SCFAs e Colesterolo

Certo anche l’uovo, è ricco di colesterolo

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in quanto ormai da decenni sappiamo che il colesterolo fa bene, lo riportano anche cardiologi come Guido Balestra, fanno il mea culpa per i consigli stolti che hanno dato per anni, frutto di una campagna pubblicitaria americana a favore dell’olio di semi, che l’unica cosa che fa, abbassa il colesterolo, ma nessuno ha mai dimostrato che sia salutare abbassarlo, anzi.

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Eppure oggi ci sono persone che vanno fiere dei livelli introno a 140, veri morti che camminano

Sull’altare del colesterolo è stata fatta una guerra ai grassi, come se il colesterolo provenisse dalla dieta, e dai grassi, perdendo così un’importante fonte alimentare per la nostra salute.

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Basti pensare che nessun carnivoro sulla Terra mangia la carne magra se non fortemente putrefatta (i necrofagi)

Noi, che non abbiamo lo stomaco dei carnivori, capace di ottenere dai grassi i SCFAs, invece la scegliamo bella magra. La coldiretti ci ha assicurato che la nostra carne è la migliore in quanto è la più magra!!!!

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Ma noi non abbiamo nemmeno più il colon dei frugiferi, in essi costituisce il 60% del sistema digestivo, nel nostro è solo il 20%, solo il doppio di quello dei carnivori a cui non serve.

Lì, in quel tratto di intestino, vivono i batteri a noi simbiotici che trasformano le fibre indigerite in SCFAs, che sono il nutriente delle cellule intestinali.

Abbiamo assolutamente bisogno per mantenere l’intestino nutrito e forte

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I SCFAs più prodotti da questi batteri sono il butirrico (burro) e l’acetico (aceto) e Valerico “Valeriana” e Inulina. che si ottengono da burro, aceto, tagli grassi, pesce e verdura, non da alimenti insulinici o con forte carico glicemico,

Allora chi vi consiglia di non assumere alimenti che rinnovano la matrice cellulare e tissutale, mitocndriale, come l’uovo che viene usato a fini plastici al 100% o è ignorante come una scarpa oppure è in malafede. In entrambi i casi scappate a gambe levate.

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Prof. Paolo Mainardi modificato

Psicofarmaci e Bambini

Il dottor Spock «fino a oltre i tre anni sapeva parlare pochissimo e quel poco lo diceva con esasperante lentezza». Anche Martin Buber imparò a parlare solo a tre anni. Uno degli insegnanti di James Thurber «disse a sua madre che probabilmente il bambino era sordo».

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Dislessia, ritardo cronico, distraibilità, iperattività sono sintomi della «sindrome da deficit dell’attenzione»: e sa Dio quanta pazienza ci vuole. Del resto, in quale altro modo si può contenere e snidare l’altra faccia di questo «deficit»?

Spesso i bambini così classificati, e anche gli adulti, sono quelli con intelligenza superiore alla media, inclini a perdersi in fantasticherie e con un’anima così sensibile e aperta che l’«Io» non riesce a starle dietro e il suo comportamento risulta disorganizzato. E allora, ale!, una bella cura di Ritalin, Prozac, Xanax: e funziona, naturalmente per il 50% o a livello sintomatico.

dieta depurativa

Ma il fatto che le pillole combattano il deficit non vuol dire che la causa ne sia confermata o che se ne sveli il significato. Le stampelle funzionano, ma non spiegano la mia gamba rotta. Come mai questo disturbo è tanto diffuso oggi? Su che cosa l’anima non vuole rivolgere l’attenzione, e che cosa starà facendo il daimon, visto che non sta leggendo, non sta parlando, non sta dando prestazioni rispondenti alle aspettative?

disbiosi

In questi casi bisogna ripartire a ritroso, rieducando l’ambiente, l’alimentazione, il Microbioma, per poi rieducare il linguaggio, sviluppare la sua creatività e scoprire anche il genio intrinseco nel bambino, che sta facendo i “capricci”.

James Hillman

Ascoltiamo il nostro corpo

L’essere umano è sicuramente l’animale più evoluto della terra e la sua intelligenza lo fa primeggiare sul mondo animale.

Purtroppo queste capacità, a volte, ci spingono ad una presunzione tale da ingigantire le nostre qualità, facendoci smarrire il senso della realtà. Sopravvalutiamo talmente la nostra intelligenza, di arrivare a pensare di poter insegnare al nostro corpo quello di cui realmente necessita, ignorando i messaggi che esso ci comunica.

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Messaggi collegati al funzionamento di tutte le azioni enzimatiche ed ormonali, che regolano il nostro corpo da milioni di anni. Ad esempio quando esso ha bisogno di nutrimento, ci fa pervenire il senso della fame.

Quando ha bisogno di acqua invia la sensazione della sete. Quando ha bisogno di Sali minerali, fa venire l’acquolina verso determinati cibi (esempio quelli salati). Quando dobbiamo urinare, ne sentiamo subito lo stimolo.

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Il cibo moderno ricco di carboidrati, confonde il nostro corpo e gli stimoli che di solito utilizza per comunicarci le sue necessità. Ciò avviene sia per il senso della fame che della sete.

Lo stimolo della fame

Lo stimolo della fame per noi è fondamentale, altrimenti non ricorderemo di mangiare, morendo di fame. Fondamentale è anche il gusto che proviamo nel farlo perché è legato alle esigenze del nostro corpo.

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Se ad esempio svolgiamo attività fisica, noteremo subito dopo, una voglia di alimenti zuccherati e salati (il primo per mancanza di zucchero nel sangue, il secondo per la perdita di minerali con il sudore).

La nostra alimentazione può creare delle dipendenze a seguito di quello che mangiamo e ciò ad opera delle cellule (neuroni del nostro cervello). Come ricorderete i carboidrati accelerano la produzione della serotonina ed il cervello, che ne trova giovamento, ci chiederà sempre di più quel tipo di sensazione (come succede per le droghe).

Un altro aspetto fondamentale della fame è il modo di percepirla.

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Quando assumiamo carboidrati digeribili in due ore, l’insulina causa un picco della leptina e subito dopo un suo calo. Il deficit di leptina causa l’innalzamento della grelina che non viene neanche contrastata dalla colecistochinina (che si può produrre solo con un pasto a base di proteine e grassi), e quindi, dopo due ore, riprendiamo ad avere fame.

Tale sensazione la definisco “fame glicemica” e si distingue dall’esigenza quasi irrefrenabile (il tipico “buco allo stomaco”) di mangiare qualcosa, soprattutto con il desiderio di assumere altri carboidrati (mangiandone con voracità).

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Quando decideremo di cambiare alimentazione seguendo il nuovo regime alimentare, ci accorgeremo che la sensazione di fame sarà totalmente diversa. Non sentiremo più buchi allo stomaco e né tanto meno l’urgenza di correre a mangiare, altrimenti diventiamo nervosi (attenuazione del cortisolo).

La nostra voglia sarà automaticamente orientata verso cibi ricchi di proteine e di grassi, gustandoli con molta più calma. In ultimo, non avremo più quella sensazione di aver mangiato troppo, colpevoli di non essere riusciti a fermarci in tempo (causata dalla mancata azione della colecistochina).

Vivere 120 Anni

Asse Intestino – Cervello

I neurotrasmettitori aminoacidi hanno la funzione d’inibire o stimolare la membrana della cellula ricevente (postsinaptica),

modificando la sensibilità della stessa a recepirli (amplificandone o spegnendone gli effetti).

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Il rilascio del Gaba nella fessura sinaptica determina una modificazione della membrana della cellula ricevente, rendendola refrattaria agli stimoli eccitatori, mentre l’acido glutammico svolge la funzione contraria.

I farmaci ansiolitici (contenenti benzodiazepine) si legano ai recettori della cellula ricevente (mutandone la forma), aumentandone l’affinità con il neurotrasmettitore e di conseguenza ampliandone l’effetto, ad insaputa della cellula trasmittente.

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I neurotrasmettitori monoamine (serotonina, dopamina e noradrenalina) hanno la funzione di modificare l’umore, il carattere, l’aggressività, oltre a stimolare l’apparato respiratorio, cardiovascolare e molto altro.
Vediamo altre funzioni dei neurotrasmettitori in maniera più dettagliata.

LA SEROTONINA

La serotonina fa parte del gruppo delle indolamine, avendo come precursore il triptofano (un aminoacido essenziale) presente principalmente nel formaggio, nella carne, in alcune verdure e in misura minore nei cereali.

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La sua funzione è molteplice in quanto regola l’umore, induce al rilassamento, al piacere ed al benessere, interagisce con il ciclo sonno-veglia, stimola l’interesse sessuale, aumenta la sensibilità al dolore e condiziona l’aggressività.

La serotonina interessa anche il sistema cardio-circolatorio, l’apparato respiratorio, regola l’attività gastrointestinale (la sua mancanza provoca stitichezza o la presenza eccessiva: diarrea) e la temperatura corporea.

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È implicata nelle emicranie e nelle cefalee, provocate dalla sua assenza. L’alimentazione è molto importante per regolare la quantità di serotonina nelle cellule nervose: i cibi ad alto e medio carico glicemico, attivano l’insulina, la quale aumenta in maniera eccessiva la quantità di triptofano trasportato all’interno del neurone a discapito anche degli altri neurotrasmettitori (inibizione).

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È per tale motivo che ingerendo cibi ricchi di zuccheri e carboidrati avvertiamo una sensazione di appagamento e di buon umore.

I farmaci antidepressivi (uno dei più famosi è il Prozac) hanno la capacità d’inibire la ricaptazione della serotonina (il neurotrasmettitore rimane attaccato alla membrana della cellula ricevente), riuscendo a lasciare attivo il segnale chimico (mantenendo uno stato di rilassamento e di buonumore).

LA DOPAMINA E LA NORADRENALINA

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La dopamina fa parte del gruppo delle catecolamine ed ha come precursori gli aminoacidi tirosina e fenilalanina, presenti nella carne, nel pesce, nei formaggi, nelle uova e nelle verdure.

La sua funzione è molteplice ed interagisce con la nostra parte emozionale. Essa crea le sensazioni di soddisfazione, gratificazione sessuale, motivazione (o della punizione), stimolando l’attenzione, la memoria e l’apprendimento (legato al lavoro), il comportamento, la cognizione ed il movimento volontario.

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Agisce sul sistema simpatico (sistema nervoso autonomo), causando l’aumento della pressione sanguigna e del battito cardiaco.

La noradrenalina ha una funzione specifica nel predisporre il nostro corpo ad uno stato di attenzione (“combatti o scappa”), aumentando l’attività del cervello, il numero dei battiti cardiaci, la pressione arteriosa, la mobilitazione degli zuccheri, la vasodilatazione dei bronchi e la predisposizione al rilascio dell’adrenalina.

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Questi due neurotrasmettitori sono regolati dalle cellule del nostro cervello, in base alla necessità, aumentando esponenzialmente con l’attivazione del cortisolo, il quale inibisce l’accesso del triptofano nelle cellule del cervello (abbassando in tal modo la serotonina).

IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA I NEUROTRASMETTITORI

L’aumento incontrollato delle malattie mentali (ansia, depressione, schizofrenia, disturbo bipolare), che oramai coinvolge il 25% della popolazione italiana, è dovuto ad una mancanza di equilibrio tra i vari neurotrasmettitori.

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Il cervello è in grado di utilizzare la serotonina, la dopamina e la noradrenalina, in base alla loro funzione specifica, come fossero delle leve con le quali governare il corpo.

Purtroppo però, la nostra alimentazione (lontana da quella ancestrale) ed il nostro stile di vita, hanno compromesso tale strumento di comando a disposizione dell’organismo, trasformandolo al contrario, in un sistema inefficiente ed autodistruttivo.

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Pertanto un’alimentazione a base di carne, pesce, frutta e verdura, offrirebbe alle cellule del cervello, la giusta quantità di aminoacidi necessari per produrre le quantità ottimali di neurotrasmettitori ed in particolare, senza creare un sistema di antagonismo tra la serotonina e gli altri due neurotrasmettitori, dopamina e noradrenalina.

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Il glutammato monosodico

Asse intestino – Cervello

Un’altra sostanza ormai onnipresente nei cibi confezionati, nei cibi precotti e nei famosi dadi o granulari per il brodo è il glutammato monosodico, un cosiddetto “esaltatore di sapidità” che però molti medici coraggiosi sconsigliano assolutamente di ingerire.

Il dottor Russell Blaylock lo definisce eccito-tossina, in quanto sovraeccita il cervello, e si tratta di una delle tante sostanze che sia Kerri Rivera che Natasha Campbell consigliano di evitare.
 
Cibo, Vegetale, Sano, Pasto, Cipolla, Cucina, Dieta
 
Se troverò il tempo dedicherò qualche riga in più a questa sostanza in una prossima revisione del libro, anche se, dopo tutte queste informazioni sui dolcificanti artificiali, credo che nessuno dei lettori abbia voglia di continuare ad assumere glutammato.

Ad ogni modo segnalo l’articolo Cognitive and biochemical effects of monosodium glutamate and aspartame, administered individually and in combination in male albino mice;
 
Risultati immagini per demenza senile
 
che sebbene sia uno studio su animali differenti dall’uomo, fa venire molti sospetti, in quanto sia la somministrazione singola di aspartame o glutammato monosodico che la somministrazione abbinata delle due sostanze ha causato effetti negativi sulla risposta cognitiva, sulla memoria e sulle capacità di apprendimento.
 
Ma la somministrazione associata delle due sostanze ha avuto un effetto ancora peggiore della somma dei due effetti negativi appena descritti, in quanto si è misurato un calo dei neurotrasmettitori dopamina e serotonina ed uno stress ossidativo a livello cerebrale.
 
Curry, Polvere, Caldo, Spezia, Cibo, Superficie
 
782 Pubblicato su Neurotoxicology and Teratology 2014 Mar-Apr;42:60-7; autori Abu-Taweel GM1, A ZM, Ajarem JS, Ahmad M; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24556450.

Patate dolci 

Mentre la patata è stata ingiustamente colpevolizzata

la patata dolce, più colorata e attraente, ha ricevuto una parte dell’attenzione che merita. Ma come tutti gli altri cibi presentati in questo libro, meriterebbe più credito di quello che le viene accordato, perché è davvero preziosa.

Tanto per cominciare, le patate dolci promuovono la formazione di batteri buoni nello stomaco, nell’intestino tenue e nel colon e al contempo affamano quelli nocivi, i funghi e le muffe che si annidano in queste aree.

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Sono estremamente efficaci nel potenziare la produzione di vitamina B12 e aiutano a prevenire una patologia chiamata megacolon, ovvero l’ingrossamento del colon dovuto alla proliferazione di Clostridium difficile, streptococchi, stafilococchi, Escherichia coli, Helicobacter pylori, clamidia e/o altri batteri.

Inoltre questo supercibo contribuisce ad alleviare il restringimento del tratto intestinale per via dell’infiammazione cronica che spesso viene diagnosticata come colite o morbo di Crohn.

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Ricche di vitamine, minerali e altre sostanze nutritive, le patate dolci dalla polpa arancione sono particolarmente apprezzate per l’elevato contenuto di carotenoidi, come il betacarotene e il licopene, ed è giusto che sia così:

sono composti fitochimici estremamente potenti. Se hai la carnagione chiara e mangi una patata dolce ogni giorno, in breve tempo vedrai che la tua pelle assumerà un bel colorito come se fosse baciata dal sole.

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Associato all’abbondante presenza di aminoacidi, il licopene di queste patate è eccellente per rimuovere le radiazioni dal corpo; per di più, i composti fitochimici svolgono un’azione anticancerogena e aiutano a prevenire il cancro alla pelle, al seno, all’apparato riproduttivo, allo stomaco, all’intestino, all’esofago e al retto.

Le patate dolci sono anche fitoestrogeniche e svolgono una funzione vitale nell’espellere gli estrogeni inservibili, distruttivi e potenzialmente cancerogeni che interferiscono con l’equilibrio ormonale dell’organismo; questi estrogeni derivano dai materiali plastici, dai farmaci, dalle tossine alimentari e ambientali, ma anche dal corpo stesso che ne produce quantità eccessive (a causa di un’alimentazione troppo ricca di cibi estrogenici).

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Siccome il corpo non può utilizzarli, gli estrogeni in eccesso rimangono inattivi e si accumulano negli organi, influendo negativamente sul sistema endocrino, mentre eliminandoli le patate dolci fanno spazio a quelli più salutari.

Questi ortaggi sono importanti anche per regolare la crescita dei capelli: la stimolano dove serve e la inibiscono nei punti in cui non serve, prevenendo una condizione chiamata irsutismo.

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Se hai problemi d’insonnia o altri disturbi del sonno, le patate dolci possono esserti molto utili. Offrono una preziosa forma di glucosio che stimola lo sviluppo di neurotrasmettitori come la glicina, la dopamina, il GABA e la serotonina, che favoriscono un riposo ristoratore.

Che ti piacciano arancioni, gialle, bianche, rosa o viola, non esitare a mangiarle: ogni varietà di questi tuberi ha proprietà medicinali che ti daranno più forza nella vita.

MALATTIE

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Se hai una delle seguenti malattie, prova a introdurre le patate dolci nella tua vita.

Megacolon, irsutismo, colite, morbo di Crohn, cancro alla pelle, al seno, alle ovaie, alla cervice, allo stomaco, all’intestino, al colon-retto, all’esofago, disturbi del sonno, sindrome da stanchezza cronica, malattie cardiache, malattie ai reni, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, insonnia, alopecia, scottature solari, sindrome di Asperger,

sindrome del colon irritabile, artrite psoriasica, epilessia, ernia iatale, affaticamento surrenale, neuropatia, disturbo da stress post-traumatico, ansia, depressione, eczema, psoriasi, herpes zoster, infezioni alle vie urinarie, clamidia, sindrome dell’ovaio policistico, endometriosi, sclerodermia, lichen sclerosus, celiachia, ansia sociale.

SINTOMI

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Se hai uno dei seguenti sintomi, prova a introdurre le patate dolci nella tua vita.

Forfora, disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare, diarrea, ansia, disturbi al tratto intestinale, colon infiammato, spasmi al colon, bruciore allo stomaco, tessuti cicatriziali, crampi e spasmi muscolari, intolleranze alimentari, palpitazioni, vampate, crampi addominali, invecchiamento accelerato, lesioni al cervello, spasmi al colon, depersonalizzazione, disturbi digestivi, anomalie negli esiti del Pap test, secchezza agli occhi, gonfiore, macchie dell’età, accumulo di peso, desquamazione della pelle, polipi intestinali.

SUPPORTO EMOTIVO

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Se hai bisogno di coccolarti, non c’è nulla di più confortante di una patata dolce cotta al forno.

A differenza dei comuni “cibi di conforto”, solitamente unti, fritti o pieni di zuccheri e conservanti che ti fanno sentire gonfio, appesantito e ancora più depresso, le patate dolci hanno proprietà che danno davvero la sensazione di essere protetto e accudito, come se ricevessi un abbraccio, dandoti la forza di affrontare i momenti difficili.

INSEGNAMENTO SPIRITUALE

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Hai mai notato che, quando cuoci al forno una patata dolce, gli zuccheri naturali ribollono e colano ai lati?

Di per sé la patata dolce è ricca di tutto ciò che si possa desiderare, ma a noi non sembra mai abbastanza. Le ricette più diffuse prevedono l’aggiunta di burro, panna, zucchero di canna; pur essendo dolcissime e perfette così come sono, le roviniamo, mascherando le loro qualità naturali ed esagerando.

C’è un’area nella tua vita in cui sarebbe opportuno eliminare i “condimenti” superflui? Non abbinarci mai pasta, pane pizza farinacei. Le patate dolci c’insegnano a valutare le circostanze in cui abbiamo ricevuto un dono perfetto e, per paura o per incapacità di apprezzarlo, pensiamo che non sia sufficiente.

SUGGERIMENTI

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Per ottenere i massimi benefici dalle patate dolci, non mangiarle mai con pane , pizza pasta farinacei. Se desideri accompagnarle con un condimento cremoso, prendi qualche cucchiaiata di avocado e spalmacelo sopra come se fosse burro.

Dopo aver cotto una certa quantità di patate dolci (la cottura al vapore e quella al forno sono le più salutari), mettine da parte alcune e conservale in frigorifero: aggiunte alle insalate, aiutano il corpo ad assorbire meglio le sostanze nutritive delle verdure a foglia verde. E qualche boccone di patata dolce nelle notti insonni favorisce il sonno.

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Se hai una ferita, prova a sfregarla con una fetta di patata dolce cruda. Questo ortaggio ha proprietà medicinali che stimolano la guarigione e la rigenerazione della pelle riducendo le cicatrici.

Per attenuare le borse sotto gli occhi, spesso si usano le fette di cetriolo. Per variare, prova con due fette di patate dolci fredde: l’impacco farà penetrare il betacarotene nel tessuto perioculare, ridando vitalità al tuo incarnato.

Se hai preso una scottatura, mangia una patata dolce per guarire più in fretta.

Se hai diversi tessuti cicatriziali dovuti a interventi chirurgici, mangia due patate dolci al giorno per una settimana, poi una al giorno per tre settimane. Ripeti la pratica ogni mese finché ottieni dei miglioramenti.

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Se stai per guardare un film dell’orrore o d’azione, mangia una patata dolce prima di vederlo: aiuterà le tue ghiandole surrenali a sopportare meglio la paura e la suspence.

PATATE DOLCI FARCITE CON CAVOLO BRASATO
Per due/quattro porzioni

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Questo è un ottimo piatto per le cene infrasettimanali, e i singoli componenti si possono cuocere in anticipo per poi assemblarli poco prima di servire.
Le patate dolci e il cavolo, una volta cotti, si conservano in frigorifero fino a quattro giorni, dopodiché basteranno pochi minuti per ultimare la preparazione.

Per ottenere migliori risultati, appronta la salsa appena prima di portare in tavola il piatto, e versala calda e fumante sulle patate dolci farcite.
4 patate dolci
4 spicchi d’aglio tritato
1 cipolla a cubetti
1 cucchiaio d’olio di cocco
1 cavolo rosso a straccetti
½ cucchiaino di sale marino
½ limone

PER LA SALSA:

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1 cucchiaio di olio d’oliva
1 cucchiaio di miele grezzo
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio di zenzero fresco grattugiato

PER GUARNIRE:
4 cucchiai di prezzemolo tritato
Preriscalda il forno a 200 °C. Sistema le patate dolci sulla carta da forno e cuocile per 45/60 minuti, o fino a quando si lasciano forare facilmente con una forchetta.
In una casseruola capiente fai saltare l’aglio e le cipolle in un cucchiaio d’olio a fuoco medio per 5/10 minuti, mescolando di tanto in tanto finché le cipolle sono morbide e trasparenti. Aggiungi il cavolo e il sale insieme a mezza tazza d’acqua, copri e cuoci a fuoco medio per 30/40 minuti finché il cavolo è tenero, mescolando ogni tanto e aggiungendo un goccio d’acqua se serve per ammorbidire.

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Apri le patate dolci a metà e schiaccia leggermente ogni lato con una forchetta. Farciscile con il cavolo brasato inserendone il più possibile all’interno.

Prepara la salsa poco prima di servire (per quattro porzioni, raddoppia le dosi indicate per la salsa). Metti tutti gli ingredienti in un pentolino e fai cuocere a fuoco medio-alto finché iniziano a sobbollire. Continua a mescolare per uno o due minuti per amalgamare bene la salsa e farla addensare. Versala sulle patate dolci, guarnisci con il prezzemolo e gustale!

by (Anthony William cibi che ti cambiano la vita) modificato

Depressione

Asse intestino – Cervello

L’ormone della felicità serotonina viene prodotta nel cervello dall’amminoacido triptofano che a sua volta si ottiene dalla demolizione delle proteine dalla dieta nell’intestino.

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Chi soffre di depressione, ansia, agitazione …

a causa di problemi digestivi e quindi un microbiota povero, ha una scarsa disponibilità di triptofano e quindi serotonina;

visto che carboidrati e zuccheri innalzano i livelli di serotonina non è un caso che chi soffre di questi disturbi consuma questi alimenti in grande quantità e non ne può fare a a meno.

Depressione, agitazione e ansia non sono quindi dovuti solo a traumi emotivi ma possono essere dovuti a livello organico a problemi digestivi. 

Il morbo di Alzheimer

Malattia Espressione dell’AnimA

Questa malattia veniva chiamata in passato anche «demenza presenile» perché introduce precocemente nel gioco della vita tutti i processi della normale decadenza senile.

Si manifesta più di frequente tra i cinquantesimo e il sessantesimo anno di vita e colpisce prevalentemente le donne. Simile a una precoce caricatura dei processi di invecchiamento del cervello, questo morbo avanza rapidamente in una società che invecchia molto tardi.

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Al momento i colpiti rappresentano il sei per cento della popolazione ultrasessantacinquenne, ma la tendenza è in aumento.

Solo in Germania i malati ammontano a seicentomila e a questi se ne aggiungono ogni anno cinquantamila: nel frattempo il morbo di Alzheimer è al quarto posto nelle cause di morte nei paesi industrializzati: i non (ancora) colpiti non sono però del tutto consapevoli della gravità del problema.

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La «grande dimenticanza» viene essa stessa dimenticata. Un morbo che determina la perdita dell’intelletto rappresenta una vera e propria provocazione per chi appartiene a una società dominata dalla ragione.

Quando 90 anni fa Io psichiatra bavarese Alois Alzheimer ne parlò per la prima volta, i medici non vollero neppure ascoltarlo.


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Solo negli ultimi anni, a causa dei numeri in continuo rialzo, si è sviluppata una certa consapevolezza della pericolosità di questa terribile malattia, che porta alla perdita della coscienza e che può colpire chiunque, provocando la degenerazione del cervello.

Il velo grigio della vecchiaia assume la forma di un cosiddetto accumulo di amiloide, che si insinua soprattutto tra le connessioni delle cellule nervose, le sinapsi.

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Le concrezioni di albumina si uniscono ai composti di alluminio fino a formare una sorta di cemento mortale che mura la parte interna delle cellule nervose e impedisce la trasmissione dell’impulso: ne consegue che la funzione principale dei nervi, quella di creare legami, viene annullata.

La rete di comunicazione tra il cervello, responsabile delle funzioni logiche, e il sistema limbico, da cui dipende l’universo delle sensazioni, viene così bloccata.

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Mentre la memoria, l’intelligenza, la facoltà di decidere, l’orientamento, il linguaggio e tutto quello che viene determinato dall’intelletto va perduto, restano i sentimenti e il senso di rispetto per il modello sociale, la capacità di percepire il ritmo e la musicalità.

In tempi recenti ci si è concentrati di più su questo problema e la ricerca scientifica ha aperto diverse strade.

Innanzitutto si cerca di risalire a cause genetiche, visto che un decimo delle persone colpite ha sicuramente contratto questa malattia per via ereditaria e che praticamente tutte le persone affette da sindrome di Down (i mongoloidi), non appena arrivano ai trenta anni, contraggono il morbo di Alzheimer.

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Per questo si sospetta che le due malattie siano accomunate da un difetto del ventunesimo cromosoma. Il motivo scatenante resta tuttavia un problema aperto.

Si discute inoltre sull’influenza dell’ossigeno aggressivo, i cosiddetti radicali, che attaccano gli involucri grassi dei nervi determinando una carenza di anticorpi.

L’ossigeno di per sé non è sotto inchiesta, lo sono invece alcune molecole particolarmente aggressive, ad esempio quelle che si formano nella decomposizione dell’ozono.

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La sintomatologia si manifesta inizialmente con leggeri disturbi della memoria, soprattutto di quella a breve termine, mentre le funzioni di quella a lungo termine restano intatte.

È una situazione tipica delle persone anziane, che dimenticano spesso i fatti più recenti, ma ricordano molto bene gli avvenimenti remoti.

Con l’avanzare inesorabile della malattia, si manifestano irrequietezza e motilità che costringono i pazienti a camminare a passi minuscoli: si aggiungono inoltre disturbi nell’orientamento e nel linguaggio, difficoltà a riconoscere le persone e a compiere azioni sensate. In seguito si manifestano depressioni, più raramente stati di euforia.

Il morbo si manifesta sempre nella seconda metà della vita e quindi nella fase di ritorno e di raccoglimento interiore.

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L’interpretazione dei sintomi mette in luce il rapporto con la via evolutiva e mostra in che misura tale rapporto sia andato perduto, oppure trasferito nel corpo. Il comandamento di Cristo, che ci esorta a diventare come bambini, è affondato nell’ombra: i soggetti diventano infantili e subiscono una concreta involuzione.

La perdita crescente della memoria a breve termine mostra che non ci si sente più responsabili delle cose vicine. I pazienti dimenticano nel senso più reale del termine la loro vita, che dal presente si sposta nel passato.

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Attraverso il crollo della memoria sono crudelmente costretti a vivere nel presente, oppure può avvenire che il passato divenga una cosa sola col presente.

La vita dell’ hic et nunc, la meta del cammino evolutivo, ha in questa forma irrisolta qualcosa di spaventoso. L’immersione consapevole nell’istante presenta i compiti essenziali della vita nella polarità; nelle persone affette da morbo di Alzheimer irrequietezza e motilità tradiscono ciò che vorrebbero ancora fare.

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Con la perdita del senso del tempo, viene anche meno la capacità di comprendere sia la strada della vita che i suoi compiti. Chi non ricorda più niente e vive al di là del tempo lineare, non può più avere responsabilità di alcun tipo. La perdita dell’orientamento va nella stessa direzione.

Quando la vita termina, non solo non si è raggiunto nessuno scopo, ma si ha addirittura smarrita la strada. I pazienti non sanno più dove sono e dove vanno. Con l’orientamento hanno perso nel vero senso della parola anche l’oriente, la direzione da cui secondo le Sacre Scritture proviene la luce.

Alla fine della loro strada manca la luce, e con essa la speranza.

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Le frequenti depressioni sono dovute all’assenza completa di prospettive e speranze. La carenza di attenzione e di rispetto verso gli altri, che può dare tanto ai nervi ai parenti, ne è quasi una logica conseguenza.

Poiché tutte le funzioni di controllo dell’intelletto cadono, le emozioni possono scaricarsi tranquillamente, come nei bambini piccoli. Quello che i pazienti hanno represso nella vita per educazione o per scrupoli di altro tipo, si manifesta ora liberamente.

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La sofferenza che soprattutto di notte assume proporzioni impressionanti, per cui i malati, presi dal panico, si svegliano urlando o cominciano a vagare per casa, è difficilmente comprensibile a chi li assiste.

Dato che i pazienti sono privi del senso di orientamento e della memoria, si svegliano di notte nel buio più totale senza sapere dove sono, e in seguito neanche chi sono. Talvolta è necessario lasciare accesa una piccola luce simbolica, come si fa con i bambini, per illuminare il Iato oscuro della realtà.

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La malattia può essere interpretata come un ritornare-ad-essere-bambini sprofondalo nel corpo. I pazienti si attaccano proprio come bambini alle persone che li assistono, amano stare attaccati alle loro gonne o per lo meno assicurarsi della loro vicinanza attraverso segnali acustici, come cantare o sussurrare.

Come i bambini in tenera età, odiano le porte chiuse e il senso di insicurezza. Preferiscono restare nelle zone che ben conoscono, a cui sono abituati, si spaventano anche di fronte alle sorprese o ai cambiamenti fatti con le migliori intenzioni.

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Non c’è modo di discutere con loro, però reagiscono con gratitudine alle manifestazioni di affetto, come carezze o lodi. Se si vogliono evitare i loro attacchi d’ira, bisogna dar loro sempre ragione, si deve lasciarli vincere al gioco e addossarsi sempre ogni colpa.

In conclusione, hanno bisogno di essere curati in tutto e per tutto come bambini: devono essere nutriti e perfino fasciati. Mentre i pazienti ritornano agli inizi della vita, richiedono al loro ambiente un’umiltà che è molto difficile in quanto le speranze di miglioramento sono limitate.

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L’irrequietezza, detta discinesia, che costringe i pazienti a camminare a piccoli passi, testimonia che in loro esiste un impulso a muoversi, ma anche che questo impulso è ostacolato dai passi troppo piccoli e privi di direzione.

I pazienti si muovono in circolo. L’incapacità di rimanere seduti e fermi dimostra il bisogno di comunicazione e di collegamento con la vita e l’azione. Il fatto che si perdono ad ogni occasione perché non riconoscono più niente, fa capire che hanno simbolicamente rinunciato alla loro strada.

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I disturbi nell’articolazione del linguaggio indicano quanto il contatto con l’esterno sia divenuto difficile e col tempo addirittura impossibile. Perdono continuamente il filo del discorso, così come nella vita hanno perso l’orientamento. Il film si spezza sempre più spesso finché alla fine non rimangono che fotogrammi staccati.

Le frasi diventano sempre più corte, si riducono a parole, perdono man mano di logica, per poi esaurirsi del tutto. I pazienti ormai non hanno più niente da dire e vengono simbolicamente interdetti. Riescono ad esprimersi solo attraverso una comunicazione non verbale.

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Il termine medico utilizzato per definire questo problema del linguaggio è disfasia, che significa: i malati non vibrano più con Io stesso ritmo degli altri, sono disorientati anche nel linguaggio, col risultato di perdere col tempo anche questa capacità.

L’agnosia è un sintomo ulteriore, indica l’incapacità di riconoscere e alla fine arriva al punto che i pazienti non riconoscono più neanche se stessi. L’auto-conoscenza come scopo del cammino dell’uomo è affondata nelle ombre, come naturalmente anche il mondo che non può più essere riconosciuto come compito.

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L’aprassia, l’incapacità di compiere azioni pratiche, impedisce di utilizzare gli aiuti che la vita mette a disposizione. I pazienti affondano nell’inattività e nell’inettitudine. Con un mondo che non riconoscono più, non sono più in grado di confrontarsi.

La depressione riporta con chiarezza il tema a un denominatore comune.

La depressione è anche una mancanza di tensione e in effetti rappresenta una delle forme irrisolte del rilassamento. I pazienti diventano psicologicamente e fisicamente dipendenti e rinunciano a prendersi cura della propria vita, affidando tale compito al prossimo.

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Qui si rivela in modo drastico che il ritorno alle origini della vita è affondato nell’ombra.

Invece di diventare come bambini in modo libero e redento, corpo, anima e spirito regrediscono all’età infantile. Invece di camminare per il mondo col cuore aperto, pronti a stupirsi di fronte al miracolo della vita, i malati affondano nell’afasia.

Invece di conquistarsi a piccoli passi il loro spazio nella vita, si muovono in cerchio a passi minimi e si perdono.

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Fuggono verso il passato, verso la mancanza di responsabilità dell’infanzia, esigono attenzioni e cure senza dare niente in cambio e vivono inconsapevolmente scaricando su tutta la famiglia o sui singoli parenti quegli incarichi che essi stessi non sono assolutamente disposti ad assumere.

L’immagine delle cellule nervose murate nel cemento coi loro collega¬menti interrotti, rispecchia da un punto di vista anatomico la loro situazione.
Anche se si intende la de-pressione, secondo l’accezione attuale, come bassa-pressione, emerge l’aspetto della fuga perché tutti gli impulsi vitali vengono repressi. Il risultato è la morte da vivi.

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Alla fine la tensione non risolta e la repressione completa delle forze vitali sfociano nella morte.

Spesso non si sa chi soffre di più, se il malato o coloro che liberamente scelgono di rimanergli accanto. Mentre i pazienti percorrono inesorabilmente all’indietro la loro strada, chi li assiste si ritrova a dover affrontare molti sacrifici. È una variante della strada del ritorno, che i pazienti sfiduciati hanno rifiutato.

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Mentre i primi sono ora costretti a seguirla inconsapevolmente soffrendo, chi sceglie di rimanere al loro fianco per aiutarli la condivide consciamente. Alcune persone che si sono consacrate a questo compito dichiarano di essere cambiate profondamente e di essersi arricchite.

Chi affronta questo impegno sovrumano, imparerà molto su di sé, sull’essere bambini, sul coraggio e sull’umiltà.

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La cosa più deprimente e diversa rispetto all’educazione di un bambino, che nonostante i problemi ha sempre come fine quello del miglioramento, è la consapevolezza della mancanza di prospettive.

Mentre i bambini crescono, coloro che sono stati colpiti da morbo di Alzheimer precipitano. Del resto, educare un bambino quando ha ormai dieci anni è tardi. È necessario avere una guida sulla via che riporta a casa.

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La fase più importante e più difficile della strada dell’uomo, la discesa nelle tenebre, ha preso forma e per coloro che scelgono liberamente di condurvi l’anima altrui non è meno importante che per coloro che vengono accompagnati.

Percorrere questa strada richiama alla memoria il mito di Orfeo e Euridice, anche se nella nostra società sono principalmente le donne che si assumono il compito di accompagnare l’anima della persona amata nella discesa al regno dei morti.

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Si capiscono allora i racconti di coniugi o figli che si sono presi cura del malato, che descrivono i felici momenti d’amore vissuti insieme all’ammalato, che riesce spesso ad esprimere questo sentimento solo quando il carro armato intellettuale si infrange.

Sui gradini posti alla fine della strada che si sta percorrendo, vicinissimi ormai all’oscurità imperscrutabile, anche queste esperienze devono necessariamente essere sacrificate: l’amore individuale verso il singolo si trasforma necessariamente in un amore che tutto abbraccia, che va oltre la persona, poiché l’essere umano che si è conosciuto così bene sparisce nell’oscurità, e si rimane soli. In questa realtà domina il vuoto assoluto.

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Anche la persona illuminata rinuncia al proprio ego, e la sua individualità svanisce nel momento in cui entra nel grande vuoto. La differenza fonda¬mentale è però nella coscienza.

Per questo una malattia che anticipa le «fasi normali della decadenza senile» rappresenta lo specchio chiaro e spaventoso di una società, in cui un numero sempre maggiore di persone è colpita dal morbo di Alzheimer.

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Invecchiare significa molto spesso da noi diventare bambini, o attraverso malattie quali la sclerosi del cervello, altre forme di demenza, colpi apoplettici o semplicemente attraverso una «normale» decadenza cerebrale.

Il compito autentico ci invita però a tornare indietro consapevolmente e a «diventare come bambini».

Domande da porsi all’inizio della malattia e per coloro che assistono i malati

1. Ho preso bene la curva, ho trovato il punto di svolta nella mia vita e l’ho utilizzato per ritornare a casa?
2. In che rapporto sono con il bambino che è in me?
3. Ho mantenuto i legami con questo e nella vecchiaia mi sto di nuovo avvicinando consapevolmente a lui?
4. Mi sto avvicinando di nuovo ai bambini?
5. Verso dove mi potrei «orientare»? Da dove dovrebbe entrare luce nella mia vita? Quali aiuti non utilizzo?
6. In che modo perdo continuamente il contatto con le altre persone e con la vita?
7. Perché rifiuto la responsabilità della mia stessa vita?
li grande vuoto è, come il concetto cristiano di Paradiso, soltanto una descrizione imperfetta della perfezione, cioè dell’Unità.
Anche se le varie culture utilizzano diversi termini per indicare il regno che si trova al di là del mondo polare, esiste una sola Unità che abbraccia ogni cosa da ogni punto di vista, ma può anche essere il vuoto assoluto, in cui tutto è in potenza (a livello potenziale).

(Dott. Rudiger Dahlke)

Colesterolo News

Prof. Shantih Coro:

Molti studi hanno dimostrato che chi ha il colesterolo elevato vive più a lungo, contrariamente a quello che è il pensiero comune, incluso quello di molti medici e nutrizionisti.

La risposta delle compagnie farmaceutiche è che questi numeri non sono accurati in quanto chi ha malattie infettive o cancro tende ad evere il colesterolo basso e anche se i livelli di colesterolo sono elevati, in questi soggetti, probabilmente l’HDL è elevato e l’LDL basso.

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Il 13 di Giugno 2016, è stato pubblicato uno studio sul prestigioso British Medical Journal che rivedendo tutti gli studi esistenti, ha concluso che non esiste una correlazione tra LDL elevato e mortalità in persone oltre i 60 anni di età. Non solo, risulta che chi ha l’LDL elevato vive più a lungo.  No comment

Prof. Mainardi

Non bisogna confondere LDL e HDL con il colesterolo, queste sono lipoproteine che veicolano il colesterolo, che essendo un grasso ha difficoltà a muoversi nel corpo umano.

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Per l’80% il colesterolo è sintetizzato nel ns corpo a partire dell’acido acetico, che è ottenuto o nel colon dalla fermentazione delle fibre, o nel tenue dalla demolizione dei grassi.

Per digerire i grassi e ottenere gli SCFAs (di cui uno è l’acetico) occorrono i sali biliari, che sono ottenuti dal colesterolo. Senza i sali biliari, i grassi non sono trasfromati in SCFAs, aumentano i trigliceridi e viene il fegato grasso.

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Non abbiamo solo l’LDl e l’HDL, ma tutta una famiglia di lipoproteine che vanno dalle VLDL (molto piccole) alla HDL (grandi).

Quando c’è un processo riparativo (infiammazione), le lipoproteine vi portano il colesterolo in quanto stimola una produzione locale di citochine anti-infiammatorie corrette, ovvero quelle capaci a ricostruire i tessuti.

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Purtroppo le VLDL rimangano “bruciate” nell’ambiente infiammato (ossidate” e ne troviamo i cadaverini nelle placche di arteriosclerosi, che NON sono formate dal colesterolo, ne tanto meno dalle VLDL o LDL, ma sono calcificazioni che mettiamo per proteggere il vaso sanguigno dall’opera demolitiva delle citochine pro-infiammatorie.

Se il processo riparativo (infiammatorio) si prolunga nel tempo, in quanto siamo in infiammazione cronica, queste placche aumentano di spessore, fino a chiudere il vaso …

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Ma perché diminuirlo?

Il tam tam contro il colesterolo è iniziato per lanciare sul mercato l’olio di semi, che lo abbassa, ma nessuno mai ha dimostrato che sia salutare abbassarlo, anzi… sempre più lavori dimostrano l’importanza di questo ormone, che per l’80% è sintetizzato nel nostro corpo mediante un enzima stimolato dall’insulina, quindi la maggiore produzione avviene quando mangiamo carboidrati, non grassi. il ghee è burro sobbollito, molto utile per conservarlo quando non si avevano i frigoriferi, fatto che ha portato anche a consumare latte acido…

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Oggi penso che i frigoriferi siano presenti in ogni casa, il burro non cotto è un ottimo alimento, che è stato ingiustamente colpevolizzato di essere grasso e per questo aumentare il colesterolo, a tutto vantaggio di promuovere il consumo di olio di semi o peggio ancora di burri vegetali.

Ma l’80% del colesterolo viene sintetizzato da un enzima che è stimolato dall’insulina, quindi produciamo colesterolo quando mangiamo CARBOIDRATI, solo un 20% proviene dalla dieta.

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Comunque avere poco colesterolo è PERICOLOSO per la salute, in quanto mantiene elastica la membrana cellulare. Sono i prodotti dell’ossidazione del colesterolo ad essere nocivi, con la vs dieta state AUMENTANDO il colesterolo in quanto diminuite l’ossidazione, e ne dovete essere contenti.

 

Le placche di arteriosclerosi si formano SOLO su tessuto infiammato!!!

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Sfiammandovi diminuite le probabilità di formazione. Campagne alimentari, basate unicamente su interessi commerciali, ci hanno indotto a demonizzare cibi senza alcun supporto scientifico.

Per stare meglio dobbiamo aumentare la quantità di grassi buoni. E qui si ritorna al grosso limite delle diete che suddividono il cibo banalmente in proteine grassi e carboidrati, quando all’interno di queste categorie ci sono quelli buoni e quelli cattivi.

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Si deve aumentare la conoscenza degli alimenti….Non sono un esperto della GAPS, anche perchè blindata all’acquisto del libro, non è per spilorceria, ma di solito i libri sono più lunghi da leggere che gli studi scientifici.

Sicuramente mangiamo pochi grassi e troppa carne magra, tipo di carne che nessun carnivoro mangerebbe, e noi non siamo originariamente carnivori.

Sicuramente la carne dei piccoli animali è più digeribile di quella dei grossi erbivori, come la carne del vitello di oggi non ha più niente in comune con il vitello fatto crescere naturalmente.

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Il burro crudo è un’ottima fonte di acido butirrico (SCFA) come l’aceto di acido acetico (altro SCFAs).

Mangiando uova e grassi aumentiamo il colesterolo proveniente dalla dieta (il 20% del totale), l’altro lo sintetizziamo mediante un enzima che è attivato dall’insulina, quindi quando mangiamo carboidrati semplici ad alto indice glicemico produciamo l’80% del colesterolo, ma questi ci infiammano l’intestino, questa infiammazione se diventa cronica va in giro, ed ecco che…le placche di arteriosclerosi si formano SOLO su tessuto infiammato.

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Oggi ci sono in letteratura molti lavori che rivalutano l’azione positiva del colesterolo, le pubblicità televisive che sostengono che il colesterolo oltre 200 è pericoloso potrebbero essere denunciate come ingannevoli.

Un altro punto di non allineamento con la GAPS è sul disintossicarci. Abbiamo stupendi meccanismi endogeni con cui espelliamo non quello che ci fa male, ma quello che ci è inutile.

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Una infiammazione li blocca, disinfiammando ripartono, ma non sono i patogeni, i metalli o altro a farci male, è la stessa infiammazione che ha fermato i processi escretivi……

http://www.eurosalus.com/malattie-cura/quando-il-colesterolo-alto-fa-bene-dubbi-statine

Azioni intestinali dei farmaci

Azioni intestinali dei farmaci

Gershon riporta l’evidenza di come i farmaci neuroattivi agiscono anche a livello intestinale. Ad esempio i farmaci antidepressivi SSRIs sono impiegati anche per disturbi intestinale.

Curiosamente a bassi dosaggi controllano la diarrea, ad alti la provocano. E’ interessante correlare questo dato con l’evidenza che a bassi dosaggi siano anticonvulsivi, ad alti sono pro convulsivi (1).

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Sia per i farmaci antidepressivi che antiepilettici è riportato che sono in grado di aumentare il triptofano e/o la serotonina intestinale, confermando l’azione sul cervello enterico.

Oggi sappiamo come la cronicizzazione di una infiammazione intestinale possa avere un ruolo importante in diverse patologie neurologiche, sappiamo come l’efficacia ad ampio spettro della dieta chetogenica o della curcumina possa essere legata alle loro azioni intestinali.

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Queste evidenze ci portano a considerare importante la possibile azione intestinale dei farmaci. Infatti, assunti oralmente, potranno interessare il cervello enterico con maggiore probabilità rispetto a quella di arrivare al cervello.

Infatti, gli SSRIs inibiscono il legame della serotonina alle piastrine plasmatiche, anche se con differenti costanti di affinità chimica, rispetto all’inibizione della ricaptazione cerebrale. Le piastrine hanno il compito di sequestrare tutta la serotonina sintetizzata dall’intestino e riversata nel sangue.

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La serotonina piastrinica viene rilasciata solo in seguito ad traumi, ad esempio ferite, in quanto provoca una vaso-restrizione, limitando l’emorragia, e attiva i processi di cicatrizzazione . Comunque il suo ruolo non è solo vaso-restrittivo, ma quello in generale di controllare il tono del vaso sanguigno, da cui il nome serotonina.

L’inibizione del legame della serotonina con le piastrine, associato al ruolo di segnale di pericolo della serotonina libera, può portare ad una riduzione della trasformazione del triptofano in serotonina, quindi all’aumento dei suoi livelli, da cui dipende la sintesi cerebrale di NPY.

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Questa sintesi è controllata dal sistema neuroendocrino, che, come tutti i sistemi di controllo non fornisce risposte immediate, ma dopo un periodo di tempo di osservazione, che nel caso dell’uomo sono 20-30 giorni. Infatti dopo 20-30 giorni di digiuno il livello di noradrenalina balza improvvisamente da 20 a 200 nmoli/ml.

La dipendenza dalla risposta del sistema neuroendocrino spiega la latenza nei tempi di risposta clinica degli SSRIs, mentre l’incidenza di alterazioni del legame piastrinico riportate nei pazienti depressi e epilettici spiega l’elevata incidenza di effetti collaterali, questi dovuti ad un aumento del livello plasmatico di serotonina “libera”, la quale, superato un valore soglia, viene captata dal cervello, finendo negli spazi extracellulari, dove è noto che sia neurotossica.

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Per quanto riguarda i farmaci anticomiziali, abbiamo già discusso in questo libro, l’azione intestinale dell’acido valproico. Sono riportate azioni di farmaci antiepilettici, come la carbamazepina (2), l’acido valproico (3) e la lamotrigina(4), sui danni ischemici da riperfusione a livello intestinale, che confermano la loro capacità di azione anche sull’intestino.

Queste azioni sono legate alle loro capacità antinfiammatorie, pertanto questa può essere la vera responsabile della loro azione anticonvulsiva, sulla base dell’evidenza di come una infiammazione intestinale abbassi la soglia convulsiva.

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Il concetto riportato da Gershon può essere riformulato, in quanto l’azione dei farmaci neuroattivi può essere solo a livello intestinale, per questo non necessitano di arrivare al cervello. La risposta cerebrale è fornita grazie al sistema neuroendocrino.

(Prof. Paolo Mainardi)

dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina

Riferimenti

1) P.C. Jobe, R.A. Browning The serotonergic and noradrenergic effects of antidepressant drugs are anticonvulsant, not proconvulsant. Epilepsy & Behavior 7 (2005) 602–619

2) Barut I, Tarhan OR, Kapucuoglu N, Sutcu R, Akdeniz Y.Lamotrigine reduces intestinal I/R injury in the rat. Shock. 2007 Aug;28(2):202-6

3) Kim K, Li Y, Jin G, Chong W, Liu B, Lu J, Lee K, Demoya M, Velmahos GC, Alam HB. Effect of valproic acid on acute lung injury in a rodent model of intestinal ischemia reperfusion. Resuscitation. 2012 Feb;83(2):243-8

4) Barut I, Tarhan OR, Kapucuoglu N, Sutcu R, Akdeniz Y. Lamotrigine reduces intestinal I/R injury in the rat. Shock. 2007 Aug;28(2):202-6.