Il diabete

Il diabete non provoca direttamente il danno alla persona che ne è affetta, ma agisce attraverso le sue complicanze conducendo alla disabilità o alla riduzione dell’aspettativa di vita

Un attore silenzioso

Il diabete agisce nell’ombra, senza dare sintomi, ma è in grado di causare notevoli danni se non riconosciuto e trattato. L’aggettivo più indicato per definire la persona affetta da diabete è “fragile”.

Il diabete infatti si trova al primo posto tra le cause di ipovisione o cecità in età lavorativa, insufficienza renale e amputazione degli arti inferiori; è responsabile di un raddoppiato rischio di subire un infarto o un ictus.

Il diabete di tipo 2 viene diagnosticato con un ritardo medio di otto anni: è un periodo in cui l’utilizzo di “farmaci naturali” quali movimento e alimentazione dimostra la massima efficacia e questi, attraverso l’azione sulla massa grassa, possono far innescare la retromarcia e cambiare la storia naturale della malattia

Del diabete “cugino” di tipo 1, in cui in tempi più o meno rapidi vengono distrutte le cellule beta del pancreas (quelle che secernono l’insulina) e viene meno, perciò, la possibilità di produrre tale ormone:

nel diabete di tipo 2 vari fattori – in primis l’obesità addominale e la sedentarietà – fanno in modo che le cellule dell’organismo diventino via via sempre meno sensibili all’azione dell’insulina, deputata a far entrare lo zucchero all’interno delle cellule.

A causa di ciò lo zucchero (ossia il glucosio) si accumula nel sangue e negli esami di laboratorio la glicemia (dosaggio del glucosio nel plasma) risulta più alta del normale. Inizialmente le cellule beta del pancreas tentano di produrne di più (iperinsulinismo) ma a un certo punto si sfiancano ed esauriscono le capacità di produzione, per cui la loro azione non è più sufficiente a regolare i livelli di glicemia.

La storia che conduce da una condizione di normalità glicemica (valori inferiori a 100 mg/dL) all’esordio del diabete (valori superiori a 125 mg/dL) dura circa otto anni: in questo lasso temporale la funzione delle beta-cellule del pancreas si riduce progressivamente e quando la glicemia inizia a superare la soglia dei 125 mg/dL si è già in una situazione in cui circa il 50% della funzionalità pancreatica è andata compromessa.

Quanto più tardi incomincia la nostra azione riparatrice, tanto meno riusciremo a riportare alla normalità il metabolismo mediante la modifica degli stili di vita, per cui non ci resterà altro che agire attraverso i farmaci antidiabetici orali o la somministrazione dell’insulina.

Quando iniziamo un percorso di cura ci troviamo spesso con una funzione pancreatica inferiore al 50% e con scarsi margini d’azione attraverso i più efficaci, naturali ed economici trattamenti a disposizione, che consistono nella modifica degli stili di vita:

movimento e alimentazione risultano infatti massimamente vantaggiosi proprio in questo lasso temporale in cui vi è la possibilità non solo di ritardare la progressione della malattia, ma addirittura di evitarne per sempre l’insorgenza.

Se attendiamo che il danno si manifesti in modo conclamato, le pallottole che potremo utilizzare saranno solo le più estreme, ossia gli antidiabetici orali e/o l’insulina.

Vi sono tre test utili per porre diagnosi di un problema con il metabolismo degli zuccheri:

– la glicemia, ossia la concentrazione dello zucchero nel plasma;

–  l’emoglobina glicata, che misurando la glicosilazione dell’emoglobina esprime la media delle glicemie degli ultimi tre mesi;

–  il test da carico orale con glucosio, che misura la glicemia dopo 2 ore dall’assunzione di 75 g di glucosio.

Nella stragrande maggioranza dei casi il diabete è un iceberg sommerso: solo effettuando gli esami di laboratorio è possibile farlo emergere e intravederne la punta attraverso sintomi quali un immotivato calo di peso, la poliuria (diuresi molto abbondante) e la polidipsia (sete importante). In presenza di questi sintomi basta una singola glicemia casuale pari o superiore a 200 mg/dL per porre diagnosi di diabete.

Si parla di diabete quando in due misurazioni successive troviamo un risultato della glicemia superiore a 125 mg/dL o una glicata presenta un valore maggiore di 47 mmol/mol (che corrisponde a 6,4% della vecchia unità di misura), oppure il test da carico produce un risultato più alto di 199 mg/ dL. Quando in due successive valutazioni almeno uno degli esami risulta superiore a questi limiti, possiamo porre diagnosi di diabete.

Rispetto a due generazioni fa oggi consumiamo circa 550 kcal in più ogni giorno: potrebbero equivalere a un bel piatto di pasta all’amatriciana da 95 g o a tre quarti di pizza margherita, oppure a 28 cucchiaini di zucchero in più rispetto all’inizio degli anni Sessanta.

Non ce ne siamo accorti perché l’incremento è avvenuto gradualmente, ma se immaginassimo di iniziare da domani a mangiare tutti i giorni 28 cucchiaini di zucchero in più, sarebbe chiaro che questo mette certamente a rischio gli equilibri della nostra bilancia e della nostra salute.

Una volta corretto l’aspetto quantitativo chiave dell’alimentazione passando da una situazione ipercalorica a una normocalorica, ci si potrà dedicare al tema qualitativo del tipo di grassi: qui è condivisibile l’idea di prediligere quelli insaturi rispetto ai saturi, favorendo l’olio extravergine di oliva e potenziando quello di pesce.

Sulla necessità di aumentare il consumo di fibre non vi è nulla da eccepire, in particolare ripristinando le normali fonti di zuccheri complessi e fibra: verdura, frutta e alimenti integrali. Ciò che invece manca nelle raccomandazioni delle linee guida è l’indicazione – da condividere con forza – dell’abolizione degli zuccheri semplici e raffinati.

Il messaggio che andrebbe modulato meglio è quello che ci ricorda che sono gli zuccheri semplici a farci ingrassare, non i grassi se li assumiamo nel contesto di un introito quotidiano di normocaloricità.

Altamente significativo il fatto che la riduzione del rischio di incorrere nel diabete sia doppia per l’attività fisica (meno 60%) rispetto a una prevenzione effettuata con un farmaco quale la metformina (meno 30%).

Unitamente al movimento, la raccomandazione va in parallelo portata sulla perdita di peso o meglio di massa grassa: in una situazione di eccesso ponderale è considerato efficace ai fini della prevenzione un suo calo del 5% (sovrappeso) o del 10% (obesità) entro 6-12 mesi.

In primis il concetto di calma insulinica, ottenibile attraverso l’abolizione degli zuccheri semplici e il consumo di cereali integrali: l’associazione tra il carico glicemico riferito agli alimenti raffinati e i conseguenti, frequenti e intensi picchi insulinici è evidente.

L’iperinsulinismo è la via attraverso cui lo zucchero agisce nei confronti dell’accumulo dei grassi e quindi, nell’eccesso ponderale, sull’insorgenza di diabete e ipertensione, sull’innalzamento del colesterolo “cattivo”:

gli zuccheri semplici e raffinati salgono sul banco degli imputati della sindrome metabolica. Ridurre l’insulinemia significa far lavorare meno le beta-cellule pancreatiche e rendere i tessuti meno resistenti all’azione dell’insulina.

Bibliografia (Basi Cliniche di Medicina di Segnale)

Michela Montesi
Michela Montesi
Fano (PU)
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Francesco è una persona Speciale. A me personalmente ha arricchito la vita. Ogni volta che vado da lui per un qualsiasi motivo, mi sento completamente compresa. Mi ha aiutata diverse volte! 4 anni fa, grazie a Francesco, ho saputo ritrovare la voglia di guardare avanti, di reagire e di darmi valore.È un'anima speciale e ognuno di noi dovrebbe conoscerlo ed ascoltare le sue parole.

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