La colonna vertebrale 

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L’organo più impegnato del nostro fisico è la colonna vertebrale (CV), che collega la parte superiore del corpo (testa), con quella inferiore (bacino). Il suo nome (Columna vertebralis) contiene, in quanto tale, solo una parte di verità, dato che per tutta la vita dell’individuo questa svolge più il ruolo di un arco flessibile che quello di una vera e propria colonna.
 
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Considerata da questo punto di vista, possiamo dire che assume la forma di una doppia S. La colonna vertebrale si comporta come un’unità funzionale, che consiste di 34 o 35 vertebre:
7 cervicali, 12 dorsali, 5 lombari, 4 o 5 coccigee. Di queste le prime 24 sono mobili, mentre le ultime 10 o 11 sono saldate tra di loro fino all’osso sacro o coccige.
 
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Alla colonna vertebrale sono legati i 550 muscoli, i 400 legamenti e tendini dell’apparato di sostegno preposto alla stabilità, che al tempo stesso deve garantire la sorprendente mobilità delle 144 articolazioni. Eccetto le due vertebre superiori, Atlante e Asse, tutte le altre hanno una forma simile:

Mentre i massicci corpi delle vertebre sopportano il peso del corpo, il canale vertebrale, formato dai fori delle vertebre posto una sopra all’altra, protegge il sensibile midollo spinale, i cui nervi si diramano attraverso le stesse strutture vertebrali.

Le vertebre dorsali dispongono di piccole superfici piatte sulle quali si appoggiano le costole:

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tale sistema permette al torace di dilatarsi, e di conseguenza ai polmoni di respirare. Spesso la colonna vertebrale viene chiamata con un altro nome, a causa del prolungamento a spina che la caratterizza: «spina dorsale», certamente questa sporgenza fu la prima cosa che l’uomo notò della colonna vertebrale.
 
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La diversa mobilità che caratterizza ognuna delle sue parti principali, è dovuta soprattutto alla presenza dei dischi intervertebrali.
 
Ognuno di questi dischi è formato da un nucleo polposo centrale, costituito da una massa gelatinosa sferoidale, composta fondamentalmente di acqua con una percentuale massima dell’88% nei neonati e del 70% nelle persone di settanta anni.

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Questo nucleo soffice, malleabile e capace di adattarsi ai movimenti della colonna vertebrale ha le stesse funzioni di un distributore di pressione in una diga:
serve infatti ad assorbire e a ridistribuire in modo uniforme le sollecitazioni di carico che riceve.

Attorno ad esso si trova un anello fibroso periferico preposto a limitare i movimenti del nucleo molle e a tenere in forma le bande intervertebrali.

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I cedimenti dei legamenti discali possono provocare le temute ernie. I numerosi muscoli e i legamenti della colonna vertebrale bilanciano la pressione interna del nucleo gelatinoso.
 
Paragonabile all’attrezzatura da ingrasso di una barca a vela, la colonna cerca di mantenere l’equilibrio tra le parti: i nuclei gelatinosi, che tendono alla dilatazione, sono ad esempio trattenuti dagli anelli fibrosi, mentre i muscoli portano le costole le une verso le altre, tenendole in tal modo unite.
 
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Esaminando la colonna vertebrale come un unico organo funzionale, saltano subito agli occhi due caratteristiche fondamentali: la forma a serpente e Ia struttura polare.
 
Le singole vertebre hanno la stessa funzione dei segmenti che costituiscono il corpo di questo rettile che appartiene certamente alla famiglia dei vertebrati, dato che il suo organismo è formato solo di vertebre.

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A un esame esterno della colonna vertebrale, colpisce il fatto che la sua forma richiami alla memoria il serpente avvolto attorno al bastone di Esculapio, il simbolo della medicina.
 
Anche la colonna vertebrale infatti si attorciglia attorno alla linea immaginaria della forza di gravità mantenendo, in tal modo gli esseri sollevati da terra.
 
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Innalzare il serpente, ovvero elevare ciò che è basso, era il compito principale dei medici dell’antichità: volevano aiutare gli uomini a liberarsi della prigionia dell’infimo mondo materiale e permettere loro di accedere agli aspetti ideali e più alti della realtà.
 
Nella cultura indiana, l’uomo può arrivare alla conoscenza attraverso la forza del serpente «Kundalini», che riposa appunto sulla colonna vertebrale. Secondo la concezione veda, il serpente Kundalini dorme attorcigliato nel chakra più basso detto Muladhara, formando tre spirali e mezza.
 
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Questo chakra, il primo dei sette centri di energia disposti lungo la colonna vertebrale, si trova all’altezza dell’osso sacro, (os sacrum in latino), considerato tale anche nella nostra cultura. Qui, secondo il credo induista, riposa l’energia primigenia dell’uomo fino al momento in cui viene risvegliata e sale lungo la colonna vertebrale attraverso gli altri chakra.
 
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Se il chakra verticale, quello più alto, viene raggiunto e aperto, l’uomo è realizzato, illuminato e, come dicono gli indiani, trasformato in Purusha, cioè uomo vero.
 
L’anatomia occulta dell’induismo si basa sulla credenza che nella regione della spina dorsale ci siano tre canali sottili, attraverso i quali sale l’energia: Ida e Pingala ai lati e Shushumna al centro. In modi diversi e con una certa insistenza, ci viene consigliato di non giocare con le forze potenti e assopite che si trovano in queste zone e di non osare accedere a queste regioni senza un bravo maestro.

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D’altro canto, non c’è alcun dubbio che possiamo divenire uomini autentici solo attraverso la spina dorsale. Come l’energia, anche l’uomo integro deve salire seguendo l’asse centrale fino a raggiungere l’estrema rettitudine. Anche altre culture antiche conoscevano le forze che scorrono lungo la colonna vertebrale.

La dottrina cinese dell’agopuntura dà una grande importanza ai meridiani e a questo modo di considerare le cose.

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Il serpente, che ha sedotto i primi uomini inducendoli a vivere nel mondo delle polarità, consente loro di crescere al di là della polarità stessa e di tornare nell’unità, cioè alla salute. Così il serpente diviene anche il simbolo dell’evoluzione.
 
Come il risveglio dell’energia del serpente Kundalini è decisivo per far sì che l’uomo si elevi e si trasformi in vero uomo spirituale, l’acquisizione della posizione eretta da parte dei primi esseri umani permise loro di acquisire caratteri umani nel senso più autentico.
 
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La colonna vertebrale si trova quindi al centro dell’ascesa umana. Per dirla in termini poetici, i sogni ambiziosi degli uomini hanno sempre ruotato attorno alla colonna vertebrale, tendendo verso l’alto e cercando di liberarsi dalla Madre Terra per avvicinarsi sempre più al Padre Cielo.
 
Il serpente, come simbolo della polarità, può aiutare nel migliore dei modi a superare il mondo degli opposti. Quanto sia facile però che il suo dono si trasformi di nuovo in veleno, è dimostrato dagli incidenti spirituali che possono presentarsi a un approccio superficiale con l’energia Kundalini.
 
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Si rischia infatti di perdere l’equilibrio e di cadere troppo in profondità in uno dei due poli. Solo la via di mezzo conduce allo scopo e può essere percorsa solo a condizione che le forze polari, quella maschile e quella femminile, siano in equilibrio.

La seconda peculiarità della colonna vertebrale, accanto alla sua forma di serpente, è costituita dal costante alternarsi dei due poli in tutta la sua lunghezza:
 
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il disco intervertebrale infatti è costituito da un nucleo tenero e da un anello fibroso. Il passaggio da una materia ossea e dura a una gelatina acquosa e molle è necessario alla spina dorsale per svolgere le sue funzioni.
 
Simbolicamente la parte dura e forte appartiene al polo maschile, mentre la qualità molle e adattabile dell’elemento acqueo, presente nei dischi intervertebrali, è femminile. Nel costante cambiamento dal femminile al maschile, la colonna vertebrale costituisce una simbologia primigenia, nota a tutte le civiltà e a tutte le religioni.
 
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Il Taoismo rappresenta questo legame attraverso il simbolo del Tai – chi, la mitologia greca lo fa attraverso la collana di perle di Harmonia, che Hephaistos, il fabbro degli dèi, realizzò alternando perle nere con perle bianche.
 
Lo sfruttamento del principio di polarità aumenta in modo notevole la capacità di carico della colonna vertebrale. Se la parte ossea è responsabile della solidità e della stabilità, quella acquosa e gelatinosa assicura elasticità e capacità di adattamento.
 
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Le malattie nelle quali uno solo di questi aspetti emerge, rivelano quanto le posizioni estreme siano sempre pericolose: il morbo Bechterew, ad esempio, porta all’indurimento e all’ossificazione delle zone intervertebrali elastiche.
 
Ne deriva che al centro del corpo dei pazienti si viene a formare una barriera, una vera e propria struttura ossea. Al polo opposto possiamo registrare i processi di indebolimento delle ossa, che si verificano attraverso processi rachitici o tubercolotici con danni locali. Tali fenomeni determinano una riduzione della posizione eretta attraverso la curvatura della colonna, che può portare ad un atteggiamento cifotico.

In casi estremi si può arrivare alla paraplegia.


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Grazie all’alternanza degli elementi duri e morbidi e alla mutevolezza della forma, la colonna ha la possibilità di utilizzare le sue parti come ammortizzatori.
 
I due principi sono nella condizione di attutire in maniera ideale colpi e sbarramenti. Normalmente sui dischi intervertebrali viene esercitata una pressione di circa 30-50 chilogrammi, ma appiattendosi essi sono in grado di sopportare un peso quadruplo.
 
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È possibile misurare la capacità di adattamento della spina al carico con un semplice metro: di mattina l’essere umano è certamente più alto di quanto lo sia la sera; il peso del giorno infatti grava su di lui al punto da farlo abbassare (fino a un massimo di due centimetri).

I carichi pesanti sono quindi attutiti dalla flessione della spina dorsale:

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gli ammortizzatori delle auto del resto si basano sullo stesso geniale principio. La curvatura della colonna vertebrale corrisponde alle molle a spirale che, scorrendo attorno agli ammortizzatori, attenuano i colpi improvvisi.
 
L’ammortizzatore vero e proprio corrisponde al sistema dei dischi intervertebrali e vertebrali, che sopportano pesi per periodi lunghi.
 
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La problematica vera risiede spesso negli estremi: se la forma della spina è esageratamente a S, significa che la persona in questione ha rinunciato alla sua posizione eretta a favore della capacità di adattamento: si tratta di una persona che si prostra di fronte alla vita.
 
Se la forma a S è limitata, si verifica l’opposto: i soggetti procedono a testa alta senza disporre però della necessaria capacità di adattamento e senza la possibilità di ammortizzare colpi e urti. Sono persone dure (troppo poco molleggiate), e certamente portate a ferirsi.

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Camminare eretti è una facoltà esclusiva dell’uomo, resa possibile dalla curvatura del piede, diversa da quella di qualsiasi altra creatura vivente. Per questo, insieme alla colonna vertebrale, da un punto di vista anatomico l’incavo presente nella pianta del piede è l’elemento più umano dell’uomo.
 
Non abbiamo ricevuto in regalo la posizione eretta fin dal principio, questa ci è stata offerta solo più tardi, mentre percorrevamo la via della nostra evoluzione. Oggi ognuno di noi deve guadagnarsela di nuovo. I medici dicono in proposito che la filogenesi (storia delle origini) e la ontogenesi (sviluppo dell’individuo) corrispondono:
 
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l’uomo cioè deve compiere ancora una volta i passi essenziali dell’evoluzione a partire dalle origini, anche se ovviamente in forma più rapida e al tempo stesso simbolica.
 
L’uomo inizia la sua vita come essere unicellulare e diviene poi un essere acquatico, immerso nel liquido amniotico, che ancora oggi lo lega all’acqua del mare. Dopo la nascita si muove strisciando sulla terra come i rettili e prima di potersi drizzare in modo definitivo sugli arti posteriori, cammina a carponi.
 
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Il biologo Adolf Portmann sosteneva che l’uomo viene sempre al mondo un anno prima del dovuto. Mentre lo scimpanzé già immediatamente dopo la nascita ha le proporzioni di un individuo adulto, l’uomo deve ancora evolversi in base al suo modello di corpo adulto. Prima del quinto mese non riesce a rizzarsi in piedi e a mantenere la colonna vertebrale in posizione verticale.

Dal sesto riesce, solo se precoce e grazie a un aiuto esterno, a reggersi sulle gambe.

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I primi passi, traballanti ma liberi, arrivano solo all’undicesimo mese, se non al compimento del primo anno di vita. Chi ha potuto osservare queste fasi della faticosa crescita del bambino, può farsi un’idea dei primi passi che i nostri remoti progenitori fecero per la prima volta, dopo aver acquisito la posizione verticale.
 
L’embriologia rivela quanto profondamente la nostra eredità sia nascosta in noi. Da un lato l’embrione fino al quarto mese ha una colonna vertebrale notevolmente più lunga, specialmente in quella parte che negli «altri vertebrati» chiamiamo coda. D’altro canto, l’embriologia dimostra che la spina dorsale rappresenta un’evoluzione della chorda dorsalis (72) comune a tutti i vertebrati.
 
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All’inizio il feto ha solo questa corda primigenia. Nel corso del suo sviluppo questa non viene più irrorata di sangue e da essa si forma il nucleo gelatinoso dei dischi intervertebrali. Per tale motivo sulla colonna vertebrale non solo si legge quanti anni l’individuo ha sulle spalle, ma anche quanti milioni di anni l’umanità ha dietro di sé.
 
Nei problemi che abbiamo con i dischi intervertebrali si individuano le stesse difficoltà che fino ad oggi l’uomo ha dovuto affrontare nel corso del suo sviluppo. Nell’analisi anatomica ciò risulta in modo particolarmente evidente.
 
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Quando in passato il movimento era affidato a tutti gli arti, il corpo si posava stabilmente su quattro fidate colonne. Anche se una di queste fosse venuta meno, le altre tre sarebbero state sufficienti. Per altro il pericolo di una caduta era modesto, visto che l’individuo era vicino a terra.
 
La colonna vertebrale non era ancora una colonna, ma era già una catena leggermente piegata ad arco, e al tempo stesso un solido pilastro per le sensibili viscere. La testa non aveva ancora conquistato la posizione più alta e il conseguente predominio: pendeva quasi sempre in avanti oscillando più in basso della cintola.
 
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Tutto ciò offriva un vantaggio di cui abbiamo precedentemente parlato, cioè che i nostri progenitori ben raramente avevano il raffreddore.
 
Ma nonostante il problema del naso pieno, gli uomini erano ambiziosi e la posizione eretta permetteva loro di puntare in alto. Attraverso il passaggio dalle quattro fidate colonne alla camminata impettita ma traballante, sostenuta solo da due pilastri, avevano pericolosamente spostato il baricentro verso l’alto e trasformato un equilibrio stabile in uno labile.
 
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Gli uomini che assunsero la posizione eretta fecero del loro meglio: non solo riuscirono a raggiungere una sicurezza tranquillizzante appoggiandosi sulle due gambe posteriori, ma anche un’impressionante disinvoltura nell’uso degli arti superiori resisi liberi. La razionalizzazione del lavoro ha portato certo a un risparmio di energie.

La libertà ottenuta attraverso la liberazione di due gambe ha avuto però il suo prezzo.

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Con l’acquisizione della posizione eretta, si è presentato nella nostra vita anche il tema della lealtà, specialmente da quando la testa si è conquistata la posizione più elevata e quindi principale. Dagli animali, che vivono muovendosi su quattro zampe, nessuna persona razionale si aspetterebbe qualcosa del genere.
 
D’altro canto ci rallegriamo molto quando i nostri animali domestici assumono atteggiamenti umani o recitano per noi la parte di piccoli uomini. Più si comportano umanamente, cioè più assumono una posizione eretta, più vicini ci sentiamo a loro. In definitiva però non valutiamo negativamente la loro incapacità di assumere una posizione eretta, come avviene per i bambini finché si muovono carponi.
 
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Solo l’elevazione del corpo e la verticalizzazione della colonna vertebrale consentono la lealtà, che sulla base di queste considerazioni diviene un’esigenza categorica, a cui solo l’uomo che ha acquisito la posizione eretta può dare una risposta adeguata. Noi istintivamente consideriamo la mancanza di lealtà come uno sviluppo non completo e pertanto la rifiutiamo.
 
Con una vita eretta, o per meglio dire, con l’elevazione della testa l’uomo si trovò ad affrontare nuove esigenze e nuovi fardelli vennero a gravare su di lui. Alla capacità di caricare sulle proprie spalle pesi fisici e di trasportarli per tratti lunghi, si aggiunse la facoltà di prendere sulle proprie spalle ben altri carichi metaforici.
 
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Grazie alla flessibilità della colonna, fu però in grado di sopportare sovraccarichi da entrambi i tipi. Non soltanto il naso rivolto verso l’alto, e perciò tanto spesso raffreddato, annunciava nuovi problemi; anche la colonna vertebrale finì ben presto al centro del conflitto.
 
Tutti i pesi assunti, i fardelli e le responsabilità, insieme alla più ampia visione prospettica consentita dalla posizione eretta contribuivano ad abbattere di nuovo un po’ gli uomini che si erano messi diritti. I carichi fisici erano di gran lunga i meno gravosi, poiché di questi gli esseri umani erano consapevoli.
 
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Al giorno d’oggi sono soprattutto i pesi e i fardelli inconsci quelli che opprimono gli uomini e gravano sui dischi intervertebrali.
 
71La lordosi indica una curvatura in avanti, la cifosi una all’indietro.
72Chorda dorsalis significa corda dorsale.
 
(Dott. Rudiger Dahlke)
Via Piave, 22, 61032 Fano PU, Italia

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