Cibo sano tiroide sana

La qualità degli alimenti induce accumulo o consumo

Un approccio clinico di Segnale

Per rimettere in riga dall’interno una tiroide un po’ impigrita la via principale è quella di nutrirsi con abbondanza e in modo naturale. Può esistere un modo natural di mangiare?

Senza dubbio sì, a patto che i cibi che si scelgono siano quelli che ci hanno accompagnato nel corso dell’evoluzione (frutta, verdura, carne, pesce, uova, semi, noci, tuberi), senza gli eccessi di zucchero e farine raffinate che invadono ogni giorno le nostre tavole.

Quando si parla di intuitive eating, infatti, la più comune osservazione che viene espressa è la seguente: “Eh sì, ma se mangio a sensazione non mi fermo più e ingrasso”. Scopriremo insieme che questo non è per niente vero, se si rispetta la condizione fondamentale di scegliere il cibo “dell’uomo”.

Un cibo di qualità (dove per qualità si intende “pulito” ossia integro – non raffinato – e privo di interferenti endocrini o di additivi industriali) genera una regolazione dei centri ipotalamici di fame e sazietà, impedendo l’iperalimentazione.

Tale regolazione induce accumulo o consumo delle scorte grazie allo stimolo naturale delle molecole di segnale. L’azione delle molecole di segnale prodotte dal tessuto adiposo (leptina, resistina, visfatina, adiponectina), che rispondono in modo preciso a modifiche nello stile di vita, rende del tutto superato, perché scientificamente obsoleto, il calcolo delle calorie come sistema di dimagrimento.

E allora come si fa a restare magri e in forma, e con la tiroide funzionante, mangiando “a sentimento”? Un buon metodo può essere quello di farsi virtualmente accompagnare a fare la spesa da un nostro amico del Paleolitico:

Tutto ciò che lui riconosce come cibo lo possiamo mettere nel carrello, ciò che non riconosce lo lasciamo sullo scaffale. Riempiremo quindi il carrello di ogni tipo di frutta e verdura, carne, pesce, uova, farine, semi, legumi, noci, patate.

Lasceremo sullo scaffale biscotti e biscottini, pasta e riso raffinati, cioccolati, patatine, crunchy pops, caramelle, alcolici, bibite gassate, torte industriali ecc. Vogliamo scommettere che combinando assieme in modo gustoso gli alimenti del nostro amico Paleolitico la sazietà arriverà quanto prima?

Non è una scommessa da poco: può restituire a molti di noi il piacere di mangiare buon cibo e di vivere il nostro corpo come amico anziché come nemico. La nostra tiroide, in grado finalmente di godere di un’alimentazione abbondante e naturale, ringrazierà.

Tutti subclinici

A questo punto ne sappiamo abbastanza per inoltrarci un po’ di più nella clinica dell’ipotiroidismo. Prima di tutto esaminiamo i valori ematici relativi al funzionamento della tiroide: TRH (ormone ipotalamico), TSH (ormone ipofisario), fT3 e fT4 (ormone e preormone tiroideo), antiTPO (autoanticorpi contro l’enzima tireoperossidasi).

Il primo segno di una tiroide lenta è un leggero innalzamento del TSH (Thyroid Stimulating Hormone), l’ormone ipofisario che stimola la tiroide a lavorare un po’ di più. Il TSH è paragonabile al “frustino” del cocchiere che deve far trottare il “cavallo” tiroide. È un esempio di regolazione dall’alto. La stufa è leggermente difettosa, tira poco, ha legna umida e l’ipofisi ci mette una pezza, aumentando appena il tiraggio.

È una regolazione semiautomatica, che in un certo senso prescinde da bisogni di livello più elevato. Semplicemente la tiroide stenta un po’ e l’ipofisi la frusta un pochino per mantenere il suo giusto rendimento. Il fatto che i valori di fT3 e fT4 restino nel range di normalità significa che non vi è nulla di grave e che il problema va inquadrato nei termini di un lieve ipotiroidismo subclinico, dove per subclinico si intende con assenza di qualunque sintomo.

Questo è un punto fondamentale da capire: un rallentamento subclinico non rappresenta una patologia, ma solo il segno (non necessariamente determinante) di una possibile futura patologia. Un po’ come un ragazzo con la pressione perfetta, che abbia tuttavia genitori e nonni ipertesi. Potrà sviluppare ipertensione oppure no, se il suo stile di vita sarà sufficientemente accorto da contrastare la tendenza ereditaria.

Lo stesso vale per la tiroide, che però oltre a rispondere all’ereditarietà è particolarmente sensibile agli sbalzi alimentari e metabolici, esercitando un ruolo di primo piano proprio in questo tipo di regolazione. 

Trattare un paziente con TSH più elevato della norma con la terapia ormonale sostitutiva (levotiroxina, tiroide suina) è dunque concettualmente errato, come ben documentato da Garber nel già citato studio (13) cosponsorizzato dall’American Association of Clinical Endocrinologists e dall’American Thyroid Association.

In questo lavoro gli autori mettono in guardia dal trattare con ormone sostitutivo tutti quei pazienti che presentino valori di T3 e T4 nella norma, fino a un valore di TSH pari a 10 mUI/L: si induce infatti ipertiroidismo iatrogeno con insonnia, tachicardia, deperimento, agitazione.

Ma allora perché un’intera generazione di endocrinologi (e anche di medici di medicina generale) tratta con estrema aggressività qualunque paziente che presenti valori di TSH appena fuori dall’intervallo di normalità (per esempio 5) e talvolta anche pazienti perfettamente in range ma nella fascia più alta dell’intervallo stesso (per esempio con TSH pari a 3-4 invece che 2)?

Non si rendono conto di favorire, così, sintomi da ipertiroidismo che il corpo dovrà poi sforzarsi per compensare? Talvolta addirittura si trattano con ormone sostitutivo pazienti che hanno sia il TSH sia T3 e T4 nella norma, solo per il fatto che vi è una leggera positività degli anticorpi antiTPO.

Qui si rasenta davvero l’assurdo.

L’intero organismo sta funzionando perfettamente, ma per mantenere quell’equilibrio “decide” di ricorrere a uno dei tanti strumenti a sua disposizione per rallentare un pochino una tiroide che va troppo veloce per le nostre esigenze. 

Lo strumento è un innocuo autoanticorpo che limita la funzionalità di un enzima (appunto la TPO o tireoperossidasi) il cui scopo è catalizzare la trasformazione di un precursore in ormone tiroideo.

In pratica viene rallentata ad arte, fino ai valori che l’ipotalamo reputa ottimali, la produzione naturale dell’ormone. Un processo biologico che avviene in modo simile in altre cento parti del corpo. Tuttavia la nostra arroganza non può accettarlo. Abbiamo coniato un termine apposta per definire questa “patologia”: tiroidite autoimmune di Hashimoto!

E si sa che dal Giappone arrivano solo cose serie. Dunque si prescrivono farmaci anche in questo caso, facendo credere al paziente di essere vittima di un truce scherzo del destino che gli ha regalato una terribile malattia autoimmune, fortunatamente curabile. Perché l’organismo abbia attivato questa risorsa è una domanda che resta sempre tra le righe.

C’è la patologia, è autoimmune, è descritta in internet, ergo va trattata. Ma se il corpo stava cercando solo di ridurre un po’ l’ormone in circolo, come potrà rispondere ogni mattina quando grazie alla terapia sostitutiva ne riceve un’altra bella dose? 

Ovviamente reagisce aumentando ancora il valore degli anticorpi antiTPO, come logica suggerisce. Di qui la conferma per il terapeuta che “la patologia è incurabile” e ciò talvolta lo induce ad aumentare ulteriormente i dosaggi.

E ora la prova del nove circa la correttezza di questo ragionamento: non appena riesco a ridurre i dosaggi della terapia ormonale, grazie a modifiche nell’alimentazione e nello stile di vita, quasi  immediatamente (nel giro di uno – due mesi) i valori di antiTPO ricominciano a scendere, fino a normalizzarsi in alcuni casi.

Al contrario, somministrando il farmaco ormonale salgono continuamente, tanto che molti colleghi suggeriscono ai loro pazienti di non controllarli più perché “tanto non scendono mai”. In altre parole: un farmaco viene prescritto perché si rileva un valore alto di un anticorpo e, a causa del farmaco, questo valore si impenna. Proviamo a immaginare un caso simile con l’ipertensione o con la glicemia: ci verrà da ridere.

Se non ci fosse da piangereTrattare i pazienti subclinici è un grande affare per chi produce e vende farmaci ma un pessimo affare per chi, sano, venga senza motivo catalogato tra i malati, subendo trattamenti inutili e patendo le conseguenze iatrogene della forzatura subita.

Bibliografia: Medicina di Segnale

13 Garber JR, Cobin RH, Gharib H, Hennessey JV, Klein I, Mechanick JI, et al; American Association of Clinical Endocrinologists and American Thyroid Association Taskforce on Hypothyroidism in Adults. Clinical practice guidelines for hypothyroidism in adults: Cosponsored by the American Association of Clinical Endocrinologists and the American Thyroid Association. Cit.

Elena Bottoni
Elena Bottoni
Marotta (PU)
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Francesco è un angelo, competente e professionale. Ogni volta che sono in difficoltà mi aiuta con successo a rimettermi in pista. Conoscerlo è stata una fortuna! 😊 ❤️

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