Le lombaggini

Le lombaggini sono dolori o tensioni avvertite nella parte bassa della schiena, a livello delle vertebre lombari.

 

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Le lombari sono cinque e corrispondono ai cinque Principi e ai cinque piani basilari della vita di ciascun individuo, ossia:

• la coppia
• la famiglia
• il lavoro
• la casa
• il Paese

Quando attraversiamo un periodo difficile della nostra vita o abbiamo difficoltà ad accettare o ad integrare i cambiamenti che si manifestano, le nostre vertebre lombari e le lombaggini esprimono il nostro timore inconsapevole o il nostro rifiuto per tali cambiamenti.

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Ciò è dovuto sovente al fatto che questi cambiamenti sconvolgono le nostre abitudini o i nostri punti di riferimento e che questo è talvolta difficile da accettare senza generare «scatti di nervosismo».

Le lombaggini possono anche esprimere la nostra difficoltà ad accettare di mettere in discussione qualsiasi situazione, in particolar modo nei contesti familiari e professionali.

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Abbiamo difficoltà a mutare la nostra posizione, l’atteggiamento relazionale. Cambiare è comprendere l’esperienza, che si sta facendo, le abitudini della ripetizione ci rendono statici e non dinamici, la volontà di osservarsi comprendere, modellarci trovando la soluzione migliore, rende anche il corpo dinamico e libero da traumi o restrizioni mentali che persistono nei loro loop.

(Micheal Odoul modificato Ciani Francesco)

Le ernie

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Le ernie si presentano in zone di confine, dove regioni del corpo molto diverse tra loro si urtano. In questi casi può capitare che una parte si spinga all’interno di un’altra, pur non avendone alcun motivo.

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Ogni ernia è al tempo stesso un’irruzione e un’intrusione ed evidenzia una situazione di concorrenza tra due settori limitrofi e un atteggiamento di noncuranza nei confronti dei rapporti di confine e di proprietà.
 
Le frontiere naturali e legittime sono ignorate e pericolosamente superate. Lo spazio
occupato viene in tal modo ridotto, spinto da parte e privato dei suoi diritti di esistenza.
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La violazione però non porta alcun beneficio al tessuto invasore, non si verifica alcun alleggerimento del suo spazio vitale e al contrario spesso si arriva allo strozzamento dell’angusta porta dell’ernia.
 
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Facendo un paragone tra l’ernia e il furto con scasso perpetrato da un criminale che non sempre rimane soddisfatto del lavoro compiuto, potremmo riscontrare interessanti analogie.
 
Il criminale è spinto allo scasso da un forte impulso a delinquere, oppure da una situazione troppo allettante. Analogamente nel corpo l’infrazione delle regole è prodotta dall’azione combinata della pressione in crescita da un lato e della debolezza dall’altro.
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Più alta è la pressione, più debole è il muro di divisione, più facilmente il confine viene infranto.

 
Chi confida troppo nelle proprie forze in senso metaforico o reale, si procura facilmente un’ernia. Costui ha evidentemente affrontato un tema troppo difficile e non è all’altezza della pressione che ne risulta.
 
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Ogni ernia può presentare delle complicazioni, per esempio l’infiammazione del sacco che la contiene, simbolo del conflitto aggressivo che esplode nella zona violata.
 
In una tale situazione, la guerra è una reazione logica, tesa a richiamare l’attenzione sul punto debole e sull’eccessiva pressione esistente.
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Un’altra complicazione è rappresentata dallo strangolamento della sacca e del contenuto dell’ernia.

 
Rinchiusa in questo carcere, la sacca finisce in una pericolosissima prigionia: il tessuto strozzato può essere soffocato dall’afflusso di sangue.
 
Nella zona intestinale, l’ernia si può trasformare in peritonite e minacciare la vita dell’uomo.
 
(Dott. Rudiger Dahlke)

Scoliosi o inclinazione laterale della colonna vertebrale

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Con la scoliosi, o inclinazione laterale della colonna vertebrale, ci troviamo di fronte a una inconscia deviazione rispetto al centro di un campo centrale.

Il corpo che è sincero, ci rivela oltre a questa realtà anche la direzione del traviamento, che come tutto ciò che è unilaterale nuoce nella stessa misura ad entrambe le parti.

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Se il baricentro della vita si sposta a sinistra, verso il lato femminile, la parte destra maschile diventa automaticamente troppo corta; anche la parte femminile però viene a trovarsi in una posizione infelice.

In caso di situazione opposta di preferenza per il lato destro, non solo la parte sinistra è in svantaggio, ma anche quella destra soffrirà della propria eccessiva importanza.

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Così, come la bilancia armonica dona stabilità a entrambi i piatti, questi soffrono insieme a causa della perdita dell’equilibrio.

Le deviazioni particolarmente accentuate rispetto a una linea centrale della spina dorsale creano complicazioni anche agli organi interni della cassa toracica. Se il cuore non si trova al posto giusto, interpretare diventa inutile.

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Inoltre i polmoni non sono liberi di espandersi, poiché per farlo avrebbero bisogno di più spazio. Privati della loro libertà, non hanno più la possibilità di fare grandi voli, sia dal punto di vista concreto che da quello della comunicazione.

Alla distorsione fisica corrispondono distorsioni psicologiche.

Per lo più si tratta di giri tondi, che il soggetto non nota neppure, perché l’errore viene a manifestarsi alle sue spalle.

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Ogni curva ha sempre un doppio carattere, ci si allontana da qualcosa e ci si rivolge verso un’altra.


È interessante notare che la maggior parte delle scoliosi sono caratterizzate da un’inclinazione della colonna verso il lato destro, cioè verso quello maschile.

Un paziente ha sperimentato attraverso la terapia, questa volta però in modo consapevole, come l’inclinazione della sua spina dorsale sia iniziata durante la pubertà, quando non riusciva ad assumere un portamento eretto di fronte al padre e cercava di schivarlo fisicamente.

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Drammi particolari accadevano ogni volta in cui si ritrovavano a tavola, quando il figlio doveva sedere alla destra del padre. Dato che il ragazzo non prendeva alcuna distanza sul piano psicologico, era la sua colonna vertebrale che, piegandosi ad arco, si allontanava dal genitore.

Anche nella vita cercava di farsi strada serpeggiando, dando agli altri l’impressione di essere privo di spina dorsale. Tutte le persone afflitte da tale deviazione cercano di procedere in questo modo e di ritirarsi di fronte alla rettitudine.

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La loro colonna vertebrale segue vie contorte, che dimostra di prediligere anche metaforicamente, pur non volendolo ammettere. Non comunicano in modo diretto e lineare, ma vogliono imbrogliare gli altri e scelgono sentieri segreti e disseminati di ostacoli.

In tal modo possono aggirare le complicazioni.

Una variante fisicamente consapevole di questo modello è rappresentata nel varietà dagli uomini-serpenti.

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Il compito consiste in questo caso nello spostarsi del tutto verso il lato preferito. Se si vive fino in fondo questo polo, il corpo potrà scaricarsi e potrà tornare a distribuire equamente il proprio peso.

Procedere inclinati verso una metà, rende consapevoli della propria incompletezza e dà la possibilità di scoprire nel profondo le qualità del lato opposto.

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La scelta del farsi strada serpeggiando è dovuta alla necessità di adattarsi e di essere elastici di fronte alle necessità della vita.

Con questo non vogliamo dire che bisogna sbattere come banderuole alle minime correnti d’aria, bensì che sarebbe opportuno abbandonarsi al ritmo della vita, nel senso che Eraclito attribuiva a questa espressione e alla sua eterna scoperta; panta rhei, tutto scorre.

Domande

1. Verso quale dei miei lati mi sono rivolto, quale dei due risulta quindi inutile?
2. Cosa nella mia vita è troppo breve? Cosa evito volentieri?
3. Quali ostacoli devo circumnavigare, se necessario anche in acque torbide?
4. Qual è il mio rapporto con la rettitudine? A quali compromessi e a quali leggere deviazioni sono disponibile?
5. Dove voglio arrivare percorrendo strade contorte?
(Dott. Rudiger Dahlke)

Il gobbo

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La gobba è prodotta dalla curvatura della colonna vertebrale e le cause di tale deformazione possono essere diverse. Malattie quali la tubercolosi o il rachitismo possono facilitare la rottura dei corpi vertebrali, oppure può essere congenita o verificarsi in seguito a incidente.

Nel suo effetto scioccante, questa protuberanza ci ricorda non solo il «cane gobbo», ma anche la strega ricurva delle favole:

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in entrambi lo sguardo non è rivolto al cielo, bensì verso il basso, a terra.

Tutto ciò che è basso, come abbiamo già detto parlando del simbolo del serpente, suscita però in noi una certa diffidenza se non addirittura un senso di disgusto.

I bambini, ad esempio, avvertono una diffidenza naturale nei confronti di chi è gobbo ed evitano di avvicinarsi alle persone afflitte da questa deformità.

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In tal caso si tratta chiaramente non di un rifiuto dell’individuo in quanto tale, ma di un’avversione nei confronti del suo aspetto fisico: il suo difetto è simbolo di un tema di cui il soggetto per lo più non ha chiara consapevolezza.

Coloro che sono segnati in questo modo dal destino, sono costretti fin dall’inizio a questo rapporto con il male.

Secondo una credenza popolare piuttosto diffusa, la gibbosità è una punizione per delitti antichi, per gli uomini orientali sarebbe un castigo karmico o una penitenza. Senza entrare nel merito del compito che accompagna nella vita questa problematica, si può affermare che la figura ricurva è quella del penitente.


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Le persone piegate dal destino hanno chiaramente poche possibilità di affrontare il mondo con un atteggiamento offensivo e di confronto.

Hanno gli occhi rivolti a terra e danno l’impressione di persone vinte. Il portamento a cui sono costretti impedisce certe esperienze in questa vita: esse risultano impossibili, mentre se ne presentano altre.

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Il compito corrisponde in linea di massima a quello del malato di sciatica, anch’egli ricurvo, però in questo caso va ancora di più a fondo e agisce in modo ancor più radicale: si tratta di imparare cosa sia l’umiltà assumendo un atteggiamento non umiliato.

In un tema così carico di emozioni, il problema del giudizio è particolarmente pericoloso. Quasimodo, il campanaro di Notre-Dame, è un esempio di tale realtà. Sulla base delle mie esperienze, posso dire che la persona più umile che abbia incontrato è una donna gobba molto anziana.

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Ella si è servita del suo aspetto esteriore di strega, per svolgere il ruolo di angelo per le persone amate e svolgere così il proprio autentico compito. Dalle umiliazioni del destino ha fatto nascere l’umiltà. Oltre alla pazienza angelica e al senso di amicizia che la contraddistinguono, mi ha colpito l’accettazione incondizionata del suo destino.

Domande
1. Per quale motivo il mio destino vuole prendermi per il naso? Permetto che mi si prenda in giro? Sono io stesso a farlo? O lo faccio insieme agli altri?
2. Cosa ho ignorato di ciò che avevo accanto a me, ai miei piedi? Come reagisco di fronte alla gibbosità?
3. In quali contesti tendo a incurvarmi, in quali lascio che lo facciano gli altri?
4. Di fronte a cosa piego la testa? Gli altri devono inchinarsi davanti a me?
5. Quali sono le situazioni che mi umiliano? In quali sono io stesso ad umiliarmi?
6. Quale è il rapporto tra il mio comportamento e l’umiltà?
7. Come mi pongo di fronte alla vita?

(Rudiger Dahlke)

Problemi ai dischi intervertebrali

Malattia espressione dell’AnimA


Il peso di carichi consapevoli, ma soprattutto quello dei carichi psico-spirituali inconsci agisce sui dischi intervertebrali.

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dischi vertebrali

Finché è possibile, questi si adattano, ma arriva il momento in cui l’anello fibroso che contiene il nucleo cede, provocando un’ernia. Il dolore, i disturbi nelle percezioni e infine la paralisi ci rivelano quanto possa essere pericoloso imporre alla spina dorsale una pressione eccessiva: si diviene incapaci di muoversi e di lottare e si vorrebbe gridare di dolore.

La struttura anatomica favorisce la formazione di ernie in certi punti: laddove il sistema che provvede ad ammortizzare gli urti è meno efficiente e nei punti in cui il carico è più pesante, il disco intervertebrale è sottoposto a uno sforzo maggiore.

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Più del 90% delle ernie si forma tra dischi situati nel tratto terminale della colonna e in particolare tra le ultime due vertebre. I cani mordono gli ultimi, dice il proverbio.

Ciò che di morbido e femminile è finito tra le due macine maschili, ha dovuto cedere e ora chiede aiuto attraverso il dolore;

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gli ortopedici preferiscono asportare: solo allora potrà smettere di far male, sostiene la loro logica. Ma l’intervento chirurgico non risolve affatto il problema, si limita ad accantonarlo temporaneamente. L’ernia del disco simboleggia del resto il tentativo di allontanare la pressione crescente.

L’operazione porta rapidamente alla diminuzione della tensione, il tema viene però sprofondato nell’ombra e raggiunge profondità, dalle quali riemergerà alla prima occasione.

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Gli antefatti dell’ernia del disco hanno luogo molto tempo prima della sua comparsa: il nucleo gelatinoso, sano ed elastico, che si trova all’interno del disco intervertebrale, si adegua in genere a tutte le spinte che riceve.

Se perde di elasticità, non riesce più a spostarsi e con l’aumento della pressione cresce il pericolo che l’anello che lo contiene si laceri.

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Se questo accade, il nucleo fuoriesce, senza bisogno di pressioni eccessive, dalla fessura che si è formata nell’anello, provocando una sofferenza delle radici nervose, e se l’erniazione è laterale anche dei territori innervati. Attraverso i fasci nervosi il dolore arriva alle zone periferiche.

Nella sciatica arriva ai polpacci e ai piedi.

Più raramente i dischi schiacciati fanno pressione nel centro, contro il midollo. I dolori sono allora percepiti nelle parti inferiori del corpo, dalle quali provengono i fasci nervosi coinvolti.

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Si può arrivare alla paralisi, sia delle gambe che della vescica o dell’intestino.
Dopo la comparsa dell’ernia, il nucleo, se sottoposto a una nuova pressione, scivola nella sua posizione originale e la terapia consigliata a tale scopo consiste in cicli di trazioni e in manovre chiropratiche.

Tuttavia il paziente deve essere sempre consapevole che l’ernia può manifestarsi di nuovo dopo qualsiasi sforzo.

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Per arrivare a una soluzione reale, il nucleo molle dovrebbe essere definitivamente liberato dalla pressione che lo opprime. Può essere di aiuto rimettere a posto le ossa che sono state spostate, però in ultima analisi il problema va risolto a livello psicologico e spirituale.

Quando parliamo di lombalgia o di colpo della strega, ci rendiamo conto che quest’ultima espressione non appartiene soltanto alla lingua tedesca, ma a tanti altri idiomi.

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Nell’antichità si credeva che sofferenze, malattie e in particolare i dolori che si manifestavano improvvisamente fossero mandati dal destino e dagli dèi Ecate e Pandora avevano proprio questo incarico.

Nella lingua scozzese e in quella irlandese esistono parole come Alnschofβ e Elfflint, che indicano entrambi il colpo della strega. Gli antichi vedevano nei dolori che compaiono in modo fulmineo un’apparizione del maligno e ne attribuivano la causa alle streghe malvagie.

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Al giorno d’oggi, anche se abbiamo superato queste spiegazioni causali, accettiamo ancora il meccanismo della proiezione. Molte persone non sono aliene dall’idea che qualcuno, certamente non loro, potrebbe aver provocato l’ernia servendosi di qualche stratagemma misterioso.

Per questo l’espressione «colpo della strega» è accettata anche dalla nostra cultura. Forse la prima vittima di questa malattia era alla ricerca di una «maga», che lo incantò letteralmente col suo fascino. Se avesse resistito alla magia, la sua colonna vertebrale avrebbe partecipato al gioco senza doverne poi soffrire.

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Chi però si lascia incantare senza voler ammettere di aver partecipato al gioco, rischia di sperimentarne personalmente le dolorose conseguenze, fino a che non ha più dubbi sul suo ruolo.

L’espressione «colpo della strega» getta la responsabilità addosso alla strega, che senza motivo avrebbe colpito l’uomo alle spalle. In verità una «maga», anche la più pericolosa, può far girare solo quella testa (e quella colonna vertebrale) che si lascia incantare.

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Naturalmente ci sono moltissime situazioni in cui ci si può far male e che non hanno niente a che fare con le streghe. In comune hanno però il modello, poiché in entrambi i casi si tratta di movimenti incontrollati che non siamo in grado di sopportare.

Se l’ernia del disco permane nell’organismo per un lungo periodo, manifesta inizialmente al soggetto la propria presenza attraverso il prurito, poi qualcosa di simile a «un formicolio» e infine attraverso la paraplegia.


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La malattia fa inizialmente la sua comparsa attraverso percezioni errate e irregolari provenienti dalla metà inferiore del corpo.

La paralisi mostra poi quanto la parte danneggiata sia ormai priva di vita e ingovernabile. Il compito per risolvere il problema viene indicato dagli stessi sintomi.
Le cattive percezioni attirano l’attenzione verso il basso e sottolineano la necessità di occuparsi di quel settore.

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Nella paralisi si manifesta una forma errata di distensione. Occorre allora vivere in modo libero tale distensione in rapporto all’addome e alle gambe. L’ostacolo che impedisce alle gambe di svolgere le proprie funzioni è collegato ai temi dello stare in piedi (solidità, stabilità, indipendenza, autosufficienza) e dell’andare (procedere, progredire, alzarsi).

È necessario eliminare la tensione, portare distensione in questi campi.

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Per comprendere la problematica legata ai carichi bisogna esaminare i sintomi attraverso cui di volta in volta si manifesta. Alcune persone sofferenti di ernia del disco non riescono ad esempio più ad alzarsi in piedi e si muovono con la schiena curva in avanti e il bacino rigido. Il dialetto tedesco li definisce scherzosamente «cani curvi», ma il loro atteggiamento esprime la mancanza di lealtà.

Appare concretamente agli occhi di tutti quanto sia per loro doloroso camminare in posizione eretta, e di conseguenza essere leali. Non riescono a comportarsi in modo leale, e mostrano di non avere una spina dorsale.

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La soluzione consiste nell’assumere consapevolmente uri portamento curvo e sottomesso: il paziente deve piegarsi simbolicamente per trasformare l’umiliazione in autentica umiltà.

All’interno della diagnosi «camminare» troviamo situazioni molto diverse. I pazienti che camminano rigidi come pali, in atteggiamento esa¬geratamente eretto, somigliano a dei robot: i loro movimenti sono a novanta gradi, poiché è per loro impossibile curvare la schiena.

La loro malattia mostra efficacemente la loro inflessibilità, rigidità e mancanza di vita.

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Camminano impettiti lungo le strade della vita, che rimangono loro estranee, perché i loro movimenti sono deboli e i passaggi incerti. La loro andatura fa capire chiaramente che loro non sono agibili alle sfumature e alle vie di mezzo.

Strutture rigide e rettitudine esagerata determinano prepotentemente la loro vita. Toni medi e autentica umiltà rimangono loro estranei.

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La loro rettitudine eccessiva sembra artificiale: appare come una sorta di stampella, che li costringe a procedere impettiti e vittoriosi, ignari però della vita vera. Anche la figura dello scapolone o dell’ufficiale prussiano si adatta a questo stato d’animo.

Per eliminare questi sintomi si raccomanda di cercare quella rettitudine che si vuole dimostrare agli altri, perché non si può procedere liberamente se si è soffocati da un corsetto troppo rigido.


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Entrambi i tipi condividono un problema comune da punti di vista opposti: la rettitudine.

Il «cane gobbo» deve redimere la sua condizione e far emergere l’umiltà nascosta. Se ci riesce, incontra l’onestà e la rettitudine del polo contrario. Lo «scapolo» deve accettare la propria rigidità e imparare a far emergere lealtà e rettitudine a livello psicologico e spirituale.

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Se trova in sé questa profonda onestà, potrà raggiungere le profondità della vita, piegare la schiena e affrontare umilmente la vita. Prendendo le mosse da situazioni opposte di tensione, alterigia e umiliazione si vengono incontro, prospettando lo stesso tema di base: rettitudine e umiltà.

Anche quando sembrano molto lontane fra loro, sono in realtà molto vicine.

Nessuno quanto una persona superba corre il pericolo di essere umiliata. E nessuno appare tanto arrogante e sgradevole quanto il gobbo, che ignora il proprio modo (o malo modo) di essere. Un volta affrontato il problema, la loro vicinanza diviene ancora più evidente, perché chi è veramente umile è anche sincero.

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Un altro elemento significativo è il fattore riposo a cui la maggior parte di coloro che soffrono di ernia del disco sono obbligati, dal momento che ogni movimento provoca loro dolore. Evidentemente il carico che avevano accettato di portare era eccessivo e ora soffrono sotto il peso della loro stessa vita. II sintomo li cura, costringendoli a riposarsi.

Possono così riflettere tranquillamente sui perché e i percome hanno preso su di sé tanti carichi, o hanno permesso ad altri di farlo. Alla fine di tale analisi scopriranno di aver cercato intensamente il riconoscimento altrui attraverso prestazioni particolarmente impegnative.

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La vertebra più esterna che esprime ambizione e scalata sociale, segnala un deficit interiore che opprime tutta la colonna. Il compito consiste nell’accettare i propri limiti con serenità, invece di cercare attraverso faticosissime prove esteriori di nascondere il proprio senso di inferiorità.

Dato che questa situazione costringe a riposarsi, è opportuno abbandonare i pesi superflui e starsene tranquilli.

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Accade più di rado che i pazienti abbiano i dolori più atroci proprio mentre si trovano in posizione di riposo o sono addirittura sdraiati e che di conseguenza vaghino insonni o a causa del male cerchino di dormire seduti.

In questo caso il sintomo costringe al movimento e impone uno stato di veglia. Il problema quindi non è continuare a stare a letto e a riposare, ma agire immediatamente con rettitudine e responsabilità.

Domande
1. Come va col tema rettitudine nella mia vita?
2. Mostro di avere una colonna vertebrale e faccio onestamente le cose più importanti?
3. Sono flessibile e pieghevole, capace di umiltà vera?
4. La mia parte femminile è sottomessa a quella maschile, o addirittura oppressa?
5. Porto inconsapevolmente pesi che non affronto consapevolmente?
6. Quali carichi accetto di portare per ottenere il riconoscimento altrui?
7. Il mio sintomo richiede da me riposo o movimento?

(Dott. Rudiger Dahlke)