Polso

Malattia Espressione dell’AnimA

 
Il polso è l’articolazione della mobilità completa ed è collegato al gomito mediante l’avambraccio e permette alla mano, vettore finale dell’azione, di muoversi nello spazio in ogni direzione assiale.
 
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Qui la mano si congiunge al braccio, donandole tutta la sua potenziale mobilità. Il polso costituisce il legame tra ciò che trasmette l’azione (braccio) e ciò che la compie (mano). Rappresenta la «porta della scelta», la «porta del coinvolgimento», come la caviglia, ma questa volta nel mondo dell’azione.
 
Nell’esecuzione di un’azione, il braccio è il vettore principale e di trasmissione, laddove la mano è il vettore finale e di realizzazione. Il polso permette il collegamento tra i due consentendo alla mano una mobilità totale, una flessibilità e una precisione direzionale che non potrebbe avere altrimenti.
 
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Pertanto, il polso permette la mobilità, la flessibilità, la «schiettezza» delle nostre azioni ed opinioni e costituisce la proiezione di queste stesse qualità in rapporto alla nostra volontà e alla nostra ricerca di potere sulle cose e sugli esseri.
 
Il polso è l’articolazione conscia dei nostri punti di riferimento rispetto all’azione e al dominio, dell’espressione manifesta della nostra volontà, mentre la spalla rappresenta l’articolazione inconscia di quegli stessi punti di riferimento.
 

Le malattie dei polsi


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Distorsioni, dolori o traumi dei polsi ci parlano delle nostre tensioni, della nostra mancanza di elasticità o di sicurezza nei nostri atti o nei desideri volti all’azione o nelle opinioni. Indicano che il nostro rapporto con l’azione, che quello che facciamo manca di sicurezza, di solidità.

Allora induriamo i polsi allo scopo di «renderli più solidi».

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Le tensioni ai polsi ci parlano anche della nostra rigidità nell’azione, ossia della nostra ricerca di potere sul mondo esterno (gli oggetti, la materia o gli esseri) e su noi stessi. Quando impediamo a noi stessi di fare, quando non ce ne diamo la possibilità, i nostri polsi (e le mani) diventano tesi e soffrono.
 
I prigionieri ai quali si vuole impedire di agire vengono incatenati ai polsi (mentre quelli ai quali si vuole impedire di fuggire sono incatenati ai piedi).
 
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Ma, analogamente, quando vogliamo fare troppo, quando siamo determinati o eccessivamente autoritari e l’azione passa esclusivamente attraverso la volontà e la forza, i polsi manifesteranno la loro opposizione e limiteranno tale volontà eccessiva e tale impiego di forza attraverso il dolore!
 
(Michel Odoul)

Le ernie

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Le ernie si presentano in zone di confine, dove regioni del corpo molto diverse tra loro si urtano. In questi casi può capitare che una parte si spinga all’interno di un’altra, pur non avendone alcun motivo.

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Ogni ernia è al tempo stesso un’irruzione e un’intrusione ed evidenzia una situazione di concorrenza tra due settori limitrofi e un atteggiamento di noncuranza nei confronti dei rapporti di confine e di proprietà.
 
Le frontiere naturali e legittime sono ignorate e pericolosamente superate. Lo spazio
occupato viene in tal modo ridotto, spinto da parte e privato dei suoi diritti di esistenza.
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La violazione però non porta alcun beneficio al tessuto invasore, non si verifica alcun alleggerimento del suo spazio vitale e al contrario spesso si arriva allo strozzamento dell’angusta porta dell’ernia.
 
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Facendo un paragone tra l’ernia e il furto con scasso perpetrato da un criminale che non sempre rimane soddisfatto del lavoro compiuto, potremmo riscontrare interessanti analogie.
 
Il criminale è spinto allo scasso da un forte impulso a delinquere, oppure da una situazione troppo allettante. Analogamente nel corpo l’infrazione delle regole è prodotta dall’azione combinata della pressione in crescita da un lato e della debolezza dall’altro.
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Più alta è la pressione, più debole è il muro di divisione, più facilmente il confine viene infranto.

 
Chi confida troppo nelle proprie forze in senso metaforico o reale, si procura facilmente un’ernia. Costui ha evidentemente affrontato un tema troppo difficile e non è all’altezza della pressione che ne risulta.
 
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Ogni ernia può presentare delle complicazioni, per esempio l’infiammazione del sacco che la contiene, simbolo del conflitto aggressivo che esplode nella zona violata.
 
In una tale situazione, la guerra è una reazione logica, tesa a richiamare l’attenzione sul punto debole e sull’eccessiva pressione esistente.
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Un’altra complicazione è rappresentata dallo strangolamento della sacca e del contenuto dell’ernia.

 
Rinchiusa in questo carcere, la sacca finisce in una pericolosissima prigionia: il tessuto strozzato può essere soffocato dall’afflusso di sangue.
 
Nella zona intestinale, l’ernia si può trasformare in peritonite e minacciare la vita dell’uomo.
 
(Dott. Rudiger Dahlke)

L’articolazione del gomito

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Con il suo aiuto possiamo attirare il mondo verso di noi e anche prenderlo a pugni.
È la classica leva con cui muoviamo cielo e terra, solleviamo gli altri o li attiriamo teneramente a noi.


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Alcuni lavorano con tali limitazioni che sui loro gomiti crescono squame in quantità. La psoriasi si manifesta con maggiore frequenza proprio in questa zona, prediligendola come punto di partenza.

La chiazze squamose sono una sorta di fodera protettiva e combattiva dei gomiti. Quanto possano essere necessarie, lo mostrano i capi di vestiario che, se non vengono rinforzati in questo punto, si logorano.
 
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Molto diffusa è l’espressione «sgomitare» per indicare l’atto di farsi strada, pur se cortesemente, con l’aiuto dei gomiti.

Il gomito del tennista è una malattia piuttosto diffusa ed è causata da una sollecitazione eccessiva e da un uso improprio della leva.
 
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È un esempio classico dell’esistenza parallela dell’impulso alla spinta e della contemporanea resistenza ad essa. La racchetta come estensione del braccio, accresce enormemente la forza della leva.
 
Se allora si «gioca» in atteggiamento contratto, con forza eccessiva e per ambizione, l’articolazione del gomito viene costretta a un lavoro esagerato e manifesta il suo stato attraverso il dolore. Tutto ciò che viene fatto solo perché è necessario può portare a queste conseguenze.

gomito
Se l’articolazione del gomito è dolorante, è impossibile continuare a giocare e si impone immediatamente una pausa di riflessione, in cui il giocatore abbia la possibilità di esaminare le ragioni profonde dei suoi movimenti esasperati.
 
Il problema diventa grave solo quando i soggetti fanno finta di non udire il chiaro richiamo del corpo, continuano imperturbabili a fare sforzi e continuano a mettere gli altri al muro.

Il compito consisterebbe nel capire le regole del gioco e nel parteciparvi in modo giocoso.

 
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Quello che deve essere fatto per prevenire il gomito del tennista vale naturalmente non solo per il tennis, ma anche per tutte le situazioni in cui si presentano problemi simili. Anche chi non ha mai tenuto in mano una racchetta può presentare gli stessi sintomi.
 
Domande
 
1. Cosa voglio veramente quando metto in movimento tutte le cose?
2. Chi voglio sollevare? Dove esagero il mio sforzo?
3. Quali sollecitazioni al riposo ho ignorato?
4. Quale opposizione si crea in me se esercito la mia leva?
5. Quali motivazioni non confessate (quale ambizione?) esistono in me?
6. Quali colpi si abbattono su di me e mi scuotono (con la mia articolazione)?
7. Per chi erano stati pensati?
(Dott. Rudiger Dahlke)

Le Spalle (varie tipologie)

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La forma delle spalle offre indicazioni utili per capire quale sia il nostro atteggiamento di fronte alla vita. La cintura ( o cingolo) scapolare, costituisce, come ogni altra cintura, la base di sostegno degli arti superiori.

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Dalle articolazioni omerali si estende in avanti attraverso la clavicola e il torace, mentre nella parte posteriore, nella zona alta della schiena, si trovano le scapole.

Le spalle collegano l’espressività delle braccia e delle mani con il petto, luogo del centro e dell’ integrazione. Insieme alla colonna vertebrale, esse rappresentano la parte del corpo grazie alla quale è possibile capire quale peso gravi sull’individuo e come questi si senta.

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È proprio nel cingolo scapolare che i comportamenti interiori errati e cronici hanno la possibilità di manifestarsi concretamente, assumendo la forma di muscoli tesi e irrigiditi, o addirittura provocando la deformazione dello scheletro osseo.

La manifestazione più evidente di tutto ciò è costituita dalle spalle rialzate tra le quali sembra nascondersi la testa timorosa, incassata come quella di una chiocciola o di una tartaruga, per paura dei pericoli del mondo esterno.

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Se qualcosa ci spaventa, ritraiamo automaticamente la testa.

Quando la paura diminuisce, le spalle riprendono la loro posizione normale e serena, mentre la testa osa presentarsi di nuovo.

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Le spalle cronicamente alzate rivelano di conseguenza che il loro possessore vive perennemente in stato di shock e di timore è non riesce più a liberarsi dalla paura. Forse si è spinto talmente in alto che ora, inconsciamente, preferisce ritrarsi e strisciare nella vita con il capo incassato tra le spalle.

La paura cronica traspare anche dalla limitatezza del portamento. A queste spalle mancano non di rado l’ampiezza e la forza per sopportare il peso e le responsabilità della vita, e se sono più alte da un lato, quello sinistro ad esempio, tendono a proteggere e a bloccare il cuore.

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Le persone con le spalle pendenti, il cui atteggiamento esprime rassegnazione, rappresentano anatomicamente il polo opposto.

Ricordano gli uccelli con le ali abbassate, e a ben guardare le scapole hanno una certa somiglianza con le ali. Le spalle pendenti devono sopportare più (responsabilità) di quanto siano in grado di fare e i soggetti con una tale conformazione fisica sono di fatto sovraccarichi.

Le spalle cercano di far scivolare via ciò che per loro è di troppo e di allontanarlo: ma un tale atteggiamento, soprattutto quando questa parte del corpo è particolarmente stretta, ha in sé qualcosa che suscita la compassione.

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I soggetti danno l’impressione di dover prendere su di sé l’intero carico del mondo. A vederli, si prova il desiderio di stringerli tra le braccia e di toglier loro qualche peso.

Le spalle strette indicano una diminuzione della capacità di sopportare il peso delle proprie responsabilità. I soggetti raccolgono le proprie forze per farla finita con la vita.

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Come base delle loro azioni, una cintura scapolare di tali dimensioni sembra una premessa molto debole, e la vita viene affrontata con molto dolore. In accordo alla propria natura, chi ha le spalle strette avrà un grande bisogno di appoggiarsi agli altri, preferibilmente a chi ha spalle particolarmente larghe su cui poter posare la propria testa, e insieme ad esse le proprie responsabilità.

A metà strada tra le spalle sollevate e quelle pendenti, si trovano le spalle squadrate, simbolo di normalità.

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Ovviamente anche in questo caso ci sono dei segni significativi che denotano una certa esagerazione. Le spalle tipicamente maschili, dai muscoli tesi, segnalano a tutto il mondo che lì c’è qualcuno pronto a prendere su di sé ogni responsabilità, e forse anche qualcosa di più.

Sottolineando ulteriormente questo concetto, ad esempio attraverso muscoli particolarmente allenati o con un’imbottitura ad hoc, un uomo mostra quanto sia impegnato a fare effetto sugli altri.

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Nasce il sospetto che questa persona stia fingendo di avere cose che di fatto non ha, ma che desidererebbe possedere. I soldati che portano le spalline non solo sopra le uniformi, ma anche sopra le camicie, rivelano una situazione collettiva.

Esteriormente sembrano forti e pronti ad assumersi grandi responsabilità mentre in realtà molto spesso la loro spina dorsale è stata spezzata affinché su comando eseguano qualunque cosa.

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Le spalle fuori misura alludono a un ego dalle dimensioni altrettanto eccezionali, quelle strette indicano il contrario. Se per giunta pendono, indicano che il soggetto ha rinunciato a imporsi e a mostrarlo al mondo.

Le spalle esprimono anche il tipo di confronto col mondo: le spalle squadrate sono sempre all’altezza (giusta) della situazione, quelle pendenti mostrano il modo in cui i soggetti tendono a cedere, quelle rialzate rivelano che vogliono sottrarsi alle pesanti responsabilità; stringendosi, proteggono la testa nel suo tentativo di svignarsela.

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Inoltre se una spalla è più bassa dell’altra, si può capire quale dei due poli dell’esistenza sia particolarmente sottolineato. Negli uomini, la spalla destra è in genere un po’ più bassa e rivela la loro inclinazione verso questo polo:

tendono verso un mondo controllato dal principio maschile, e quindi aggressivo. La spalla sinistra tesa verso il basso è tipica soprattutto delle donne: è simbolo di un modo passivo, tipicamente femminile, di affrontare la realtà.

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Il vero compito delle spalle è di garantire alle braccia libertà di azione. Ma come possono sollevarsi verso l’alto, creando un nascondiglio per la testa, così possono spostarsi in avanti per occultare tra di loro petto e cuore.

Questo è l’atteggiamento tipico di chi desidera proteggere se stesso, ma che così facendo rivela a tutti la propria vulnerabilità e il proprio bisogno di aiuto.

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Le donne, con un tale comportamento, cercano di difendere, o perfino di nascondere, il proprio seno al mondo. Spesso tali comportamenti errati risalgono alla pubertà. Se la ragazza fosse stata un uomo, non avrebbe certo accolto con piacere lo sviluppo del seno e l’avrebbe nascosto con un senso di vergogna.

Nascondere un seno troppo florido diventa indispensabile per una donna particolarmente timida, che non vuole mostrare la propria femminilità. Il senso di inferiorità e le insicurezze legate al proprio ruolo femminile non affrontato con consapevolezza, si incarnano e si trasformano in una sorta di carri armati visibili e percepibili nelle regioni corrispondenti.

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Se questo atteggiamento protettivo mira al cuore e ai suoi sentimenti, la spalla sinistra risulterà piegata in avanti.

Con questo atteggiamento le persone si rendono esili e riescono a nascondersi: così facendo però riducono le dimensioni del loro torace e i polmoni non hanno la possibilità di dilatarsi. Il fiato corto, conseguenza di tutto ciò, spiega i motivi della loro limitata capacità di comunicazione.

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Chi si chiude in se stesso e si esclude dal mondo esterno, presenta la tendenza a trattenere per sé le emozioni e ha scarsa capacità di difendersi da eventuali attacchi. Le vittime di questo comportamento tendono a ritirarsi sempre più nel loro spazio protettivo delimitato dalle spalle, con le braccia flesse e la schiena ricurva.

Ogni bunker, per quanto efficace possa essere, rappresenta però oltre alla protezione, anche ristrettezza, rigidità e angoscia, e può arrivare a impedire di respirare.

(Dott. Rudiger Dahlke)

Problemi ai dischi intervertebrali

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Il peso di carichi consapevoli, ma soprattutto quello dei carichi psico-spirituali inconsci agisce sui dischi intervertebrali.

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dischi vertebrali

Finché è possibile, questi si adattano, ma arriva il momento in cui l’anello fibroso che contiene il nucleo cede, provocando un’ernia. Il dolore, i disturbi nelle percezioni e infine la paralisi ci rivelano quanto possa essere pericoloso imporre alla spina dorsale una pressione eccessiva: si diviene incapaci di muoversi e di lottare e si vorrebbe gridare di dolore.

La struttura anatomica favorisce la formazione di ernie in certi punti: laddove il sistema che provvede ad ammortizzare gli urti è meno efficiente e nei punti in cui il carico è più pesante, il disco intervertebrale è sottoposto a uno sforzo maggiore.

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Più del 90% delle ernie si forma tra dischi situati nel tratto terminale della colonna e in particolare tra le ultime due vertebre. I cani mordono gli ultimi, dice il proverbio.

Ciò che di morbido e femminile è finito tra le due macine maschili, ha dovuto cedere e ora chiede aiuto attraverso il dolore;

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gli ortopedici preferiscono asportare: solo allora potrà smettere di far male, sostiene la loro logica. Ma l’intervento chirurgico non risolve affatto il problema, si limita ad accantonarlo temporaneamente. L’ernia del disco simboleggia del resto il tentativo di allontanare la pressione crescente.

L’operazione porta rapidamente alla diminuzione della tensione, il tema viene però sprofondato nell’ombra e raggiunge profondità, dalle quali riemergerà alla prima occasione.

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Gli antefatti dell’ernia del disco hanno luogo molto tempo prima della sua comparsa: il nucleo gelatinoso, sano ed elastico, che si trova all’interno del disco intervertebrale, si adegua in genere a tutte le spinte che riceve.

Se perde di elasticità, non riesce più a spostarsi e con l’aumento della pressione cresce il pericolo che l’anello che lo contiene si laceri.

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Se questo accade, il nucleo fuoriesce, senza bisogno di pressioni eccessive, dalla fessura che si è formata nell’anello, provocando una sofferenza delle radici nervose, e se l’erniazione è laterale anche dei territori innervati. Attraverso i fasci nervosi il dolore arriva alle zone periferiche.

Nella sciatica arriva ai polpacci e ai piedi.

Più raramente i dischi schiacciati fanno pressione nel centro, contro il midollo. I dolori sono allora percepiti nelle parti inferiori del corpo, dalle quali provengono i fasci nervosi coinvolti.

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Si può arrivare alla paralisi, sia delle gambe che della vescica o dell’intestino.
Dopo la comparsa dell’ernia, il nucleo, se sottoposto a una nuova pressione, scivola nella sua posizione originale e la terapia consigliata a tale scopo consiste in cicli di trazioni e in manovre chiropratiche.

Tuttavia il paziente deve essere sempre consapevole che l’ernia può manifestarsi di nuovo dopo qualsiasi sforzo.

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Per arrivare a una soluzione reale, il nucleo molle dovrebbe essere definitivamente liberato dalla pressione che lo opprime. Può essere di aiuto rimettere a posto le ossa che sono state spostate, però in ultima analisi il problema va risolto a livello psicologico e spirituale.

Quando parliamo di lombalgia o di colpo della strega, ci rendiamo conto che quest’ultima espressione non appartiene soltanto alla lingua tedesca, ma a tanti altri idiomi.

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Nell’antichità si credeva che sofferenze, malattie e in particolare i dolori che si manifestavano improvvisamente fossero mandati dal destino e dagli dèi Ecate e Pandora avevano proprio questo incarico.

Nella lingua scozzese e in quella irlandese esistono parole come Alnschofβ e Elfflint, che indicano entrambi il colpo della strega. Gli antichi vedevano nei dolori che compaiono in modo fulmineo un’apparizione del maligno e ne attribuivano la causa alle streghe malvagie.

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Al giorno d’oggi, anche se abbiamo superato queste spiegazioni causali, accettiamo ancora il meccanismo della proiezione. Molte persone non sono aliene dall’idea che qualcuno, certamente non loro, potrebbe aver provocato l’ernia servendosi di qualche stratagemma misterioso.

Per questo l’espressione «colpo della strega» è accettata anche dalla nostra cultura. Forse la prima vittima di questa malattia era alla ricerca di una «maga», che lo incantò letteralmente col suo fascino. Se avesse resistito alla magia, la sua colonna vertebrale avrebbe partecipato al gioco senza doverne poi soffrire.

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Chi però si lascia incantare senza voler ammettere di aver partecipato al gioco, rischia di sperimentarne personalmente le dolorose conseguenze, fino a che non ha più dubbi sul suo ruolo.

L’espressione «colpo della strega» getta la responsabilità addosso alla strega, che senza motivo avrebbe colpito l’uomo alle spalle. In verità una «maga», anche la più pericolosa, può far girare solo quella testa (e quella colonna vertebrale) che si lascia incantare.

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Naturalmente ci sono moltissime situazioni in cui ci si può far male e che non hanno niente a che fare con le streghe. In comune hanno però il modello, poiché in entrambi i casi si tratta di movimenti incontrollati che non siamo in grado di sopportare.

Se l’ernia del disco permane nell’organismo per un lungo periodo, manifesta inizialmente al soggetto la propria presenza attraverso il prurito, poi qualcosa di simile a «un formicolio» e infine attraverso la paraplegia.


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La malattia fa inizialmente la sua comparsa attraverso percezioni errate e irregolari provenienti dalla metà inferiore del corpo.

La paralisi mostra poi quanto la parte danneggiata sia ormai priva di vita e ingovernabile. Il compito per risolvere il problema viene indicato dagli stessi sintomi.
Le cattive percezioni attirano l’attenzione verso il basso e sottolineano la necessità di occuparsi di quel settore.

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Nella paralisi si manifesta una forma errata di distensione. Occorre allora vivere in modo libero tale distensione in rapporto all’addome e alle gambe. L’ostacolo che impedisce alle gambe di svolgere le proprie funzioni è collegato ai temi dello stare in piedi (solidità, stabilità, indipendenza, autosufficienza) e dell’andare (procedere, progredire, alzarsi).

È necessario eliminare la tensione, portare distensione in questi campi.

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Per comprendere la problematica legata ai carichi bisogna esaminare i sintomi attraverso cui di volta in volta si manifesta. Alcune persone sofferenti di ernia del disco non riescono ad esempio più ad alzarsi in piedi e si muovono con la schiena curva in avanti e il bacino rigido. Il dialetto tedesco li definisce scherzosamente «cani curvi», ma il loro atteggiamento esprime la mancanza di lealtà.

Appare concretamente agli occhi di tutti quanto sia per loro doloroso camminare in posizione eretta, e di conseguenza essere leali. Non riescono a comportarsi in modo leale, e mostrano di non avere una spina dorsale.

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La soluzione consiste nell’assumere consapevolmente uri portamento curvo e sottomesso: il paziente deve piegarsi simbolicamente per trasformare l’umiliazione in autentica umiltà.

All’interno della diagnosi «camminare» troviamo situazioni molto diverse. I pazienti che camminano rigidi come pali, in atteggiamento esa¬geratamente eretto, somigliano a dei robot: i loro movimenti sono a novanta gradi, poiché è per loro impossibile curvare la schiena.

La loro malattia mostra efficacemente la loro inflessibilità, rigidità e mancanza di vita.

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Camminano impettiti lungo le strade della vita, che rimangono loro estranee, perché i loro movimenti sono deboli e i passaggi incerti. La loro andatura fa capire chiaramente che loro non sono agibili alle sfumature e alle vie di mezzo.

Strutture rigide e rettitudine esagerata determinano prepotentemente la loro vita. Toni medi e autentica umiltà rimangono loro estranei.

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La loro rettitudine eccessiva sembra artificiale: appare come una sorta di stampella, che li costringe a procedere impettiti e vittoriosi, ignari però della vita vera. Anche la figura dello scapolone o dell’ufficiale prussiano si adatta a questo stato d’animo.

Per eliminare questi sintomi si raccomanda di cercare quella rettitudine che si vuole dimostrare agli altri, perché non si può procedere liberamente se si è soffocati da un corsetto troppo rigido.


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Entrambi i tipi condividono un problema comune da punti di vista opposti: la rettitudine.

Il «cane gobbo» deve redimere la sua condizione e far emergere l’umiltà nascosta. Se ci riesce, incontra l’onestà e la rettitudine del polo contrario. Lo «scapolo» deve accettare la propria rigidità e imparare a far emergere lealtà e rettitudine a livello psicologico e spirituale.

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Se trova in sé questa profonda onestà, potrà raggiungere le profondità della vita, piegare la schiena e affrontare umilmente la vita. Prendendo le mosse da situazioni opposte di tensione, alterigia e umiliazione si vengono incontro, prospettando lo stesso tema di base: rettitudine e umiltà.

Anche quando sembrano molto lontane fra loro, sono in realtà molto vicine.

Nessuno quanto una persona superba corre il pericolo di essere umiliata. E nessuno appare tanto arrogante e sgradevole quanto il gobbo, che ignora il proprio modo (o malo modo) di essere. Un volta affrontato il problema, la loro vicinanza diviene ancora più evidente, perché chi è veramente umile è anche sincero.

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Un altro elemento significativo è il fattore riposo a cui la maggior parte di coloro che soffrono di ernia del disco sono obbligati, dal momento che ogni movimento provoca loro dolore. Evidentemente il carico che avevano accettato di portare era eccessivo e ora soffrono sotto il peso della loro stessa vita. II sintomo li cura, costringendoli a riposarsi.

Possono così riflettere tranquillamente sui perché e i percome hanno preso su di sé tanti carichi, o hanno permesso ad altri di farlo. Alla fine di tale analisi scopriranno di aver cercato intensamente il riconoscimento altrui attraverso prestazioni particolarmente impegnative.

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La vertebra più esterna che esprime ambizione e scalata sociale, segnala un deficit interiore che opprime tutta la colonna. Il compito consiste nell’accettare i propri limiti con serenità, invece di cercare attraverso faticosissime prove esteriori di nascondere il proprio senso di inferiorità.

Dato che questa situazione costringe a riposarsi, è opportuno abbandonare i pesi superflui e starsene tranquilli.

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Accade più di rado che i pazienti abbiano i dolori più atroci proprio mentre si trovano in posizione di riposo o sono addirittura sdraiati e che di conseguenza vaghino insonni o a causa del male cerchino di dormire seduti.

In questo caso il sintomo costringe al movimento e impone uno stato di veglia. Il problema quindi non è continuare a stare a letto e a riposare, ma agire immediatamente con rettitudine e responsabilità.

Domande
1. Come va col tema rettitudine nella mia vita?
2. Mostro di avere una colonna vertebrale e faccio onestamente le cose più importanti?
3. Sono flessibile e pieghevole, capace di umiltà vera?
4. La mia parte femminile è sottomessa a quella maschile, o addirittura oppressa?
5. Porto inconsapevolmente pesi che non affronto consapevolmente?
6. Quali carichi accetto di portare per ottenere il riconoscimento altrui?
7. Il mio sintomo richiede da me riposo o movimento?

(Dott. Rudiger Dahlke)

La colonna vertebrale 

Malattia Linguaggio dell’AnimA

 
L’organo più impegnato del nostro fisico è la colonna vertebrale (CV), che collega la parte superiore del corpo (testa), con quella inferiore (bacino). Il suo nome (Columna vertebralis) contiene, in quanto tale, solo una parte di verità, dato che per tutta la vita dell’individuo questa svolge più il ruolo di un arco flessibile che quello di una vera e propria colonna.
 
L'immagine può contenere: una o più persone, scarpe e primo piano
 
Considerata da questo punto di vista, possiamo dire che assume la forma di una doppia S. La colonna vertebrale si comporta come un’unità funzionale, che consiste di 34 o 35 vertebre:
7 cervicali, 12 dorsali, 5 lombari, 4 o 5 coccigee. Di queste le prime 24 sono mobili, mentre le ultime 10 o 11 sono saldate tra di loro fino all’osso sacro o coccige.
 
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Alla colonna vertebrale sono legati i 550 muscoli, i 400 legamenti e tendini dell’apparato di sostegno preposto alla stabilità, che al tempo stesso deve garantire la sorprendente mobilità delle 144 articolazioni. Eccetto le due vertebre superiori, Atlante e Asse, tutte le altre hanno una forma simile:

Mentre i massicci corpi delle vertebre sopportano il peso del corpo, il canale vertebrale, formato dai fori delle vertebre posto una sopra all’altra, protegge il sensibile midollo spinale, i cui nervi si diramano attraverso le stesse strutture vertebrali.

Le vertebre dorsali dispongono di piccole superfici piatte sulle quali si appoggiano le costole:

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tale sistema permette al torace di dilatarsi, e di conseguenza ai polmoni di respirare. Spesso la colonna vertebrale viene chiamata con un altro nome, a causa del prolungamento a spina che la caratterizza: «spina dorsale», certamente questa sporgenza fu la prima cosa che l’uomo notò della colonna vertebrale.
 
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La diversa mobilità che caratterizza ognuna delle sue parti principali, è dovuta soprattutto alla presenza dei dischi intervertebrali.
 
Ognuno di questi dischi è formato da un nucleo polposo centrale, costituito da una massa gelatinosa sferoidale, composta fondamentalmente di acqua con una percentuale massima dell’88% nei neonati e del 70% nelle persone di settanta anni.

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Questo nucleo soffice, malleabile e capace di adattarsi ai movimenti della colonna vertebrale ha le stesse funzioni di un distributore di pressione in una diga:
serve infatti ad assorbire e a ridistribuire in modo uniforme le sollecitazioni di carico che riceve.

Attorno ad esso si trova un anello fibroso periferico preposto a limitare i movimenti del nucleo molle e a tenere in forma le bande intervertebrali.

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I cedimenti dei legamenti discali possono provocare le temute ernie. I numerosi muscoli e i legamenti della colonna vertebrale bilanciano la pressione interna del nucleo gelatinoso.
 
Paragonabile all’attrezzatura da ingrasso di una barca a vela, la colonna cerca di mantenere l’equilibrio tra le parti: i nuclei gelatinosi, che tendono alla dilatazione, sono ad esempio trattenuti dagli anelli fibrosi, mentre i muscoli portano le costole le une verso le altre, tenendole in tal modo unite.
 
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Esaminando la colonna vertebrale come un unico organo funzionale, saltano subito agli occhi due caratteristiche fondamentali: la forma a serpente e Ia struttura polare.
 
Le singole vertebre hanno la stessa funzione dei segmenti che costituiscono il corpo di questo rettile che appartiene certamente alla famiglia dei vertebrati, dato che il suo organismo è formato solo di vertebre.

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A un esame esterno della colonna vertebrale, colpisce il fatto che la sua forma richiami alla memoria il serpente avvolto attorno al bastone di Esculapio, il simbolo della medicina.
 
Anche la colonna vertebrale infatti si attorciglia attorno alla linea immaginaria della forza di gravità mantenendo, in tal modo gli esseri sollevati da terra.
 
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Innalzare il serpente, ovvero elevare ciò che è basso, era il compito principale dei medici dell’antichità: volevano aiutare gli uomini a liberarsi della prigionia dell’infimo mondo materiale e permettere loro di accedere agli aspetti ideali e più alti della realtà.
 
Nella cultura indiana, l’uomo può arrivare alla conoscenza attraverso la forza del serpente «Kundalini», che riposa appunto sulla colonna vertebrale. Secondo la concezione veda, il serpente Kundalini dorme attorcigliato nel chakra più basso detto Muladhara, formando tre spirali e mezza.
 
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Questo chakra, il primo dei sette centri di energia disposti lungo la colonna vertebrale, si trova all’altezza dell’osso sacro, (os sacrum in latino), considerato tale anche nella nostra cultura. Qui, secondo il credo induista, riposa l’energia primigenia dell’uomo fino al momento in cui viene risvegliata e sale lungo la colonna vertebrale attraverso gli altri chakra.
 
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Se il chakra verticale, quello più alto, viene raggiunto e aperto, l’uomo è realizzato, illuminato e, come dicono gli indiani, trasformato in Purusha, cioè uomo vero.
 
L’anatomia occulta dell’induismo si basa sulla credenza che nella regione della spina dorsale ci siano tre canali sottili, attraverso i quali sale l’energia: Ida e Pingala ai lati e Shushumna al centro. In modi diversi e con una certa insistenza, ci viene consigliato di non giocare con le forze potenti e assopite che si trovano in queste zone e di non osare accedere a queste regioni senza un bravo maestro.

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D’altro canto, non c’è alcun dubbio che possiamo divenire uomini autentici solo attraverso la spina dorsale. Come l’energia, anche l’uomo integro deve salire seguendo l’asse centrale fino a raggiungere l’estrema rettitudine. Anche altre culture antiche conoscevano le forze che scorrono lungo la colonna vertebrale.

La dottrina cinese dell’agopuntura dà una grande importanza ai meridiani e a questo modo di considerare le cose.

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Il serpente, che ha sedotto i primi uomini inducendoli a vivere nel mondo delle polarità, consente loro di crescere al di là della polarità stessa e di tornare nell’unità, cioè alla salute. Così il serpente diviene anche il simbolo dell’evoluzione.
 
Come il risveglio dell’energia del serpente Kundalini è decisivo per far sì che l’uomo si elevi e si trasformi in vero uomo spirituale, l’acquisizione della posizione eretta da parte dei primi esseri umani permise loro di acquisire caratteri umani nel senso più autentico.
 
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La colonna vertebrale si trova quindi al centro dell’ascesa umana. Per dirla in termini poetici, i sogni ambiziosi degli uomini hanno sempre ruotato attorno alla colonna vertebrale, tendendo verso l’alto e cercando di liberarsi dalla Madre Terra per avvicinarsi sempre più al Padre Cielo.
 
Il serpente, come simbolo della polarità, può aiutare nel migliore dei modi a superare il mondo degli opposti. Quanto sia facile però che il suo dono si trasformi di nuovo in veleno, è dimostrato dagli incidenti spirituali che possono presentarsi a un approccio superficiale con l’energia Kundalini.
 
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Si rischia infatti di perdere l’equilibrio e di cadere troppo in profondità in uno dei due poli. Solo la via di mezzo conduce allo scopo e può essere percorsa solo a condizione che le forze polari, quella maschile e quella femminile, siano in equilibrio.

La seconda peculiarità della colonna vertebrale, accanto alla sua forma di serpente, è costituita dal costante alternarsi dei due poli in tutta la sua lunghezza:
 
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il disco intervertebrale infatti è costituito da un nucleo tenero e da un anello fibroso. Il passaggio da una materia ossea e dura a una gelatina acquosa e molle è necessario alla spina dorsale per svolgere le sue funzioni.
 
Simbolicamente la parte dura e forte appartiene al polo maschile, mentre la qualità molle e adattabile dell’elemento acqueo, presente nei dischi intervertebrali, è femminile. Nel costante cambiamento dal femminile al maschile, la colonna vertebrale costituisce una simbologia primigenia, nota a tutte le civiltà e a tutte le religioni.
 
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Il Taoismo rappresenta questo legame attraverso il simbolo del Tai – chi, la mitologia greca lo fa attraverso la collana di perle di Harmonia, che Hephaistos, il fabbro degli dèi, realizzò alternando perle nere con perle bianche.
 
Lo sfruttamento del principio di polarità aumenta in modo notevole la capacità di carico della colonna vertebrale. Se la parte ossea è responsabile della solidità e della stabilità, quella acquosa e gelatinosa assicura elasticità e capacità di adattamento.
 
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Le malattie nelle quali uno solo di questi aspetti emerge, rivelano quanto le posizioni estreme siano sempre pericolose: il morbo Bechterew, ad esempio, porta all’indurimento e all’ossificazione delle zone intervertebrali elastiche.
 
Ne deriva che al centro del corpo dei pazienti si viene a formare una barriera, una vera e propria struttura ossea. Al polo opposto possiamo registrare i processi di indebolimento delle ossa, che si verificano attraverso processi rachitici o tubercolotici con danni locali. Tali fenomeni determinano una riduzione della posizione eretta attraverso la curvatura della colonna, che può portare ad un atteggiamento cifotico.

In casi estremi si può arrivare alla paraplegia.


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Grazie all’alternanza degli elementi duri e morbidi e alla mutevolezza della forma, la colonna ha la possibilità di utilizzare le sue parti come ammortizzatori.
 
I due principi sono nella condizione di attutire in maniera ideale colpi e sbarramenti. Normalmente sui dischi intervertebrali viene esercitata una pressione di circa 30-50 chilogrammi, ma appiattendosi essi sono in grado di sopportare un peso quadruplo.
 
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È possibile misurare la capacità di adattamento della spina al carico con un semplice metro: di mattina l’essere umano è certamente più alto di quanto lo sia la sera; il peso del giorno infatti grava su di lui al punto da farlo abbassare (fino a un massimo di due centimetri).

I carichi pesanti sono quindi attutiti dalla flessione della spina dorsale:

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gli ammortizzatori delle auto del resto si basano sullo stesso geniale principio. La curvatura della colonna vertebrale corrisponde alle molle a spirale che, scorrendo attorno agli ammortizzatori, attenuano i colpi improvvisi.
 
L’ammortizzatore vero e proprio corrisponde al sistema dei dischi intervertebrali e vertebrali, che sopportano pesi per periodi lunghi.
 
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La problematica vera risiede spesso negli estremi: se la forma della spina è esageratamente a S, significa che la persona in questione ha rinunciato alla sua posizione eretta a favore della capacità di adattamento: si tratta di una persona che si prostra di fronte alla vita.
 
Se la forma a S è limitata, si verifica l’opposto: i soggetti procedono a testa alta senza disporre però della necessaria capacità di adattamento e senza la possibilità di ammortizzare colpi e urti. Sono persone dure (troppo poco molleggiate), e certamente portate a ferirsi.

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Camminare eretti è una facoltà esclusiva dell’uomo, resa possibile dalla curvatura del piede, diversa da quella di qualsiasi altra creatura vivente. Per questo, insieme alla colonna vertebrale, da un punto di vista anatomico l’incavo presente nella pianta del piede è l’elemento più umano dell’uomo.
 
Non abbiamo ricevuto in regalo la posizione eretta fin dal principio, questa ci è stata offerta solo più tardi, mentre percorrevamo la via della nostra evoluzione. Oggi ognuno di noi deve guadagnarsela di nuovo. I medici dicono in proposito che la filogenesi (storia delle origini) e la ontogenesi (sviluppo dell’individuo) corrispondono:
 
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l’uomo cioè deve compiere ancora una volta i passi essenziali dell’evoluzione a partire dalle origini, anche se ovviamente in forma più rapida e al tempo stesso simbolica.
 
L’uomo inizia la sua vita come essere unicellulare e diviene poi un essere acquatico, immerso nel liquido amniotico, che ancora oggi lo lega all’acqua del mare. Dopo la nascita si muove strisciando sulla terra come i rettili e prima di potersi drizzare in modo definitivo sugli arti posteriori, cammina a carponi.
 
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Il biologo Adolf Portmann sosteneva che l’uomo viene sempre al mondo un anno prima del dovuto. Mentre lo scimpanzé già immediatamente dopo la nascita ha le proporzioni di un individuo adulto, l’uomo deve ancora evolversi in base al suo modello di corpo adulto. Prima del quinto mese non riesce a rizzarsi in piedi e a mantenere la colonna vertebrale in posizione verticale.

Dal sesto riesce, solo se precoce e grazie a un aiuto esterno, a reggersi sulle gambe.

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I primi passi, traballanti ma liberi, arrivano solo all’undicesimo mese, se non al compimento del primo anno di vita. Chi ha potuto osservare queste fasi della faticosa crescita del bambino, può farsi un’idea dei primi passi che i nostri remoti progenitori fecero per la prima volta, dopo aver acquisito la posizione verticale.
 
L’embriologia rivela quanto profondamente la nostra eredità sia nascosta in noi. Da un lato l’embrione fino al quarto mese ha una colonna vertebrale notevolmente più lunga, specialmente in quella parte che negli «altri vertebrati» chiamiamo coda. D’altro canto, l’embriologia dimostra che la spina dorsale rappresenta un’evoluzione della chorda dorsalis (72) comune a tutti i vertebrati.
 
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All’inizio il feto ha solo questa corda primigenia. Nel corso del suo sviluppo questa non viene più irrorata di sangue e da essa si forma il nucleo gelatinoso dei dischi intervertebrali. Per tale motivo sulla colonna vertebrale non solo si legge quanti anni l’individuo ha sulle spalle, ma anche quanti milioni di anni l’umanità ha dietro di sé.
 
Nei problemi che abbiamo con i dischi intervertebrali si individuano le stesse difficoltà che fino ad oggi l’uomo ha dovuto affrontare nel corso del suo sviluppo. Nell’analisi anatomica ciò risulta in modo particolarmente evidente.
 
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Quando in passato il movimento era affidato a tutti gli arti, il corpo si posava stabilmente su quattro fidate colonne. Anche se una di queste fosse venuta meno, le altre tre sarebbero state sufficienti. Per altro il pericolo di una caduta era modesto, visto che l’individuo era vicino a terra.
 
La colonna vertebrale non era ancora una colonna, ma era già una catena leggermente piegata ad arco, e al tempo stesso un solido pilastro per le sensibili viscere. La testa non aveva ancora conquistato la posizione più alta e il conseguente predominio: pendeva quasi sempre in avanti oscillando più in basso della cintola.
 
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Tutto ciò offriva un vantaggio di cui abbiamo precedentemente parlato, cioè che i nostri progenitori ben raramente avevano il raffreddore.
 
Ma nonostante il problema del naso pieno, gli uomini erano ambiziosi e la posizione eretta permetteva loro di puntare in alto. Attraverso il passaggio dalle quattro fidate colonne alla camminata impettita ma traballante, sostenuta solo da due pilastri, avevano pericolosamente spostato il baricentro verso l’alto e trasformato un equilibrio stabile in uno labile.
 
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Gli uomini che assunsero la posizione eretta fecero del loro meglio: non solo riuscirono a raggiungere una sicurezza tranquillizzante appoggiandosi sulle due gambe posteriori, ma anche un’impressionante disinvoltura nell’uso degli arti superiori resisi liberi. La razionalizzazione del lavoro ha portato certo a un risparmio di energie.

La libertà ottenuta attraverso la liberazione di due gambe ha avuto però il suo prezzo.

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Con l’acquisizione della posizione eretta, si è presentato nella nostra vita anche il tema della lealtà, specialmente da quando la testa si è conquistata la posizione più elevata e quindi principale. Dagli animali, che vivono muovendosi su quattro zampe, nessuna persona razionale si aspetterebbe qualcosa del genere.
 
D’altro canto ci rallegriamo molto quando i nostri animali domestici assumono atteggiamenti umani o recitano per noi la parte di piccoli uomini. Più si comportano umanamente, cioè più assumono una posizione eretta, più vicini ci sentiamo a loro. In definitiva però non valutiamo negativamente la loro incapacità di assumere una posizione eretta, come avviene per i bambini finché si muovono carponi.
 
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Solo l’elevazione del corpo e la verticalizzazione della colonna vertebrale consentono la lealtà, che sulla base di queste considerazioni diviene un’esigenza categorica, a cui solo l’uomo che ha acquisito la posizione eretta può dare una risposta adeguata. Noi istintivamente consideriamo la mancanza di lealtà come uno sviluppo non completo e pertanto la rifiutiamo.
 
Con una vita eretta, o per meglio dire, con l’elevazione della testa l’uomo si trovò ad affrontare nuove esigenze e nuovi fardelli vennero a gravare su di lui. Alla capacità di caricare sulle proprie spalle pesi fisici e di trasportarli per tratti lunghi, si aggiunse la facoltà di prendere sulle proprie spalle ben altri carichi metaforici.
 
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Grazie alla flessibilità della colonna, fu però in grado di sopportare sovraccarichi da entrambi i tipi. Non soltanto il naso rivolto verso l’alto, e perciò tanto spesso raffreddato, annunciava nuovi problemi; anche la colonna vertebrale finì ben presto al centro del conflitto.
 
Tutti i pesi assunti, i fardelli e le responsabilità, insieme alla più ampia visione prospettica consentita dalla posizione eretta contribuivano ad abbattere di nuovo un po’ gli uomini che si erano messi diritti. I carichi fisici erano di gran lunga i meno gravosi, poiché di questi gli esseri umani erano consapevoli.
 
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Al giorno d’oggi sono soprattutto i pesi e i fardelli inconsci quelli che opprimono gli uomini e gravano sui dischi intervertebrali.
 
71La lordosi indica una curvatura in avanti, la cifosi una all’indietro.
72Chorda dorsalis significa corda dorsale.
 
(Dott. Rudiger Dahlke)