Vertigini e Sindrome di Ménière

Di fronte a questo termine non rimane molto da spiegare:

nomen est amen. Le vertigini rimandano, di fatto, a una vertigine più profonda che si studia bene nei prototipi della malattia, cioè nel mal di mare e nei disturbi di viaggio. Il fatto che questo disturbo si manifesti con maggiore frequenza a bordo di una nave, ha determinato la scelta del nome con il quale viene indicato, tuttavia esso si presenta anche in automobile, sulle montagne russe, nei luna-park e addirittura negli ascensori.

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Le condizioni di partenza sono in linea di principio sempre le stesse.

Una situazione tipica è la seguente: stiamo facendo un viaggio in mare e ci troviamo nella sala da pranzo sottocoperta. Di fronte agli occhi abbiamo una tavola imbandita, fissata al pavimento, che non accenna al minimo movimento. Di conseguenza gli organi della vista comunicano al sistema nervoso centrale:

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«Tutto è tranquillo, ogni cosa è al suo posto». Contemporaneamente però l’organo dell’equilibrio segnala dall’interno dell’orecchio la presenza di «movimenti rotatori».

In tal modo si crea una specie di situazione a doppio cieco (double-bind-situation), di fronte alla quale la centrale non riesce a trovare alcuna soluzione, poiché o si è in uno stato di quiete o ci si sta muovendo:

la copresenza di queste due realtà è chiaramente impossibile. In tale contesto l’organismo incarna le vertigini reali e informa la coscienza.

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Qui diviene particolarmente chiaro fino a che punto la malattia renda sinceri.

Il sintomo raffigura sul corpo della persona coinvolta ciò che essa non può riconoscere all’esterno, cioè che il terreno oscilla sotto i suoi piedi. 

Se i disturbi si avvertono durante i viaggi, queste avvisaglie sono innocue, poiché il pavimento si muove veramente; in malattie come la sclerosi multipla, il sintomo indica davvero che il terreno trema; qui però deve essere interpretato metaforicamente e di conseguenza è più minaccioso.

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Nel malessere che si manifesta in viaggio, il corpo, insieme alla nausea, avverte «conati di vomito» e vorrebbe «rimettere» al più presto. I malati, nel senso più autentico del termine, non si sentono nel loro elemento:

sono capitati in ambiente estraneo, vivono nell’illusione di stare ancora su un terreno sicuro e tranquillo, mentre invece già da tempo navigano sulle onde del mare. Se vogliono che tutto torni rapidamente a posto, dovrebbero ammettere a se stessi e a tutti i loro sensi di trovarsi in una situazione particolare e dovrebbero affidarsi all’elemento acqua, l’unico in grado di trasportarli.

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Non avrebbero bisogno di vomitare, se si arrendessero metaforicamente alla situazione.

La malattia contiene già in sé la soluzione e attraverso il vomito, spinge i soggetti a salire sopra coperta: lì i loro occhi vedono il movimento dell’acqua e della nave e le informazioni fornite da questi organi sono nuovamente in accordo con quelle che provengono dall’orecchio.

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Vertigine e nausea possono, allora, placarsi. Se in una barca a vela si mette la barra del timone in mano a una persona che soffre di vertigini, la verità viene immediatamente a galla: questa infatti dovrà concentrarsi sull’acqua e i suoi occhi riconosceranno il loro errore.

Questo è anche il motivo per cui chi nuota non ha mai il mal di mare; neppure il conducente dell’auto è colpito da questo disturbo, mentre lo sono gli altri viaggiatori.

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Sono i bambini, soprattutto, che tendono ad avere le «vertigini»: a differenza di chi è al volante, essi non guardano la strada, ma, giocando, rimangono con lo sguardo all’interno dell’auto. In questa situazione gli organi sensoriali inviano informazioni inconciliabili. Con la nausea i bambini rivelano che l’auto non è il loro elemento.

Una semplice soluzione consiste nel farli guardare in avanti e verso l’esterno, indicando loro cose interessanti.

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Un altro metodo, sperimentato in tutti i casi analoghi, consiste nella momentanea eliminazione delle informazioni inesatte, cosa che può essere ottenuta chiudendo semplicemente gli occhi: ne consegue che i movimenti che prima causavano i disturbi diventano gradevoli, si tende al sonno.

Ci si ritrova di nuovo nel proprio elemento perché la vita è iniziata proprio così nel liquido amniotico, perché molti adulti si dondolano con piacere, come i bambini. È estremamente importante chiudere gli occhi, abbandonare i controlli e lasciarsi andare a questa situazione primordiale.

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Lo stesso principio è valido per tutti gli altri tipi di vertigine, compresa quella dovuta a ipotensione, che si manifesta con notevole frequenza presso le persone afflitte da bassa pressione, ogni volta che passano con eccessiva rapidità dalla posizione supina a quella verticale.

Il loro malessere è causato dal movimento «troppo veloce». Costoro si comportano come se volessero porsi di fronte alla nuova giornata o a una nuova situazione con slancio e impeto. Se il loro comportamento non è sostenuto da forza interiore, il corpo deve rivelare, o meglio, incorporare la vertigine. I soggetti devono sdraiarsi di nuovo, però hanno una nuova chance se accettano di essere più lenti, ma più autentici.

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Un cosiddetto doppio legame è quello che si verifica, ad esempio, nelle situazioni prive di via d’uscita come la seguente: una persona riceve in regalo una giacca gialla e una rossa. Se indosserà quella gialla, farà dire agli altri: «Allora quella rossa non ti piace!», se invece indosserà quella rossa, accadrà il contrario.

La sindrome di Ménière


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In questo caso ci troviamo di fronte non tanto a una malattia circoscritta, ma a un complesso di sintomi, che includono capogiri, vomito, sudorazione e pallore. La sintomatologia è inoltre caratterizzata da perdita di udito e/o da acufeni e, sul fronte dell’occhio, da un fenomeno detto nistagmo, termine che deriva dal greco e significa tremore e oscillazione dell’occhio.

Tale disturbo accompagna diverse malattie nervose, come la sclerosi multipla e spesso anche alcune affezioni dell’orecchio, tra cui la sindrome di Ménière, che costituisce molto probabilmente un problema di pressione nel sistema del labirinto dei condotti.

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La malattia si manifesta all’improvviso, apparentemente a ciel sereno, gli attacchi si presentano alternati a periodi di normalità di varia lunghezza. 

Come la sclerosi multipla, anche le vertigini devono essere prese molto sul serio. Il corpo da un lato informa la persona che si trova su un terreno pericolante, e talvolta trasmette anche la sensazione che la terra sparisca sotto i piedi. Dall’altro crea l’illusione che esistano movimenti che di fatto sono inesistenti.

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Il terreno su cui la persona si muove è diventato insicuro, non si può più essere certi di nulla, efficienza e indipendenza sono continuamente minacciate, la stabilità è messa in discussione.

Se si ricerca nei territori della psiche e dello spirito, spesso si scopre che i pazienti si sono smarriti ad altezze vertiginose dal punto di vista etico, morale, religioso o delle ambizioni.

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Dilatare a dismisura le proprie pretese impedisce di trovare uno scopo di vita veramente motivante. Chi è in questa situazione è costretto a darsi continuamente da fare e la sua capacità di resistenza risulta sorprendente: del resto sono costantemente alla ricerca di riconoscimenti esterni.

Se tali riconoscimenti vengono improvvisamente a mancare, si precipita nella tipica situazione di scollamento, che spesso è correlata alla perdita del senso della vita. Una volta perso questo riferimento, diviene immediatamente evidente tutta la mancanza di sicurezza e la disperazione – forse non nella coscienza, ma di certo nel terreno oscillante.

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I pazienti non sono più certi neanche della loro stessa vita.

In tali situazioni, rese ancora più preoccupanti dall’insieme dei sintomi, cadono spesso in un circolo vizioso. Poiché i movimenti esterni possono innestare movimenti oscillatori interni, diventano quasi immobili, abbandonano tutto e si trincerano in se stessi.

La debolezza di udito, che viene ad aggiungersi a questo stato di cose, rafforza l’isolamento. Questa situazione di assoluta immobilità in un piccolo mondo minacciato da tempeste esteriori, costituisce un quadro sincero, pur se deprimente, della situazione.

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La base della vita è talmente limitata, talmente piccola, che non c’è posto neanche per tutte e due i piedi. A questo punto, sostenendosi su un solo piede che rappresenta i loro ideali, queste persone si sentono insicure e non trovano altra soluzione che tentare di elevarsi tanto al di sopra della cose profane di questo mondo – come per esempio la sessualità, come espressione della polarità – che la vertigine non si farà attendere.

Il fatto che il corpo debba mettere in scena un dramma, dimostra che i pazienti non sono affatto consapevoli della loro situazione. 
La causa medica dell’indebolimento d’udito che può manifestarsi all’improvviso o gradualmente, va certamente ricercata all’interno dell’orecchio, ai livelli più profondi.

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L’organismo vuol dire con questo mezzo che i soggetti non sono più in grado di ascoltare e di obbedire. C’è da supporre che chi non vuole ascoltare, debba necessariamente intuire.

Infatti quando le orecchie si chiudono ermeticamente, subentrano sensazioni sgradevoli, come la nausea: in tal modo il malato dovrebbe accorgersi che sta rifiutando di inghiottire qualcosa di indigesto e sta cercando di sbarazzarsene.

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Il tremore dell’occhio e lo sguardo inquieto che ne consegue sono segni evidenti di pericolo (di caduta?). La soluzione si trova nel sintomo principale: il soggetto inganna se stesso sulle basi traballanti della sua esistenza, il terreno su cui cammina minaccia continuamente di sparire sotto i suoi piedi.

L’apprendimento possibile è il seguente: abbandonarsi alla fluttuazione fino a quando non sarà chiaro che la vita è fatta di alti e bassi e che è meglio stare su due piedi piuttosto che su uno. Il sintomo costringe i soggetti a cercare un sostegno materiale, perché altrimenti cadrebbero. Inoltre spiegano a chiare lettere che sarebbe opportuno preoccuparsi della propria esistenza e, soprattutto, del contenuto della propria esistenza.

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Le vertigini insegnano che sarebbe meglio smettere di controllarsi continuamente. Per quanto riguarda la debolezza di udito, i sintomi ci dicono che non bisogna più ascoltare all’esterno, né obbedire a comandi che vengono dal di fuori, bensì ascoltare e obbedire a ciò che è dentro di noi, cioè alla voce interiore, che può indicarci la nostra strada.

La nausea e il vomito ci raccomandano ancora una volta di liberarci di ciò che è esterno e non utilizzabile e di farlo, se necessario, addirittura in modo aggressivo. Soprattutto occorre cercare la propria ragione di vita e abbracciarla. I movimenti improvvisi degli occhi ci suggeriscono di sbrigarci, perché non c’è tempo da perdere.

Nel profondo del sintomo si cela la sua soluzione.

Se la base della vita è sicura, l’ebbrezza dei sensi può mettere le ali e far dimenticare tempo e spazio. Nell’estasi amorosa si evidenziano altezze e profondità di sensazioni e s

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entimenti, e mentre precipitiamo in questa avventura che turba i sensi, l’equilibrio fisico rimane stabile e sicuro e la danza della vita diviene una gioia.

Domande 
1. Dove non riesco a unirmi alla base della mia vita? 
2. In che rapporto si trovano il senso della mia vita e il mio sostentamento? 
3. Perché non voglio sentire quello che la mia voce interiore cerca di dirmi? 
4. Che cosa non posso più utilizzare nella strada della mia vita e di che cosa mi devo sbarazzare immediatamente? 
5. Come va il mio orientamento nello spazio e nel tempo nel sistema di coordinate dell’esistenza? A cosa mi devo attenere? 
6. Quali sono i punti stabili della mia vita, quelli di cui mi posso fidare? 
7. C’è, nel mio mondo traballante, qualcosa che mi regge saldamente? 
8. Come posso abbandonarmi alla danza della vita, come posso sintonizzarmi con essa?

(Rudiger Dahlke)

Orecchio e Udito

Il padiglione auricolare, che costituisce la parte esterna dell’orecchio, ha, nel suo insieme, un forma femminea.

Mentre l’occhio è preposto a un’attività di controllo, l’orecchio risponde a una legge più passiva. Rimane sempre aperto, anche di notte, che rappresenta la metà femminile della giornata; non si lascia indirizzare, né controllare e di conseguenza non ha la stessa capacità di concentrazione dell’occhio.

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Per questo nessuna parte dell’orecchio possiede maggiore sensibilità rispetto alle altre. Mentre l’occhio seleziona a piacere e in linea di principio percepisce solo la metà della realtà, quella limitata al proprio orizzonte, l’orecchio non può staccare e per questo è sempre informato più dettagliatamente di quello che accade.

Anche quando ci mettiamo a letto e posiamo un orecchio sul guanciale, l’altro rimane all’erta. L’ampiezza della frequenza percepita dall’orecchio sulla scala elettromagnetica supera ampiamente quella dell’occhio.

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L’immobilità del padiglione auricolare, opposta alla estrema mobilità della palpebre, sottolinea ancora una volta il ruolo passivo di questo organo sensoriale, che trova la sua logica sede non al centro del volto come gli occhi, ma alla periferia.

Noi prestiamo orecchio a qualcuno o regaliamo qualche istante d’ascolto, mentre con gli sguardi facciamo centro sempre intorno a noi. Il fatto che gli animali abbiano la possibilità di muovere le orecchie e che tale facoltà sia rimasta solo a poche persone che la esercitano in modo abbastanza rudimentale, fa ipotizzare che questa capacità sia regredita perché trascurata. Soltanto in senso figurato possiamo tendere le orecchie.

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Che ormai siamo giunti a una situazione limite lo dimostra il fatto che ridiamo se vediamo qualcuno muovere il padiglione auricolare, mentre troviamo tragico che qualcuno non sia in grado di muovere gli occhi. La diversa importanza che attribuiamo ai due sensi è rivelata anche dal nostro affidarci costantemente alle vista, mentre di rado riusciamo ad essere tutt’orecchi: abbiamo quasi dimenticato l’importanza dell’ascolto.

L’elemento più caratteristico dell’orecchio, che precede il padiglione, è la coclea che, collocata all’interno, rappresenta la parte preposta alla percezione dei suoni e ha la forma simile a quella di una chiocciola. La spirale è un simbolo antichissimo e, a differenza della linea retta, descrive molto bene la realtà.

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I fisici nucleari l’hanno trovata là dove si forma nuova materia, nell’infinitamente piccolo, gli astrofisici studiando le dimensioni gigantesche dell’universo hanno incontrato la nebulosa a spirale, i biologi molecolari ne hanno trovato le tracce nel DNA, e gli psicoterapeuti la conoscono come il turbine con cui al momento del concepimento inizia il ciclo della vita che si conclude con la morte, quando l’anima abbandona il corpo.

La percezione dell’orecchio può di conseguenza essere vicina alla realtà, soprattutto se riflettiamo sul fatto che tutta la creazione ha avuto origine dal Big – bang. «Nada-Brahma, il mondo è suono»”. C. G. Carus ha detto:

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«L’orecchio, e in particolar modo la sua parte interna, può essere l’organo più importante e più significativo dell’evoluzione psichica». Schopenhauer e Kant richiamarono l’attenzione sul rapporto dell’orecchio con il tempo, che fin da i tempi più remoti è stato misurato in base al movimento delle stelle, le cui «orbite» sono, in realtà, delle spirali.

La vita è ritmo, ha affermato Rudolf Steiner, e poiché anche il tempo scorre ritmicamente, esso è strettamente vincolato alla nostra vita. Con gli occhi noi vediamo la superficie del mondo, i fenomeni; con l’orecchio però ascoltiamo in profondità, fino a raggiungere le radici della nostra vita.

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In questo senso agli occhi «fenomenologici» si contrappongono le orecchie «radicali» (dal lat. radix = radice). Ciò non rende le orecchie migliori dell’occhio, mostra soltanto che le utilizziamo in modo diverso e certamente più profondo.

Il rapporto di questi due importanti organi sensoriali si rivela nei rap¬porti interpersonali: noi ci vediamo e ci ascoltiamo reciprocamente. Attraverso il primo, entriamo in contatto, col secondo impariamo a comprenderci. Quanto profondamente l’udito ci coinvolga, lo dimostrano le nostre reazioni di fronte alla cecità e alla sordità.

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In genere si tende a ritenere la cecità come il male più grave, mentre l’esperienza mostra che questa è più facile da sopportare. Con l’udito, infatti, perdiamo la possibilità di vibrare, e di conseguenza di sentire insieme al mondo.

Da questa limitazione derivano disturbi psichici che possono arrivare fino alla depressione. La sordità tende a coincidere con l’insensibilità. Il proverbio dice che ascoltare e sentire possono sostituirsi l’uno con l’altro: «Chi non vuole ascoltare, deve sentire».

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Se veniamo privati dell’udito, ci ritroviamo a vivere in un mondo senza suoni e abbiamo la sensazione di essere respinti, emarginati, cosa molto difficile da sopportare. Come la creazione è iniziata con un suono, così anche ogni nuova creatura ascolta, all’inizio della propria esistenza, il battito del cuore materno.

Ogni madre avverte l’importanza di questo cordone ombelicale acustico e stringe spontaneamente e intuitivamente il proprio bambino inquieto al cuore.

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Nell’allattamento è proprio questo suono che riesce a rassicurare e tranquillizzare il piccolo. Anche tra le anatre si verifica lo stesso fenomeno: la mamma starnazza ininterrottamente e, finché gli anatroccoli riescono a sentirla, tutto è a posto. Non appena il suo richiamo si fa più debole, significa che è arrivato il momento di fare dietro-front.

L’indebolimento dell’udito ci suggerisce di smettere di ascoltare ciò che proviene dall’esterno e di non continuare ad aspettare che le risposte vengano da fuori. Non è più necessario stare in ascolto di ciò che è al di fuori di noi, bisogna invece ascoltare la voce interiore che ci viene indicata dalla malattia. Bisogna trovare il ritmo interiore.

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Secondo natura, questo è il compito proprio della maturità, che costituisce il periodo della vita in cui la malattia tende a manifestarsi. Chi in età avanzata continua a rivolgersi soltanto all’esterno, deve tenere conto del fatto che il destino correggerà presto il suo atteggiamento.

Ciò si verificherà però soltanto se il soggetto sarà disposto a chiudere le orecchie esteriori. Udire la nostra voce interiore, come del resto la voce di Dio, è cosa indipendente dalle orecchie fisiche e, nei casi estremi, questo è l’unico legame che resta.

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Un tale evento può essere vissuto come dramma o come occasione. Potremmo a questo punto pensare ai compositori Beethoven e Smetana, che, nonostante fossero completamente sordi, scrissero musica divina sentendola solo a livello interiore.

Domande: 
1. In che modo affronto lo stress, o per meglio dire come mi comporto di fronte alle provocazioni e alle sollecitazioni che vengono dal mondo circostante? Come reagisco alle pretese eccessive? 
2. Cosa era successo la prima volta che ho udito i suoni? Come ho reagito? 
3. Cosa non voglio più udire, chi non voglio più ascoltare, a chi non voglio più obbedire? 
4. Come va con l’equilibrio, la stabilità, l’indipendenza e la capacità di farsi valere? Cammino su un terreno sicuro? 
5. Che cosa vogliono dirmi i suoni interiori? E che ha da dirmi la mia voce interiore? Che ruolo hanno l’intuizione e l’introspezione nella mia vita?

(Rudiger Dahlke)

Le orecchie

Malattia Espressione dell’AnimA


Prestiamo attenzione prima di tutto ad alcuni modi di dire e formulazioni in cui viene utilizzata l’immagine dell’orecchio o dell’udito:

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Tenere le orecchie aperte – prestare orecchio a qualcuno o a qualcosa – ascoltare qualcuno. Tutte queste formulazioni ci mostrano il chiaro rapporto delle orecchie col tema del lasciar passare, del mettersi in atteggiamento passivo e ubbidiente.

Confrontata con l’udito, la vista è un modo molto più attivo di percezione. È anche più facile distogliere lo sguardo o chiudere gli occhi che tapparsi le orecchie.

La capacità di sentire è espressione fisica dell’ubbidienza e della sottomissione. A un bambino che non ubbidisce può per esempio capitarci di chiedere:

udito
Non senti bene? Chi non sente bene, non vuole ubbidire. Queste persone fingono di non sentire quello che in realtà non vogliono sentire.

C’è un certo egocentrismo nel non prestare più orecchio all’altro, nel non lasciare più entrare nulla. Manca la modestia e la disponibilità ad ubbidire. Lo stesso vale per la cosiddetta sordità da rumori.
 
Scultura, Bronzo, L'Ascolto, Spiare, Per Ascoltare
 
Non è il volume alto a danneggiare, ma la resistenza psichica contro il rumore, è il ” non voler lasciar passare ” che porta al ” non poter lasciar passare “. Si è notato che i disturbi più frequenti dell’orecchio si presentano nei bambini nell’età in cui debbono imparare ad ubbidire.
 
La maggior parte delle persone anziane soffre di durezza di udito. La sordità senile, al pari della vista cattiva, della rigidità muscolare e della difficoltà di movimento rientra nel quadro dei sintomi somatici della vecchiaia, che sono tutti espressione della tendenza dell’uomo a diventare con l’età sempre più rigido e inflessibile.


L’uomo anziano perde in genere la capacità di adattamento e la flessibilità, ed è sempre meno disponibile a ubbidire. L’evoluzione qui indicata è tipica dell’età senile, ma non necessaria. L’età esaspera i problemi non ancora risolti e rende onesti al pari della malattia.

Malattie delle orecchie:


Chi ha problemi con le orecchie o con l’udito, farebbe bene a porsi queste domande:
1. Perché non sono disponibile a prestare orecchio a qualcuno?
2. A chi o a che cosa non voglio ubbidire?
3. I due poli egocentrismo e modestia sono in equilibrio in me?
Capita a volte che si verifichi un crollo improvviso dell’udito, in genere unilaterale, che può arrivare fino alla sordità; in seguito è possibile che perda l’udito anche il secondo orecchio.

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Per poter interpretare bene questo sintomo occorre considerare bene la situazione di vita della persona colpita da questo disturbo.
Il crollo improvviso dell’udito è una esortazione a prestare orecchio alla voce interiore, ad ascoltarsi dentro. Soltanto chi già da lungo tempo è sordo per la propria voce interiore diventa sordo davvero.

(Dott.ri Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)
 

Il Viso e gli Occhi

Dopo aver terminato la presentazione dei grandi sistemi organici, procediamo ora con le parti del corpo non appartenenti direttamente all’uno o all’altro, ma frequentemente utilizzate dalla nostro Coscienza Interiore per «parlarci».

Il viso e le sue malattie

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Il viso ha la particolarità di raggruppare i cinque sensi, vale a dire la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto.

Rappresentando l’identità, è anche la sede privilegiata della percezione «sottile» del mondo esterno attraverso dei sensori sofisticati che permettono di percepire livelli elaborati del mondo materiale (colori, suoni, sapori, odori e temperature). Attraverso i
cinque sensi, esprimiamo le nostre difficoltà a percepire o ad accettare questi livelli dentro di noi.

malattia espressione dell'AnimA

Possiamo farlo con gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca o la pelle. I problemi generali del viso ci parleranno di un problema di identità, di una difficoltà ad accettare quella che abbiamo o crediamo di avere.

Acne, eczema, rossori, come pure barba, baffi, eccetera sono tutti mezzi che rivelano le nostre difficoltà ad accettare il nostro volto, sia perché non ci piace, sia perché è troppo bello e attira più di quanto vorremmo. Sono tutti modi atti a nasconderlo o ad imbruttirlo, a cambiare o rifiutare un’immagine d’identità che ci risulta insoddisfacente.

Gli occhi e le loro malattie


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Gli occhi sono gli organi della vista, della visione. Grazie ad essi, possiamo vedere il mondo esterno nei suoi colori (che sono la rappresentazione del sentimento) e, poiché sono due, in rilievo (che è la rappresentazione della struttura). L’occhio destro, che rappresenta la struttura dell’individuo (Yin), conferisce la visione «orizzontale» e l’occhio sinistro, rappresentante la personalità dell’individuo, dona la visione «verticale».

Gli occhi sono associati all’energia del Principio del Legno e in tal senso rappresentano il livello di percezione maggiormente in relazione con i sentimenti e con «l’essere».

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Ciò ci permette di comprendere più facilmente perché numerose miopie fanno la loro comparsa durante l’adolescenza che, ricordiamocelo (vedi anche scoliosi), è il periodo della vita in cui il ragazzo verifica i suoi punti di riferimento affettivi rispetto al mondo esterno, al di fuori della struttura familiare.

Le malattie degli occhi indicano quindi che abbiamo difficoltà a vedere qualcosa nella nostra vita e in particolare qualcosa che ci tocca a livello affettivo. Cos’è che non voglio vedere? Cosa rimette in discussione il mio essere o l’idea del posto che secondo me dovrebbe avere?

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Queste domande sono frequentemente associate ad una sensazione di ingiustizia. Se si tratta dell’occhio destro, la tensione è in rapporto con il simbolismo Yin (della madre) e se si tratta dell’occhio sinistro, ciò che ci rifiutiamo di vedere sarà in relazione con il simbolismo Yang (relativo al padre).

Ripenso qui al caso di Pascal che avevo citato per il femore. All’età di nove anni e mezzo, egli perse il padre in un incidente stradale avvenuto durante il lavoro. Questa scomparsa dovette, di fatto, essere accettata nel conscio e nella mente, ma la stessa cosa non avvenne per l’inconscio.

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L’anno successivo, il giorno del suo compleanno, sei mesi dopo la scomparsa, l’occhio sinistro del bambino si gonfiò improvvisamente. Nonostante un ricovero in ospedale e ripetute analisi, l’equipe medica non poté trovare nulla. Di fronte a ciò i medici decisero, davanti al bambino che si presumeva non potesse comprendere niente, di operarlo il giorno seguente per «vedere cosa ci fosse dentro». L’indomani, al risveglio, l’edema era completamente sparito.

(La Consapevolezza è arrivata prima)

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È evidente che il bambino rifiutava di «vedere», di accettare di percepire qualcosa in relazione allo Yang (padre). La paura dell’intervento gli fece arrestare immediatamente la manifestazione della tensione, preferendo soffocarla dentro di sé. Tuttavia, parecchi anni dopo, all’età di ventotto anni, ebbe a sua volta un incidente d’auto, anche nel suo caso tornando dal lavoro, nel quale si fratturò il femore sinistro.

Esattamente in quel periodo egli stava vivendo una difficile fase di conflitto e di fuga nei confronti di tutto ciò che poteva rappresentare una forma d’autorità, che fosse sociale o familiare.

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Egli riviveva senza esserne consapevole quanto aveva passato all’epoca della morte di suo padre, ossia «qual è il mio posto, chi sono, nessuno mi può capire o aiutare, perché questa ingiustizia, eccetera?». Ogni manifestazione oculare fornirà una particolare precisazione.

La miopia, una difficoltà a vedere lontano, rappresenta la paura inconscia del futuro che ci sembra offuscato, ovvero mal definito, sfuocato.

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La cataratta, caratterizzata da un oscuramento o addirittura da una scomparsa totale della vista, esprime la nostra paura del presente o del futuro che ci appaiono oscuri.

La presbiopia, che si manifesta mediante una difficoltà a vedere gli oggetti vicini, rappresenta il nostro timore di vedere ciò che è presente o relativo ad un futuro prossimo.

Questa «malattia», che riguarda principalmente le persone anziane, è sorprendentemente simile alla memoria, che segue in loro il medesimo processo in quanto si ricordano sempre meno dei fatti recenti e, al contrario, sempre più chiaramente dei fatti lontani nel tempo. 


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La presbiopia va in particolar modo associata all’approssimarsi della morte che rappresenta una scadenza che non è possibile «aver voglia di vedere».

L’astigmatismo si caratterizza per il fatto di non vedere gli oggetti esattamente come sono, ma «deformati». Ciò simboleggia la nostra difficoltà a vedere le cose (o noi stessi) tali e quali sono nella nostra vita.

Qualsiasi cosa che percepiamo, o non vogliamo vedere , cogliere, comprendere, ci appare deforme, il mondo fuori che stai creando è parte del tuo universo interiore .. integrare tutte le proprie parti significa osservare e creare un’esperienza degna di essere vissuta e condivisa

Michel Odoul modificato Ciani Francesco Ciani

Le vertigini

Le vertigini sono sensazioni che comportano perdite di equilibrio

sensazioni di «terra che manca sotto i piedi» o instabilità dei riferimenti visivi intorno a noi.

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Le vertigini esprimono il nostro bisogno di dominio dello spazio circostante e la ricerca di punti di riferimento precisi, definiti e stabili. Per questa ragione riguardano principalmente le persone ansiose o falsamente «distaccate».

Uno degli strumenti essenziali dell’equilibrio corporeo è l’orecchio, in particolare con quella «sorta di sabbia» che si trova dentro l’orecchio interno, la cui posizione e i cui movimenti sono fortemente responsabili della nostra stabilità fisica. Ora, l’orecchio, che appartiene al Principio dell’Acqua, rappresenta effettivamente i nostri punti di riferimento fondamentali.

La paura di non riuscire a controllare quello che accade, di non controllare lo spazio circostante si traduce in vertigini più o meno accentuate, dirette (vertigini in luoghi elevati) o indirette (situazioni particolari che provocano le vertigini).

È il caso classico delle vertigini avvertite nei giochi dei luna-park o durante la pratica di alcuni sport, nei quali i nostri punti di riferimento spaziali vengono disturbati, le vertigini sono anche segnale di possibili disequilibri, problemi con l’infanzia, variazione della situazione conosciuta. L’uomo possiede due centri: cuore e cervello – sentimento e pensiero.

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L’uomo del nostro tempo e della nostra civiltà ha sviluppato in misura particolare le forze cerebrali ed è quindi in costante pericolo di trascurare il suo secondo centro, il cuore. Non è però il caso di demonizzare il pensiero, la ragione e la testa:

non è questa la soluzione. Nessuno dei due centri è migliore o peggiore. L’uomo non deve scegliere tra l’uno e l’altro – deve restare in equilibrio.

La testa non deve rendersi autonoma e cercare di andare avanti senza il corpo e senza il cuore. Se il pensiero taglia i legami col basso, perde le radici. Il pensiero funzionale della scienza è per esempio un pensiero privo di radici – gli manca il rapporto col motivo primo – la Consapevolezza del Sè.

L’uomo che segue soltanto la propria testa sale ad altezze vertiginose senza alcun ancoraggio verso il basso: nessuna meraviglia quindi che perda la testa.

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La testa suona il campanello d’allarme. Ecco le vertigini o altre sintomatologie collegate (reni – intestino – acufeni ecc).

(Fonti Michele Odoul, Thorwald Dethlefsen, Rudiger Dahlke modificate by Francesco Ciani)

Il viso e gli occhi parlano di TE

Malattia Espressione dell’AnimA

Il viso ha la particolarità di raggruppare i cinque sensi, vale a dire la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto il tatto.

Rappresentando l’identità, è anche la sede privilegiata della percezione «sottile» del mondo esterno attraverso dei sensori sofisticati che permettono di percepire livelli elaborati del mondo materiale (colori, suoni, sapori, odori e temperature).

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Attraverso i 5 sensi, esprimiamo le nostre difficoltà a percepire o ad accettare questi livelli dentro di noi.

Possiamo farlo con gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca o la pelle. i problemi generati del viso ci parleranno di un problema di identità, di una difficoltà, ad accettare quella che abbiamo o crediamo di avere.

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Acne, eczema, rossori, come pure barba, baffi, eccetera sono tutti mezzi che rivelano le nostre difficoltà ad accettare il nostro volto, sia perché non ci piace, sia perché è troppo bello e attira più di quanto vorremmo.

Sono tutti modi atti a nasconderlo o ad imbruttirlo, a cambiare o rifiutare un’immagine d’identità che ci risulta insoddisfacente.

Gli occhi e le loro malattie

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Gli occhi sono gli organi della vista, della visione

Grazie ad essi, possiamo vedere il mondo esterno nei suoi colori (che sono la rappresentazione del sentimento) e, poiché sono due, in rilievo (che è la rappresentazione della struttura).

L’occhio destro, che rappresenta la struttura dell’individuo (Yin), conferisce la visione «orizzontale» e l’occhio sinistro, rappresentante la personalità dell’individuo, dona la visione «verticale».

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Gli occhi sono associati all’energia del Principio del Legno e in tal senso rappresentano il livello di percezione maggiormente in relazione con i sentimenti e con «l’essere».

Ciò ci permette di comprendere più facilmente perché nume-rose miopie fanno la loro comparsa durante l’adolescenza che, ricordiamocelo (vedi anche scoliosi), è il periodo della vita in cui il ragazzo verifica i suoi punti di riferimento effettivi rispetto al mondo esterno, al di fuori delel strutture familiare.

Le malattie degli occhi indicano quindi che abbiamo difficoltà a vedere qualcosa nella nostra vita e in particolare qualcosa che ci tocca a livello affettivo.

Cos’è che non voglio vedere? Cosa rimette in discussione il mio essere o l’idea del posto che secondo me dovrebbe avere? Queste domande sono frequentemente associate ad una sensazione di ingiustizia.

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Se si tratta dell’occhio destro, la tensione è in rapporto con il simbolismo Yin (della madre) e se si tratta dell’occhio sinistro, ciò che ci rifiutiamo di vedere sarà in relazione con il simbolismo Yang (relativo al padre).

Se sinistri è il rovescio

Ogni manifestazione oculare fornirà una particolare precisazione.La miopia, una difficoltà a vedere lontano, rappresenta la paura inconscia del futuro che ci sembra offuscato, ovvero mal definito, sfuocato.

La cataratta, caratterizzata da un oscuramento o addirittura da una scomparsa totale della vista, esprime la nostra paura del presente o del futuro che ci appaiono oscuri.

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La presbiopia, che si manifesta mediante una difficoltà a vedere gli oggetti vicini, rappresenta il nostro timore di vedere ciò che è presente o relativo ad un futuro prossimo.

Questa «malattia», che riguarda principalmente le persone anziane

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è sorprendentemente simile alla memoria, che segue in loro il medesimo processo in quanto si ricordano sempre meno dei fatti recenti e, al contrario, sempre più chiaramente dei fatti lontani nel tempo.

La presbiopia va in particolar modo associata all’approssimarsi della morte che rappresenta una scadenza che non è possibile «aver voglia di vedere».

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L’astigmatismo si caratterizza per il fatto di non vedere gli oggetti esattamente come sono, ma «deformati». Ciò simboleggia la nostra difficoltà a vedere le cose (o noi stessi) tali e quali sono nella nostra vita

(Michel Odoul)