permesso di estendere le sue applicazioni allo studio del tratto gastrointestinale.

L’ecografia è una metodica semplice, non invasiva e in grado di fornire numerose informazioni morfologiche e funzionali. Essenzialmente serve a evidenziare lo spessore della parete intestinale, la peristalsi (solitamente ridotta o assente nei segmenti colpiti), la presenza di versamenti, ascessi, fistole e di eventuali linfoadenopatie.

Nella malattia di Crohn l’ispessimento parietale ha una tipica estensione transmurale a sede prevalentemente ileale con coinvolgimento segmentario spesso associato all’ispessimento del mesentere (struttura fibroadiposa che avvolge le anse intestinali) e alla presenza di complicanze.

Un ispessimento parietale di minore entità, la localizzazione prevalentemente rettale, la continuità delle lesioni e l’interessamento superficiale depongono per la rettocolite.

L’ispessimento parietale nella malattia di Crohn può mantenere la normale stratificazione della parete (aspetto in scansione trasversale “a bersaglio” e longitudinale “a sandwich”) o può perdere la normale stratificazione. Per convenzione il valore minimo di ispessimento parietale che si può definire patologico è > 3 mm.

L’ecografia intestinale si può effettuare anche dopo assunzione di contrasto orale e in tal caso permette un’accuratezza diagnostica paragonabile a quella della chirurgia nella valutazione dell’estensione delle lesioni intestinali, del numero di sedi coinvolte, del diametro endoluminale intestinale e di conseguenza nella valutazione della presenza e del numero delle stenosi. Il limite di tale tecnica diagnostica è che è operatore – dipendente , necessita infatti di ecografisti esperti.

La radiografia diretta dell’addome senza mezzo di contrasto può escludere in particolare la presenza di una dilatazione del colon e/o di una perforazione intestinale, mentre l’esame dell’intestino tenue tramite tenue seriato aiuta a identificare le alterazioni del lume intestinale e permette soprattutto di identificare eventuali restringimenti, complicanza piuttosto frequente della malattia di Crohn.

La risonanza magnetica rappresenta una modalità di imaging ideale per lo studio e il follow-up delle IBD grazie alla non invasività, all’assenza di radiazioni ionizzanti, all’elevata panoramicità con possibilità di valutare contemporaneamente il tenue e il colon-retto.

La tomografia computerizzata viene invece riservata generalmente alla malattia di Crohn soprattutto per evidenziare complicanze quali stenosi, occlusioni o fistole.

Bibliografia: Medicina di Segnale

Cretu Ioana Nicoletta
Cretu Ioana Nicoletta
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