L’impatto della maschera

La maschera funge da schermo difensivo per rendere il sé interiore invisibile sia al mondo esterno che alla consapevolezza dell’individuo.

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Essa si trova in uno stato costante di finzione rispetto alle emozioni vere, siano queste positive o negative, smorzando l’effervescenza e il brio del centro vitale e sabotando l’integrità dei livelli protettivi in terni.

Gli impulsi autentici a compiacere gli altri o a respingerli vengono entrambi deviati dalla maschera; lo stesso accade al significato dei messaggi reali provenienti dagli altri.

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La maschera può fingere di provare gli stessi sentimenti che il vero sé sta provando. Essa può esprimere l’amore in un modo controllato e trattenuto per coprire il vero moto d’amore dell’anima, che invece considera minaccioso.

Oppure può camuffare l’emozione reale con un’espressione opposta, come fa la persona che cela un ardente desiderio d’amore nell’affermazione: “lo non ho bisogno di nessuno.”

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Sebbene possa essere distorta in entrambe le direzioni, ossia in senso positivo o negativo, la maschera personifica nelle proprie posture più frequentemente negatività che positività. I motivi sono molteplici.

Uno è che i movimenti del core sono molto più intensi; l’energia del core possiede il ritmo vibratorio più elevato di tutto l’organismo.

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L’individuo, pertanto, percepisce le emozioni del sé superiore come più minacciose rispetto alle emozioni del sé inferiore. Un altro motivo è la spinta gravitazionale, per così dire, dei blocchi.

La maschera è uno strumento accordato alla negatività, oltre ad essere uno strumento di rifiuto delle emozioni negative reali, così che l’energia più lenta del secondo livello in un certo senso aderisce ad essa più prontamente.

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È per questa ragione che una persona spesso si sente più “se stessa” quando si comporta in modo ostile, superiore o aggressivo, che quando ha un comportamento caldo, colmo di ammirazione o di compassione.

Qualunque sia il volto caratteriologico adottato da un individuo, esso implica un’abdicazione della responsabilità personale. La maschera dice: “Non è colpa mia.”

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Essa agisce per alienare il sé, e poi rimprovera gli altri, il fato, o la società per la propria sensazione di vuoto e di dolore. Oppure si impegna artificialmente, e poi si lamenta se la pressione esterna causa un senso di stress.

Nel primo caso, prendiamo l’esempio di qualcuno che considera gli altri inferiori e indulge persistentemente in piccoli giudizi critici. Noi potremmo considerare queste abitudini poco importanti.

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Ma non lo sono. Man mano che si fortificano, esse nutrono uno stato di ostilità che diventa un comportamento, il quale a sua volta porta ad uno stato di ansietà cronica.

Siamo quindi noi stessi che intenzionalmente ci intrappoliamo nel ciclo di negazione che costruisce la maschera, e che anche il nostro schiavo africano aveva sviluppato.

Per quanto riguarda il secondo caso, notiamo quanta energia noi tutti mettiamo nel cercare di mantenere le apparenze

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Sotto una vernice di raffinatezza, ci comportiamo da cauti pragmatisti, regolando il nostro pensare e le nostre scelte in accordo a ciò che gli altri sembrano preferire, o meglio, in accordo a ciò che noi pensiero preferiscano.

Nuovamente, il perseguimento del conformismo può sembrare irrilevante, come quando una persona segue una strana dieta o indossa delle scarpe scomode per seguire una nuova moda.

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Ma queste cose indicano la stessa contraddizione interiore che portò, in seguito al crollo in borsa del 1929, alcuni uomini d’affari a buttarsi dalla finestra.

Banali o terribili che siano, i vari tratti della maschera creano degli impedimenti nella periferia difensiva, frenando il processo della vera vita, il flusso di energia tra la realtà del sé interiore e la realtà della creazione esterna.

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Perché mai dovremmo continuare in questo stato di deprivazione, rimanendo aggrappati all’infelicità e corteggiando la disintegrazione? Il core è presente in ogni essere umano. Il suo è un moto innato, che preme per emergere;esso si adopera continuamente per ristabilire i processi della vita.

In una società relativamente libera, l’adulto in genere non rimane soggetto alle coercizioni esterne dell’infanzia

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Maturando, acquisiamo l’abilità di riconoscere in noi stessi i blocchi che ci impediscono di procedere. Com’è possibile che ignoriamo il potere vitale che il core ha di renderei completi, e invece scegliamo di ingabbiare il sé nella periferia del nostro essere?

Esistono numerose motivazioni che stanno immediatamente alla base della scelta di vivere nel sé periferico. Prima di tutto, la tensione stessa dell’attitudine caratteriale alla negazione genera eccitamento.

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Determinate forze fanno pressione sull’individuo; si tratta di forze conflittuali che prendono l’organismo nella loro morsa: il movimento dell’energia che lotta contro le strutture dei blocchi.

Personalmente, spesso osservo l’aura delle persone che si trovano impegnate in una dinamica di negazione, e vi posso assicurare che più passano dalla neutralità alla negazione, più il loro campo energetico si illumina e pulsa velocemente.

La negazione, quindi, procura uno stato di eccitamento energetico

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Questo eccitamento viene spesso scambiato per un libero fluire di energia, e viene scelto dalla persona come un’alternativa all’assenza di sensazione (stasi) o al dolore.

Un altro stimolo facilmente osservabile è un eroico ma maldiretto coraggio, una cieca determinazione a farsi strada per quanto spietate possano essere le avversità.

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Una persona che sta combattendo ferocemente contro il conflitto interno è come una barca che fa acqua e minaccia di ribaltarsi da un momento all’altro, e quindi non può
prestare attenzione a nient’altro se non a cercare di svuotare la barca.

Il sé è furiosamente preoccupato soltanto di mantenersi a galla, e potrebbe essere costretto ad affondare prima di realizzare che il battello dovrebbe essere totalmente ricostruito per poter navigare bene.

by Jhon Pierrakos (imparare ad amare e guarire)

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