Il colesterolo sostenibile

Taluni ricercatori, che confutano la tesi dell’ipercolesterolemia quale fattore di rischio cardiovascolare, sostengono che il 35% degli infarti cardiaci si verifica in soggetti con colesterolemia totale inferiore a 200 mg/dL

Un’importante molecola

Il colesterolo è un’importante molecola del nostro organismo con numerose funzioni, fra cui:

la costituzione delle membrane cellulari;◗ la sintesi di ormoni steroidei (estradiolo, testosterone, cortisolo …) e vitamina D;◗ la sintesi della bile.

Da quanto premesso si evince che il colesterolo “serve” e non deve essere demonizzato. Piuttosto, la domanda dovrebbe essere: “Quando il colesterolo è da ritenersi troppo elevato?”.

Anzi, seguendo i dettami della medicina funzionale basati sul concetto di resilienza (la capacità di resistere a uno stress) il quesito migliore è il seguente: “Quali sono i livelli di colesterolo ‘sostenibili’ per ogni singolo individuo, sulla scorta delle sue condizioni fisiologiche e di salute?”.

burro e verdure

Il brutto, il buono e il cattivo

In tema di malattie cardiovascolari, più che di colesterolo dovremmo in realtà parlare di lipoproteine. Classicamente in medicina si definiscono un colesterolo “buono” e uno “cattivo”, ma questi aggettivi vanno associati alle lipoproteine e non al colesterolo libero.

Il colesterolo “cattivo” ha un nome ben definito: Low Density Lipoprotein, lipoproteine a bassa densità, meglio note come LDL. Queste lipoproteine sono in grado di avviare e sostenere l’aterosclerosi.

Il colesterolo buono, invece, è l’HDL (High Density Lipoprotein), lipoproteine ad alta densità, in grado di rimuovere il colesterolo dalle pareti arteriose.

Colesterolo: diamo i numeri?

Da molti decenni un elevato livello ematico di colesterolo (ipercolesterolemia) è ritenuto un fattore di rischio maggiore per l’insorgenza dell’infarto cardiaco.

Le linee guida pubblicate da numerose società scientifiche concordano nel considerare fondamentale trattare l’ipercolesterolemia, sia in prevenzione primaria sia in secondaria.

Alcuni autori, tuttavia, rifiutano di attribuire pericolosità al colesterolo e pongono invece l’attenzione su altre ipotesi, per esempio quella dell’infiammazione cronica silente di basso grado11.

Inoltre taluni ricercatori, che confutano la tesi dell’ipercolesterolemia quale fattore di rischio cardiovascolare, sostengono che il 35% degli infarti cardiaci si verifica in soggetti con colesterolemia totale inferiore a 200 mg/dL, cioè con valori ritenuti normali12.

Altri ricercatori, al contrario, sono fautori dell’ipotesi “the lower, the better”: in altre parole, più il colesterolo è basso (soprattutto quello “cattivo”), minore è il rischio cardiovascolare.

Alcuni studiosi statunitensi affermano, in proposito, che i valori di colesterolo totale fisiologico per l’uomo adulto dovrebbero essere intorno ai 100-150 mg/dL, come nel nostro progenitore predatore-raccoglitore del Paleolitico13.

In ogni caso è di osservazione comune il riscontro di soggetti con elevati livelli di colesterolo e assenza di danno arterioso e, viceversa, con bassi livelli di colesterolo e malattia avanzata delle arterie. Questo apparente paradosso non deve far pensare alle eccezioni che confermano la regola.

Piuttosto, occorre valutare il paziente in maniera globale e non limitarsi ai fattori di rischio. 

Sulla scorta di tali considerazioni, parafrasando un noto politico e storpiando l’italiano, personalmente affermo: “Il colesterolo logora secondo chi ce l’ha”.

Nella mia pratica clinica, quindi, prescrivo le statine (i farmaci che riducono il colesterolo) solamente ai pazienti con seri danni alle arterie o a quelli con elevato rischio cardiovascolare. In fondo questo è l’approccio più “conservativo” suggerito dalle linee guida europee14.

Ipertensione arteriosa e stile di vita

L’ipertensione arteriosa è una malattia molto diffusa, con una prevalenza del 30-45% nella popolazione generale che aumenta notevolmente fra gli anziani.

Le complicanze sono numerose, fra cui: ictus cerebrale, infarto cardiaco, scompenso cardiaco, insufficienza renale cronica, fibrillazione atriale e demenza. Per tale motivo, sono importanti la prevenzione e la diagnosi precoce di un aumento stabile e significativo della pressione arteriosa.

Nell’adulto l’ipertensione arteriosa si diagnostica quando ripetute misurazioni pressorie forniscono valori di pressione sistolica ≥ 140 mmHg e/o di diastolica ≥ 90 mmHg. L’ipertensione viene inoltre distinta in tre gradi all’aumentare dei livelli pressori (Tabella 1).

Anche nel caso della pressione arteriosa, come per tutti gli altri fattori di rischio, occorre valutare bene il paziente nella sua totalità prima di iniziare un trattamento farmacologico.

D’altronde anche le linee guida della European Society of Hypertension e della European Society of Cardiology15 suggeriscono che l’ipertensione arteriosa di primo grado, senza altri fattori di rischio cardiovascolare, andrebbe trattata per molti mesi con il solo stile di vita prima di iniziare una terapia farmacologica.

Molti anni fa un amico farmacista venne in visita da me perché la sua pressione arteriosa era stabilmente intorno a valori di 160/100  mmHg.

Gli dissi che qualsiasi medico avrebbe proposto un trattamento farmacologico. Prontamente rispose che i farmaci li vendeva ma non aveva alcuna intenzione di assumerli.

Iniziammo un programma alimentare molto accurato e associato ad attività fisica aerobica moderata-intensa con quattro allenamenti settimanali. Dopo alcuni mesi aveva perso circa 10 kg di peso e la sua pressione arteriosa si era normalizzata (130/80 mmHg).

In cardiologia tutto questo è definito “trattamento non farmacologico”, classicamente basato su pochi principi fondamentali: la dieta a ridotto tenore di sale, l’assunzione moderata di alcolici, un generoso consumo di frutta e verdura, il controllo del peso corporeo, la pratica di una regolare attività fisica, l’astensione dal fumo di sigaretta (Tabella 2). Inoltre si sentiva molto meglio e mi consigliò di scrivere un libro in cui raccogliere i suggerimenti che gli avevo dato, cosa che feci molti anni dopo16.

Anche nei soggetti già in cura con i farmaci antipertensivi un salutare regime alimentare e l’attività fisica aerobica regolare comportano un calo della pressione arteriosa ed è possibile arrivare a ridurre le dosi dei farmaci o, talora, a sospenderli del tutto.

Esercizio fisico

L’esercizio fisico riduce leggermente la pressione arteriosa nei soggetti normali, ma in particolar modo negli ipertesi.

Per esempio, una metanalisi di alcuni studi clinici ha evidenziato come l’attività aerobica riduca la pressione arteriosa sistolica e diastolica a riposo, rispettivamente, di 3 e 2,4 mmHg, mentre tale diminuzione può arrivare a 6,9 e 4,9 mmHg nei pazienti ipertesi17.

I soggetti ipertesi, previa valutazione del proprio medico curante, dovrebbero praticare regolarmente un’attività fisica aerobica moderata-intensa (camminata, jogging, bicicletta o nuoto) per almeno 30 minuti giornalieri 5-7 giorni la settimana.

Bibliografia: Medicina di Segnale

Debora Mambelli
Debora Mambelli
Forlì
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Francesco è in grado di trasformare macigni dentro di noi in farfalle colorate e aprire porte del nostro io per farvi entrare la luce. Grazie per quello che sei e per le tue conoscenze che condividi con chi ti sta davanti per migliorargli la vita. Con una semplice frase sei in grado di scorporare problemi e far arrivare il giusto modo di vedere le cose. Grazie🍀🌈♥️

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