Investigatori dell’inconscio
È davvero possibile poter capire che cosa il nostro corpo e la nostra mente producono dopo un trauma emotivo? È possibile quindi riuscire a capire cosa succede all’interno del cervello ogni volta che un’emozione o un conflitto colpiscono la mente di una persona?
La risposta è assolutamente affermativa.
Anni di ricerche e molteplici scritti sono riusciti nel tempo a sommare evidenze scientifiche e osservazione clinica per riuscire a unire finalmente tutte le terapie neurologiche, emozionali e psicologiche che fino ad ora erano una nebulosa confusa.
La neurologia psicosomatica non si pone l’obiettivo di contrastare tutte le terapie impiegate fino ad oggi, ma di dare una chiave di lettura a sintomi e comorbidità affinché si riesca davvero a scovare in cassetti nascosti dell’inconscio piccoli o grandi conflittualità,
che hanno causato loop emotivi e convinzioni limitanti le quali nel tempo sono riuscite a creare una sintomatologia senza diagnosi esatta.
È possibile individuare all’interno del vissuto di una persona dei trigger, rimossi dalla memoria, ma rimasti impressi nei tessuti biologici; infatti, dopo molte ricerche si è riuscito a riconoscere che cellule neuronali sono presenti non solo nel cervello, ma anche in qualsiasi parte del corpo.
In riferimento a quanto detto si evidenzia che l’intestino è nominato sempre in primis, ma in realtà non è l’unico a contenere cellule neuronali e a dare informazioni;
infatti, il nervo vago e il sistema trigeminale sono fondamentali per riuscire ad effettuare un cambiamento ed un reset neurologico efficace che sia d’aiuto ad una persona.
La nostra mente è la più grande arma di difesa, è ciò che di più potente ci sia stato donato infatti, trova sempre un modo per celare i traumi emotivi e trasformarli in sintomi somatici, viscerali e neurologici che diventano ben più socialmente giustificabili e conseguentemente sopportabili.
Se quel nostro mal di schiena, quel nostro mal di testa non fossero altro che un campanello d’allarme, un trigger warning? Siamo di fronte ad un conflitto ricorrente: come possiamo riuscire a identificarlo e sconfiggerlo?
Per meglio comprendere ciò di cui si sta parlando pensiamo al nostro complesso, intricato e affascinante sistema – mente come una grandissima gabbia di Faraday all’interno della quale tutti i sistemi elettromagnetici del nostro cervello funzionano in equilibrio tra loro.
Questo equilibrio può essere perturbato da segnali che vengono o dal sistema periferico o dal sistema centrale i quali vanno a creare un coacervo di ricordi, una tavolozza di emozioni e di incancellabili vissuti.
Se questo sistema, in omeostasi, viene disturbato da un trauma o da un loop emotivo, quindi da un perpetuarsi dello stesso conflitto, si andrà progressivamente a creare uno scompenso elettromagnetico.
Quest’ultimo stimolerà una zona specifica del cervello e si formeranno conseguentemente delle aree disfunzionali, che possono essere individuate e testate, grazie ad un’adeguata formazione, in zone specifiche del cranio, i punti craniometrici, già zone soggette a numerose ricerche (approccio al sistema trigeminale, al sistema neurologico-cranico e neuro-linfatico).
Tale processo permette di “portare alla luce” vissuti emotivi, stimoli elettromagnetici perpetrati nel tempo che sono riusciti a modificare i sistemi di feedforward e di feedback cerebrali e a sovraccaricarli.
Una “ragnatela” di ricordi che nel tempo modifica la modalità con cui la nostra mente comunica e influisce inevitabilmente sugli organi, sul nostro corpo e sui nostri vissuti.
Se fosse davvero possibile scoprire dove si nasconde un ricordo limitante, l’operatore potrebbe davvero essere un ponte elettromagnetico, una vera e propria “messa a terra” neurologica che permette di scaricare quella disfunzione ricorrente, quello stimolo elettromagnetico che sta così profondamente modificando i tessuti cerebrali.
Ogni volta che ci si approccia ad un corpo si entra in contatto con un campo elettromagnetico riconoscibile e riscontrabile grazie all’utilizzo di strumenti EEG, TMS e rTMS.
La percezione al tatto nei sopracitati punti craniometrici è evidente: si forma una sorta di vortice concentrico che non è altro che una zona neurologicamente carica di stress elettromagnetico, il quale riesce ad influenzare il cervello tanto da essere percepito anche all’esterno (con la dovuta formazione).
L’obiettivo è scoprire quale vissuto limitante stia mantenendo il corpo in uno stato ortosimpatico costante, senza fornirgli via di fuga, uno stato da “combattente” che sfianca la mente.
Il terapista è in grado di far rivivere una “ferita” emotiva attraverso un “inganno” neurologico con induzioni specifiche nei punti craniometrici e corporei che riproducono stati para e ortosimpatici con lo scopo di resettare il sistema vagale.
Il ruolo innovativo dell’operatore è quello di fungere da “messa terra neurologica” tanto da far ripartire il sistema, un reset neurologico possibile attraverso tecniche pratiche psicoattive e neuro inibenti:
una sorta di stato di coscienza alterato indotto manualmente e rinforzato da un adeguato dialogo terapeutico che verrà successivamente condotto da un professionista della psiche.
Durante questi reset è sempre presente la figura dello psicoterapeuta il quale, attraverso le sue conoscenze, continuerà in separata sede, insieme al paziente, le analisi dei processi emozionali emersi durante il trattamento psicosomatico.
Le modalità di intervento descritte ci permettono di avvicinarci alle complessità psicosomatiche, con rispetto e tatto, e ad essere come investigatori dell’inconscio attraverso le mani, attraverso un poliedrico know how, in modo da poter coadiuvare, semplificare e ridurre i tempi di lavoro degli psicoterapeuti, dei terapisti o di altri professionisti.
Le modalità adottate attraverso l’approccio descritto permettono di scovare quasi con precisione chirurgica età “disfunzionali”, processi e loop emotivi che influenzano fortemente un paziente.
L’obiettivo non è quello di guarire una ferita, anzi alcune volte è necessario lasciarla rispettosamente al suo posto, ma bisogna cominciare a pensare di riuscire a portare i pazienti verso la consapevolezza che quella ferita, anche se non guarita, non prende più decisioni al posto loro.
Bibliografia: Doc Davide Mascanzoni

