La depressione

autismo

Malattia Espressione dell’AnimA

La depressione è un concetto generale che indica una serie di sintomi che va dal senso di abbattimento e mancanza di voglia di fare fino alla cosiddetta depressione endogena con apatia totale.

Oltre al blocco totale di ogni attività e all’umore depresso, troviamo in questo quadro soprattutto una serie intera di sintomi fisici collaterali come stanchezza, disturbi del sonno, mancanza di appetito, stitichezza, mal di testa, palpitazioni, mestruazioni irregolari nelle donne e calo generale del tono corporeo.

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Il depresso è tormentato da forti sensi di colpa, si rimprovera costantemente qualcosa e cerca di continuo di rimettere a posto le cose. La parola depressione deriva dal latino deprimo, che significa “abbattere”, “reprimere”.

Il che porta a chiedersi da che cosa il depresso si senta represso e che cosa egli in realtà reprima. In risposta troviamo tre alternative possibili:


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1. Aggressività: 

Abbiamo già avuto occasione di dire che l’aggressività non rivolta verso l’esterno si trasforma in dolore fisico. Questa constatazione porta a concludere che l’aggressività repressa porta a livello psichico alla depressione.

L’aggressività, bloccata nella sua manifestazione esteriore, si rivolta verso l’interno e fa sì che l’aggressore diventi vittima. Non soltanto i molti sensi di colpa sono dovuti all’aggressività, ma anche i sintomi somatici coi loro diffusi dolori.

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L’aggressività è soltanto una forma particolare di energia vitale e di attività.

Chi reprime ansiosamente la propria aggressività, reprime al tempo stesso la propria energia e la propria attività.

La psichiatria cerca con tutti i mezzi di coinvolgere il depresso in una qualunque attività, però lui vive questa situazione come pericolosa.

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Cerca di evitare tutto ciò che non ha l’approvazione generale e vuole a tutti i costi nascondere i propri impulsi aggressivi e distruttivi attraverso un’impeccabile condotta di vita.

L’aggressività rivolta verso se stessi trova la sua espressione più evidente nel suicidio. Se una persona ha intenzioni suicide, bisognerebbe sempre chiedersi a chi in realtà sono rivolte le intenzioni omicide.

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2. Responsabilità: 

La depressione – se si prescinde dal suicidio – è la forma ultima per evitare le responsabilità. Il depresso non agisce più, vegeta, ed è più morto che vivo.

Però nonostante il rifiuto di confrontarsi attivamente con la vita, il depresso viene continuamente confrontato col tema “responsabilità” dai suoi sensi di colpa.

La paura di assumersi delle responsabilità è primaria nei depressi, e si manifesta in particolare quando il paziente dovrebbe affrontare una nuova fase della propria vita; per esempio si consideri la depressione del puerperio.

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3. Rinuncia – Solitudine – Vecchiaia – Morte:

Questi quattro concetti strettamente collegati fra di loro costituiscono a nostro avviso il campo più importante. Nella depressione il paziente viene costretto con la forza a confrontarsi col polo della morte.

Tutto ciò che vive, si muove, cambia, comunica viene da lui evitato, mentre si manifesta il polo opposto, cioè apatia, fissità, solitudine, pensieri di morte.
La morte, che nella depressione diventa il pensiero dominante, è l’ombra di questo paziente.

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Il conflitto consiste nell’uguale paura che il depresso ha della vita e della morte. La vita attiva porta colpe e responsa/bilità – proprio quello che si vuole evitare. Assumersi delle responsabilità significa però anche rinunciare alle proiezioni e accettare la propria solitudine.

La personalità depressa ha paura di questo e ha quindi bisogno di persone a cui aggrapparsi. La separazione da una di queste persone, o la sua morte, è spesso la causa esteriore di una profonda depressione.

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Si è tanto soli – e non si vuole esser soli e assumersi delle responsabilità.

Si teme la morte e non si capiscono quindi le condizioni della vita. La depressione rende sinceri: rende evidente l’incapacità di vivere e di morire.

(Dott.ri Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)

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Contrazione muscolare nelle spalle

Malattia Espressione dell’AnimA

La contrazione dei muscoli sia nelle spalle che nella parte superiore della schiena è in stretto rapporto con i problemi di sovraccarico nella zona delle vertebre lombari.
 
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Tutto ciò che carichiamo ( o lasciamo che altri carichino) sulle nostre spalle, finisce infatti col far pressione sul bacino.

A causare i dolori sia della schiena che delle spalle non sono affatto i pesi, che portiamo consapevolmente e volentieri,

ma gli obblighi che inconsapevolmente e senza ammetterlo ci vengono imposti.
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Se accettiamo una responsabilità, siamo anche in grado di sopportarla.

Se decidiamo consapevolmente di caricarci sulle spalle un peso sia reale che simbolico, non abbiamo problemi nel trasportarlo, anche se è obiettivamente pesante.
 
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Ma le cose di cui non vogliamo assumerci la responsabilità e non vogliamo accettare, diventano rapidamente insopportabili. Chi, per scelta, si è sobbarcato per molto tempo e con consapevolezza una responsabilità o un peso, ha spalle forti e muscoli allenati.
 
Chi al contrario è inconsapevolmente riluttante, porta il proprio fardello con maggiore difficoltà, ha muscoli tesi e spalle doloranti perché sottoposte a un evidente logoramento.

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Il compito consiste nel renderci conto del sovraccarico che grava su di noi, nel confrontarci con ciò che abbiamo dovuto prendere su di noi sia in modo consapevole che inconsapevole, e con ciò che ci schiaccia e ci opprime.
 
Solo allora diventa possibile decidere consapevolmente se sia necessario continuare a portare quel peso o se sia opportuno liberarcene, poiché è diventato insopportabile e ci fa vivere malamente.

Ci si può liberare solo di ciò che si conosce veramente.

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Le braccia :

Le braccia sono divise in due parti dall’articolazione del gomito, che separa il braccio vero e proprio dall’avambraccio. Il braccio simboleggia la forza è la potenza e costituisce la nostra armata (75) personale.
 
I bambini indicano il loro bicipite, cioè il muscolo flessore del braccio superiore, quando vogliono dimostrare la loro forza per imporsi sugli altri.
 
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L’avambraccio ci permette di agire, poiché in esso sono presenti tutti i muscoli preposti al movimento delle mani.
 
Ai gomiti, come articolazioni-cerniera, compete ogni possibilità di movimento: essi consentono di avvicinare e prendere ciò che desideriamo. Avere le braccia lunghe significa in tedesco avere molta influenza sugli altri.


Gli arti superiori inoltre riflettono la nostra capacità di resistenza.

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Le braccia esprimono quindi la nostra forza, la nostra flessibilità e la nostra mobilità in rapporto al mondo, rivelando il modo, in cui noi prendiamo in mano la nostra vita e affrontiamo gli altri.
 
I rapporti umani sono condizionati dalle braccia, che sono veri e propri tentacoli che muoviamo verso il mondo e i suoi abitanti. Le braccia sane sono proporzionate al corpo e sono tanto agili quanto forti, affidabili e mobili, energiche e dolci.

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Possono colpire con violenza e abbracciare affettuosamente, possono tener stretto o tenere a distanza, essere generose e reggere una situazione in modo decisivo:
 
possono tendersi per prestare aiuto, laddove occorra, e possono lasciar morire di fame. Chi non è preso sul serio, viene preso tra le braccia e in tal modo rimandato all’infanzia.
 
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Se le braccia non corrispondono a questo ideale, ci rivelano molte cose sulla personalità della persona.
 
Le braccia pesanti e muscolose danno un’immagine di forza e di potenza, però appaiono anche gravi e niente affatto agili; possono mancare di delicatezza e talvolta anche di tatto.

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Creano sugli altri un’impressione di massiccia rigidità e specialmente quando la persona cammina, penzolano lungo i fianchi in modo triste e un po’ sinistro.
 
I possessori danno l’impressione di non trovarsi a loro agio con le loro potenti braccia, che se hanno compiuto qualche sforzo, si gonfiano in modo impressionante. I muscoli di chi pratica il body-building rientrano in questo discorso.
 

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Le braccia deboli e poco sviluppate costituiscono il polo opposto

esprimono infatti l’incapacità di abbracciare la vita e di prenderne possesso. A causa della loro impotenza, riescono malamente a tener fermo quello di cui hanno bisogno, a trattenere quello che per loro è importante e a tenere a distanza quello che non sopportano.
 
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Spesso a tutto ciò si aggiungono le mani fredde, che dimostrano quanto privo di calore e di cordialità sia il rapporto di questi soggetti con il mondo.
 
Le braccia sottili e robuste, che ricordano le zampette di un ragno, sono tipiche di esseri energici, talvolta addirittura molesti, e sono strettamente connesse alla problematica del trattenere. In loro c’è una tendenza alla rigidità e una carente flessibilità.
 
Assomigliano a tenaglie, che tendono ad afferrare o addirittura a torcere. I movimenti dolci e teneri sono loro assolutamente sconosciuti.

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Le braccia grosse ma deboli appaiono agli occhi degli altri goffe e addirittura inette. Sono pigre e rivelano poca gioia di vivere e scarsa mobilità:
 
il carico che devono sostenere, aggravato dal fardello della vita, è per loro troppo pesante. Si muovono solo a fatica e mancano, oltre che di dinamismo e di energia, anche di agilità.
 
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(75) Armee significa in tedesco esercito, Arm braccio: le due parole sono formate dallo stesso suffisso Arm (N. d. T.).

Domande

1. Cosa grava su di me e cosa mi opprime? Cosa mi tormenta?
2. Che cosa ho caricato su di me silenziosamente ma di malavoglia?
3. Che cosa per protesta?
3. Quali doveri e quali responsabilità incombono su di me?
4. Cosa voglio portare?
5. Cosa devo sopportare? Cosa non vorrei più (sop)portare?
(Dott. Rudiger Dahlke)

Problemi ai dischi intervertebrali

Malattia espressione dell’AnimA


Il peso di carichi consapevoli, ma soprattutto quello dei carichi psico-spirituali inconsci agisce sui dischi intervertebrali.

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dischi vertebrali

Finché è possibile, questi si adattano, ma arriva il momento in cui l’anello fibroso che contiene il nucleo cede, provocando un’ernia. Il dolore, i disturbi nelle percezioni e infine la paralisi ci rivelano quanto possa essere pericoloso imporre alla spina dorsale una pressione eccessiva: si diviene incapaci di muoversi e di lottare e si vorrebbe gridare di dolore.

La struttura anatomica favorisce la formazione di ernie in certi punti: laddove il sistema che provvede ad ammortizzare gli urti è meno efficiente e nei punti in cui il carico è più pesante, il disco intervertebrale è sottoposto a uno sforzo maggiore.

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Più del 90% delle ernie si forma tra dischi situati nel tratto terminale della colonna e in particolare tra le ultime due vertebre. I cani mordono gli ultimi, dice il proverbio.

Ciò che di morbido e femminile è finito tra le due macine maschili, ha dovuto cedere e ora chiede aiuto attraverso il dolore;

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gli ortopedici preferiscono asportare: solo allora potrà smettere di far male, sostiene la loro logica. Ma l’intervento chirurgico non risolve affatto il problema, si limita ad accantonarlo temporaneamente. L’ernia del disco simboleggia del resto il tentativo di allontanare la pressione crescente.

L’operazione porta rapidamente alla diminuzione della tensione, il tema viene però sprofondato nell’ombra e raggiunge profondità, dalle quali riemergerà alla prima occasione.

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Gli antefatti dell’ernia del disco hanno luogo molto tempo prima della sua comparsa: il nucleo gelatinoso, sano ed elastico, che si trova all’interno del disco intervertebrale, si adegua in genere a tutte le spinte che riceve.

Se perde di elasticità, non riesce più a spostarsi e con l’aumento della pressione cresce il pericolo che l’anello che lo contiene si laceri.

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Se questo accade, il nucleo fuoriesce, senza bisogno di pressioni eccessive, dalla fessura che si è formata nell’anello, provocando una sofferenza delle radici nervose, e se l’erniazione è laterale anche dei territori innervati. Attraverso i fasci nervosi il dolore arriva alle zone periferiche.

Nella sciatica arriva ai polpacci e ai piedi.

Più raramente i dischi schiacciati fanno pressione nel centro, contro il midollo. I dolori sono allora percepiti nelle parti inferiori del corpo, dalle quali provengono i fasci nervosi coinvolti.

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Si può arrivare alla paralisi, sia delle gambe che della vescica o dell’intestino.
Dopo la comparsa dell’ernia, il nucleo, se sottoposto a una nuova pressione, scivola nella sua posizione originale e la terapia consigliata a tale scopo consiste in cicli di trazioni e in manovre chiropratiche.

Tuttavia il paziente deve essere sempre consapevole che l’ernia può manifestarsi di nuovo dopo qualsiasi sforzo.

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Per arrivare a una soluzione reale, il nucleo molle dovrebbe essere definitivamente liberato dalla pressione che lo opprime. Può essere di aiuto rimettere a posto le ossa che sono state spostate, però in ultima analisi il problema va risolto a livello psicologico e spirituale.

Quando parliamo di lombalgia o di colpo della strega, ci rendiamo conto che quest’ultima espressione non appartiene soltanto alla lingua tedesca, ma a tanti altri idiomi.

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Nell’antichità si credeva che sofferenze, malattie e in particolare i dolori che si manifestavano improvvisamente fossero mandati dal destino e dagli dèi Ecate e Pandora avevano proprio questo incarico.

Nella lingua scozzese e in quella irlandese esistono parole come Alnschofβ e Elfflint, che indicano entrambi il colpo della strega. Gli antichi vedevano nei dolori che compaiono in modo fulmineo un’apparizione del maligno e ne attribuivano la causa alle streghe malvagie.

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Al giorno d’oggi, anche se abbiamo superato queste spiegazioni causali, accettiamo ancora il meccanismo della proiezione. Molte persone non sono aliene dall’idea che qualcuno, certamente non loro, potrebbe aver provocato l’ernia servendosi di qualche stratagemma misterioso.

Per questo l’espressione «colpo della strega» è accettata anche dalla nostra cultura. Forse la prima vittima di questa malattia era alla ricerca di una «maga», che lo incantò letteralmente col suo fascino. Se avesse resistito alla magia, la sua colonna vertebrale avrebbe partecipato al gioco senza doverne poi soffrire.

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Chi però si lascia incantare senza voler ammettere di aver partecipato al gioco, rischia di sperimentarne personalmente le dolorose conseguenze, fino a che non ha più dubbi sul suo ruolo.

L’espressione «colpo della strega» getta la responsabilità addosso alla strega, che senza motivo avrebbe colpito l’uomo alle spalle. In verità una «maga», anche la più pericolosa, può far girare solo quella testa (e quella colonna vertebrale) che si lascia incantare.

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Naturalmente ci sono moltissime situazioni in cui ci si può far male e che non hanno niente a che fare con le streghe. In comune hanno però il modello, poiché in entrambi i casi si tratta di movimenti incontrollati che non siamo in grado di sopportare.

Se l’ernia del disco permane nell’organismo per un lungo periodo, manifesta inizialmente al soggetto la propria presenza attraverso il prurito, poi qualcosa di simile a «un formicolio» e infine attraverso la paraplegia.


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La malattia fa inizialmente la sua comparsa attraverso percezioni errate e irregolari provenienti dalla metà inferiore del corpo.

La paralisi mostra poi quanto la parte danneggiata sia ormai priva di vita e ingovernabile. Il compito per risolvere il problema viene indicato dagli stessi sintomi.
Le cattive percezioni attirano l’attenzione verso il basso e sottolineano la necessità di occuparsi di quel settore.

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Nella paralisi si manifesta una forma errata di distensione. Occorre allora vivere in modo libero tale distensione in rapporto all’addome e alle gambe. L’ostacolo che impedisce alle gambe di svolgere le proprie funzioni è collegato ai temi dello stare in piedi (solidità, stabilità, indipendenza, autosufficienza) e dell’andare (procedere, progredire, alzarsi).

È necessario eliminare la tensione, portare distensione in questi campi.

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Per comprendere la problematica legata ai carichi bisogna esaminare i sintomi attraverso cui di volta in volta si manifesta. Alcune persone sofferenti di ernia del disco non riescono ad esempio più ad alzarsi in piedi e si muovono con la schiena curva in avanti e il bacino rigido. Il dialetto tedesco li definisce scherzosamente «cani curvi», ma il loro atteggiamento esprime la mancanza di lealtà.

Appare concretamente agli occhi di tutti quanto sia per loro doloroso camminare in posizione eretta, e di conseguenza essere leali. Non riescono a comportarsi in modo leale, e mostrano di non avere una spina dorsale.

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La soluzione consiste nell’assumere consapevolmente uri portamento curvo e sottomesso: il paziente deve piegarsi simbolicamente per trasformare l’umiliazione in autentica umiltà.

All’interno della diagnosi «camminare» troviamo situazioni molto diverse. I pazienti che camminano rigidi come pali, in atteggiamento esa¬geratamente eretto, somigliano a dei robot: i loro movimenti sono a novanta gradi, poiché è per loro impossibile curvare la schiena.

La loro malattia mostra efficacemente la loro inflessibilità, rigidità e mancanza di vita.

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Camminano impettiti lungo le strade della vita, che rimangono loro estranee, perché i loro movimenti sono deboli e i passaggi incerti. La loro andatura fa capire chiaramente che loro non sono agibili alle sfumature e alle vie di mezzo.

Strutture rigide e rettitudine esagerata determinano prepotentemente la loro vita. Toni medi e autentica umiltà rimangono loro estranei.

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La loro rettitudine eccessiva sembra artificiale: appare come una sorta di stampella, che li costringe a procedere impettiti e vittoriosi, ignari però della vita vera. Anche la figura dello scapolone o dell’ufficiale prussiano si adatta a questo stato d’animo.

Per eliminare questi sintomi si raccomanda di cercare quella rettitudine che si vuole dimostrare agli altri, perché non si può procedere liberamente se si è soffocati da un corsetto troppo rigido.


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Entrambi i tipi condividono un problema comune da punti di vista opposti: la rettitudine.

Il «cane gobbo» deve redimere la sua condizione e far emergere l’umiltà nascosta. Se ci riesce, incontra l’onestà e la rettitudine del polo contrario. Lo «scapolo» deve accettare la propria rigidità e imparare a far emergere lealtà e rettitudine a livello psicologico e spirituale.

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Se trova in sé questa profonda onestà, potrà raggiungere le profondità della vita, piegare la schiena e affrontare umilmente la vita. Prendendo le mosse da situazioni opposte di tensione, alterigia e umiliazione si vengono incontro, prospettando lo stesso tema di base: rettitudine e umiltà.

Anche quando sembrano molto lontane fra loro, sono in realtà molto vicine.

Nessuno quanto una persona superba corre il pericolo di essere umiliata. E nessuno appare tanto arrogante e sgradevole quanto il gobbo, che ignora il proprio modo (o malo modo) di essere. Un volta affrontato il problema, la loro vicinanza diviene ancora più evidente, perché chi è veramente umile è anche sincero.

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Un altro elemento significativo è il fattore riposo a cui la maggior parte di coloro che soffrono di ernia del disco sono obbligati, dal momento che ogni movimento provoca loro dolore. Evidentemente il carico che avevano accettato di portare era eccessivo e ora soffrono sotto il peso della loro stessa vita. II sintomo li cura, costringendoli a riposarsi.

Possono così riflettere tranquillamente sui perché e i percome hanno preso su di sé tanti carichi, o hanno permesso ad altri di farlo. Alla fine di tale analisi scopriranno di aver cercato intensamente il riconoscimento altrui attraverso prestazioni particolarmente impegnative.

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La vertebra più esterna che esprime ambizione e scalata sociale, segnala un deficit interiore che opprime tutta la colonna. Il compito consiste nell’accettare i propri limiti con serenità, invece di cercare attraverso faticosissime prove esteriori di nascondere il proprio senso di inferiorità.

Dato che questa situazione costringe a riposarsi, è opportuno abbandonare i pesi superflui e starsene tranquilli.

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Accade più di rado che i pazienti abbiano i dolori più atroci proprio mentre si trovano in posizione di riposo o sono addirittura sdraiati e che di conseguenza vaghino insonni o a causa del male cerchino di dormire seduti.

In questo caso il sintomo costringe al movimento e impone uno stato di veglia. Il problema quindi non è continuare a stare a letto e a riposare, ma agire immediatamente con rettitudine e responsabilità.

Domande
1. Come va col tema rettitudine nella mia vita?
2. Mostro di avere una colonna vertebrale e faccio onestamente le cose più importanti?
3. Sono flessibile e pieghevole, capace di umiltà vera?
4. La mia parte femminile è sottomessa a quella maschile, o addirittura oppressa?
5. Porto inconsapevolmente pesi che non affronto consapevolmente?
6. Quali carichi accetto di portare per ottenere il riconoscimento altrui?
7. Il mio sintomo richiede da me riposo o movimento?

(Dott. Rudiger Dahlke)

Malattia e destino

Incidenti

Molti reagiscono con stupore quando si sentono dire che gli incidenti indicano le stesse cose delle altre malattie.

Pensano infatti che gli incidenti siano qualcosa di totalmente diverso – qualcosa che viene da fuori e di cui difficilmente ci si sente responsabili.

Ocean, Mare, Costa, Onde, Acqua, Paesaggio Marino

Simili argomentazioni mostrano ancora una volta quanto sia scorretto e confuso il nostro modo di ragionare e fino a che punto noi adattiamo il nostro pensiero e le nostre teorie a desideri inconsci.

Noi tutti avvertiamo come estremamente sgradevole il fatto di doverci assumere la piena responsabilità della nostra esistenza e di quello che ci capita nella vita.

Aeromobili, Volano, Cielo, Nuvola, Natura, Tempesta

Costantemente cerchiamo di proiettare le colpe sugli altri, e ci arrabbiamo se qualcuno scopre queste proiezioni. La maggior parte delle attività scientifiche serve appunto allo scopo di sostenere teoricamente e legalizzare le proiezioni.

Dal punto di vista umano tutto questo è ben comprensibile.

Dato però che questo libro è scritto per persone che sono alla ricerca della verità e che sanno che questa meta è raggiungibile soltanto attraverso un sincero autoriconoscimento, non dobbiamo fermarci vigliaccamente davanti a un tema come quello degli ” incidenti “.


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Noi dobbiamo capire che c’è sempre qualcosa che sembra venire addosso a noi dall’esterno e che noi possiamo sempre interpretare come ” causa “.

Questa interpretazione causale è però soltanto una possibilità di considerare i rapporti, e noi ci siamo proposti con questo libro di sostituire questo superato modo di vedere con un altro, o quanto meno di completarlo.

Slittamento Accidentale, Oops, Slittamento, Errore

Se guardiamo nello specchio, ci sembra che l’immagine ci venga da fuori, ma in realtà siamo sempre noi. Nel raffreddore sono i bacteri che ci piombano addosso dall’esterno, e noi vediamo in loro la causa.

Nell’incidente automobilistico è l’automobilista ubriaco a rubarci la precedenza e quindi ci appare la causa dell’incidente. Sul piano funzionale c’è sempre una spiegazione. Il che però non impedisce di interpretare il fatto sul piano del contenuto.

Scivolare, Pericolo, Incurante, Scivoloso, Incidente

La legge di risonanza fa si che noi non possiamo venire in contatto con qualcosa con cui non abbiamo niente a che fare. I rapporti funzionali sono di volta in volta il mezzo materiale necessario per una manifestazione sul piano corporale.

Per dipingere un quadro ci servono tela e colori – questi però non sono la causa del quadro, ma semplicemente mezzi concreti col cui aiuto, l’artista realizza formalmente la sua immagine interiore.

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Sarebbe sciocco voler sostenere che colori, tela e pennelli sono le cause reali del quadro.

Noi ci cerchiamo i nostri incidenti, così come ci cerchiamo le nostre ” malattie “, e così facendo non indietreggiamo di fronte a niente pur di poter trovare delle ” cause “.

Però la responsabilità di tutto quello che ci capita nella vita è nostra, lo creiamo noi, per poi sperimentare che la dualità non esiste. Questa regola non ha eccezioni – e quindi possiamo smettere subito di cercarle.

Vetro, In Frantumi, Finestra, Distruzione

Se qualcuno soffre, soffre sempre a causa di se stesso (il che naturalmente non allevia per niente il dolore!).

Ognuno è insieme vittima e reo.

Finché l’uomo non scopre in se stesso entrambe queste funzioni, non potrà diventare integro. Dall’intensità con cui la gente si accanisce contro i ” rei ” proiettati all’esterno, si può facilmente capire quanto tema ancora se stessa.

Autunno, Montagne, Capricorno, Paesaggio, Incidente

Manca la capacità di vedere le due cose in una.

L’affermazione che gli incidenti sono inconsciamente motivati, non è nuova. Già Freud nella sua ” Psicopatologia della vita quotidiana ” accanto alle azioni sbagliate (lapsus, dimenticanze, errori) ha descritto anche gli incidenti come il risultato di un’intenzione inconscia.

La ricerca psicosomatica ha in seguito avuto modo di dimostrare anche statisticamente l’esistenza della cosiddetta ” personalità da incidente “.


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Con questo termine si intende una specifica struttura della personalità che tende a elaborare i propri conflitti sotto forma di incidenti.

Ci sono infatti persone che dopo aver prodotto un primo incidente ne subiscono facilmente altri, mentre certe persone non ne vengono mai coinvolte. Esistono quindi individui che hanno la caratteristica di farsi coinvolgere in incidenti.

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Alexander, autore di un’importante opera sulla medicina psicosomatica apparsa nel 1950, afferma che ” nella maggior parte degli incidenti è presente un elemento intenzionale, anche se l’intenzione difficilmente è consapevole.

In altre parole: la maggior parte degli incidenti è motivata inconsciamente “.

Queste affermazioni fatte già parecchi anni or sono mostrano che le nostre considerazioni non sono affatto nuove e che occorre molto tempo perché certe (sgradevoli) conoscenze penetrino (ammesso che questo avvenga veramente) nella coscienza della gente.

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A noi interessa non tanto la descrizione di una determinata personalità da incidente, quanto l’importanza dell’incidente, se questo si verifica nella nostra vita. Anche se una persona non ha la tipica personalità da incidente, l’incidente ha sempre qualcosa da insegnarle.

Se gli incidenti si moltiplicano nella vita di una persona, questo indica semplicemente che essa non ha risolto consapevolmente i propri problemi e quindi occorre un’istruzione forzata.

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Il fatto che una determinata persona realizzi i propri correttivi soprattutto negli incidenti, corrisponde al cosiddetto ” locus minoris resistentiae ” degli altri.

Un incidente mette direttamente e improvvisamente in discussione un tipo di vita, è una frattura nell’esistenza e dovrebbe quindi essere analizzato come tale.

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Bisognerebbe quindi considerare come una commedia tutto il decorso dell’incidente e cercare di capirne la struttura, trasferendola alla propria situazione di vita.

Un incidente è una caricatura della propria problematica – altrettanto preciso e impietoso come sono appunto le caricature.

(Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)

Personalità orale

La struttura e personalità

Il carattere di tipo orale trae origine dall’arresto del normale sviluppo durante la fase
orale della vita.

La causa è l’abbandono: il bambino perde la propria madre, perché essa muore, perché si ammala, o perché si ritrae da lui. La madre ha dato al bambino, ma non abbastanza. In molti casi ha «finto» di dare o ha dato suo malgrado.

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Così il bambino ha compensato la perdita diventando «indipendente» anzitempo, in molti casi iniziando a camminare o a parlare troppo presto.

Nasce in lui una certa confusione sulla ricettività ed egli ha paura di chiedere ciò di cui ha bisogno perché nel profondo è convinto che non lo riceverà. Il suo bisogno di cure produce dipendenza, tendenza ad aggrapparsi, ad afferrare, nonché una diminuzione dell’aggressività.

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Il bambino compensa con un comportamento indipendente che tuttavia, sotto stress, crolla. Allora la sua ricettività diventa passività sprezzante e l’aggressività si trasforma in avidità.

La persona di tipo orale soffre fondamentalmente di privazione, si sente vuota e non vuole assumersi responsabilità. Il suo corpo tende a essere poco sviluppato, con muscoli flaccidi, e soffre di improvvisa debolezza.

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Non ha un aspetto adulto, maturo, il suo petto è incavato e freddo, la sua respirazione non è profonda e a volte ha occhi che risucchiano l’energia altrui. In termini psicodinamici la persona di tipo orale si aggrappa agli altri perché ha paura di essere abbandonata.

Non è in grado di stare da sola e prova un bisogno esagerato di calore e di sostegno, che cerca di ottenere dall’esterno per compensare la terribile sensazione di vuoto interiore.

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Reprime i suoi forti desideri, la sua aggressività e la rabbia provocata dall’abbandono. Il sesso è un’esperienza che serve a ottenere il calore e la vicinanza di un’altra persona.

L’individuo di tipo orale ha avuto molte delusioni nella vita; spesso i suoi tentativi di creare un contatto sono stati frustrati. Ciò ha provocato in lui amarezza e la sensazione di non ricevere mai abbastanza.

Argomento, Conflitto, Polemica, Controversia, Contesa

Ma egli non può essere appagato, perché ciò che cerca di soddisfare è un desiderio profondo che non vuole riconoscere e che cerca di compensare in altro modo. A livello di personalità chiede di essere alimentato e soddisfatto.

Nell’interazione con gli altri si esprime attraverso domande indirette che suscitano atteggiamenti materni e protettivi. Ma questo non lo appaga, poiché è un adulto, non un bambino. Quando entra in terapia il tipo orale lamenta un’eccessiva passività e stanchezza;

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nel corso della terapia la questione da affrontare è che deve trovare alimento nella propria vita. Ma egli crede che per soddisfare questo bisogno debba rischiare l’abbandono o l’insincerità dei sentimenti da parte degli altri.

Così il suo intento negativo sarà: «Farò sì che tu mi dia ciò di cui ho bisogno» o «Nego di aver bisogno».

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In questo modo si produrrà il seguente dilemma: «Se sono io a chiederlo, non è amore; se non lo chiedo, non lo otterrò».

Per risolvere questo problema in terapia il soggetto ha bisogno di identificare le sue necessità e appropriarsene, e di imparare a vivere in modo che siano soddisfatte. Deve imparare a reggersi sulle sue gambe.

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Nel processo terapeutico ci si imbatte anzitutto nella cosiddetta «maschera»: «Non ho bisogno di te» o «Non voglio chiedere».

Scavando più a fondo nella personalità si arriva all’io inferiore, che dice: «Prenditi cura di me». Poi, quando inizia il processo risolutivo, emerge l’io superiore che riconosce di essere soddisfatto e realizzato.

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L’io superiore e il compito karmico del tipo orale Il tipo orale deve imparare ad avere fiducia nell’abbondanza dell’universo e invertire il processo cui è abituato, che consiste nell’afferrare. La sua necessità è dare. Ha bisogno di rinunciare al suo ruolo di vittima e di riconoscere ciò che effettivamente riceve.

Deve affrontare la sua paura di stare da solo, entrare in profondità nel suo vuoto interiore e scoprire che in esso vi è vita in abbondanza.

Una volta che si è appropriato dei suoi bisogni ed è in grado di reggersi sulle proprie gambe potrà dire «Ci sono arrivato» e consentire alla sua energia più profonda e interna di liberarsi.

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Il panorama interiore del tipo orale è come uno strumento musicale finissimo, come uno Stradivari. Questo individuo ha bisogno di intonare il proprio strumento perfettamente e di comporre la propria sinfonia.

Quando intona la sua melodia, unica e irripetibile, nella sinfonia della vita, allora si sente realizzato.

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Quando l’io superiore è stato liberato, il soggetto orale può fare un buon uso della propria intelligenza in attività creative nel campo dell’arte o delle scienze.

Ha un dono naturale per l’insegnamento perché i suoi interessi sono molteplici ed egli è sempre in grado di collegare le conoscenze al cuore.

Barbara Ann Brennan “Mani di Luce”