La colonna vertebrale 

Malattia Linguaggio dell’AnimA

 
L’organo più impegnato del nostro fisico è la colonna vertebrale (CV), che collega la parte superiore del corpo (testa), con quella inferiore (bacino). Il suo nome (Columna vertebralis) contiene, in quanto tale, solo una parte di verità, dato che per tutta la vita dell’individuo questa svolge più il ruolo di un arco flessibile che quello di una vera e propria colonna.
 
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Considerata da questo punto di vista, possiamo dire che assume la forma di una doppia S. La colonna vertebrale si comporta come un’unità funzionale, che consiste di 34 o 35 vertebre:
7 cervicali, 12 dorsali, 5 lombari, 4 o 5 coccigee. Di queste le prime 24 sono mobili, mentre le ultime 10 o 11 sono saldate tra di loro fino all’osso sacro o coccige.
 
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Alla colonna vertebrale sono legati i 550 muscoli, i 400 legamenti e tendini dell’apparato di sostegno preposto alla stabilità, che al tempo stesso deve garantire la sorprendente mobilità delle 144 articolazioni. Eccetto le due vertebre superiori, Atlante e Asse, tutte le altre hanno una forma simile:

Mentre i massicci corpi delle vertebre sopportano il peso del corpo, il canale vertebrale, formato dai fori delle vertebre posto una sopra all’altra, protegge il sensibile midollo spinale, i cui nervi si diramano attraverso le stesse strutture vertebrali.

Le vertebre dorsali dispongono di piccole superfici piatte sulle quali si appoggiano le costole:

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tale sistema permette al torace di dilatarsi, e di conseguenza ai polmoni di respirare. Spesso la colonna vertebrale viene chiamata con un altro nome, a causa del prolungamento a spina che la caratterizza: «spina dorsale», certamente questa sporgenza fu la prima cosa che l’uomo notò della colonna vertebrale.
 
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La diversa mobilità che caratterizza ognuna delle sue parti principali, è dovuta soprattutto alla presenza dei dischi intervertebrali.
 
Ognuno di questi dischi è formato da un nucleo polposo centrale, costituito da una massa gelatinosa sferoidale, composta fondamentalmente di acqua con una percentuale massima dell’88% nei neonati e del 70% nelle persone di settanta anni.

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Questo nucleo soffice, malleabile e capace di adattarsi ai movimenti della colonna vertebrale ha le stesse funzioni di un distributore di pressione in una diga:
serve infatti ad assorbire e a ridistribuire in modo uniforme le sollecitazioni di carico che riceve.

Attorno ad esso si trova un anello fibroso periferico preposto a limitare i movimenti del nucleo molle e a tenere in forma le bande intervertebrali.

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I cedimenti dei legamenti discali possono provocare le temute ernie. I numerosi muscoli e i legamenti della colonna vertebrale bilanciano la pressione interna del nucleo gelatinoso.
 
Paragonabile all’attrezzatura da ingrasso di una barca a vela, la colonna cerca di mantenere l’equilibrio tra le parti: i nuclei gelatinosi, che tendono alla dilatazione, sono ad esempio trattenuti dagli anelli fibrosi, mentre i muscoli portano le costole le une verso le altre, tenendole in tal modo unite.
 
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Esaminando la colonna vertebrale come un unico organo funzionale, saltano subito agli occhi due caratteristiche fondamentali: la forma a serpente e Ia struttura polare.
 
Le singole vertebre hanno la stessa funzione dei segmenti che costituiscono il corpo di questo rettile che appartiene certamente alla famiglia dei vertebrati, dato che il suo organismo è formato solo di vertebre.

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A un esame esterno della colonna vertebrale, colpisce il fatto che la sua forma richiami alla memoria il serpente avvolto attorno al bastone di Esculapio, il simbolo della medicina.
 
Anche la colonna vertebrale infatti si attorciglia attorno alla linea immaginaria della forza di gravità mantenendo, in tal modo gli esseri sollevati da terra.
 
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Innalzare il serpente, ovvero elevare ciò che è basso, era il compito principale dei medici dell’antichità: volevano aiutare gli uomini a liberarsi della prigionia dell’infimo mondo materiale e permettere loro di accedere agli aspetti ideali e più alti della realtà.
 
Nella cultura indiana, l’uomo può arrivare alla conoscenza attraverso la forza del serpente «Kundalini», che riposa appunto sulla colonna vertebrale. Secondo la concezione veda, il serpente Kundalini dorme attorcigliato nel chakra più basso detto Muladhara, formando tre spirali e mezza.
 
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Questo chakra, il primo dei sette centri di energia disposti lungo la colonna vertebrale, si trova all’altezza dell’osso sacro, (os sacrum in latino), considerato tale anche nella nostra cultura. Qui, secondo il credo induista, riposa l’energia primigenia dell’uomo fino al momento in cui viene risvegliata e sale lungo la colonna vertebrale attraverso gli altri chakra.
 
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Se il chakra verticale, quello più alto, viene raggiunto e aperto, l’uomo è realizzato, illuminato e, come dicono gli indiani, trasformato in Purusha, cioè uomo vero.
 
L’anatomia occulta dell’induismo si basa sulla credenza che nella regione della spina dorsale ci siano tre canali sottili, attraverso i quali sale l’energia: Ida e Pingala ai lati e Shushumna al centro. In modi diversi e con una certa insistenza, ci viene consigliato di non giocare con le forze potenti e assopite che si trovano in queste zone e di non osare accedere a queste regioni senza un bravo maestro.

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D’altro canto, non c’è alcun dubbio che possiamo divenire uomini autentici solo attraverso la spina dorsale. Come l’energia, anche l’uomo integro deve salire seguendo l’asse centrale fino a raggiungere l’estrema rettitudine. Anche altre culture antiche conoscevano le forze che scorrono lungo la colonna vertebrale.

La dottrina cinese dell’agopuntura dà una grande importanza ai meridiani e a questo modo di considerare le cose.

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Il serpente, che ha sedotto i primi uomini inducendoli a vivere nel mondo delle polarità, consente loro di crescere al di là della polarità stessa e di tornare nell’unità, cioè alla salute. Così il serpente diviene anche il simbolo dell’evoluzione.
 
Come il risveglio dell’energia del serpente Kundalini è decisivo per far sì che l’uomo si elevi e si trasformi in vero uomo spirituale, l’acquisizione della posizione eretta da parte dei primi esseri umani permise loro di acquisire caratteri umani nel senso più autentico.
 
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La colonna vertebrale si trova quindi al centro dell’ascesa umana. Per dirla in termini poetici, i sogni ambiziosi degli uomini hanno sempre ruotato attorno alla colonna vertebrale, tendendo verso l’alto e cercando di liberarsi dalla Madre Terra per avvicinarsi sempre più al Padre Cielo.
 
Il serpente, come simbolo della polarità, può aiutare nel migliore dei modi a superare il mondo degli opposti. Quanto sia facile però che il suo dono si trasformi di nuovo in veleno, è dimostrato dagli incidenti spirituali che possono presentarsi a un approccio superficiale con l’energia Kundalini.
 
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Si rischia infatti di perdere l’equilibrio e di cadere troppo in profondità in uno dei due poli. Solo la via di mezzo conduce allo scopo e può essere percorsa solo a condizione che le forze polari, quella maschile e quella femminile, siano in equilibrio.

La seconda peculiarità della colonna vertebrale, accanto alla sua forma di serpente, è costituita dal costante alternarsi dei due poli in tutta la sua lunghezza:
 
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il disco intervertebrale infatti è costituito da un nucleo tenero e da un anello fibroso. Il passaggio da una materia ossea e dura a una gelatina acquosa e molle è necessario alla spina dorsale per svolgere le sue funzioni.
 
Simbolicamente la parte dura e forte appartiene al polo maschile, mentre la qualità molle e adattabile dell’elemento acqueo, presente nei dischi intervertebrali, è femminile. Nel costante cambiamento dal femminile al maschile, la colonna vertebrale costituisce una simbologia primigenia, nota a tutte le civiltà e a tutte le religioni.
 
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Il Taoismo rappresenta questo legame attraverso il simbolo del Tai – chi, la mitologia greca lo fa attraverso la collana di perle di Harmonia, che Hephaistos, il fabbro degli dèi, realizzò alternando perle nere con perle bianche.
 
Lo sfruttamento del principio di polarità aumenta in modo notevole la capacità di carico della colonna vertebrale. Se la parte ossea è responsabile della solidità e della stabilità, quella acquosa e gelatinosa assicura elasticità e capacità di adattamento.
 
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Le malattie nelle quali uno solo di questi aspetti emerge, rivelano quanto le posizioni estreme siano sempre pericolose: il morbo Bechterew, ad esempio, porta all’indurimento e all’ossificazione delle zone intervertebrali elastiche.
 
Ne deriva che al centro del corpo dei pazienti si viene a formare una barriera, una vera e propria struttura ossea. Al polo opposto possiamo registrare i processi di indebolimento delle ossa, che si verificano attraverso processi rachitici o tubercolotici con danni locali. Tali fenomeni determinano una riduzione della posizione eretta attraverso la curvatura della colonna, che può portare ad un atteggiamento cifotico.

In casi estremi si può arrivare alla paraplegia.


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Grazie all’alternanza degli elementi duri e morbidi e alla mutevolezza della forma, la colonna ha la possibilità di utilizzare le sue parti come ammortizzatori.
 
I due principi sono nella condizione di attutire in maniera ideale colpi e sbarramenti. Normalmente sui dischi intervertebrali viene esercitata una pressione di circa 30-50 chilogrammi, ma appiattendosi essi sono in grado di sopportare un peso quadruplo.
 
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È possibile misurare la capacità di adattamento della spina al carico con un semplice metro: di mattina l’essere umano è certamente più alto di quanto lo sia la sera; il peso del giorno infatti grava su di lui al punto da farlo abbassare (fino a un massimo di due centimetri).

I carichi pesanti sono quindi attutiti dalla flessione della spina dorsale:

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gli ammortizzatori delle auto del resto si basano sullo stesso geniale principio. La curvatura della colonna vertebrale corrisponde alle molle a spirale che, scorrendo attorno agli ammortizzatori, attenuano i colpi improvvisi.
 
L’ammortizzatore vero e proprio corrisponde al sistema dei dischi intervertebrali e vertebrali, che sopportano pesi per periodi lunghi.
 
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La problematica vera risiede spesso negli estremi: se la forma della spina è esageratamente a S, significa che la persona in questione ha rinunciato alla sua posizione eretta a favore della capacità di adattamento: si tratta di una persona che si prostra di fronte alla vita.
 
Se la forma a S è limitata, si verifica l’opposto: i soggetti procedono a testa alta senza disporre però della necessaria capacità di adattamento e senza la possibilità di ammortizzare colpi e urti. Sono persone dure (troppo poco molleggiate), e certamente portate a ferirsi.

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Camminare eretti è una facoltà esclusiva dell’uomo, resa possibile dalla curvatura del piede, diversa da quella di qualsiasi altra creatura vivente. Per questo, insieme alla colonna vertebrale, da un punto di vista anatomico l’incavo presente nella pianta del piede è l’elemento più umano dell’uomo.
 
Non abbiamo ricevuto in regalo la posizione eretta fin dal principio, questa ci è stata offerta solo più tardi, mentre percorrevamo la via della nostra evoluzione. Oggi ognuno di noi deve guadagnarsela di nuovo. I medici dicono in proposito che la filogenesi (storia delle origini) e la ontogenesi (sviluppo dell’individuo) corrispondono:
 
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l’uomo cioè deve compiere ancora una volta i passi essenziali dell’evoluzione a partire dalle origini, anche se ovviamente in forma più rapida e al tempo stesso simbolica.
 
L’uomo inizia la sua vita come essere unicellulare e diviene poi un essere acquatico, immerso nel liquido amniotico, che ancora oggi lo lega all’acqua del mare. Dopo la nascita si muove strisciando sulla terra come i rettili e prima di potersi drizzare in modo definitivo sugli arti posteriori, cammina a carponi.
 
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Il biologo Adolf Portmann sosteneva che l’uomo viene sempre al mondo un anno prima del dovuto. Mentre lo scimpanzé già immediatamente dopo la nascita ha le proporzioni di un individuo adulto, l’uomo deve ancora evolversi in base al suo modello di corpo adulto. Prima del quinto mese non riesce a rizzarsi in piedi e a mantenere la colonna vertebrale in posizione verticale.

Dal sesto riesce, solo se precoce e grazie a un aiuto esterno, a reggersi sulle gambe.

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I primi passi, traballanti ma liberi, arrivano solo all’undicesimo mese, se non al compimento del primo anno di vita. Chi ha potuto osservare queste fasi della faticosa crescita del bambino, può farsi un’idea dei primi passi che i nostri remoti progenitori fecero per la prima volta, dopo aver acquisito la posizione verticale.
 
L’embriologia rivela quanto profondamente la nostra eredità sia nascosta in noi. Da un lato l’embrione fino al quarto mese ha una colonna vertebrale notevolmente più lunga, specialmente in quella parte che negli «altri vertebrati» chiamiamo coda. D’altro canto, l’embriologia dimostra che la spina dorsale rappresenta un’evoluzione della chorda dorsalis (72) comune a tutti i vertebrati.
 
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All’inizio il feto ha solo questa corda primigenia. Nel corso del suo sviluppo questa non viene più irrorata di sangue e da essa si forma il nucleo gelatinoso dei dischi intervertebrali. Per tale motivo sulla colonna vertebrale non solo si legge quanti anni l’individuo ha sulle spalle, ma anche quanti milioni di anni l’umanità ha dietro di sé.
 
Nei problemi che abbiamo con i dischi intervertebrali si individuano le stesse difficoltà che fino ad oggi l’uomo ha dovuto affrontare nel corso del suo sviluppo. Nell’analisi anatomica ciò risulta in modo particolarmente evidente.
 
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Quando in passato il movimento era affidato a tutti gli arti, il corpo si posava stabilmente su quattro fidate colonne. Anche se una di queste fosse venuta meno, le altre tre sarebbero state sufficienti. Per altro il pericolo di una caduta era modesto, visto che l’individuo era vicino a terra.
 
La colonna vertebrale non era ancora una colonna, ma era già una catena leggermente piegata ad arco, e al tempo stesso un solido pilastro per le sensibili viscere. La testa non aveva ancora conquistato la posizione più alta e il conseguente predominio: pendeva quasi sempre in avanti oscillando più in basso della cintola.
 
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Tutto ciò offriva un vantaggio di cui abbiamo precedentemente parlato, cioè che i nostri progenitori ben raramente avevano il raffreddore.
 
Ma nonostante il problema del naso pieno, gli uomini erano ambiziosi e la posizione eretta permetteva loro di puntare in alto. Attraverso il passaggio dalle quattro fidate colonne alla camminata impettita ma traballante, sostenuta solo da due pilastri, avevano pericolosamente spostato il baricentro verso l’alto e trasformato un equilibrio stabile in uno labile.
 
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Gli uomini che assunsero la posizione eretta fecero del loro meglio: non solo riuscirono a raggiungere una sicurezza tranquillizzante appoggiandosi sulle due gambe posteriori, ma anche un’impressionante disinvoltura nell’uso degli arti superiori resisi liberi. La razionalizzazione del lavoro ha portato certo a un risparmio di energie.

La libertà ottenuta attraverso la liberazione di due gambe ha avuto però il suo prezzo.

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Con l’acquisizione della posizione eretta, si è presentato nella nostra vita anche il tema della lealtà, specialmente da quando la testa si è conquistata la posizione più elevata e quindi principale. Dagli animali, che vivono muovendosi su quattro zampe, nessuna persona razionale si aspetterebbe qualcosa del genere.
 
D’altro canto ci rallegriamo molto quando i nostri animali domestici assumono atteggiamenti umani o recitano per noi la parte di piccoli uomini. Più si comportano umanamente, cioè più assumono una posizione eretta, più vicini ci sentiamo a loro. In definitiva però non valutiamo negativamente la loro incapacità di assumere una posizione eretta, come avviene per i bambini finché si muovono carponi.
 
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Solo l’elevazione del corpo e la verticalizzazione della colonna vertebrale consentono la lealtà, che sulla base di queste considerazioni diviene un’esigenza categorica, a cui solo l’uomo che ha acquisito la posizione eretta può dare una risposta adeguata. Noi istintivamente consideriamo la mancanza di lealtà come uno sviluppo non completo e pertanto la rifiutiamo.
 
Con una vita eretta, o per meglio dire, con l’elevazione della testa l’uomo si trovò ad affrontare nuove esigenze e nuovi fardelli vennero a gravare su di lui. Alla capacità di caricare sulle proprie spalle pesi fisici e di trasportarli per tratti lunghi, si aggiunse la facoltà di prendere sulle proprie spalle ben altri carichi metaforici.
 
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Grazie alla flessibilità della colonna, fu però in grado di sopportare sovraccarichi da entrambi i tipi. Non soltanto il naso rivolto verso l’alto, e perciò tanto spesso raffreddato, annunciava nuovi problemi; anche la colonna vertebrale finì ben presto al centro del conflitto.
 
Tutti i pesi assunti, i fardelli e le responsabilità, insieme alla più ampia visione prospettica consentita dalla posizione eretta contribuivano ad abbattere di nuovo un po’ gli uomini che si erano messi diritti. I carichi fisici erano di gran lunga i meno gravosi, poiché di questi gli esseri umani erano consapevoli.
 
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Al giorno d’oggi sono soprattutto i pesi e i fardelli inconsci quelli che opprimono gli uomini e gravano sui dischi intervertebrali.
 
71La lordosi indica una curvatura in avanti, la cifosi una all’indietro.
72Chorda dorsalis significa corda dorsale.
 
(Dott. Rudiger Dahlke)

Vitamina D

La vitamina D viene sintetizzata dal colesterolo e attivata dall’esposizione al sole.

L’idea che possiamo colmare le lacune attraverso banali assunzioni orali ricorda molto i concetti delle medicine tribali per le quali per migliorare la vista veniva consigliato di mangiare gli occhi degli animali curioso l’interesse per la vitamina D,

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che è sintetizzata a partire dal colesterolo, che invece viene proposto di tenere basso, mediante una dieta povera di grassi…quando: l’80% del colesterolo NON proviene dalla dieta, è sintetizzato da un enzima stimolato dall’insulina…

quindi quando si mangiano CARBOIDRATI, non Grassi, si produce il massimo di colesterolo.

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Che ha azioni benefiche in quanto tiene plastiche le membrane cellulari, sono i prodotti di ossidazione dell’LDL che provocano le placche, questa ossidazione è dovuta a processi infiammatori, che sono i veri responsabili delle placche,

che altro non sono che una protezione dei vasi sanguigni nel processo di riparazione, per impedirne la necrosi, come avviene in altri tessuti (per riparare prima demoliamo, poi ricostruiamo, alcuni tessuti non conviene demolirli, come vasi e fibre nervose, quindi li proteggiamo con placche).

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Quindi combattiamo il colesterolo, ma assumiamo vitamina D. il vero problema è che cerchiamo di introdurre, dalla bocca, ciò che è carente nel ns corpo. Invece dovremo chiederci perchè (…) quella molecola è carente, perchè la sintesi endogena è diminuita.

Allora è più furbo cercare di risolvere le cause che hanno prodotto tale riduzione.

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Per fortuna il sistema digerente, spesso completamente non considerato in questi approcci, ci impedisce di provocarci danni, come quando tentiamo inutilmente e pericolosamente di alcalinizzare tessuti che non sono basici!

Molti immaginano il corpo umano come una enorme pentola dove avvengono reazioni chimiche, che possono essere facilmente modificali somministrando reagenti o prodotti finali delle reazioni che avvengono al suo interno, senza tenere conto che queste avvengono all’interno di cellule, in scomparti ben definiti, spesso, per ns fortuna, non facilmente raggiungibili dall’esterno.

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D’altra parte il sistema digerente rappresenta la nostra maggiore superficie di interfaccia con il mondo esterno, se non fossimo fortemente isolati da esso, ci saremo già estinti.

In particolare per la vitamina D, questa è prodotta dal colesterolo, ora, nonostante molti lavori in letteratura (ma chi li legge?)

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che sostengono come sia stato un grossolano errore considerare pericolosi alti suoi livelli, abbiamo abbassato il limite max a 200, e ci sono persone che “viaggiano” con 140 di colesterolo totale. Il problema è che costoro sono veri morti che camminano, ma sicuramente avranno problemi a sintetizzare la vitamina D.

Ma cosa importa? gliela vendiamo?

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La vitamina D nell’immaginario collettivo rappresenta quella vitamina prodotta dal sole è in grado di migliorare l’assorbimento di calcio nelle nostre ossa. Sicuramente l’informazione se pur veritiera è la conseguenza della più grande mistificazione medica nei confronti di un micronutriente.

Infatti rappresentare l’importanza di questa vitamina, riconoscendogli solamente il compito di coadiuvare la cura all’osteoporosi e del rachitismo, non rende assolutamente merito all’importanza fondamentale che tale micronutriente ha invece per la nostra salute.

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Sarebbe come affermare che il sole per le piante è utile solo a scaldarle. Ma sappiano che non è così. Il sole è la vita, ed in effetti senza questa nostra stella, la vita sul pianeta terra si estinguerebbe in pochissimi giorni.

Anche nel caso dell’uomo, l’evoluzione ha previsto per il sole un ruolo fondamentale, la produzione della vitamina D.

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Solo negli ultimi anni la medicina ufficiale ha incominciato a comprendere l’importanza di questa vitamina (ma tali ricerche non sono promulgate adeguatamente).

Innanzitutto è stato appurato che la vitamina D in effetti è un ormone, in quanto si comporta esattamente come gli altri ormoni steroidei (ad esempio il cortisolo).

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Non solo, la sua azione è rivolta ad ogni cellula del nostro corpo, ad ogni tessuto ed a ogni organo (non esiste un altro ormone con una capacità così universale).

Addirittura regola circa il 3% del genoma umano (del Dna) e si lega a dei recettori (ce ne sono 2.246 solo nella catene del Dna) inducendo all’interno della cellula migliaia di azioni differenti (in base al recettore a cui si è legato).

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E’ stato confermato, da studi clinici, che la vitamina D ha un effetto significativo su 229 geni, compresi quelli interessati nelle malattie della sclerosi multipla, il diabete (tipo 1) e il morbo di Crohn.

Questo significa che ad oggi ancora non conosciamo le reali attività che questo ormonevitamina svolge all’interno del nostro corpo. Cerchiamo allora di capirne un po’ di più.

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Innanzitutto da dove proviene la vitamina D?

Possiamo assumere dalla dieta circa il 10% circa della vitamina D di cui abbiamo bisogno mentre il 90% è prodotto dalla nostra pelle con l’esposizione ai raggi UVB. Per quanto riguarda quella assunta con la dieta, si suddivide in vitamina D2 (ergocalciferolo) di origine vegetale e vitamina D3 (colecalciferolo) di origine animale.

La vitamina D stimolata dal sole è del tipo vitamina D3 (colecalciferolo) e la produciamo grazie alle cellule della pelle (cheratinociti) che utilizzano i raggi UVB per processare il colesterolo (7–deidrocolesterolo).

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Approfondimento tecnico.

Sia la vitamina D2 che la D3 si legano a delle speciali proteine (DPB vitamin D binding protein) e trasportate nel fegato. All’interno di questo organo sono processate (idrossilate) per diventare molecole 25-idrossivitaminaD (25(OH)D) o anche chiamato calcifediolo.

Questa molecola è biologicamente inattiva (è un marker usato per capire se si è carenti) e per essere utilizzata dal corpo deve subire un altro processo chimico tramite un enzima (1-idrossilasi) per trasformarsi in 1,25-di-idrossi-vitamina D (1,25(OH)2D3) o calcitriolo.

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Questo processo accade principalmente nei tuboli renali (che ne regolano anche la quantità nel sangue), ma può avvenire in vari tessuti o nelle singole cellule del corpo (cellule immunitarie).

La vitamina D è anche correlata al metabolismo del calcio (da cui dipende anche la sua regolazione nel sangue) risultando essenziale nel processo di modellamento delle ossa e nel contrastare l’osteoporosi. Spieghiamone il meccanismo.

IL METABOLISMO DEL CALCIO

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Il metabolismo del calcio è regolato dall’ormone paratormone (o ormone paratiroideo o PTH) sintetizzato dalle ghiandole paratiroidi.

Questo ormone è in grado di agire sulla capacità di assimilazione del calcio dall’intestino, di controllare il riassorbimento a livello renale e l’attività delle cellule osteoblaste (che costruiscono l’osso) e delle cellule osteoclaste (che distruggono l’osso). Il nostro scheletro è in continua fase catabolica ed anabolica, ma il giusto equilibrio tra queste due fasi, dipende principalmente dalla quantità di calcio presente nel sangue.

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Approfondimento tecnico.

Quando il livello di calcio nel sangue è troppo basso, l’ormone paratormone stimola la produzione renale di 1,25-di-idrossivitamina (vitamina D attiva), aumenta la ritenzione di calcio dai reni, aumenta l’attività degli osteoclasti (quelle che demoliscono l’osso).

La vitamina D attiva (1,25-di-idrossi-vitamina D) si lega ai recettori intestinali, incrementando sensibilmente la capacità dell’intestino di assimilare il calcio (dal 10% senza vitamina D al 40%) e stimola i fibroblasti nella costruzione di nuovo osso.

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Esiste inoltre un meccanismo di feedback negativo che in caso di troppo calcio nel sangue (ipercalciemia) riassorbe la quantità di vitamina D attiva, in modo da ridurre l’assimilazione del calcio dall’intestino. E’ quindi piuttosto evidente che la carenza di questa vitamina-ormone è la causa principale dell’osteoporosi.

Ma quali sono le altre funzioni della vitamina D?

La Vitamina D ed il nostro corpo. Come abbiamo detto, la vitamina D è molto più di quello che l’informazione vuole rappresentare. La sua interazione con il nostro corpo è universale, ma ancora poco conosciuta da parte della medicina.

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Sappiamo però che esistono dei recettori chiamati Dvr (molecole che si legano a questo ormonevitamina) all’interno dei seguenti tessuti:

tessuto adiposo, surrene, cuore, cellule endoteliali aortiche, cervello, cellule insule pancreatiche, ghiandola mammaria paratiroide, cellule neoplastiche parotide, condrociti ipofisi, colon, placenta, ovaio, prostata, epididimo retina, follicolo pilifero cute, cellule intestinali, stomaco, cellule renali distali, testicolo, fegato, timo, polmone e tiroide.

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Grazie a questi recettori, la vitamina D interagisce con le seguenti azioni genomiche non classiche:

Inibizione della crescita cellulare

Regolazione dell’apoptosi

Controllo della differenziazione cellulare

Modulazione della risposta immune

Prevenzione della trasformazione neoplastica

Controllo del sistema renina-angiotesina

Controllo della secrezione insulinica

Controllo della funzione muscolare

Controllo del sistema nervoso

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Queste azioni non sono ancora state studiate in maniera approfondita dalla scienza e quindi non siamo in grado oggi, di sapere come la carenza di vitamina D incida su questi processi metabolici.

L’azione che sembra di maggiore interesse per la scienza riguarda il nostro sistema immunitario, dove la vitamina D ha un ruolo fondamentale. Approfondiamolo insieme.

LA VITAMINA D ED IL NOSTRO SISTEMA IMMUNITARIO

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Come abbiamo visto, il nostro sistema immunitario è molto complesso ed è composto da diverse tipologie di cellule predisposte ad uccidere qualsiasi antigene (virus, batteri, funghi) che attaccano il nostro corpo o le cellule che si trasformano in tumorali, abbiamo vari tipi di linfociti T ( killer, helper, etc), B e cellule dendritiche, ognuno dei quali comunica tramite dei mediatori (interleuchine), potendo generare differenti risposte immunitarie.

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Se volessimo paragonare il corpo ad uno stato moderno, il nostro sistema immunitario sarebbe rappresentato dalle forze dell’ordine e dalle forze militari.

Un singolo corpo (ad esempio l’aeronautica) svolge un compito a se stante ma sempre in coordinamento con le altre forze.

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A svolgere questo compito e quindi verificare a controllare che gli ordini vengano eseguiti correttamente, sono gli ufficiali ed i sottoufficiali. Nel nostro sistema immunitario questo compito è svolto esclusivamente dalla vitamina-ormone D.

Infatti ognuna delle cellule attrici (linfociti) ha nel proprio interno un recettore (Dvr) al quale si lega la vitamina D, determinandone il comportamento.

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La carenza di questa vitamina causa una insufficiente risposta immunitaria verso le invasioni batteriche ed una risposta immunitaria eccessiva nei confronti delle nostre cellule (malattie autoimmuni) o verso le sostanze Not Self (allergie). Cerchiamo di spiegarlo nel dettaglio.

RISPOSTA IMMUNITARIA INSUFFICIENTE

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Le cellule dendritiche, come abbiamo spiegato, hanno il compito d’inglobare l’antigene, giungere fino ai linfonodi (dove si trovano i linfociti T vergini), maturare e trasmettere le informazioni del gene da combattere.

La vitamina D si lega al recettore (Dvr) e permette la maturazione delle cellule dendritiche, che possono così attivare la duplicazione dei linfociti specifici contro l’antigene identificato.

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La carenza di vitamina D diminuisce il numero di cellule dendritiche mature, allungando il tempo di reazione immunitaria del corpo.

E’ per questo motivo che d’inverno (perché non prendiamo il sole e ci copriamo eccessivamente) esistono le epidemie da influenza.

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Se ci pensate bene, i virus vivono meglio a caldo e d’estate è molto più facile entrare in contatto con i fluidi corporei (sudiamo di più e siamo più scoperti). Ma nonostante ciò non ci sono epidemie influenzali. Il motivo è che siamo più forti (prendiamo il sole, attivando la vitamina D) ed i virus non riescono a sopraffarci.

RISPOSTA AUTOIMMUNE E SVILUPPO DELLE ALLERGIE

Il problema delle malattie autoimmuni e delle allergie dipende da un’attivazione eccessiva delle cellule dendritiche.

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Sono infatti tali cellule, poste nella matrice cellulare (soprattutto quella esposta ad invasioni batteriche e virali) a svolgere un vero e proprio ruolo di sentinelle, a decidere se l’incontro con un antigene (self o not self) debba dare inizio ad una risposta immunitaria o meno.

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Per optare per una simile scelta le cellule dendritiche utilizzano dei veri e propri sensori presenti sulla loro membrana, i recettori Tlr (Toll-Like Receptors), grazie ai quali sono in grado di comprendere se è in atto un’invasione batterica nel tessuto che si trovano a presidiare.

Le molecole catturate da questi recettori sono le citochine infiammatorie, rilasciate dalle altre cellule del sistema immunitario: una traccia evidente della loro presenza indica che quindi è in atto un’invasione.

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Quindi nel caso delle allergie, non è la presenza delle proteine del polline la vera causa della reazione allergica (infatti altre persone non subiscono tale patologia) bensì la presenza d’infiammazioni interne che attivano le cellule dendritiche, le quali avendo inglobato un antigene scelgono di attivare la risposta immunitaria.

Lo stesso accade per le malattie autoimmuni, dove le molecole catturate sono dei peptidi molti simili ai nostri tessuti (provenienti da proteine mal digerite) e quindi lo stato infiammatorio spinge le cellule detritiche a stimolare la produzione di linfociti Th1, a quel punto, attaccheranno i nostri tessuti.

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La vitamina D è in grado d’inibire la maturazione della cellula dendritica (perché ritiene non necessaria una risposta immunologica) e quindi quando la cellula CD incontra dei linfociti vergini (non ancora attivati), trasferisce informazioni di tolleranza nei confronti della molecola inglobata.

Al contrario, la carenza di vitamina D, causa la maturazione delle cellule dendritiche attivando una risposta immunitaria inutile e dannosa.

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Lo stesso accade quando le infiammazioni acute si trasformano in croniche, perché i vari linfociti T e B presenti nel luogo dell’infiammazione perdono il controllo e mantengono l’infiammazione.

Ciò dipende anche dalle interleuchine (citochine o mediatori) prodotte dai vari linfociti. La vitamina D si lega a dei recettori all’interno di queste cellule, modifica la produzione di tali mediatori, facendo terminare l’infiammazione cronica.

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Lo stesso vale per i tessuti adiposi promossi dall’insulina, dove si riscontra maggiore infiammazione cronica. Analoga storia accade per l’intestino dove i linfociti devono contrastare la flora batterica patogena (dove sono presenti il 60% dei linfociti del nostro corpo).

RISULTATI ATTRIBUIBILI ALLA VITAMINA D

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Molti ricercatori hanno effettuato degli studi sulla somministrazione di questa vitamina riportando risultati strabilianti. In uno studio pubblicato dalla rivista Circulation, si metteva in evidenza che ad una minore quantità di vitamina D nel sangue, corrispondeva un aumento, fino al 62%, del rischio da infarto.

In alcuni studi è stato dimostrato che la quantità doppia (rispetto al minimo) di vitamina D nel sangue, permette una riduzione del 62% del rischio di sviluppare la sclerosi-multipla nella propria vita.

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L’integrazione di vitamina D è efficace per ridurre l’ipertensione (la pressione sanguigna). Diverse ricerche hanno confermato che più ci si allontana dalla linea dell’equatore, le popolazioni durante l’inverno soffrono maggiormente questo tipo di malattia.

In Finlandia è stato dimostrato che i bambini che avevano un supplemento di 2000 ui giornalieri di vitamina D nel primo anno di vita, riducevano del 78% il rischio d’incorrere nel corso della loro vita nel diabete di tipo 1 (Hypponen E et al, Lancet 2001). Questa vitamina risulta molto utile per modulare l’attività delle cellule del pancreas che secernono insulina.

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La vitamina D interagisce anche con le fibrocellule muscolari, tramite un recettore nel Dna che stimola la cellule alla produzione di aminoacidi per ricostruire o far crescere la massa muscolare.

Infatti negli anziani l’utilizzo d’integratori di questa vitamina, permette una riduzione del 40% delle cadute, anche per la maggiore efficienza del sistema muscolare.

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La vitamina D permette una diminuzione del 52% delle malattie infettive (influenza, tubercolosi, aids) .

Gli scienziati si stanno concentrando anche sull’azione della vitamina D sul sistema cardio circolatorio. Infatti sono stati trovati dei recettori (Dvr) nelle cellule dell’endotelio vascolare e nei mastociti che generano la risposta immunitaria (con la formazione degli ateromi).

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Inoltre in alcuni studi è stata confermata una relazione inversa tra quantità di calcio che si deposita sull’epitelio (la calcificazione delle vene) e la quantità di vitamina D (maggiore è la vitamina e minore è il calcio.

“Studio sugli effetti di alto dosaggio di vitamina D3 su donne con sclerosi multipla in una durata di 10 anni Evidenze sempre crescenti mettono in correlazione l’integrazione di vitamina D (25(OHD) con un minore rischio di sviluppare la sclerosi multipla, riduzione del tasso di ricaduta, rallentamento della progressione della malattia o minori lesioni cerebrali […]

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L’apporto di vitamina D3 riduce i dolori muscolari e aumenta la deambulazione.” Int J Moi Sci. 2012 Oct 19;13(10):13461-83. doi: 10.3390/ijms131013461

Relazione Scientifica Serie Di Video 1 http://vitaminad.it/video-della-consensus-sulla-vitamina-d-in-pediatria/

Fucus vesiculosus

Fucus (Fucus vesiculosus oppure quercia marina)

Fa parte delle alghe laminarie.

Il Fucus (Fucus vesiculosus) è un’alga marina di colore verdastro molto ricca di iodio, per questo motivo stimola la tiroide ed i processi metabolici destinati a smaltire l’eccesso di grasso e calorie.

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Questa pianta può essere utile come coadiuvante nell’obesità *, costipazione cronica, affezioni polmonari, bulimia, depressione immunitaria, cellulite.

L’attività immunomodulatrice è dovuta ai mucopolisaccaridi, mentre polifenoli e metabolici solforati agiscono sinergicamente come diuretici.

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Nelle cure dimagranti è assunto con abbondante acqua. Si usa anche come tampone nel caso d’ernia iatale per prevenire l’esofagite da reflusso.

Dose: 1 g tre volte al giorno. Ha effetto ipolipemizzante, da usare in polvere od opercoli. Contiene lo iodio, indispensabile per il corretto funzionamento della tiroide, agisce come immunostimolante, si consiglia anche per il trofismo della mucosa dell’apparato respiratorio, utile per i bambini linfatici e persone nella terza età con problemi respiratori.

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L’alginato di sodio presente nel fucus previene l’assorbimento dello stronzio 90 radioattivo (del 83%), metallo pesante tossico, che si accumula nel tessuto osseo, associato a molte forme di cancro, come la leucemia, cancro osseo, morbo di Hodgkin.

L’infuso di fucus è sgradevole, quindi si consiglia di consumarlo in compresse od opercoli.

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Fucus si usa anche per i bagni (nel sacchetto) per bambini rachitici e con insufficienza ghiandolare, reumatismi, disturbi circolatori.

In cataplasmi contro la cellulite (con crusca). In commercio si trova anche sotto forma di TM, dose 20 gocce al mattino e dopo il pasto di mezzogiorno.

Assunto la sera può provocare insonnia, sollecitando la tiroide.

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Fucus è usato nella cura del gozzo, all’inizio del trattamento può presentare un peggioramento. L’algina in polvere applicata sulle ferite accelera la cicatrizzazione.

Si sconsiglia l’uso con anamnesi d’ipertensione arteriosa, non in gravidanza e nel periodo d’allattamento, non con le cardiopatie, malattie infettive in fase acuta, TBC polmonare, ascessi polmonari, reumatismo articolare acuto, malattie mentali e nervosismo, ipertiroidismo, morbo di Basedow.

Le alghe sono consigliate nel caso d’ipotiroidismo. Nelle erboristerie è disponibile anche in fiale monodose in abbinamento con iodio Oligranuli o fiale, per il trattamento dell’obesità.

Fieno greco

 Trigonella (Trigonella foenum graecum)

Parti utilizzate: semi

Il fieno greco cresce prevalentemente in oriente o nel mediterraneo orientale.

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Per Ippocrate fu una delle piante medicinali più importanti. Nell’antico Egitto venne impiegato per facilitare il parto e per promuovere il flusso del latte.

Oggi lo si usa generalmente per dolori mestruali. Viene pure coltivato come pianta da foraggio.

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Oli essenziali, mucillaggini, sostanze aromatiche, tannini, sostanze amare, saponina e flavonoidi esplicano un effetto curativo nei seguenti disturbi: mancanza di appetito, colesterolo, demineralizzazione, diabete, diarrea, digestione, febbre.

E’ un buon alleato delle persone anziane inappetenti

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La polvere viene utilizzata per gargarismi in caso di infiammazioni della gola e delle tonsille.

I semi contengono molte proteine e rafforzano il metabolismo.

Modo d’uso: decotto dal sapore amaro bollire due cucchiai da tè di semi schiacciati per una tazza d’acqua a fuoco lento per 10 minuti.

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Dose: 3 tazze al giorno. Fieno greco si trova in commercio sotto forma di TM, in polvere con cialde, il migliore modo è mischiato con miele d’acacia, tenuto in frigo, al mattino un cucchiaino da caffè.

Disponibile anche in opercoli titolati allo 0,45% in trigonellina, metodo di determinazione HPLC, corrispondente a 1,3 mg di principio attivo. 6 opercoli/die, pari ad una posologia di 7,8 mg/die di trigonellina).

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Si sconsiglia il fieno greco ai bambini sotto i 2 anni, sconsigliato in gravidanza, considerando la sua azione metrostimolante.

Esternamente i semi di fieno greco possono essere applicati sotto forma di pasta per ascessi, ulcere ed ustioni, oppure come lavaggi per cancro della cervice.

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Fieno greco favorisce l’aumento del peso, stimola il pancreas, diabete (ipoglicemizzante – molto diffuso nella medicina araba ed indiana, singolo o in associazione con altri fitoterapici

– Department of Medicine, Indira Gandhi Medical College, Himachal Pradesh, India: Control of hyperglycaemia and phyperlipidaemia by plant product. J Ass Physian India 1994;42;33-5),

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ipolipemizzante (azione sul colesterolo totale), abbassa il livello del colesterolo ematico, in quanto rallenta l’assorbimento, grazie al contenuto delle saponine.

In convalescenza, anemie, scrofolosi, linfatismo, rachitismo, raccomandato nell’attività sportiva.

Per cellulite in forma di cataplasma: farina di fieno greco 50 gr, farina di grano saraceno 50 gr, polvere di radice d’altea selvatica 100 gr fare decotto ed applicare con un panno a temperatura tollerata.

Inoltre si consiglia per magrezza, diabete, TBC, anemia, linfatismo, gotta.

Betulla pianta officinale

La betulla ha proprietà diuretiche, antisettiche, astringenti, febbrifughe, antigottose ed abbassa il colesterolo nel sangue

Betulla (Betulla alba – betulla verrucosa – betulla pubescens)

Parti usate: linfa, corteccia, foglie, gemme.

Dal legno della betulla si ricava il famoso carbone vegetale, dopo appropriata calcinazione.

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Nella pianta sono contenuti diversi principi attivi

flavonoidi in ragione del 2-3%, tra cui quercetina, iperoside, rutina, esperetina, betuletolo; olio essenziale contenente antinfiammatori tra cui il metilsalicilato; tannini.

Le parti usate della pianta sono le foglie e le gemme. Dalla betulla si ricava anche la linfa, conosciuta come “linfa di betulla”.

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Questa pianta può essere utile come coadiuvante negli edemi diffusi, nella gotta, nell’albuminuria, nella predisposizione alla litiasi renale, nella ritenzione idrica, nell’insufficienza renale, nella dermatite e nel reumatismo infiammatorio.

La linfa di betulla su raccoglie in primavera, con luna crescente, praticando dei fiori nel tronco sul lato esposto a sud; ricca di betulina, è dotata di proprietà diuretiche e depurative, atta ad eliminare acidi urici, urea, catabolismi e ridurre il tasso di colesterolemia.

Principi attivo sono le saponine, i flavonoidi, tannini e OE.

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Decotto di gemme combatte l’ingorgo dei gangli linfatici, attenersi al dosaggio basso, l’azione troppo forte può causare indolenzimento dei linfonodi e della ghiandola mammaria. Sospendere la cura per qualche giorno, riprendere con infuso di foglie o succo.

Le foglie sono diuretiche, depurative, sudorifere. La corteccia è depurativa e febbrifuga, digestiva.

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La linfa si usa per calcoli urinari, reumatismi, obesità, artritismo, albuminuria, ipertensione arteriosa.

Modalità d’uso: in erboristeria si trovano fiale con dose giornaliera di linfa di betulla.

Succo di betulla si trova anche in bottigliette, una volta aperte devono essere conservate nel frigo e consumate entro la settimana.

Lo stesso succo ci trova anche in fiale monodose (Vepro) più comode (lunga scadenza). Abbinare con gli oligoelementi (P+S+F+J) per il trattamento dell’artrosi.

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Gemmoderivato: di betulla (betulla pubescens)

ricavato da gemme, amenti, scorza delle radici e giovani radici nel dosaggio di 50 gocce una volta al giorno si consiglia per demineralizzazione, rachitismo.

Malattia dello scheletro dovuta a una carenza di vitamina D o a un insufficiente apporto alimentare di calcio, o alla combinazione dei due fattori.

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È attualmente una malattia rara. Il deficit di calcio o di vitamina D (la cui funzione è di regolare l’assorbimento intestinale di calcio introdotto con gli alimenti) provoca, per un meccanismo di compenso, la mobilizzazione del calcio contenuto nelle ossa, allo scopo di mantenerne costante la concentrazione nel sangue.

Il rachitismo è una malattia tipica dei bambini (nell’adulto prende il nome di osteomalacia) e colpisce quindi individui nella fase di accrescimento.

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I principali sintomi riguardano lo scheletro e sono dati da deformità e rammollimento delle ossa, rallentamento della crescita staturale, ritardo nell’eruzione dei denti e nell’inizio della deambulazione.

Spesso si associano debolezza muscolare, convulsioni, depressione delle difese immunitarie, maggiore frequenza delle infezioni broncopolmonari. , iperazotemia

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Aumento patologico del contenuto di azoto ureico (urea) nel sangue; l’urea rappresenta il maggior prodotto finale del catabolismo delle proteine, escreto con le urine. La produzione di urea dipende dalla dieta e dalla capacità del fegato di sintetizzarla.

Schematicamente, possiamo dunque dire che la sua concentrazione ematica dipende dai seguenti fattori:

dieta, funzionalità epatica e funzionalità renale. Una condizione tipica di iperazotemia è rappresentata dall’insufficienza renale., ipercolesterolemia, iperuricemia, stipsi, tromboflebite (in associazione con GM ontano nero).

Gemmoderivato ricavato da Betulla verrucosa dalle gemme e semi.

Si consiglia per stimolare la memoria e concentrazione, albuminuria.

Presenza patologica di albumina nelle urine. È dovuta all’alterata funzione del rene e in particolare della permeabilità dei capillari che formano il glomerulo renale (glomerulopatie): la loro parete non è più in grado di impedire alle proteine del sangue di passare nell’urina.

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L’albuminuria può essere dovuta a malattie del rene (albuminuria nefrogena), oppure a insufficienza cardiaca con conseguente rallentamento del circolo sanguigno anche a livello renale (albuminuria cardiaca);

inoltre può manifestarsi in caso di disturbi del metabolismo (diabete, uricemia ecc.), nelle malattie croniche del fegato, nell’affaticamento, durante la gravidanza ecc.,

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reumatismo dismetabolico, rachitismo, osteocondrite giovanile, mastopatie fibrocistiche (o mastosi cistica, o fibrosi cistica iperplastica), displasiamammaria contrassegnata da fenomeni ipertrofici e iperplastici sia dell’epitelio ghiandolare che del connettivo interstiziale:

è legata, almeno in parte, a una predisposizione costituzionale, che determina una anomala risposta del tessuto mammario ai normali stimoli estrogenici.

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La mammella o le mammelle colpite appaiono caratterizzate dalla presenza di piccole cisti, in mezzo alle quali si trova tessuto connettivale di aumentato volume e consistenza.

Se bilaterale, interessa diffusamente le mammelle; se monolaterale, predilige l’area supero-esterna. nel dosaggio (1DH) 30-40 gocce 2 o 3 volte al giorno ¼ d’ora prima dei pasti.

Gemmoderivato di betulla verrucosa:

ricavato da linfa favorisce l’eliminazione dell’urea, acido urico, colesterolo alto, utile nel trattamento del reumatismo degenerativo cronico, gotta, calcoli urinari (i testi riferiscono che la linfa di betulla ha la proprietà di: rompere i calcoli renali e della vescica, se si continua ad usare nel tempo) nel dosaggio (1DH) 20-30 gocce 2 o tre volte al giorno. Uso locale per afte.

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Assumere titolato al 2.22% in flavonoidi totali calcolati come iperoside, metodo di determinazione: spettrofotometrico, corrisponde a 5,5 mg di principi attivi, pari ad una posologia di 22 mg/die di flavonoidi totali.

Per preparare un infuso: un cucchiaio da minestra di foglie per una tazza d’acqua bollente, coprire, lasciare a riposo per 10 minuti, filtrare.

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Dosaggio: 2 tazze al giorno.

Betulla è sconsigliata ai soggetti allergici all’aspirina. Betulla fa parte di numerosi prodotti erboristici. (Davidov MI, Goriunov VG, Kubarikov PG. Phytoperfusion of the bladder after adenomectomy. Ufrologija I Nefrologija 1995;5;19-20)

Abete Bianco (Abiens pectinata)

Le gemme di Abies pectinata, raccolte fresche e subito trasformate in macero glicerico

sono un prodigioso rimineralizzante nelle decalcificazioni ossea, nel rachitismo, nelle ipertrofie ghiandolari, nelle carie dentarie e nella piorrea.

Le gemme son un grande rimedio pediatrico, capace di controllare le turbe primitive e secondarie dell’accrescimento.

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Organotropismo

Scheletro, Tessuto linfatico, Midollo osseo, linea cellulare, osteoblasti, eritroblasti.

Parole chiave: Infezioni recidivanti vie aeree (rinofaringiti, tonsilliti, otiti, bronchiti); Ritardo della crescita staturo ponderale, Ritardo consolidamento fratture, Inappetenza, Ipertrofia tonsillare, Osteoporosi, Carie dentarie, Gengivostomatite.

Si consiglia per rachitismo, ritardi di crescita, tonsilliti e adenoidi, adenoiti, ipertrofia linfonoidale, ritardo nel consolidamento delle fratture ossee, carie dentarie e osteoporosi.

Disponibile sotto forma di MG 1DH 20-30 gocce tre volte al giorno, nelle fratture abbinare con TM equiseto, (l’equiseto in polvere è anche molto efficace!) come associato alla Clorofilla.