Analisi per il riscontro di disbiosi

Analisi per il riscontro di disbiosi, parassitosi, intossicazione da metalli pesanti, intolleranze

A mio giudizio non esistono analisi di routine (eseguibili nei laboratori convenzionati con il sistema sanitario) abbastanza affidabili per identificare la presenza di eventuale disbiosi, parassitosi, intolleranze, e su questo concordano molti specialisti del settore che spesso si rivolgono a laboratori molto distanti dalla città in cui operano, a volte anche in un altro continente, pur di avere informazioni davvero attendibili.

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Per quanto riguarda la disbiosi ci sono alcuni esami indiretti che partono dalle analisi delle urine

tali test della disbiosi si possono effettuare in diversi centri anche in Italia. Tali test rilevano delle sostanze nelle urine la cui presenza e quantità è correlata alla disbiosi intestinale, ma non danno indicazioni molto precise su quali siano i microrganismi benefici carenti e quali e quanti siano quelli patogeni. Io per esempio, navigando su internet, ho trovati tre laboratori che eseguono questo tipo di test (ma presumibilmente ce ne sono altri):

http://www.analisisanpaolo.it/Default.aspx?Id=390http://www.oloslab.com/test-per-la-disbiosi-intestinale/,http://www.centrodimedicinabiologica.it/test-disbiosi-inte…/.

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Un’analisi più approfondita si può ottenere da campioni di feci per identificare più precisamente le carenze di batteri benefici, la presenza di batteri patogeni, nonché di parassiti (vermi), sebbene nemmeno in tale maniera si ottengano informazioni poi così dettagliate sul microbioma intestinale, dal momento che non tutti i microrganismi residenti dell’intestino si possono ritrovare nelle feci.

Molto interessante è a tal proposito il risultato dello studio The treatment-naive microbiome in new-onset Crohn’s disease nel quale le differenze significative tra il microbiota dei malati di morbo di Crohn e quello dei soggetti sani (gruppo di controllo) sono state scoperte non osservando i campioni di feci, ma campioni di mucosa ottenuti tramite biopsia.

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Uno dei più attrezzati (ma anche più costosi) laboratori al mondo è il Great Plains Laboratory (http://www.greatplainslaboratory.com/); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine anche in Italiano (purtroppo il costo si aggira sulle 600 euro).

In Italia è possibile rivolgersi (a prezzi più accessibili) al laboratorio universitario del progetto microbioma (http://progettomicrobiomaitaliano.org/partecipa/page-2/), o anche ad un laboratorio specializzato sulle analisi del microbioma intestinale all’ospedale del Bambin Gesù (Roma). Appena possibile segnalerò anche altri centri italiani.

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Se qualcuno vuole approfondire anche eventuali problematiche di origine genetica, può sottoporsi al test 23 and me (https://www.23andme.com/en-int/) al costo di circa 150 euro; anche se poi sia in questo caso che nel precedente ci vuole un medico (o biologo) bravo e capace di interpretare i risultati.

Per quanto sia giusto ridimensionare la pretesa origina genetica della malattie

è anche vero che alcune differenze genetiche possono predisporre a sviluppare certe problematiche di salute, come per esempio la mutazione MTHFR (metilen-tetraidrofolato reduttasi) rende problematici certi processi del cosiddetto ciclo di metilazione, il che a sua volta rende difficile e lento lo smaltimento delle tossine (e non solo, perché chi è portatore di questo gene è più a rischio di depressione, osteoporosi, diabete, alzheimer e altre patologie).

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E siccome tale gene è difettoso nel 40% circa della popolazione mondiale, non si tratta di una informazione di poco conto Genome Project, nel quale si è scoperto che un gene molto importante per la salute, chiamato (per l’appunto, l’MTHFR). Con una dieta più sana e alcuni integratori è possibile correggere gli squilibri causati da questo problema di ordine genetico .

Per quanto riguarda i parassiti anche le migliori analisi delle feci non sono abbastanza affidabili,

sia perché le analisi stesse non sono molto precise, sia perché non è sempre detto che nel campione raccolto in quel determinato giorno si trovino uova, parassiti (in genere essi non lasciano l’intestino a meno che non si assumano sostanze antiparassitarie) o frammenti di tali esseri.

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Per altro molti genitori che hanno sottoposto i propri figli ad una cura antiparassitaria hanno trovato i vermi nelle feci dei bambini pur se gli esami delle feci eseguiti in precedenza risultavano negativi. Un veterinario, abituato a cercare tracce di parassiti nelle feci degli animali con l’ausilio del microscopio, potrebbe essere a volte più affidabile di un generico test di laboratorio.

Una maniera per cercare di rendere minimi i falsi negatici (ovvie i casi in cui non risultano parassiti dalle analisi pure quando questi parassiti si trovano nel paziente) è quello di ripetere le analisi almeno tre volte.

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L’articolo The need for three stool specimens in routine laboratory examinations for intestinal parasites (“Il bisogno di tre campioni di feci nell’esame laboratoriale di routine per la ricerca dei parassiti intestinali”) mostra infatti che su un consistente campione di pazienti cui sono state esaminate per tre volte le feci per la ricerca di parassiti spesso uno dei tre esami è risultato negativo.

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Ad esempio se ci si fosse fermata al primo esame di laboratorio, addirittura il 41,7% di loro sarebbe risultato esente da parassiti

ma la presenza di parassiti in questi pazienti è stata riscontrata in almeno uno dei due esami successivi. È interessante notare che gli autori concludono affermando che non solo occorrono le analisi di tre campioni di feci (ovviamente in tempi diversi) per verificare l’eventuale presenza di parassiti, ma che anche così facendo non è possibile garantire che non ci sia alcuna infestazione.

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Similmente l’articolo Multiple Stool Examinations for Ova and Parasites and Rate of False-Negative Results (“Esame multipli di uova e parassiti e pecentusali di falsi negativi”) mostra che persino dopo l’analisi di tre campioni ci sono discrete probabilità di ottenere dei falsi negativi, anche se in questo studio i risultati appaiono più confortanti (ad eccezione fanno dei test per le amebe).

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L’articolo A Case of Parasite Invasion of the Intestinal Tract: A Missed Diagnosis in Irritable Bowel Syndrome descrive un caso di sindrome dell’intestino irritabile causata da un parassita; la guarigione è avvenuta dopo un trattamento antiparassitario effettuato nonostante dagli esami parassitologici non risultasse nulla; i medici infatti hanno considerato che i sintomi clinici fossero più rilevanti dell’esito di tale analisi ed hanno proceduto ugualmente alla somministrazione dei farmaci contro i parassiti.

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L’articolo Detection of Pathogenic Protozoa in the Diagnostic Laboratory:

Result Reproducibility, Specimen Pooling, and Competency Assessment ci informa che i test di laboratorio per il riscontro dei parassiti unicellulari della classe dei protozoi utilizzano anche tecniche manuali che impediscono una standardizzazione e che poprtano ad interpretazioni soggettive dei risultati.

Ad ogni modo c’è la possibilità di fare le analisi tramite un campione di saliva (utilizzando una tecnologia ideata dalla dottoressa Clark) presso un laboratorio svizzero, Sanavital (http://www.sanavital.ch); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine in Inglese, Francese, Tedesco ed altre lingue, ma non in Italiano.

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Queste analisi, basate su uno strumento ideato dalla dottoressa Clark, dovrebbero identificare la presenza di patogeni, parassiti, metalli pesanti, ma non danno indicazioni sulle eventuali carenze di batteri benefici. Diverse persone che conoscono hanno ottenuto dei risultati attendibili da questi esami (il costo attualmente è di circa 300 euro).

Per l’analisi dell’intossicazione da metalli ci sono sicuramente molti altri laboratori attrezzati, uno che conosco e che mi pare affidabile è quello della mineral-test: http://www.mineral-test-sas.com/.

Per quanto riguarda le intolleranze, la dottoressa Campbell nel suo libro “La Sindrome Psico-intestinale” osserva giustamente che si tratta di fenomeni che spesso si modificano nel tempo; per esempio si può perdere l’intolleranza ad un cibo quando migliorano le condizioni di salute dell’intestino, o si può diventare intolleranti a qualche nuovo cibo dopo un ciclo di cura con farmaci che danneggiano il microbiota.

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Un mezzo molto semplice da lei consigliato nel libro è quello di mettere un poco della sostanza da testare (sotto forma fluida, eventualmente sminuzzato finemente e mescolato con un poco d’acqua) sull’interno del polso la sera prima di andare a letto, quindi ricoprire con una striscia di tessuto (anche per non sporcare) e verificare se l’indomani si nota una reazione cutanea (arrossamento, rigonfiamento, puntini).

Bibliografia Completa
http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

Il sesso e l’età influiscono sui livelli di ferro

Obesità. Diabete, Malattie cardiovascolari, Cancro

Le donne in età fertile perdono 500 ml di ferro ogni anno per circa trent’anni attraverso il flusso mestruale.(2) Questo è uno dei motivi per cui l’aspettativa di vita delle donne è più lunga di quella degli uomini. Gli uomini infatti non possono versare regolarmente cospicue quantità di ferro, perciò i loro livelli di ferro sono costantemente più alti di quelli delle donne in età fertile.

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Dopo la menopausa, però, le donne perdono questo beneficio. In media solo 1 milligrammo circa di ferro viene perso con il sudore, il ricambio delle cellule dell’epidermide e, in misura minima, con i normali sanguinamenti dell’apparato gastrointestinale, mentre la quantità di ferro assimilata con l’alimentazione è in media da 1 a 2 milligrammi.3 Man mano che l’età avanza, diventa sempre più importante monitorare e ridurre proattivamente i livelli di ferro. Oltre a danneggiare i mitocondri e a contribuire alle mutazioni genetiche, il ferro in eccesso ha effetti negativi sulla salute nei modi seguenti:

Promuove lo sviluppo degli agenti patogeni. Il ferro facilita la crescita ed è essenziale che i bambini abbiano sufficienti quantità di ferro per favorire il processo di sviluppo durante l’infanzia. Ma un eccesso di ferro nel corpo facilita anche la crescita degli agenti patogeni, dei batteri, dei funghi e dei protozoi, (4) e crea nel corpo un ambiente ospitale per microrganismi che possono nuocere alla salute.

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Obesità. L’aumento nel consumo d’integratori di ferro negli ultimi settant’anni è correlato all’incremento del tasso di obesità. Ricorda: il ferro è un fattore di crescita. Così come i bassi livelli di ferro in una donna gravida sono associati a uno scarso peso del bambino al momento del parto, gli alti livelli di ferro sono associati a un aumento del peso.5,6

Diversi studi hanno dimostrato che le persone obese tendono ad avere livelli elevati di ferritina.7,8 Un importante studio epidemiologico condotto su maschi adulti coreani ha dimostrato che livelli moderatamente elevati di ferritina sierica9 predicono un futuro accumulo di peso, fino ad arrivare all’obesità e persino all’obesità grave. Se hai deciso di leggere questo libro perché non riesci a perdere i chili superflui, hai una ragione in più per sospettare che la tua difficoltà nel dimagrire non sia dovuta solo alla dieta o al regime di attività fisica.

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Diabete. Diversi scienziati ritengono che il ferro influisca sui livelli di glucosio e d’insulina nel sangue10 e che ci sia una correlazione tra i livelli di ferritina sierica e il diabete di tipo 2. In una vasta indagine che ha seguito trentamila soggetti sani tra uomini e donne, gli elevati livelli di ferritina sierica erano associati a un rischio notevolmente più alto di sviluppare il diabete di tipo 2.11 Negli uomini con elevate riserve di ferro, le probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2 erano 2 o 4 volte superiori a quelle degli uomini con scarse riserve di ferro.

Un sistema per ridurre il rischio di sviluppare il diabete può essere la donazione del sangue, perché è stato dimostrato che chi dona il sangue di frequente ha una migliore sensibilità all’insulina e un rischio inferiore di diabete.12

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Malattie cardiovascolari. Dallo studio sopracitato è emerso anche che nei donatori di sangue le probabilità di avere un ictus o un attacco cardiaco sono inferiori del 50 per cento rispetto agli altri soggetti. È probabile che il ferro incida sulle malattie cardiache in quanto contribuisce all’ossidazione dell’LDL e al danneggiamento contribuiscono all’arteriosclerosi.13,14

Fin dagli anni Ottanta i ricercatori ipotizzano che le differenze di genere nei livelli di ferro spieghino la maggiore incidenza delle malattie cardiache negli uomini. Il primo ad avanzare questa teoria fu il patologo Jerome Sullivan in un articolo pubblicato su “The Lancet”. Lo studio su trentamila soggetti sani ha rilevato che per le donne il rischio di malattie cardiache aumentava notevolmente dopo la naturale entrata in menopausa o dopo aver subito un’isterectomia; in altre parole, quando smettevano di perdere il ferro ogni mese attraverso il flusso mestruale.

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Ciò suggerisce che c’è un legame tra i livelli di ferro e le malattie cardiovascolari.15 Malattie degenerative, tra cui il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica. Il cervello ha bisogno di ossigeno più di qualunque altro organo, e il ferro è essenziale per trasportare l’ossigeno dove serve. Ma come in ogni altra parte del corpo, anche nel cervello un eccesso di ferro non è positivo. Il fatto che i livelli di ferro aumentino con l’avanzare dell’età probabilmente è il motivo, o almeno uno dei motivi, per cui malattie degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson sono associate alla vecchiaia.

Il ferro è presente in alte concentrazioni nelle placche che si formano nel cervello dei malati di Alzheimer,16 ed è presente in quantità anomale nel cervello di soggetti che mostrano i sintomi di un esordio precoce dell’Alzheimer e del Parkinson.17,18 Da uno studio è emerso che elevati livelli di ferritina nel liquido cerebrospinale preannunciano la conversione di un lieve deterioramento cognitivo in una forma di Alzheimer conclamato.19

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Inoltre è dimostrato che livelli elevati di ferro nel cervello sono associati alla gravità del deterioramento cognitivo.20 Lo stress ossidativo e le infiammazioni che ne conseguono sono i meccanismi che spiegano i danni causati dal ferro nelle funzioni cerebrali.

Cancro. Il ferro in eccesso contribuisce alla formazione del cancro danneggiando il DNA mitocondriale con un’eccessiva produzione di radicale ossidrile. La ferritina sierica è elevata in chi è affetto da diversi tipi di cancro, tra cui il cancro al pancreas e al seno, il melanoma, l’adenocarcinoma del rene e il linfoma di Hodgkin.21

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L’analisi del National Health and Nutrition Examination Survey [Indagine nazionale sulla salute e l’alimentazione] ha rilevato un legame tra il ferro assunto con l’alimentazione o presente nelle delle cellule endoteliali, due processi che a loro volta riserve del corpo e il rischio di sviluppare il cancro colon-rettale.

Le riserve di ferro sono associate anche ai polipi e alle lesioni precancerose del colon. È probabile che l’elevato contenuto di ferro nella carne rossa sia uno dei motivi per cui il suo consumo è un fattore di rischio per il cancro al colon, in quanto il ferro in eccesso promuove le infiammazioni che provocano danni alle mucose del colon. Si ritiene che le fibre alimentari aiutino a prevenire questi danni, perché si legano al ferro e aiutano il metallo a transitare nell’apparato digerente per poi uscire dal corpo.

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22 Altri riscontri supportano la tesi secondo cui il ferro in eccesso contribuisce alla formazione del cancro al fegato. A corroborare ulteriormente il legame tra ferro in eccesso e cancro c’è anche il fatto che chi dona regolarmente il sangue ha un rischio di cancro inferiore.

Da uno studio clinico randomizzato è emerso che i prelievi di sangue riducono l’incidenza del cancro del 37 per cento.24 Osteoporosi. Per la salute delle ossa, che è regolata da cellule sensibili al ferro, è importante che i livelli di ferro siano nella norma. In parole povere, un eccesso di ferro danneggia le ossa. Ciò spiega perché chi soffre di squilibri nel carico di ferro, come l’emocromatosi, ha una maggiore tendenza a sviluppare l’osteoporosi.25

1 “Ferritin: The Test,” American Association for Clinical Chemistry, https://labtestsonline.org/…/a…/ferritin/tab/test/consultato il 9 maggio 2016.
2 E. D. Weinberg, “The Hazards of Iron Loading,” Metallomics, 2, n. 11 (novembre, 2010):732–40, DOI: 10.1039/c0mt00023j.
3 M. D. Beaton, P. C. Adams, “Treatment of Hyperferritinemia,” Annals of Hepatology, 11, n. 3 (2012): 294–300, PMID: 22481446
4 G. Ortíz-Estrada et al., “Iron-Saturated Lactoferrin and Pathogenic Protozoa:Could This Protein Be an Iron Source for Their Parasitic Style of Life?” Future Microbiology 7, n. 1 (2012): 149–64, DOI: 10.2217/fmb.11.140.
5 D. J. Fleming et al., “Dietary Factors Associated with the Risk of High Iron Stores in the Elderly Framingham Heart Study Cohort,” American Journal of Clinical Nutrition, 76, n. 6 (2002): 1375–84, PMID: 12450906.
6 T. Iwasaki et al., “Serum Ferritin Is Associated with Visceral Fat Area and Subcutaneous Fat Area,” Diabetes Care, 28, n. 10 (2005): 2486–91, PMID:16186284.
7 S. K. Park et al., “Association Between Serum Ferritin Levels and the Incidence of Obesity in Korean Men: A Prospective Cohort Study,” Endocrine Journal, 61, n. 3 (2014): 215–24, DOI: 10.1507/endocrj.EJ13-0173.
8 Ibid.
9 S. K. Park et al., “Association Between Serum Ferritin Levels and the Incidence of Obesity in Korean Men: A Prospective Cohort Study,” Endocrine Journal, 61, n. 3 (2014): 215-224, DOI:10.1507/endocrj.EJ13-0173.
10 J. M. Fernandez-Real et al., “Serum Ferritin as a Component of the Insulin Resistance Syndrome,” Diabetes Care, 21, n. 1 (1998): 62–68, DOI: 10.2337/diacare.21.1.62.
11 J. Montonen et al., “Body Iron Stores and Risk of Type 2 Diabetes: Results from the European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC)- Potsdam Study,” Diabetologia, 55, n. 10 (2012): 2613–21, DOI: 10.1007/s00125-012-2633-y.
12 J. M. Fernández-Real, A. López-Bermejo, and W. Ricart, “Iron Stores, Blood Donation, and Insulin Sensitivity and Secretion,” Clinical Chemistry, 51, n. 7 (giugno 2005): 1201–5, DOI: 10.1373/clinchem.2004.046847.
13 B. J. Van Lenten et al., “Lipid-Induced Changes in Intracellular Iron Homeostasis in Vitro and in Vivo,” Journal of Clinical Investigation, 95, n. 5 (1995): 2104–10, DOI: 10.1172/JCI117898.
14 N. Stadler, R. A. Lindner, M. J. Davies, “Direct Detection and Quantification of Transition Metal Ions in Human Atherosclerotic Plaques: Evidence for the Presence of Elevated Levels of Iron and Copper,” Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology, 24 (2004): 949–54,
DOI:10.1161/01.ATV.0000124892.90999.cb.
15 W. B. Kannel et al., “Menopause and Risk of Cardiovascular Disease: The Framingham Study,” Annals of Internal Medicine, 85 (1976): 447–52, DOI:10.7326/0003-4819-85-4-447.
16 M. A. Lovell et al., “Copper, Iron and Zinc in Alzheimer’s Disease Senile Plaques,” Journal of the Neurological Sciences, 158, n. 1 (June 11, 1998): 47– 52, DOI: 10.1016/S0022-510X(98)00092-6.
17 K. Jellinger et al., “Brain Iron and Ferritin in Parkinson’s and Alzheimer’s diseases,” Journal of Neural Transmission, 2 (1990): 327, DOI: 10.1007/BF02252926.
18 G. Bartzokis et al., “Brain Ferritin Iron as a Risk Factor for Age at Onset in Neurodegenerative Diseases,” Annals of the New York Academy of Sciences, 1012, (2004): 224–36, DOI:10.1196/annals.1306.019.
19 S. Ayton et al., “Ferritin Levels in the Cerebrospinal Fluid Predict Alzheimer’s Disease Outcomes and Are Regulated by APOE,” Nature Communications, 6 (2015): 6760, DOI: 10.1038/ncomms7760.
20 W. Z. Zhu et al., “Quantitative MR Phase-Corrected Imaging to Investigate Increased Brain Iron Deposition of Patients with Alzheimer’s Disease,” Radiology, 253 (2009): 497–504, DOI: 10.1148/radiol.2532082324.
21 A. A. Alkhateeb, J. R. Connor, “The Significance of Ferritin in Cancer: Anti- Oxidation, Inflammation and Tumorigenesis,” Biochimica et Biophysica Acta, 1836, n. 2 (dicembre 2013): 245–54, DOI: 10.1016/j.bbcan.2013.07.002.
22 J. I. Wurzelmann et al., “Iron Intake and the Risk of Colorectal Cancer,” Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention, 5, n. 7 (luglio 1, 1996): 503–7. PMID: 8827353.
23 Y. Deugnier, “Iron and Liver Cancer,” Alcohol, 30, n. 2 (2003): 145–50.
24 L. R. Zacharski et al., “Decreased Cancer Risk after Iron Reduction in Patients with Peripheral Arterial Disease: Results from a Randomized Trial,” JNCI:Journal of National Cancer Institute, 100, n. 14 (2008): 996–1002, DOI: 10.1093/jnci/djn209.
25 L. Valenti et al., “Association between Iron Overload and Osteoporosis in Patients with Hereditary Hemochromatosis,” Osteoporosis International, 20, n. 4 (aprile 2009): 549–55, DOI: 10.1007/s00198-008-0701-4.

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L’osteoporosi ed i carboidrati insulinici 

Abbiamo già parlato dell’osteoporosi e siamo tutti d’accordo che rappresenta un’emergenza sanitaria per le persone anziane, soprattutto per le donne.

La medicina ufficiale ha già trovato risposte e soluzioni: qualche pillola per contrastare un fenomeno considerato normale ed ineluttabile.

Allora ci dovrebbero spiegare:

Come mai ci sono persone che arrivano a 110 anni senza grossi problemi di osteoporosi?

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La verità ancora una volta è sepolta sotto ricerche mediche che nessuno ha voglia di divulgare. La medicina ufficiale sa perfettamente che uno dei motivi principali che causa lo svuotamento del calcio dallo scheletro, è l’utilizzazione che ne fa il nostro corpo per contrastare l’acidità del sangue.

Difatti ancora una volta, il nostro metabolismo ha come priorità assoluta, salvarci la vita. Il nostro sangue deve mantenere un livello di acidità non superiore a 7,35 (altrimenti si muore) e quindi, in caso di aumento di metaboliti acidi, il nostro corpo preferisce svuotare le ossa, utilizzando il calcio come minerale per tamponare l’acidità.

Ci dovremmo domandare: Cosa genera le scorie acide che finiscono poi nel sangue?

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Abbiamo già approfondito tale aspetto, parlando dell’acidità tissutale e la causa, ancora una volta è da imputare ai carboidrati. La via energetica del glucosio genera scorie acide (atomi H+ e piruvato), che quando escono dalla cellula, finiscono nella matrice e poi nel sangue. Inoltre i cereali hanno un effetto chelante (tramite i fitati), inibendo l’intestino all’assorbimento dei minerali come il magnesio, il potassio ed il calcio, fondamentali per la ricostruzione delle ossa.

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Un altro aspetto fondamentale riguarda l’ormone del Gh, deputato alla fase anabolica dello scheletro. Difatti come tutti i tessuti, anche quello osseo è composto di matrice (quindi collagene), e subisce una fase catabolica ed una anabolica. L’attivazione degli ormoni dell’insulina e del cortisolo (per colpa dei carboidrati) inibisce le ghiandole surrenali alla produzione di Gh e quindi una diminuzione dell’azione anabolica (ricostruzione ossea).

Quindi avviene uno squilibrio, tra la fase in cui il corpo demolisce la struttura ossea e la fase in cui invece il corpo deve ricostruire quei tessuti, causando un bilancio negativo, che nel tempo indebolirà lo scheletro.

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Un altro aspetto essenziale è la carenza di vitamina D, che come avete potuto leggere nel capitolo dedicato è essenziale al metabolismo del calcio, mantenendo in buono stato il nostro scheletro. Tale carenza è dovuta al poco tempo trascorso all’aperto, impedendo alla nostra pelle di produrre questa preziosa vitamina con l’ausilio della luce solare.

Un altro motivo che inibisce la produzione endogena di vitamina D è l’acidosi tissutale, che richiamando il calcio nel sangue, attiva il meccanismo di feedback negativo (i reni eliminano la vitamina D per evitare l’assorbimento di tale minerale dall’intestino).

Vivere 120 Anni

La Vitamina D

Asse Intestino – Cervello parte 2 🌞

Nell’articolo Vitamin D supplementation: what’s known, what to do, and what’s needed , per esempio si legge che una concentrazione ottimale sarebbe compresa tra i 30 e gli 80 ng/ml, e che l’assunzione da parte di giovani adulti di vitamina D in dosi minori o uguali a 2000 UI (unità internazionali) al giorno difficilmente può fare del male.

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Ad ogni modo basandosi su queste stime (probabilmente prudenti) gli autori dell’articolo Low vitamin D status: definition, prevalence, consequences, and correction (“Bassi livelli di vitamina D: definizione, prevalenza, conseguenze e correzione”) , risulta che circa i ¾ degli statunitensi adulti hanno bassi livelli di vitamina D.

Interessante è l’affermazione, contenuta in questo articolo, che “per raggiungere un livello ottimale di vitamina D sono necessarie assunzioni giornaliere di almeno 1000 Unità Internazionali di vitamina D”.

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Per quanto si sappia che un eccesso di vitamina D possa essere pericoloso, gli autori affermano che le dosi indicate pongono un basso rischio di tossicità, ma ricordano anche che la risposta all’assunzione di uguali dosi di vitamina D è variabile, e quindi sarebbe il caso di monitorare i livelli di 25(OH)D nel sangue, sebbene tale procedura finora “ha ricevuto poca attenzione”. Secondo gli autori “l’integrazione con vitamina D3 è preferibile all’integrazione con vitamina D2”.

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Se quindi nel corso del libro abbiamo visto come quasi tutte le malattie possono essere correlate a fenomeni come disbiosi/parassitosi e disfunzione delle barriere tissutali, adesso iniziamo a vedere che quasi tutte le malattie possono essere contemporaneamente correlate ad una carenza di vitamina D, la quale non solo può inibire il corretto funzionamento delle suddette barriere, ma causare molti altri problemi.

Questo perché, come abbiamo appena visto, i recettori della vitamina D si trovano in quasi tutti i tessuti, ma anche perché la vitamina D dal punto vista della sua struttura chimica appartiene al gruppo dei seco-steroidi, ovvero molecole che hanno un’azione anti-infiammatoria.

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Se più volte nel corso di questo libro è stata richiamata la funzione deleteria di una produzione eccessiva e cronica di citochine pro-infiammatorie, ecco che la vitamina D appare come un naturale modulatore di questi eccessi, e come una sostanza che può essere utile nel migliorare i sintomi delle malattie croniche infiammatorie.

Se a questo aggiungiamo che la trascrizione di centinaia di geni dipende dalle interazioni tra la vitamina D ed i suoi recettori e che tali interazioni sono collegate a diversi percorsi di segnalazione , ovvero di comunicazione all’interno del nostro organismo, ne consegue che (similmente al quanto accade per il magnesio o per il microbiota simbionte) è difficile trovare una funzione all’interno del corpo umano che non dipenda in un modo o nell’altro dall’azione di tale molecola, la cui presenza in quantità ottimali nella circolazione sanguigna è quindi un prerequisito fondamentale per la salute.

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Questo vuol dire che la vitamina D per esempio, ed i suoi recettori VDR, sono implicati nella regolazione dell’espressione di diversi enzimi (la grandissima parte degli enzimi sono proteine, e le proteine vengono fabbricate in base alle istruzioni codificate nel DNA); un articolo tra i tanti che illustra tale situazione è Vitamin D receptor regulation of the steroid/bile acid sulfotransferase SULT2A1 .

Conseguentemente da un po’ di tempo a questa parte si studiano applicazioni dell’integrazione di vitamina D per la cura e la prevenzione di moltissime malattie (quasi tutte in realtà), vedi per esempio riguardo al cancro gli articoli Vitamin D signalling pathways in cancer: potential for anticancer therapeutics (“I percorsi di segnalazione della vitamina D nel cancro: un potenziale per le terapie contro il cancro”) Calcium and vitamin D. Their potential roles in colon and breast cancer prevention (Calcio e vitamina D).

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I loro ruoli potenziali nella prevenzione del cancro al colon ed al seno . Sempre riguardo al cancro l’articolo Impact of oral vitamin D supplementation on serum 25-hydroxyvitamin D levels in oncology , ci informa che la risposta all’integrazione con vitamina D è stata particolarmente buona nei pazienti con cancro ai polmoni ed alla prostata ed in quelli che in partenza avevano una concentrazione di vitamina D compresa tra 20 e 32 ng/ml (che come abbiamo visto corrisponde ad una carenza non troppo grave).

L’articolo afferma che una concentrazione nel sangue di 36-48 ng/mL è ottimale per la prevenzione del cancro, e che la carenza di vitamina D è associata, secondo alcune recenti ricerche, a molti tipi di cancro, mieloma multiplo, cancro del colon retto, della prostata e del seno.

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La conferma deriva da studi statistici che mostrano come la mortalità da cancro aumenti al diminuire dei livelli di vitamina D misurati nel sangue e aumenti con la diminuzione dell’esposizione ai raggi UVB (legata alla posizione geografica).

La vitamina D è importante anche per la corretta funzionalità del sistema nervoso (d’altronde abbiamo già visto che la sua carenza favorisce la disfunzione della barriera emato-encefalica).

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L’articolo Vitamin D, nervous system and aging , dopo averci ricordato che bassi livelli di vitamina D sono associati ad un aumentato rischio di contrarre diverse malattie croniche come osteoporosi, cancro, diabete, malattie autoimmuni, ipertensione, arteriosclerosi e debolezza muscolare, ci informa che i dati clinici finora raccolti suggeriscono che la carenza di vitamina D3 sia associata anche al rischio di sviluppare diverse patologie del sistema nervoso centrale, tra le quali sclerosi multipla, morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson, depressione stagionale e schizofrenia.

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Le carenze di vitamina D, conclude l’articolo, sembra che causino un funzionamento anomalo del sistema nervosa centrale ed un suo invecchiamento precoce.

L’articolo Vitamin D and the central nervous system ci conferma che la vitamina D regola lo sviluppo ed il funzionamento del sistema nervoso e che una adeguata assunzione di vitamina D nel corso della gravidanza e del periodo prenatale pare che sia cruciale in termine di prevenzione delle malattie del sistema nervoso stesso.


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L’articolo Disease relapses in multiple sclerosis can be influenced by air pollution and climate seasonal conditions , ci informa che il riacutizzarsi della sclerosi multipla coincide molto spesso con giorni in cui aumenta l’inquinamento e (soprattutto nel primo pomeriggio) le nuvole oscurano il sole; il che porta direttamente ad una coincidenza con i giorni in cui è minore la produzione di vitamina D indotta dalla radiazione solare.

Che l’inquinamento atmosferico, riducendo il tasso di radiazioni che promuovono la produzione di vitamina D all’interno della pelle, lo confermano numero studi, come per esempio The effects of air pollution on vitamin D status in healthy women: A cross sectional study .

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L’articolo Vitamin D prevents hypoxia/reoxygenation-induced blood-brain barrier disruption via vitamin D receptor-mediated NF-kB signaling pathways , ci informa che vitamina D3 ha effetti neuro protettivi in seguito ad un’ischemia e pare che possa aiutare a prevenirla; tale azione positiva dipende dalla protezione della barriera emato-encefalica.

La stessa forma di vitamina D preserva la funzionalità della barriera epiteliale intestinale dal danno indotto da alcune citochine pro-infiammatorie .

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L’articolo Vitamin D deficiency predisposes to adherent-invasive Escherichia coli-induced barrier dysfunction and experimental colonic injury discute un esperimento in vitro che indica come la carenza di vitamina D predispone al danno della barriera intestinale da parte ci ceppi patogeni del batterio Escherichia coli (considerato un microrganismo corresponsabile del morbo di Crohn).

L’articolo Vitamin D deficiency promotes epithelial barrier dysfunction and intestinal inflammation (“La carenza di vitamina D promuove la disfunzione della barriera epiteliale e l’infiammazione intestinale”) mostra che la vitamina D è un importante mediatore delle difese epiteliali intestinali contro gli agenti infettivi.


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Vista la somiglianza tra le cellule dell’epitelio della barriera mucosa intestinale e le cellule della nostra pelle, non meraviglia che la vitamina D abbia un effetto protettivo anche nei confronti di quella stessa pelle dove (grazie alla radiazione solare) può venire prodotta. L’articolo Microorganism-induced exacerbations in atopic dermatitis:

a possible preventive role for vitamin D? (“Esacerbazione indotta da microrganismi nella dermatite atopica: un possibile ruolo preventivo della vitamina D?”) ci indica un possibile ruolo preventivo di tale vitamina nei confronti della Stafilococco aureo e del fungo Massezia, due microrganismi correlati alla manifestazione della dermatite atopica.

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L’articolo 1,25-Dihydroxyvitamin D3 regulates genes responsible for detoxification in intestine (“1,25 idrossivitamina D3 regola i geni responsabili per la disintossicazione dell’intestino”) è il resoconto di un esperimento condotto su topi carenti di vitamina D, che ha permesso di scoprire che nel giro di 6 ore dalla somministrazione della vitamina D è stata stimolata l’espressione di diversi geni, tra i quali anche alcuni geni antiossidanti.

Gli autori concludono affermando che questi risultati “sostengono l’idea che la vitamina D sia un fattore significativo nella disintossicazione e nella protezione dalle tossine ambientali.

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L’articolo Vitamin D for the prevention of stroke incidence and disability: Promising but too early for prime-time , ci informa che la vitamina D potrebbe giocare un ruolo nella neuro protezione (probabilmente attraverso dei percorsi di disintossicazione) e che potrebbe prevenire il danno vascolare tramite l’abbassamento della pressione sanguigna (ed altri meccanismi);

la correlazione tra carenza di vitamina D e le demenze neurodegenerative e vascolari potrebbero essere una dimostrazione di quanto appena affermato. L’articolo mostra quindi che ci sono diversi indizi sul ruolo preventivo della vitamina D nei confronti dell’ischemia cerebrale.


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Anche l’articolo Vitamin D prevents hypoxia/reoxygenation-induced blood-brain barrier disruption via vitamin D receptor-mediated NF-kB signaling pathways, Pubblicato su PLoS One. 2015 Mar 27;10(3):e0122821, autori Won S, Sayeed I, Peterson B L, Wali B, Kahn J S, Stein D G; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25815722 

discute di una efficacia preventive della vitamina D nei confronti del danno causato da una ischemia cerebrale (il meccanismo è come abbiamo visto altre volte, quello di prevenire la disfunzione della barriera emato-encefalica.

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Anche l’articolo Vitamin D and Neurocognitive Dysfunction: Preventing “D”ecline? (“La vitamina D e la disfunzione neurocognitiva: Prevenire il D-eclino?”) parla dei benefici della vitamina D per la salute del cervello anche attraverso meccanismi di disintossicazione e meccanismi antiossidanti; la vitamina D pare sia quindi importante per evitare il declino cognitivo.

L’articolo New clues about vitamin D functions in the nervous system (“Nuove informazioni sulla funzione della vitamina D nel sistema nervoso”) ci informa della scoperta di recettori della vitamina D nei neuroni e nelle cellule gliali, che i geni che codificano gli enzimi coinvolti nel metabolismo di questo ormone (la forma attiva della vitamina D) sono espressi anche nelle cellule del cervello e che dalla Vitamina D dipende persino la sintesi di un enzima coinvolto nella sintesi dei neurotrasmettitori.

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Come se non bastasse la vitamina D aumenta i livelli di glutatione (la qual cosa porta all’importanza della vitamina D per la disintossicazione).

L’articolo The vitamin D–antimicrobial peptide pathway and its role in protection against infection , oltre a ricordarci che l’esposizione al sole e l’olio di fegato di merluzzo (ricco naturalmente di vitamina D) sono stati sin da tempi antichi indicati come metodi per la cura della tubercolosi, l’articolo ci informa della recente scoperta del ruolo della vitamina D nell’espressione genetica di peptidi antimicrobici che spiega almeno in parte l’effetto “antibiotico” di tale sostanza.
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L’articolo Treatment of vitamin D deficiency due to Crohn’s disease with tanning bed ultraviolet B radiation ci informa che dei malati di tale malattia dopo 6 mesi di trattamento con raggi UVB hanno raggiunto livelli normali di 25(OH)D nel sangue smettendo di soffrire di debolezza muscolare e di dolore muscolare ed osseo.

Anche l’articolo Vitamin D and Crohn’s disease in the adult patient: a review ci informa di una simile relazione, e del beneficio dell’integrazione della vitamina D.

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L’articolo Low serum vitamin D concentrations in patients with schizophrenia mostra che I livelli di vitamina D nel sangue sono più bassi nei pazienti schizofrenici rispetto ai depressi ed ai soggetti sani del gruppo di controllo.

L’articolo Correlation between total vitamin D levels and psychotic psychopathology in patients with schizophrenia: therapeutic implications for add-on vitamin D augmentation , ci informa che valori particolarmente bassi di vitamina D sono stati osservati durante le crisi psicotiche dei pazienti schizofrenici.

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Anche l’articolo Serum vitamin D levels in relation to schizophrenia: a systematic review and meta-analysis of observational studies , che opera una meta-analisi di diversi studi sull’argomento, mostra una significativa correlazione tra bassi livelli di vitamina D e schizofrenia.

Gli autori dell’articolo Is Serum Hypovitaminosis D Associated with Chronic Widespread Pain Including Fibromyalgia? A Meta-analysis of Observational Studies , dopo avere preso in considerazione i risultati di 12 studi sull’argomento, concludono che c’è un’associazione positiva tra l’ipovitaminasi D e il dolore cronico diffuso, e che tale correlazione permane anche dopo l’esclusione dei cosiddetti “fattori di confusione” .


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In particolare gli autori indicano un valore soglia di (8 – 10 ng/mL) che separa le persone che soffrono di tale devastante sintomo da quelle che non ne soffrono.

Anche l’articolo Effects of vitamin D on patients with fibromyalgia syndrome: a randomized placebo-controlled trial , ci conferma che l’ottimizzazione dei livelli di vitamina D ha un effetto positivo sulla diminuzione del dolore.

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L’articolo Vitamin D deficiency in women with fibromyalgia in Saudi Arabia , ci informa che le donne sofferenti di fibromialgia spesso sono carenti di vitamina D (in Arabia Saudita anche se non vanno in giro velate, le donne spesso sono molto coperte e prendono poco sole). L’autore nella conclusione scrive addirittura che “un efficace trattamento con alte dosi di vitamina D potrebbe portare alla risoluzione di quasi tutti i sintomi”.

L’articolo Protective effect of 1,25-dihydroxyvitamin D3 on ethanol-induced intestinal barrier injury both in vitro and in vivo mostra l’azione protettiva della vitamina D nei confronti della barriera intestinale rispetto al danno indotto dall’etanolo.

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Infine anche il diabete mellito di tipo 1 nei bambini è correlato a bassi livelli di vitamina D, come conferma l’articolo Correlation of serum vitamin D level with type 1 diebetes mellitus in children: a meta-analysis .

È da notare come, nel ristabilire livelli ottimali di vitamina D, siano importanti anche i cofattori della vitamina D (magnesio, boro, vitamina K, zinco) che permettono al nostro corpo di utilizzarla al meglio, nonché la vitamina A (che lavora per molti aspetti in sinergia con la D e che impedisce danni da eccessi di vitamina D) .

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L’articolo Epidemic influenza and vitamin D ci mostra che stagionalità dell’influenza mostra un picco in corrispondenza del periodo dell’anno in cui normalmente calano i livelli della vitamina D nel sangue delle persone a causa della mancata esposizione alla luce del sole, e spiega che la vitamina D modula il sistema immunitario prevenendo l’eccessiva produzione di citochine infiammatorie, aumentando la capacità di azioni antimicrobica dei macrofagi, e stimolando la produzione di peptidi antimicrobici.

La supposizione che i virus influenzali si diffondano in quei periodi dell’anno in cui minore è il livello di vitamina D nel sangue, è stato dimostrato inoculando (in soggetti volontari) virus influenzali in diversi periodi dell’anno e riscontrando come la febbre si manifestasse soprattutto in inverno.

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Nell’articolo Vitamin D for influenza , il dottor Gerry Schwalfenberg discute all’inizio degli inibitori della neuraminidase (un tipo di farmaci antivirali) affermando che apportano più danni che benefici.

Gli effetti collaterali elencati dall’autore vengono enumerate in base alla propria esperienza clinica, ovvero all’osservazione di quanto rilevato nei propri pazienti: vomito, gravi forme di diarrea, confusione acuta, allucinazioni, delirio; peggioramento delle funzioni cognitive.

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Al contrario ci sono studi che hanno mostrato come persino dosi relativamente basse di vitamina D (1.200 UI) somministrate ai bambini abbiano ridotto notevolmente i casi di influenza A e di attacchi di asma (nei soggetti sofferenti di tale patologia) rispetto al gruppo di controllo che assumeva un placebo .

Ma la cosa più notevole dell’articolo è la dichiarazione che il dottor Schwalfenberg ed un suo collega hanno fornito per qualche anno ai propri pazienti integratori di vitamina D in maniera tale da raggiungere almeno il livello di 40 ng/ml, e adesso vedono pochissimi dei propri pazienti ammalarsi di influenza o di sindromi para-influenzali.

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Per questi ultimi, quando la malattia si manifesta, hanno utilizzato il “martello della vitamina D” (vitamin D hammer), ovvero 50.000 UI al giorno di vitamina D3 in un’unica dose, oppure 10.000 UI 3 volte al giorno, per 2 o 3 giorni.

I risultati vengono descritti come eccezionali, con complete risoluzione dei sintomi in 2 o 3 giorni, e viene precisato che dosi di questo tipo non sono mai state tossiche. Giustamente il dottor Schwalfenberg insiste sul fatto che si tratta di una cura economicissima e afferma che serve urgentemente uno studio su questa modalità di intervento, sia per ottimizzare la salute delle persone, che per risparmiare sulle spese mediche.

860 Pubblicato su Pharmacotherapy. 2012 Apr;32(4):354-82, autori Haines S T, Park S K; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22461123.
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Carenze di vitamina D e malattie degenerative

Asse Intestino Cervello

Parte Prima 
È già stato accennato al metodo Coimbra per la cura della sclerosi multipla, ma anche molte altre malattie, dalla psoriasi al cancro passando per l’influenza, sono correlate ad una carenza di vitamina D, la quale a sua volta è frutto di due fattori:

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la scarsa esposizione al sole, specie d’inverno, dal momento che le popolazioni “progredite” passano gran parte del loro tempo all’interno di edifici dove il sole non arriva, ed il fatto che le popolazioni che vivono nelle zone meno calde del pianeta (dove c’è minore irraggiamento solare) hanno perso l’abitudine di cibarsi di cibi ricchi di vitamina D.

Ancora peggiore è la sorte della popolazione di pelle nera che, per colpa prima dello schiavismo e poi delle migrazioni, si trova a vivere al di fuori della fascia equatoriale; la pigmentazione scura della loro pelle filtra i raggi solari che aiutano a generare la vitamina D.

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Di fronte all’emergere di sempre nuovi studi sull’efficacia della vitamina D nel proteggere dalle infezioni, nel prevenire il cancro, l’osteoporosi, la depressione, il diabete, le malattie cardiache e i disturbi renali, bel combattere psoriasi ed altre dermatiti e fino anche la sclerosi multipla, ecco che qualche istituzione sanitaria fa qualche passetto avanti nel raccomandare dosi giornaliere appena un po’ maggiori di questa vitamina (che poi in realtà è un ormone, ma storicamente è stata denominata così), ma pur sempre molto al di sotto di quello che dovrebbe essere un valore davvero sufficiente a garantire la salute ai nostri corpi umani.

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Negli Stati Uniti per esempio la dose giornaliera raccomandata dalle istituzioni sanitarie è passata da 200 UI a 600 UI, lascia la maggior parte delle persone ancora gravemente carenti di vitamina D. In tal modo alle industrie farmaceutiche resta garantito un vasto numero di clienti che si ammalano (inconsapevolmente) per la carenza di tale sostanza e che sono costretti ad acquistare farmaci vita natural durante.

Negli Stati Uniti, secondo alcuni studi scientifici, il 70 per cento dei bianchi e il 97 per cento degli afro-americani hanno carenza di vitamina D, e i neri si ammalano di tumore molto più facilmente dei bianchi .

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Lo studio A Statistical Error in the Estimation of the Recommended Dietary Allowance for Vitamin D , ci informa che nel Nord America (ma un po’ in tutto il mondo) le persone hanno sempre più bassi livelli di vitamina nel sangue nonostante le raccomandazioni di assumere 600 UI di vitamina D al giorno (che in teoria avrebbero dovuto portare la quasi totalità della popolazione ad avere livelli di vitamina nel sangue di almeno 20 ng/ml).

La realtà è che è stato fatto un errore statistico nella stima della dose raccomandata giornaliera di Vitamina D, e potrebbero essere necessarie (per la popolazione del Nord America) ben 8.800 UI di vitamina D al giorno.

vitamina-d.jpgIn effetti ormai diversi medici che si occupano di questo ormone del sole affermano che 10.000 UI al giorno, specie d’inverno (e specie nei paesi più lontani dall’equatore) sono una dose che non può causare tossicità alcuna, dal momento che corrisponde a quanto la nostra pelle può produrre stando esposta al sole per circa mezz’ora (nella stagione calda, e nelle ore centrali della giornata).

Se una persona non si intossica stando al sole (qui stiamo parlando ovviamente di esposizione che non porti a scottature), perché mai dovrebbe risentire della tossicità di una simile dose di vitamina D3? Per altro la nostra pelle ha un sistema di regolazione che impedisce ulteriore produzione di vitamina D innescata dalla radiazione solare quando si arriva, nel corso della giornata, a 20.000 UI al giorno.

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C’è quindi da sospettare che ulteriori studi e ricerche possano ben presto portare a nuove indicazioni, ben più alte, sulla dose considerata sicura.

L’articolo Risk assessment for vitamin D (“Valutazione del rischio per la vitamina D) ci mostra che il limite massimo di assunzione giornaliera di vitamina D posto a 2.000 UI (ovvero 50 microgrammi) non è basato sui risultati delle ricerche più recenti, e che gli esperimenti condotti a partire dal 1997 (anno in cui è stato stabilito quel limite) non hanno riscontrato, negli adulti, tossicità per dosi maggiori o uguali a 10. 000 UI, che viene considerata dagli autori il nuovo valore ottimale di limite massimo di assunzione di tale sostanza.

Detto questo ogni persona è differente, le statistiche ci danno dei valori medi che non necessariamente sono ottimali per tutti, e molto dipende anche dai valori di vitamina D nel sangue presenti quando si inizia una eventuale integrazione; ci sono persone per esempio che soffrono di dolori al petto con dosi da 5.000 o più al giorno (anche se potrebbe dipendere da una carenza di vitamina K2, che viene esaurita dagli alti livelli di vitmina D3).

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Ci sono persone che riescono ad assorbire meglio degli altri la vitamina D3 e trasformarla nella forma attiva dell’ormone, anche perché ci sono differenze genetiche (alcune di queste possono essere corrette dall’assunzione di vitamina B2), e ci sono persone che hanno una dieta povera di grassi, che non assumono la vitamina D3 coi grassi, o che hanno difficoltà ad assorbire i grassi (come per esempio i malati di fibrosi cistica o di alcuni patologie intestinali). Ricordo infatti che la vitamina D3 e la vitamina K2 sono vitamine liposolubili (che si sciolgono nei grassi e che hanno bisogno dei grassi per l’assunzione).

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Anche sui livelli di vitamina D nel sangue considerati normali c’è molto da discutere, dal momento che attualmente si considera sufficiente un livello oltre il 30 ng/ml, ma ci sono diversi studi che mostrano come l’effetto protettivo della vitamina D nei confronti di molte patologie si vede solo quando il tasso di tale sostanza nel sangue sale oltre i 40/50 ng/ml. Il dottor Mercola è uno di quelli che considera insufficiente qualsiasi concentrazione sotto i 50 ng/ml, ottimale la concentrazione tra i 50 e i 70; egli inoltre considera una concentrazione tra 70 e 100 ng/ml come quella utile a trattare il cancro e le malattie cardiache, e una concentrazione sopra i 100 come eccessiva .

Afferma Mike Adams in un suo articolo su naturalnew :

I professionisti della salute bene informati nel campo della nutrizione, speravano che lo IOM suggerisse un aumento del fabbisogno giornaliero di vitamina D che effettivamente aiuterebbe a prevenire il cancro: da 2000 UI al giorno, fino a raggiungere 4000 UI al giorno. La maggior parte dei nutrizionisti informati consigliano da 2000 UI a 4000 UI al giorno per gli adulti. Le ricerche sulla connessione tra cancro e vitamina D parlano chiaro: la vitamina D previene il 77% dei tumori .

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Ma le istituzioni sanitarie fanno terrorismo sulle dosi alte di vitamina D così come lo hanno fatto in passato sulla vitamina C, e considerano 4000 UI una dose eccezionale. Scrive ancora Mike Adams a tal proposito :

I media, prendendo la palla al balzo, hanno segnalato che 10.000 UI causano danni ai reni. Tuttavia, i medici che si occupano di carenza di vitamina D, prescrivono di routine 50.000 UI al giorno per aiutare i pazienti a recuperare e ripristinare i corretti livelli di vitamina D. (Tale quantità è sicura solo per le persone che ne hanno una grave carenza. NaturalNews ne conviene che non è una dose sicura per chi ha già un livello sufficiente di vitamina D nel proprio corpo.)

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Il dottor Michael Holick, esperto di vitamina D sistematicamente attaccato dalla medicina convenzionale per il suo voler educare la gente sulla vitamina D, ne prende 3.000 UI al giorno. È protagonista di un servizio speciale per NaturalNews ‘‘Il potere curativo della luce solare e della vitamina D’’ che può essere scaricato gratuitamente all’indirizzo: http://www.naturalnews.com/rr-sunlight.html.

Il capitolo successivo contiene una lunga dissertazione sul valore della vitamine D nelle sue varie forme (ed in particolar modo sulla vitamina D3 nella sua forma solfatata), che già spiega come essa possa influire sul nostro stato di salute e come la sua carenza possa essere correlata a molte patologie.

Qui di seguito una piccola rassegna di alcuni articoli sull’efficacia della vitamina D in relazione alla prevenzione ed alla cura di diverse patologie.

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L’articolo Parkinson: vitamina “D” riduce rischio di ammalarsi dell’agenzia di stampa AGI ci informa su una ricerca effettuata in Finlandia (dove a causa della scarsa esposizione ai raggi solari è molto diffusa la carenza di vitamina D nella popolazione) ci informa che
I ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano alti livelli di Vitamina D (il 25% del gruppo) avevano il 67% di chance in meno di contrarre la malattia.

L’articolo Vitamina D, la vitamina delle meraviglie sul sito naturopatiaonline , ci informa su un articolo uscito sul quotidiano britannico The Independent che definisce la vitamina D la wonder vitamin che ricopre un ruolo fondamentale per il benessere dell’intero organismo (…) sono infatti sufficienti 15 minuti al giorno perché l’organismo possa produrre la quantità necessaria, inoltre quella in “eccesso” prodotta nel periodo estivo, viene immagazzinata ed utilizzata nei mesi invernali.

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L’articolo La verità sull’influenza sul sito sottovoce360, ci informa dei medici come R. Edgar Hope-Simpson che mettono in relazione le epidemie influenzali con la scarsa insolazione che porta ad un minimo di vitamina D.

Ma Proprio questo anno, due importanti pubblicazioni mediche hanno pubblicato un report firmato dal Dott. John Cannell, uno psichiatra dello Atascadero State Hospital, California. Si tratta di una struttura di massima sicurezza riservata a criminali infermi di mente. Nel suo resoconto, il Dott. Cannell ha notato che gli altri reparti intorno al suo erano stati soggetti a un violento attacco d’influenza nell’aprile 2005. Ma nessuno dei suoi 32 pazienti ha preso l’influenza, sebbene si fossero anche mischiati con i reclusi infetti degli altri reparti.

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In realtà negli ultimi anni l’idea che la scienza medica si era fatta un tempo della vitamina D, ovvero di una sostanza utile solo per prevenire il rachitismo è completamente cambiata fino a riconoscere che tale sostanza (che poi in realtà è un ormone) è coinvolta in quasi tutti gli aspetti della fisiologia umana (e di conseguenza in quasi tutti i processi patologici).

In maniera simile la proteina GcMAF (vedi più avanti il capitolo relativo), componente essenziale del cosiddetto “asse della vitamina D” col passare del tempo vede estendere i suoi campi di applicazione.

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Un ottimo articolo che spiega tutto ciò in dettaglio (offrendo circa 140 referenze a comprova delle varie affermazioni in esso riportate) è Does Vitamin D Make the World Go ‘Round? (“La vitamina D fa girare il mondo?”) nel quale si afferma che adesso si vanno scoprendo effetti della vitamina D su vari organi del corpo e persino a livello cellulare, che essa è è coinvolta nell’integrità del sistema immunitario innato, che è legata tra l’altro a “patologie infiammatorie e a lunga latenza come sclerosi multipla artrite reumatoide, tubercolosi, diabete e vari tipi di cancro”.

Dal momento che la carenza di vitamina D è “la più grande epidemia di carenze nutritive iniziata nel tardo ventesimo secolo”.

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Come possiamo leggere anche nell’abstract dell’articolo Metabolism and main effects of vitamin D (“Il metabolismo e gli effetti principali della vitamina D”) , la vitamina D in realtà (a dispetto del nome che le è stato attribuito ai tempi della sua scoperta) non è una vitamina vera e propria, quanto il precursore di un ormone;

essa diventa realmente attiva solo dopo che viene idrossilata nel fegato, ovvero dopo che vengono aggiunti ad essa dei gruppi OH (detto ossidrile o gruppo idrossilico). A questo punto il composto, che viene descritto dalla formula 25(OH)D, viene ulteriormente processato dai reni e da molti altri tessuti fino a diventare una molecola detta calcitriolo, la cui formula chimica è 1,25(OH)2D.

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L’articolo ci informa che una volta si conoscevano solo gli effetti della vitamina D come regolatrice del metabolismo del calcio, del fosforo e dell’osso (e quindi è fondamentale per un corretto sviluppo e mantenimento in buona salute di ossa e denti), ma che adesso è noto che i recettori della vitamina D (VDR – dall’inglese vitamin D receptors) sono presenti in quasi tutti i tessuti, che sono quindi equipaggiati con gli enzimi necessari ad effettuare la trasformazione finale in calcitriolo (la forma attiva della vitamina D).

L’articolo succitato afferma testualmente che ci sono migliaia di studi che mostrano un’associazione tra la carenza da vitamina D e l’aumento dell’incidenza di molte malattie o di una loro prognosi sfavorevole.

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L’indicatore ormai internazionalmente utilizzato per valutare i livelli (e le eventuali carenze) della vitamina D è la concentrazione nel sangue del 25(OH)D (che viene poi, come già detto, processato e trasformato nel calcitriolo). Interessante è notare come in questo articolo si legga testualmente “Non c’è assolutamente consenso sulla definizione di carenza di vitamina D”.

Molti esperti associano una grossa carenza di vitamina D ad una concentrazione nel sangue di 25(OH)D minore di 50 nmol/L (ovvero 20 ng/ml) ed una insufficienza di vitamina D ad una concentrazione del 25(OH)D compresa tra 50 e 75 nmol/L (tra i 20 e i 30 ng/ml), ma alcuni considerano ottimale una concentrazione più alta.

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846 http://www.naturalnews.com/030392_cancer_skin_color.html.
847 Pubblicato su Nutrients. 2014 Oct; 6(10): 4472–4475, autori Veugelers PJ, Ekwaru JP; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4210929/.
848 Pubblicato su American Journal of Clinical Nutrition. 2007 Jan;85(1):6-18, autori Hathcock JN, Shao A, Vieth R, Heaney R;https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17209171.
849 Vedi l’articolo Vitamin D Can Cut Your Flu Risk Nearly in Halfhttp://articles.mercola.com/…/study-shows-vitamin-d-cuts-fl….
850 New vitamin D recommendations promote nutritional deficiency, protect cancer industry 851http://www.naturalnews.com/030598_vitamin_D_Institute_of_Me…, traduzione a cura di Sabrina.
http://www.naturalnews.com/021892.html.
852 Vedi nota precedente n. 773.
853 http://salute.agi.it/…/201007130731-hpg-rsa1003-parkinson_l….
854 http://www.naturopataonline.org/…/545-vitamina-d-la-…/1.html.
855 http://sottovoce360.blogspot.com/…/la-verit-sullinfluenza.h….
856 Sebbene il dottor W. A. Price avesse già compreso che le vitamine liposolubili come la vitamina D fossero molto importanti per il benessere globale dell’organismo.
857 Pubblicato su Breastfeeding Medicine 2008 Dec; 3(4): 239–250. autori Carol L. Wagner, Sarah N. Taylor, Bruce W. Hollis;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2981372/.
858 Pubblicato su Presse Médicale 2013 Oct;42(10):1343-50, autori Souberbielle J C, Maruani G, Courbebaisse M;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24051166.
859 Le misure qui utilizzate sono nanomoli al litro, e nanogrammi al millilitro, dove il prefisso nano corrisponde ad un milionesimo di milionesimo (10–12).
File PDF: VITAMINA D VEGGY

La frattura del collo del femore

Malattia Espressione dell’AnimA

Con questo tema arriviamo a una visione spaventosa della vecchiaia.
Se il collo del femore si rompe, cosa che praticamente si verifica solo in età molto avanzata, si sospetta quasi immediatamente una frattura da affaticamento.

La causa fisiologica dell’affaticamento delle ossa è la loro decalcificazione, che si presenta con l’età e si manifesta nell’osteoporosi, che colpisce tanto gli uomini che le donne.

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La diagnosi «frattura da affaticamento» è veramente esatta e chiara:

vuole dire semplicemente che un osso stanco ha ceduto. Per questo non deve sorprendere che spesso non occorra un urto violento, basta una leggera caduta sul fianco.

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La caduta racchiude in sé una forte valenza simbolica. Un gran numero di incidenti si verifica infatti proprio per questo motivo, attualizzando il tema mitologico.

«La superbia viene prima della caduta»: suggerisce un proverbio che aiuta a comprendere meglio la situazione. Lucifero, l’angelo prediletto da Dio, aveva dimostrato la superbia prima di essere precipitato nella polarità.

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I primi uomini, Adamo ed Eva, si erano macchiati proprio della stessa colpa: il peccato originale e la perdita definitiva dell’unità paradisiaca ne furono solo una conseguenza.

E anche gli ultimi uomini saranno accusati di aver commesso lo stesso reato. Nell’Antico Testamento, il modello è rappresentato dalla storia della ricostruzione della Torre di Babele che termina, come ogni hybris, in una caduta.


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Nel mondo antico, la hybris, ribellione contro gli dèi, era l’unico vero peccato, e al tempo stesso l’unica possibilità di intraprendere la via dell’evoluzione che termina nel Divino. Questa via implica quasi necessariamente una caduta, come dimostra anche il caso di Prometeo.

Ogni caduta è la somatizzazione di un pezzetto di superbia, che in questo modo viene sottoposto a terapia. Nella caduta che produce la rottura del collo del femore, si spezza un «vecchio osso». La sua hybris consiste nel fatto che il soggetto ha ignorato la sua età e ha agito come se avesse le stesse energie di un giovane.

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La frattura da affaticamento, che certamente non si sarebbe verificata se a cadere fosse stato un ragazzo, fa i conti con l’età e rimette ognuno al suo posto. Ora non è più possibile camminare e neppure superare i confini naturali.

La malattia ha rimesso le cose in ordine, costringe i pazienti a comportarsi in modo sensato e conforme agli anni, li induce al riposo.

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Questa posizione di distanza dalla vita esteriore va scelta liberamente, poiché l’età richiede che le sue esigenze siano rispettate.

La stanchezza naturale, che ignorata dall’esterno si manifesta in modo sostitutivo nelle ossa, rivendica il suo diritto di riposarsi.


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Se il paziente segue questa indicazione, ha tutta l’opportunità di fare interiormente ancora grandi passi avanti. La situazione è simile a quella che provoca gli incidenti in ambito sportivo: una sopravvalutazione delle proprie possibilità naturali.

Adesso occorre accettare la propria situazione, smettere di affannarsi e dedicarsi al riposo e alla conoscenza. Bisogna smettere di vivere con ritmi giovanili e indirizzarsi invece al riposo e a una vita adatta all’età avanzata.

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Domande

1. Il mio coraggio si è già trasformato in superbia?
2. È ancora attuale? A chi devo dimostrare qualcosa?
3. Tendo a ignorare la mia età?
4. Ho ignorato che non solo le mia ossa sono vecchie, ma che sono diventato io stesso un osso vecchio?
5. Compenso la debolezza della mia struttura ossea cercando di irrobustire la mia coscienza?
6. Pretendo troppo dal mio corpo per risparmiare la mia anima?
7. In che rapporto sono con i miei limiti naturali?
8. Dove mostro troppo poco rispetto nei loro confronti?
9. Riesco ad alleggerirmi e a gettar via la zavorra per facilitare all’anima il ritorno a casa?

(*) Nel film di Hollywood, Alla ricerca del bambino d’oro, ad esempio, ci troviamo di fronte a questo modello.
(Dott. Rudiger Dhalke)

Menopausa e osteoporosi

Malattia Espressione dell’AnimA

Questa “malattia” esiste da sempre, la sua diagnosi fino a poco tempo fa non veniva messa automaticamente in rapporto con la menopausa.

Con l’osteoporosi si verifica un aumento della decalcificazione, che di per sé non è un sintomo patologico, ma un segno normale del cambiamento del corpo in questa fase della vita.

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Nonostante ciò, i ginecologi ricorrono solo da pochissimo tempo agli estrogeni per curarla.

Tale terapia ha su molte donne il piacevole effetto di far sì che la menopausa non venga più vissuta come una pausa. Il corpo viene così ingannato dagli estrogeni da credere che tutto sia rimasto come prima e che il cambiamento non si sia ancora verificato.

Chi ha paura della decalcificazione delle ossa e della mancanza di calcio, dovrebbe introdurre calcio.

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È però interessante notare che in questa età le dosi di calcio assunte non hanno alcun effetto. Il corpo le considera come superflue e le espelle:

di fatto tende ad alleggerirsi, non ha più bisogno di una struttura ossea massiccia, perché avanzando nella vita anche le necessità cambiano e gli interessi si spostano da un’attività esterna a una interiore.

Non c’è più tanto bisogno di appoggiarsi sulle ossa fisiche; appare piuttosto necessario trovare un sostegno alla struttura interiore dell’anima.

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La menopausa, con riferimento alla vita esteriore, dovrebbe avere un aspetto di pausa e riposo.

Solo attraverso l’inganno del corpo è possibile costringerlo a immagazzinare ancora calcio nelle ossa.

Con questo trucco ormonale si può ignorare il cambiamento, continuare a fingere di essere giovani e a contare sulle proprie ossa. Per questo, nel culto della giovinezza che oggi domina incontrastato e nel rifiuto della vecchiaia, la simpatia per questo inganno non deve meravigliare.

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Resta da chiedersi se valga la pena di sacrificare la possibilità di controllare consapevolmente la crisi di passaggio della vita per amore di una menzogna.

È necessario alleggerirsi sia nel fisico che nell’anima per prepararsi al ritorno. Dobbiamo sbarazzarci della zavorra. Più lo facciamo in senso figurato, più stabile rimarrà la struttura del corpo.

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L’uomo moderno, nonostante gli venga richiesto esattamente il contrario, ha un atteggiamento ostile nei confronti dei cambiamenti della vita. Il semplice passaggio dall’estate all’inverno e viceversa è sufficiente a far sì che milioni di persone si sentano collettivamente frustrate e si prendano le loro influenze primaverili o autunnali.

I virus necessari sono a disposizione ovunque.

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Sembra così semplice far pagare al corpo tutto ciò che non ci piace.

La medicina appoggiando questo gioco commette un grave errore e si preclude possibili sviluppi. Se riflettiamo sulle tesi dei ginecologi, non possiamo che rimanere esterrefatti.

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Chi spaventa le donne dicendo loro che rischiano di rompersi le ossa se non ingeriscono estrogeni, dovrebbe chiedersi come abbiano fatto miliardi di donne, prima della moda degli estrogeni, a superare questo periodo senza pericolose fratture, e come vi riescano ancor oggi molte donne anziane.

Questo argomento è superato per impudenza solo da quest’altro, che nella menopausa le donne si sentono ripetere spesso:

«Se non si farà togliere l’utero, potrebbe degenerare in tumore maligno».

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Con la stessa logica si potrebbe consigliare l’amputazione delle braccia, visto che in qualsiasi momento la pelle potrebbe ammalarsi di cancro e degenerare. Tutto questo allarmismo ha portato non solo a un aumento senza precedenti di operazioni all’utero, ma ha anche contribuito a diffondere una preoccupante insicurezza.

Naturalmente esistono situazioni in cui un utero deve essere tolto. Ma come fa una donna a sapere se il ginecologo ha intrapreso una crociata contro gli uteri o se la sua diagnosi ha basi mediche fondate?

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Nella problematica dell’osteoporosi non c’è purtroppo alcun trucco corrispondente, eccetto forse un richiamo al sano intelletto umano e uno sguardo alla catena delle generazioni femminili, dalla nostre nonne fino ad Eva, la prima donna.

Tutte hanno dovuto mantenere in ordine il loro equilibrio ormonale senza l’aiuto dei ginecologi, sono vissute in media più a lungo dei loro mariti e in ogni caso non si sono fratturate le ossa più spesso di oggi.

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La profilassi che appare più logico adottare per tutta questa problematica, consiste nel vivere in modo tale da soddisfare pienamente il polo femminile prima dell’inizio del periodo climaterico.

Se questo è avvenuto, il trasferimento di questi temi a livello psico-spirituale determina un profondo sollievo. Chi nelle situazioni opportune ha donato il suo calore all’uomo, non ha bisogno ora di trovare occasioni per trasformarsi in una donna calorosa.

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Sarebbe più naturale fare fuoco e fiamme per altri contenuti e ardere di entusiasmo per il polo opposto, il mondo spirituale. Chi ha già appagato il suo desiderio di discendenza, può permettere che in menopausa nel suo utero avvengano tutti i mutamenti necessari.

Fertilità e crescita appartengono ora al livello dell’anima e dello spirito.

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Chi nel climaterio si libera della zavorra e riqualifica la vita trasferendo le energie dall’esterno all’interno, non ha più bisogno di ossa tanto pesanti: le ossa più leggere bastano per affrontare senza pericolo di fratture il ritorno a casa dell’anima.

Domande

1. Sono in grado di affrontare il compito del cambiamento, che avanza insieme alla crisi della mezza età?
2. Ho accettato e soddisfatto i miei desideri di procreazione, oppure faccio sì che quello che mi manca cresca sotto forma di mioma?
3. Ho vissuto in modo sufficientemente intenso? Mi sono saziato?
4. Ci sono piani sui quali vorrei cambiare e di cui non mi fido?
5. Dove potrei diventare simbolicamente fertile?
6. Di quale zavorra mi devo liberare? Quale compito devo affrontare?
7. Dove mi manca la struttura? Dove posso trovarla?
(Dott. Rudiger Dahlke)

L’articolazione del ginocchio – Lesioni del menisco

Malattia Espressione dell’AnimA

Con l’articolazione del ginocchio affrontiamo il tema dell’umiltà.
Inginocchiarsi e genuflettersi sono gesti che esprimono sottomissione.

Con questo atteggiamento ci si presenta ai dignitari ecclesiastici e in passato era così che si stava davanti ai re. Colpisce il fatto che gli uomini moderni tendano in misura sempre minore a piegare le ginocchia.

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A parte che nella chiesa cattolica, sono poche le occasioni per farlo e anche lì sono stati operati cambiamenti notevoli

secondo il nuovo «regolamento» è concesso stare in piedi anche nei momenti in cui prima ci si doveva inginocchiare.

Invece di inginocchiarsi umilmente al cospetto dell’Onnipotente, oggi ci si confronta con Lui. Umiltà e sottomissione non sono più di moda.

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La persona sempre in piedi, che non si inginocchia mai, è diventata un’ideale, ognuno è il sovrano di se stesso.

Anche lavori come pulire e strofinare, che in passato costringevano a stare in ginocchio, sono oggi meccanizzati quel tanto che basta da non doversi più inginocchiare.

Non deve quindi meravigliare che i disturbi al ginocchio, soprattutto sotto forma di problemi al menisco, si manifestino in modo più significativo.

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La causa principale delle lesioni al menisco è uno sforzo eccessivo.

I due menischi, formati da cartilagine, permettono anche i movimenti rotatori, necessari soprattutto alla flessione interna del ginocchio, che rappresenta una sorta di articolazione cerniera. Nella forma somigliano uno a una mezzaluna, l’altro a una luna piena.

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A causa della loro funzione appartengono certamente al polo femminile. In caso di lesione si spezzano, stretti tra l’articolazione superiore e quella inferiore.

La terapia adatta è simile a quella applicata per l’ernia del disco e consiste nell’asportazione del tessuto distrutto, troppo debole per sopportare il carico cui era sottoposto.

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In seguito i soggetti cercano spesso di continuare a sostenere pesi eccessivi anche senza i cuscinetti ammortizzatori.

Il sintomo rivela alle persone la loro hybris (greco = orgoglio).

Essi dovrebbero riconoscere i propri limiti e constatare che l’impulso al movimento e la prestazione richiesta al loro corpo sono eccessivi in rapporto alle capacità.

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Se ignorano i dolorosi segnali di allarme, i temi della modestia e dell’umiltà confinati nell’ombra si ripresenteranno nelle ginocchia, a ciò predestinate.

Invece di un’umiltà liberamente scelta, costoro vivono solo una modestia forzata cui sono obbligati a causa della loro limitata mobilità e un’umiltà che deriva dal dolore.

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Chi non riduce volontariamente la propria esagerata mobilità esteriore, viene costretto a farlo dai propri menischi.

È allora necessario diventare sinceri e ammettere onestamente quali prestazioni sono veramente necessarie. Certamente è lecito sospettare che gli sportivi più accaniti utilizzino la loro mobilità esteriore per compensare la propria immobilità interiore.

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Invece di preoccuparsi di effettuare internamente un certo movimento di rotazione e di cercare di acquisire un punto di vista alternativo, si girano e si voltano esternamente fino al momento in cui il loro menisco si strappa.

In questo senso il danno al ginocchio costringe anche interiormente un corrispondente atteggiamento di immobilità. È necessario ricorrere al riposo forzato per ritrovare l’armonia.

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Per essere esteriormente grandi, è indispensabile disporre di una certa mobilità interiore e anche di una buona dose di modestia, che non accetterà mai di ottenere a forza quello che non rientra nell’ambito delle proprie possibilità o dei propri compiti.

Se si ricerca la causa di un incidente occorso nella pratica sportiva, si trova una situazione in cui l’immobilità spirituale deve essere bilanciata da eccessive prestazioni fisiche.
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Se il calciatore avesse affrontato la palla o l’avversario in modo più intelligente, non avrebbe avuto bisogno di farsi male.

In genere si tratta di situazioni in cui i soggetti hanno anche «giocato» interiormente con un sentimento teso al punto da lacerarsi.

Nelle rotazioni consapevoli, eseguite col piacere del movimento, non ci si procura alcuna lesione: per ottenere questo, è sempre necessaria una certa elasticità interiore.

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Domande

1. Quale ruolo svolge la modestia nella mia vita?
2. Mi inchino di fronte alle necessità o mi faccio piegare dal destino?
3. C’è una persona o un tema che mi chiede di essere umile?
4. Se sono costretto a portare un carico eccessivo, cerco di trarmi d’impaccio?
5. Tendo a piegarmi fisicamente?
6. Dove sono arrivato agli estremi e mi faccio mettere in ginocchio solo da una «forza più alta»?
7. Come potrei, oltre alla disponibilità a piegarmi esteriormente, imparare a inchinarmi anche interiormente?
8. La mia mobilità esteriore deriva dalla calma o nasce dall’ambizione e dall’ansia?
9. Dove mi spinge il destino?
10. Verso cosa deve indirizzarsi il mio sguardo?

(Dott. Rudiger Dahlke)

Vitamina D

La vitamina D viene sintetizzata dal colesterolo e attivata dall’esposizione al sole.

L’idea che possiamo colmare le lacune attraverso banali assunzioni orali ricorda molto i concetti delle medicine tribali per le quali per migliorare la vista veniva consigliato di mangiare gli occhi degli animali curioso l’interesse per la vitamina D,

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che è sintetizzata a partire dal colesterolo, che invece viene proposto di tenere basso, mediante una dieta povera di grassi…quando: l’80% del colesterolo NON proviene dalla dieta, è sintetizzato da un enzima stimolato dall’insulina…

quindi quando si mangiano CARBOIDRATI, non Grassi, si produce il massimo di colesterolo.

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Che ha azioni benefiche in quanto tiene plastiche le membrane cellulari, sono i prodotti di ossidazione dell’LDL che provocano le placche, questa ossidazione è dovuta a processi infiammatori, che sono i veri responsabili delle placche,

che altro non sono che una protezione dei vasi sanguigni nel processo di riparazione, per impedirne la necrosi, come avviene in altri tessuti (per riparare prima demoliamo, poi ricostruiamo, alcuni tessuti non conviene demolirli, come vasi e fibre nervose, quindi li proteggiamo con placche).

Risultati immagini per vitamina D

Quindi combattiamo il colesterolo, ma assumiamo vitamina D. il vero problema è che cerchiamo di introdurre, dalla bocca, ciò che è carente nel ns corpo. Invece dovremo chiederci perchè (…) quella molecola è carente, perchè la sintesi endogena è diminuita.

Allora è più furbo cercare di risolvere le cause che hanno prodotto tale riduzione.

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Per fortuna il sistema digerente, spesso completamente non considerato in questi approcci, ci impedisce di provocarci danni, come quando tentiamo inutilmente e pericolosamente di alcalinizzare tessuti che non sono basici!

Molti immaginano il corpo umano come una enorme pentola dove avvengono reazioni chimiche, che possono essere facilmente modificali somministrando reagenti o prodotti finali delle reazioni che avvengono al suo interno, senza tenere conto che queste avvengono all’interno di cellule, in scomparti ben definiti, spesso, per ns fortuna, non facilmente raggiungibili dall’esterno.

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D’altra parte il sistema digerente rappresenta la nostra maggiore superficie di interfaccia con il mondo esterno, se non fossimo fortemente isolati da esso, ci saremo già estinti.

In particolare per la vitamina D, questa è prodotta dal colesterolo, ora, nonostante molti lavori in letteratura (ma chi li legge?)

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che sostengono come sia stato un grossolano errore considerare pericolosi alti suoi livelli, abbiamo abbassato il limite max a 200, e ci sono persone che “viaggiano” con 140 di colesterolo totale. Il problema è che costoro sono veri morti che camminano, ma sicuramente avranno problemi a sintetizzare la vitamina D.

Ma cosa importa? gliela vendiamo?

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La vitamina D nell’immaginario collettivo rappresenta quella vitamina prodotta dal sole è in grado di migliorare l’assorbimento di calcio nelle nostre ossa. Sicuramente l’informazione se pur veritiera è la conseguenza della più grande mistificazione medica nei confronti di un micronutriente.

Infatti rappresentare l’importanza di questa vitamina, riconoscendogli solamente il compito di coadiuvare la cura all’osteoporosi e del rachitismo, non rende assolutamente merito all’importanza fondamentale che tale micronutriente ha invece per la nostra salute.

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Sarebbe come affermare che il sole per le piante è utile solo a scaldarle. Ma sappiano che non è così. Il sole è la vita, ed in effetti senza questa nostra stella, la vita sul pianeta terra si estinguerebbe in pochissimi giorni.

Anche nel caso dell’uomo, l’evoluzione ha previsto per il sole un ruolo fondamentale, la produzione della vitamina D.

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Solo negli ultimi anni la medicina ufficiale ha incominciato a comprendere l’importanza di questa vitamina (ma tali ricerche non sono promulgate adeguatamente).

Innanzitutto è stato appurato che la vitamina D in effetti è un ormone, in quanto si comporta esattamente come gli altri ormoni steroidei (ad esempio il cortisolo).

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Non solo, la sua azione è rivolta ad ogni cellula del nostro corpo, ad ogni tessuto ed a ogni organo (non esiste un altro ormone con una capacità così universale).

Addirittura regola circa il 3% del genoma umano (del Dna) e si lega a dei recettori (ce ne sono 2.246 solo nella catene del Dna) inducendo all’interno della cellula migliaia di azioni differenti (in base al recettore a cui si è legato).

Risultati immagini per vitamina D

E’ stato confermato, da studi clinici, che la vitamina D ha un effetto significativo su 229 geni, compresi quelli interessati nelle malattie della sclerosi multipla, il diabete (tipo 1) e il morbo di Crohn.

Questo significa che ad oggi ancora non conosciamo le reali attività che questo ormonevitamina svolge all’interno del nostro corpo. Cerchiamo allora di capirne un po’ di più.

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Innanzitutto da dove proviene la vitamina D?

Possiamo assumere dalla dieta circa il 10% circa della vitamina D di cui abbiamo bisogno mentre il 90% è prodotto dalla nostra pelle con l’esposizione ai raggi UVB. Per quanto riguarda quella assunta con la dieta, si suddivide in vitamina D2 (ergocalciferolo) di origine vegetale e vitamina D3 (colecalciferolo) di origine animale.

La vitamina D stimolata dal sole è del tipo vitamina D3 (colecalciferolo) e la produciamo grazie alle cellule della pelle (cheratinociti) che utilizzano i raggi UVB per processare il colesterolo (7–deidrocolesterolo).

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Approfondimento tecnico.

Sia la vitamina D2 che la D3 si legano a delle speciali proteine (DPB vitamin D binding protein) e trasportate nel fegato. All’interno di questo organo sono processate (idrossilate) per diventare molecole 25-idrossivitaminaD (25(OH)D) o anche chiamato calcifediolo.

Questa molecola è biologicamente inattiva (è un marker usato per capire se si è carenti) e per essere utilizzata dal corpo deve subire un altro processo chimico tramite un enzima (1-idrossilasi) per trasformarsi in 1,25-di-idrossi-vitamina D (1,25(OH)2D3) o calcitriolo.

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Questo processo accade principalmente nei tuboli renali (che ne regolano anche la quantità nel sangue), ma può avvenire in vari tessuti o nelle singole cellule del corpo (cellule immunitarie).

La vitamina D è anche correlata al metabolismo del calcio (da cui dipende anche la sua regolazione nel sangue) risultando essenziale nel processo di modellamento delle ossa e nel contrastare l’osteoporosi. Spieghiamone il meccanismo.

IL METABOLISMO DEL CALCIO

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Il metabolismo del calcio è regolato dall’ormone paratormone (o ormone paratiroideo o PTH) sintetizzato dalle ghiandole paratiroidi.

Questo ormone è in grado di agire sulla capacità di assimilazione del calcio dall’intestino, di controllare il riassorbimento a livello renale e l’attività delle cellule osteoblaste (che costruiscono l’osso) e delle cellule osteoclaste (che distruggono l’osso). Il nostro scheletro è in continua fase catabolica ed anabolica, ma il giusto equilibrio tra queste due fasi, dipende principalmente dalla quantità di calcio presente nel sangue.

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Approfondimento tecnico.

Quando il livello di calcio nel sangue è troppo basso, l’ormone paratormone stimola la produzione renale di 1,25-di-idrossivitamina (vitamina D attiva), aumenta la ritenzione di calcio dai reni, aumenta l’attività degli osteoclasti (quelle che demoliscono l’osso).

La vitamina D attiva (1,25-di-idrossi-vitamina D) si lega ai recettori intestinali, incrementando sensibilmente la capacità dell’intestino di assimilare il calcio (dal 10% senza vitamina D al 40%) e stimola i fibroblasti nella costruzione di nuovo osso.

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Esiste inoltre un meccanismo di feedback negativo che in caso di troppo calcio nel sangue (ipercalciemia) riassorbe la quantità di vitamina D attiva, in modo da ridurre l’assimilazione del calcio dall’intestino. E’ quindi piuttosto evidente che la carenza di questa vitamina-ormone è la causa principale dell’osteoporosi.

Ma quali sono le altre funzioni della vitamina D?

La Vitamina D ed il nostro corpo. Come abbiamo detto, la vitamina D è molto più di quello che l’informazione vuole rappresentare. La sua interazione con il nostro corpo è universale, ma ancora poco conosciuta da parte della medicina.

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Sappiamo però che esistono dei recettori chiamati Dvr (molecole che si legano a questo ormonevitamina) all’interno dei seguenti tessuti:

tessuto adiposo, surrene, cuore, cellule endoteliali aortiche, cervello, cellule insule pancreatiche, ghiandola mammaria paratiroide, cellule neoplastiche parotide, condrociti ipofisi, colon, placenta, ovaio, prostata, epididimo retina, follicolo pilifero cute, cellule intestinali, stomaco, cellule renali distali, testicolo, fegato, timo, polmone e tiroide.

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Grazie a questi recettori, la vitamina D interagisce con le seguenti azioni genomiche non classiche:

Inibizione della crescita cellulare

Regolazione dell’apoptosi

Controllo della differenziazione cellulare

Modulazione della risposta immune

Prevenzione della trasformazione neoplastica

Controllo del sistema renina-angiotesina

Controllo della secrezione insulinica

Controllo della funzione muscolare

Controllo del sistema nervoso

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Queste azioni non sono ancora state studiate in maniera approfondita dalla scienza e quindi non siamo in grado oggi, di sapere come la carenza di vitamina D incida su questi processi metabolici.

L’azione che sembra di maggiore interesse per la scienza riguarda il nostro sistema immunitario, dove la vitamina D ha un ruolo fondamentale. Approfondiamolo insieme.

LA VITAMINA D ED IL NOSTRO SISTEMA IMMUNITARIO

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Come abbiamo visto, il nostro sistema immunitario è molto complesso ed è composto da diverse tipologie di cellule predisposte ad uccidere qualsiasi antigene (virus, batteri, funghi) che attaccano il nostro corpo o le cellule che si trasformano in tumorali, abbiamo vari tipi di linfociti T ( killer, helper, etc), B e cellule dendritiche, ognuno dei quali comunica tramite dei mediatori (interleuchine), potendo generare differenti risposte immunitarie.

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Se volessimo paragonare il corpo ad uno stato moderno, il nostro sistema immunitario sarebbe rappresentato dalle forze dell’ordine e dalle forze militari.

Un singolo corpo (ad esempio l’aeronautica) svolge un compito a se stante ma sempre in coordinamento con le altre forze.

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A svolgere questo compito e quindi verificare a controllare che gli ordini vengano eseguiti correttamente, sono gli ufficiali ed i sottoufficiali. Nel nostro sistema immunitario questo compito è svolto esclusivamente dalla vitamina-ormone D.

Infatti ognuna delle cellule attrici (linfociti) ha nel proprio interno un recettore (Dvr) al quale si lega la vitamina D, determinandone il comportamento.

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La carenza di questa vitamina causa una insufficiente risposta immunitaria verso le invasioni batteriche ed una risposta immunitaria eccessiva nei confronti delle nostre cellule (malattie autoimmuni) o verso le sostanze Not Self (allergie). Cerchiamo di spiegarlo nel dettaglio.

RISPOSTA IMMUNITARIA INSUFFICIENTE

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Le cellule dendritiche, come abbiamo spiegato, hanno il compito d’inglobare l’antigene, giungere fino ai linfonodi (dove si trovano i linfociti T vergini), maturare e trasmettere le informazioni del gene da combattere.

La vitamina D si lega al recettore (Dvr) e permette la maturazione delle cellule dendritiche, che possono così attivare la duplicazione dei linfociti specifici contro l’antigene identificato.

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La carenza di vitamina D diminuisce il numero di cellule dendritiche mature, allungando il tempo di reazione immunitaria del corpo.

E’ per questo motivo che d’inverno (perché non prendiamo il sole e ci copriamo eccessivamente) esistono le epidemie da influenza.

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Se ci pensate bene, i virus vivono meglio a caldo e d’estate è molto più facile entrare in contatto con i fluidi corporei (sudiamo di più e siamo più scoperti). Ma nonostante ciò non ci sono epidemie influenzali. Il motivo è che siamo più forti (prendiamo il sole, attivando la vitamina D) ed i virus non riescono a sopraffarci.

RISPOSTA AUTOIMMUNE E SVILUPPO DELLE ALLERGIE

Il problema delle malattie autoimmuni e delle allergie dipende da un’attivazione eccessiva delle cellule dendritiche.

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Sono infatti tali cellule, poste nella matrice cellulare (soprattutto quella esposta ad invasioni batteriche e virali) a svolgere un vero e proprio ruolo di sentinelle, a decidere se l’incontro con un antigene (self o not self) debba dare inizio ad una risposta immunitaria o meno.

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Per optare per una simile scelta le cellule dendritiche utilizzano dei veri e propri sensori presenti sulla loro membrana, i recettori Tlr (Toll-Like Receptors), grazie ai quali sono in grado di comprendere se è in atto un’invasione batterica nel tessuto che si trovano a presidiare.

Le molecole catturate da questi recettori sono le citochine infiammatorie, rilasciate dalle altre cellule del sistema immunitario: una traccia evidente della loro presenza indica che quindi è in atto un’invasione.

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Quindi nel caso delle allergie, non è la presenza delle proteine del polline la vera causa della reazione allergica (infatti altre persone non subiscono tale patologia) bensì la presenza d’infiammazioni interne che attivano le cellule dendritiche, le quali avendo inglobato un antigene scelgono di attivare la risposta immunitaria.

Lo stesso accade per le malattie autoimmuni, dove le molecole catturate sono dei peptidi molti simili ai nostri tessuti (provenienti da proteine mal digerite) e quindi lo stato infiammatorio spinge le cellule detritiche a stimolare la produzione di linfociti Th1, a quel punto, attaccheranno i nostri tessuti.

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La vitamina D è in grado d’inibire la maturazione della cellula dendritica (perché ritiene non necessaria una risposta immunologica) e quindi quando la cellula CD incontra dei linfociti vergini (non ancora attivati), trasferisce informazioni di tolleranza nei confronti della molecola inglobata.

Al contrario, la carenza di vitamina D, causa la maturazione delle cellule dendritiche attivando una risposta immunitaria inutile e dannosa.

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Lo stesso accade quando le infiammazioni acute si trasformano in croniche, perché i vari linfociti T e B presenti nel luogo dell’infiammazione perdono il controllo e mantengono l’infiammazione.

Ciò dipende anche dalle interleuchine (citochine o mediatori) prodotte dai vari linfociti. La vitamina D si lega a dei recettori all’interno di queste cellule, modifica la produzione di tali mediatori, facendo terminare l’infiammazione cronica.

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Lo stesso vale per i tessuti adiposi promossi dall’insulina, dove si riscontra maggiore infiammazione cronica. Analoga storia accade per l’intestino dove i linfociti devono contrastare la flora batterica patogena (dove sono presenti il 60% dei linfociti del nostro corpo).

RISULTATI ATTRIBUIBILI ALLA VITAMINA D

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Molti ricercatori hanno effettuato degli studi sulla somministrazione di questa vitamina riportando risultati strabilianti. In uno studio pubblicato dalla rivista Circulation, si metteva in evidenza che ad una minore quantità di vitamina D nel sangue, corrispondeva un aumento, fino al 62%, del rischio da infarto.

In alcuni studi è stato dimostrato che la quantità doppia (rispetto al minimo) di vitamina D nel sangue, permette una riduzione del 62% del rischio di sviluppare la sclerosi-multipla nella propria vita.

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L’integrazione di vitamina D è efficace per ridurre l’ipertensione (la pressione sanguigna). Diverse ricerche hanno confermato che più ci si allontana dalla linea dell’equatore, le popolazioni durante l’inverno soffrono maggiormente questo tipo di malattia.

In Finlandia è stato dimostrato che i bambini che avevano un supplemento di 2000 ui giornalieri di vitamina D nel primo anno di vita, riducevano del 78% il rischio d’incorrere nel corso della loro vita nel diabete di tipo 1 (Hypponen E et al, Lancet 2001). Questa vitamina risulta molto utile per modulare l’attività delle cellule del pancreas che secernono insulina.

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La vitamina D interagisce anche con le fibrocellule muscolari, tramite un recettore nel Dna che stimola la cellule alla produzione di aminoacidi per ricostruire o far crescere la massa muscolare.

Infatti negli anziani l’utilizzo d’integratori di questa vitamina, permette una riduzione del 40% delle cadute, anche per la maggiore efficienza del sistema muscolare.

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La vitamina D permette una diminuzione del 52% delle malattie infettive (influenza, tubercolosi, aids) .

Gli scienziati si stanno concentrando anche sull’azione della vitamina D sul sistema cardio circolatorio. Infatti sono stati trovati dei recettori (Dvr) nelle cellule dell’endotelio vascolare e nei mastociti che generano la risposta immunitaria (con la formazione degli ateromi).

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Inoltre in alcuni studi è stata confermata una relazione inversa tra quantità di calcio che si deposita sull’epitelio (la calcificazione delle vene) e la quantità di vitamina D (maggiore è la vitamina e minore è il calcio.

“Studio sugli effetti di alto dosaggio di vitamina D3 su donne con sclerosi multipla in una durata di 10 anni Evidenze sempre crescenti mettono in correlazione l’integrazione di vitamina D (25(OHD) con un minore rischio di sviluppare la sclerosi multipla, riduzione del tasso di ricaduta, rallentamento della progressione della malattia o minori lesioni cerebrali […]

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L’apporto di vitamina D3 riduce i dolori muscolari e aumenta la deambulazione.” Int J Moi Sci. 2012 Oct 19;13(10):13461-83. doi: 10.3390/ijms131013461

Relazione Scientifica Serie Di Video 1 http://vitaminad.it/video-della-consensus-sulla-vitamina-d-in-pediatria/