Iperattività ADHD e Autismo

La sindrome da deficit di attenzione

Elencare una decina di sintomi che ti aiutino a capire se tuo figlio soffre di sindrome da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) o di autismo non è un modo produttivo per iniziare un discorso sull’argomento.

C’è già molta confusione sul tema, e i libri, i siti web e gli articoli che trattano degli indicatori di queste patologie sono già così tanti che non voglio unirmi al caos.

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L’intuito di una madre è lo strumento migliore per identificare l’ADHD o l’autismo, così come il legame tra una madre e un figlio è una forza spirituale che non può essere recisa. Le mamme conoscono i loro bambini meglio di chiunque altro.

Sanno che i problemi di attenzione non sono dovuti all’egoismo, alla testardaggine o alla mancanza di sensibilità, sanno che i bambini spesso non hanno scelta a comportarsi in un determinato modo, sanno che sta succedendo qualcosa a un livello più profondo, metabolico, c’è stato un insulto organico.

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L’istinto di una madre supera qualunque sistema clinico per diagnosticare i problemi del bambino, e vale più di tutti i dépliant informativi, di tutte le valutazioni degli insegnanti, di tutti i giudizi formulati dai genitori dei compagni di gioco.

Solo la sensibilità di una madre può capire se suo figlio soffre di un disturbo più serio dei semplici problemi legati allo sviluppo.

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Sono decine di milioni i bambini con la sindrome da deficit di attenzione/iperattività o di autismo, e il numero cresce a una velocità allarmante.

Questo capitolo si rivolge in particolare ai genitori e alle figure professionali che accudiscono bambini affetti da tali patologie, persone che sanno bene quanto può essere frustrante cercare di comprendere questi bambini a fronte di certi comportamenti, e quanto può essere gravoso non ricevere le risposte e il supporto di cui hanno bisogno dal mondo esterno, dove l’Asse intestino – cervello, il metaboloma intestinale è da troppo poco tempo, riscoperto.

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Questo capitolo può esserti utile anche se sei un adulto affetto da una di queste patologie. In ogni caso, ti aiuterà a comprenderle offrendoti informazioni che travalicano le cognizioni attuali delle comunità mediche, oltre a darti dei suggerimenti per curarle.

Gli insospettabili aspetti positivi della sindrome da deficit di attenzione/iperattività e dell’autismo.

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Probabilmente sai già quali sono le caratteristiche associate all’ADHD e all’autismo, quindi saprai che non si tratta di un’irrequietezza occasionale, di distrazioni isolate e di sporadiche difficoltà di comunicazione. Probabilmente hai anche letto e sentito molto sulle due varianti dell’ADHD.

La prima è una persistente disattenzione che viene definita sindrome da deficit di attenzione (ADD); colpisce soprattutto le femmine ed è una variante che spesso non viene diagnosticata, perché queste bambine vengono considerate semplicemente “svampite” o “stralunate”.

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La seconda variante è una persistente iperattività e impulsività e compare più spesso nei maschi, sebbene sia riscontrabile anche nelle femmine.

Questi tratti di disattenzione, iperattività e impulsività vengono considerati ADHD quando sono così estremi da compromettere l’adattamento del bambino a scuola, a casa o in altri ambienti.

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Quando questi stessi sintomi vanno oltre, ricadono nella categoria dell’autismo. È comune che un bambino abbia entrambe le varianti dell’ADHD, cioè che passi dall’una all’altra o che esprima entrambe allo stesso tempo.

Per esempio un bambino può dimenticare continuamente il sacchetto della merenda sullo scuolabus e non riuscire a stare seduto durante le lezioni del pomeriggio.

Eppure l’ADHD e l’autismo comportano anche degli aspetti positivi.

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I bambini con questi disturbi spesso hanno un intuito molto sviluppato, una creatività eccezionale e una straordinaria capacità di andare oltre la superficie delle cose, inoltre, anche se questo contraddice il pensiero corrente, riescono a “leggere” le persone con particolare facilità.

I bambini affetti dall’ADHD e dall’autismo spesso pensano più velocemente, sentono più in profondità e sono più intuitivi e creativi rispetto alla norma, in parte per la loro limitata pazienza nel fare le cose nel modo “normale”.

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(Esistono anche motivi psicologici per cui questi tratti si sviluppano in concomitanza con le ben note difficoltà provocate dall’ADHD e dall’autismo; ne parleremo nel paragrafo seguente.)

Cosa provoca la sindrome da deficit di attenzione/iperattività e l’autismo

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In base a una convinzione errata molto diffusa, l’ADHD e l’autismo sono causati da un ambiente intestinale compromesso. L’autismo è una parassitosi gastrointestinale vaccinale.

Il vaccino ha distrutto e indebolito il sistema immunitario creando una immunodeficienza che ha poi portato ad una parassitosi e quindi ad una consecuzione di eventi avvenuti nella fase dello sviluppo … il microbiota è quello della madre.

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Secondo il pensiero corrente, una proliferazione di candida, lieviti, muffe e batteri nocivi genera l’iperattività, la disattenzione, l’impulsività e i comportamenti antisociali di molti bambini e, sempre secondo questa teoria,

migliorando la flora intestinale si migliora anche la salute del cervello e si alleviano i sintomi, così come il trapianto del Microbioma Intestinale che stà avendo forti successi in questi casi e in tutti i casi di malattie croniche infiammatorie degenerative.

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I genitori prima di pensare di vivere la loro Maternità e Paternità, dovrebbero fare un periodo di depurazione/chelazione da metalli ecc, pensando che potrebbero passarli al nascituro che a sua volta se viene colpito da un vaccino dove il suo sistema Immunitario non ancora sviluppato e intossicato potrebbe rispondere male a quel genere di esperienza, al di là dell’azione benefica o necessaria o devastante dei vaccini in sistemi immunitario affatto sviluppati e già di per sé infiammati.

Questa teoria distrae dai reali fattori in gioco.

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Tutti possono trarre giovamento da una pulizia dell’intestino, ma nel caso dell’ADHD e dell’autismo, migliorare l’ambiente con l’assunzione di probiotici e alimenti ricchi di probiotici è solo un minuscolo passo nella giusta direzione.

Non affronta la vera causa dell’ADHD e dell’autismo: la tossicità dei metalli pesanti. Nello specifico, l’ADHD e l’autismo sono provocati (principalmente) dal mercurio che, con l’aggiunta dell’alluminio, s’insedia nel canale cerebrale che divide l’emisfero destro dall’emisfero sinistro, oltre ad una parassitosi che trova ospitale un Microbioma danneggiato.

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Potresti obiettare che è difficile accumulare una forte esposizione ai metalli pesanti durante l’infanzia, ma il mercurio è una neurotossina che ai medici sfugge da sotto il naso.

È necessario lanciare un forte campanello affinché le comunità mediche colgano evidenti contaminazioni da questo metallo. Il mercurio è un potente istigatore dell’ADHD e dell’autismo nei bambini del XXI secolo (è anche responsabile di molti disturbi epilettici).

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Finché non si interviene sui livelli di mercurio, tali malattie continueranno a colpire milioni di bambini ogni anno.

È molto facile che un bambino assimili metalli pesanti quando è ancora nel grembo della madre, ed è facile che il padre li trasmetta durante il concepimento.

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Ciò accade perché probabilmente i genitori hanno accumulato mercurio per decenni, così come i loro genitori prima di loro, e il mercurio tende a restare nel corpo passando da una generazione all’altra, a volte per secoli, a meno che non si prendano provvedimenti specifici per disintossicarsi.

Il bambino prende come patrimonio il Microbioma della Madre che gli passa tutto il corredo.

La colpa non è della Mamma bensì, fare una chelazione prima di mettere al mondo una Vita è cosa più semplice e salutare prima di generare una nuova Vita, come estensione e proseguo di noi.

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L’ADHD e l’autismo non sono malattie genetiche. Ho spiegato che la teoria delle malattie autoimmuni secondo la quale il corpo attacca se stesso è falsa e non fa altro che incolpare la persona malata?

La teoria genetica è un capro espiatorio non dissimile. Incolpare il DNA significa incolpare l’essenza stessa del bambino che sta combattendo contro l’ADHD e/o contro l’autismo, ed è vergognoso.

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Il motivo per cui l’ADHD e l’autismo a volte si tramandano all’interno delle famiglie è che il mercurio si trasmette di generazione in generazione, così come le abitudini familiari relative all’esposizione ai metalli pesanti.

È facile essere esposti ad altri metalli pesanti tossici che concorrono all’insorgere dell’ADHD e dell’autismo.

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Molte lattine sono composte di alluminio, la carta stagnola è usata in molte cucine e i serramenti d’alluminio sono presenti in molte abitazioni.

L’alluminio e il mercurio sono contenuti anche nei pesticidi, nei fungicidi e negli erbicidi. Un altro fattore importante dietro l’ADHD e l’autismo è la parte del corpo in cui si insediano i metalli pesanti tossici.

Il canale cerebrale mediano.

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Il canale mediano è situato tra l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello; somiglia a un canale naturale, ma invece dell’acqua vi scorre energia.

La ricerca medica non ha ancora scoperto che questo canale forma una connessione energetica e metafisica tra i due emisferi consentendo lo scambio di informazioni tra l’uno e l’altro.

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Passeranno decenni prima che la scienza lo scopra.

Nel canale mediano dei bambini l’energia fluisce liberamente. Questa scorrevolezza consente loro di imparare a comunicare con le altre persone e con il regno metafisico, di vedere cose che gli adulti non vedono più, cosi come gli spiriti di qualsiasi natura e provenienza, i fotoni che creano l’entanglement , il mondo delle immagini, ecc.

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Quando i metalli pesanti tossici entrano in questo canale – che dovrebbe essere aperto e scorrevole – bloccano le trasmissioni elettriche e metafisiche tra i due emisferi, imponendo al cervello del bambino di sviluppare modi alternativi per lo scambio.

Subentra quindi l’adattamento e il bambino inconsciamente comincia ad accedere ad aree del cervello che la maggior parte delle persone non usa (almeno fino all’età adulta). L’energia elettrica e metafisica lotta per trovare il modo di inoltrarsi in territori inesplorati.

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Gli impulsi elettrici nervosi cominciano ad accendere i neuroni e a lanciare neurotrasmettitori in vie del cervello che di solito restano inesplorate fino a diciotto anni.

L’autismo è essenzialmente una forma più avanzata e complessa di ADHD. Nel canale cerebrale mediano sono presenti livelli più alti di metalli tossici che si accumulano in strati disomogenei.

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Questo aiuta a spiegare perché la sindrome si manifesta con diverse intensità in forme che variano da bambino a bambino, per cui si parla di “spettro autistico”. Tutto dipende dalla quantità di metalli pesanti presenti nel canale e dalla tipologia dei veleni accumulati.

Nel caso dell’autismo, gli strati aggiuntivi di mercurio interferiscono in misura maggiore (rispetto all’ADHD) nelle comunicazioni elettriche e metafisiche ostacolando l’energia che tenta di attraversare il canale.

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Per comprendere l’ADHD e l’autismo, immagina il Grand Canyon. In questo luogo e nell’area circostante, esiste una relazione simbolica tra elementi fisici e metafisici:

c’è l’acqua che scorre nel canyon, il vento che si leva dall’acqua, ci sono i campi elettrici generati dai temporali e dalla terra e poi la luce e il calore del sole.

Tutti questi elementi si combinano in un modo che rende il Grand Canyon una forza energetica e spirituale visibile. Il canale mediano del cervello è come il Grand Canyon: molti elementi interagiscono per farlo funzionare proprio così.

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Ma cosa succederebbe se qualcosa alterasse l’ambiente immacolato del Grand Canyon? Cosa succederebbe se qualcuno cominciasse a buttarci sopra massi giganteschi e barili di metallo? Tutto muterebbe.

Il vento cambierebbe direzione. Il sole si rifrangerebbe a diverse angolature senza più raggiungere alcune zone, ma illuminando recessi e fessure che non vedono la luce da migliaia di anni.

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Anche il suono cambierebbe dentro e intorno al canyon, l’intera frequenza del luogo sarebbe diversa a causa dell’adattamento degli elementi. La stessa cosa succede quando i metalli tossici entrano nel canale cerebrale mediano di un bambino.

Lo vediamo esprimere comportamenti insoliti perché il suo cervello si sta adattando ai materiali estranei che bloccano le comunicazioni interne. Sta imparando ad accedere a differenti parti di sé.

Neuroni cerebrali particolarmente evoluti

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I bambini affetti dall’ADHD e dall’autismo sviluppano neuroni cerebrali particolari, soprattutto nel lobo frontale. Questi neuroni facilitano la comunicazione con gli altri e la capacità intuitiva di “leggere” le persone (per esempio, la capacità di sentire i pensieri e le emozioni degli altri).

Può sorprendere, dal momento che i bambini con l’ADHD e l’autismo manifestano comportamenti antisociali che li fanno sembrare ermetici, ma la loro concentrazione su di sé e sui propri interessi personali in realtà serve a evitare di essere travolti dal flusso di informazioni che captano dalle persone intorno. L’introversione nasconde il poderoso intuito di questi bambini.

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I neuroni non si sviluppano solo nel lobo frontale ma anche in altre aree del cervello, per esempio nel sistema limbico, che elabora le emozioni, i comportamenti e i desideri.

I neuroni sono eccitabili e causano la maggior parte dei problemi associati all’ADHD. Lo sono ancora di più in molti bambini autistici, che hanno sviluppato una quantità ancora maggiore di neuroni.

L’età e lo sviluppo cerebrale

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L’accumulo di metalli pesanti tossici nel canale mediano tra l’emisfero destro e l’emisfero sinistro, seguito dalla necessità di accedere a zone inesplorate del cervello (perché la comunicazione dell’energia e dei flussi di informazioni è bloccata nel canale), seguita dallo sviluppo di numerosi neuroni, è una sequenza che di solito si verifica verso i quattro anni di età.

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Tuttavia i metalli tossici come il mercurio si possono rimuovere dal cervello del bambino con la giusta alimentazione e con altre tecniche disintossicanti in qualunque momento fino ai diciotto anni circa.

Fatto ciò, è molto probabile che la rimozione dei metalli pesanti metterà fine all’autismo o all’ADHD, anche se i “la sensibilità” del bambino rimarranno invariati. 

Questi provvedimenti hanno dunque un duplice vantaggio, consentendo al bambino di mantenere le sue qualità straordinarie ma liberandolo dalle difficoltà associate alle patologie. Intorno ai diciotto anni di età, il canale mediano si chiude.

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I due emisferi iniziano a comprimersi, limitando il libero fluire dell’energia e delle
informazioni spontanee dell’infanzia tra la parte destra e la parte sinistra del cervello.

È il normale processo di crescita, il modo in cui il corpo riorienta la propria attenzione verso le responsabilità della vita adulta. Ma è un processo che finisce per intrappolare metalli tossici come il mercurio nel canale tra i due emisferi.

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Ciò significa che, se sei un adulto affetto dall’ADHD o dall’autismo, probabilmente continuerai ad avere alcuni aspetti di questa condizione fino a quando proverai a rimuovere scrupolosamente i metalli tossici dal tuo organismo ed eviterai ulteriori esposizioni.

Per molte persone, l’ADHD e l’autismo si possono considerare come un modo diverso di vivere rispetto alla massa, non necessariamente in chiave negativa.

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Ma se sei affetto da forme gravi di ADHD e autismo che interferiscono pesantemente con la tua vita e le tue capacità relazionali, puoi seguire i consigli esposti nel paragrafo seguente per attenuarne gli effetti.

Allo stesso modo, se sei un genitore di un bambino affetto da queste patologie, il paragrafo ti spiegherà cosa puoi fare per affrontare il problema.

Curare la sindrome da deficit di attenzione/iperattività e l’autismo

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Per trattare l’ADHD i medici di solito prescrivono anfetamine. È una scelta controproducente, perché sono sostanze stimolanti e, a rigor di logica, sono l’ultima cosa di cui un bambino ha bisogno se è iperattivo o ha difficoltà a concentrarsi.

L’abitudine di prescrivere anfetamine mi ricorda una tendenza in voga nel mondo anglosassone tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando ai bambini irrequieti si somministrava uno sciroppo, il Mrs. Winslow’s Soothing Syrup; la mistura li calmava piuttosto in fretta, perché conteneva morfina.

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Dopo che si stabilì che somministrare narcotici ai bambini era pericoloso, il prodotto fu tolto dal mercato. Quando i medici prescrivono anfetamine per aiutare i bambini a concentrarsi per brevi periodi, il più delle volte il rimedio funziona, anche se non sanno perché. La chiave per scoprire il mistero è l’eccezionale sviluppo avvenuto nel cervello del bambino.

Per accedere ad aree del cervello normalmente inutilizzate e per sviluppare numerosi neuroni e adattabili, è necessaria una quantità di glucosio pari al doppio o al triplo del normale apporto, poiché il glucosio è il nutrimento principale del cervello, cosi come il Triptofano prodotto dal Microbioma, e la dimitiltriptamina secreta dalla Pineale.

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Ciò significa che probabilmente il bambino non ha un apporto sufficiente di glucosio, il micro bioma è infiammato, non produce triptofano, ma ospita parassitosi ed è in parte per questo motivo che esprime comportamenti associati all’ADHD o all’autismo.

Le anfetamine stimolano le ghiandole surrenali a produrre adrenalina, che il cervello accetta come surrogato del glucosio per sostentare le proprie attività.

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Per prevalere sui metalli tossici presenti nel cervello, per esempio sul mercurio, l’adrenalina costringe gli impulsi elettrici nervosi a sostenere un ritmo incalzante; questo contribuisce a stabilizzare l’ADHD e aiuta il bambino a restare concentrato, ma solo temporaneamente.

Il problema è che le anfetamine sovraccaricano le ghiandole surrenali (per non parlare degli organi inondati regolarmente di adrenalina).

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Se questi farmaci vengono assunti per anni, è probabile che le ghiandole surrenali si “esauriscano” e diventino instabili, dando luogo a una lunga serie di disturbi. Spesso parlo con giovani adulti che a causa delle anfetamine hanno sviluppato disfunzioni surrenali, grave affaticamento e alti livelli di ansia.

Per trattare l’ADHD e l’autismo, una soluzione migliore sul lungo periodo è introdurre nell’alimentazione del tuo bambino cospicue quantità di frutta fresca, preferibilmente biologica o a Km 0, da digiuno e prima di ogni pasto principale; così facendo gli garantisci la migliore qualità possibile di glucosio (vedi “La fobia della frutta”).

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Sviluppa metodi creativi affinché tuo figlio si abitui a mangiare frutta, per esempio frullando banane fredde fino a ottenere la consistenza del gelato.

Negli ultimi tempi, per trattare l’ADHD e l’autismo c’è la tendenza a eliminare cereali e zuccheri dalla dieta; è una decisione saggia, ma solo se la frutta sostituisce gli altri zuccheri che sono stati eliminati. Un’altra tendenza in voga è la dieta chetogenica ad alto apporto di grassi.

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Anche questa è consigliata dai medici che hanno paura dello zucchero, ma non è raccomandabile anche se è buona in casi di epilessia.

Qualunque miglioramento nel bambino sarà solo temporaneo e dovuto solo al fatto che l’alto apporto di grassi costringe le ghiandole surrenali a rilasciare adrenalina, consentendo al bambino di concentrarsi meglio di quando in quando.

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Alla fine subentrerà un affaticamento surrenale.

Se il bambino non incamera un adeguato apporto di zuccheri della frutta (nella loro forma naturale si sta parlando della fibra), continuerà a combattere con i sintomi dell’ADHD e dell’autismo.

Potresti accorgertene tu stesso se tuo figlio è attratto da grandi quantità di cibi ad alto contenuto di zuccheri o da amidi ad alto apporto calorico, per esempio le patatine fritte e i cibi impanati e fritti: è il suo cervello che segnala un bisogno di glucosio.

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Il problema è che, oltre a contenere zuccheri della peggiore qualità, essendo privi di sostanze nutritive questi cibi-spazzatura di solito contengono strutto o oli rancidi geneticamente modificati che impediscono che i veri aminoacidi essenziali raggiungano il cervello. Perciò questi “banchetti” non fanno nulla per curare l’ADHD e l’autismo.

In effetti, oltre distogliere tuo figlio dai dolci tradizionali, dovresti eliminare tutti i prodotti contenenti grano e glutine dalla sua alimentazione.

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Se è possibile, dovresti assicurarti che eviti alimenti e additivi potenzialmente tossici, come il granturco, l’olio di colza, il glutammato monosodico e l’aspartame (vedi “Alimenti da evitare”).

Farai bene a tenere lontano tuo figlio anche da altri tipi di veleni, specialmente i metalli pesanti tossici (vedi “Libera cervello e corpo dalle tossine”). Interrogati sempre sulle sostanze a cui è esposto tuo figlio.

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Infine, valuta se puoi inserire nella sua alimentazione le erbe, gli integratori e gli alimenti suggeriti qui sotto. In tutta franchezza, nell’85 per cento dei casi i bambini affetti dall’ADHD o dall’autismo non collaborano;

quindi se pensi che tuo figlio possa trarre dei benefici dai rimedi che consiglio, escogita modi creativi per farli sembrare invitanti (o camuffarli), coinvolgilo, adattando il tuo approccio ai suoi particolari desideri e alla sua personalità unica.

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Una madre, o comunque la figura accudente principale, sa per istinto come trattare il bambino per fare ciò che è nel suo interesse.

Ogni bambino è meravigliosamente unico e straordinario in ogni senso, dunque segui il tuo istinto e fai del tuo meglio.

Alimenti terapeutici

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La dieta è fondamentale per curare l’ADHD e l’autismo. Alcuni alimenti sono particolarmente benefici per eliminare i metalli pesanti e altre tossine, guarire i tessuti cerebrali, supportare una salutare trasmissione dei segnali neuronali, fornire glucosio al cervello, calmare la mente o rafforzare il sistema nervoso centrale.

Questi alimenti comprendono i mirtilli selvatici, il coriandolo, l’olio di cocco, il sedano, le banane, le more, l’avocado, le fragole e i semi di lino.

Erbe terapeutiche e integratori associate ad un protocollo alimentare e una chelazione sia da metalli, mercurio ecc. e un recupero del Microbioma Intestinale:

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KlamExtra, Alga Klamath RW o Spirulina (preferibilmente hawaiana): è fondamentale per rimuovere i metalli pesanti dal cervello; aiuta anche lo sviluppo di nuovi neuroni e rafforza i neurotrasmettitori.

Vitamina B12 (sotto forma di metilcobalamina e/o adenosilcobalamina): supporta il cervello e il sistema nervoso centrale.
Alfalattoalbumina, sfiamma e recupera il Metaboloma innalzando la percentuale di Triptofano.

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Dimitilglicina: DMG-GOLD contribuisce a sostenere la salute psicofisica dell’individuo favorendo sia le funzionalità del sistema immunitario che nervoso. Inoltre svolge un’importante funzione antiossidante, proteggendo l’organismo dall’azione dei radicali liberi.

Cordyceps: incrementa di quasi il ventotto per cento i livelli di ATP (adenosina trifosfato) nell’organismo.

L’ATP costituisce la fonte di energia del corpo – la batteria dell’organismo, per così dire – ed è necessaria per tutti i processi enzimatici. Si ritiene inoltre che l’ATP sia il ‘luogo’ in cui si verificano i processi di fusione fredda (“gas di Brown”) a livello molecolare. 

frutta e fibra

Klamin:
è il supplemento nutrizionale a base di Klamin® (estratto da microalga Klamath) in grado di intervenire in modo efficace e rapido sulla sfera dell’umore, dell’energia e dell’attenzione.
Ascorbato di Sodio tamponato o Ester-C: questa forma di vitamina C aiuta a riparare i neurotrasmettitori danneggiati e rafforza le ghiandole surrenali; aiuta anche a depurare il fegato e a rimuovere le tossine.

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Zinco: fortifica il sistema endocrino – comprese le ghiandole surrenali, la tiroide e il talamo – che a sua volta supporta i neurotrasmettitori.
Melatonina: riduce le infiammazioni al cervello; inoltre favorisce la riparazione e lo sviluppo dei neuroni. 

Melissa: riduce le infiammazioni e lenisce il sistema nervoso centrale; inoltre uccide virus, batteri e funghi che infiammano il tratto intestinale e causano allergie alimentari.

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Magnesio: favorisce la capacità di pensare, apprendere, ricordare, leggere e parlare; inoltre calma il sistema nervoso centrale.
Ginkgo biloba: aiuta a rimuovere il mercurio dal cervello e riduce le infiammazioni in quest’area.

GABA (acido gamma-aminobutirrico): rafforza i neuropeptidi e i neurotrasmettitori e calma il sistema nervoso centrale.
Complesso vitaminico del gruppo B: nutre e sostiene il cervello e il tronco encefalico.
Ginseng: fortifica le ghiandole surrenali.

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Probiotici OX-M-X Doc. Ohhira: riequilibrano e supportano l’apparato digerente, che a sua volta rafforza il sistema immunitario, sono umani fermentati 3 anni.
AlgOmega EPA e DHA (acido eicosapentaenoico e acido docosaesaenoico): favoriscono la riparazione e lo sviluppo dei neuroni; assicurati di acquistarne una versione di origine vegetale (non derivata dal pesce).

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La melatonina

La melatonina è una molecola naturale prodotta dalla ghiandola pineale (epifisi), allocata nell’encefalo, a forma di pigna (di 5/9 millimetri di altezza).

È una molecola antichissima (la sua evoluzione risale a 3 miliardi di anni fa) ed è presente in qualsiasi organismo (animale o vegetale), nella stessa struttura molecolare e regola il ritmo circadiano (l’alternarsi del giorno e della notte inducono variazioni dei parametri vitali).

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Approfondimento tecnico.

La ghiandola pineale è sincronizzata con i ritmi circadiani, modificandosi in base alle variazioni di luminosità del giorno e della notte o al cambio di stagione. Il precursore della melatonina è il triptofano (un aminoacido essenziale, d’assumere per via alimentare), trasformato in serotonina per opera dell’enzima idrossindolo-metil-transferasi (Homt), presente nella ghiandola pineale.

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La sua secrezione inizia con l’oscurità (livello iniziale da 5 picogrammi/ml), aumentando da 20 a 30 picogrammi/ml fino alle ore 20; superando i 30 picogrammi/ml nella notte. Il picco di 60/70 picogrammi/ml è raggiunto dalle 2 alle 3 del mattino. I livelli di melatonina tornano poi a scendere fino alle 7 del mattino.

La sua funzione principale è quella di regolare la presenza degli altri ormoni (cortisolo, Gh, testosterone, etc.) rendendo possibile il fenomeno della riparazione tessutale del nostro corpo. La melatonina accompagna il nostro sonno nella fase Rem (quello profondo), inibisce il cortisolo e stimola la produzione dell’ormone del Gh e del testosterone.

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Senza tale azione il nostro corpo perderebbe la sua funzione di riparazione, compresa quella cellullare e del Dna che subisce 10.000 insulti al giorno, da parte dei “radicali liberi”. Tali complessi meccanismi sono stati oggetto di studio da parte di molti ricercatori, tra i quali ricordiamo il Dottor Pierpaoli che esamina gli effetti della melatonina da oltre 30 anni.

La melatonina ha molte altre funzioni.

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La melatonina è considerato un potente antiossidante con azione scavenger (pulizia) nei confronti dei radicali liberi, più efficace delle vitamine C, E e del Beta-carotene. La sua azione protettiva è rivolta alle membrane cellulari, alle lipoproteine Ldl (contro l’ossidazione), alle cellule dell’endotelio arterioso, ai neuroni celebrali (contro l’ischemia, dovuta a stress o alcool).

La melatonina è utilizzata per alleviare i disturbi dovuti al cambio di fuso orario (sindromeda jet lag) migliorando l’adattabilità dei propri ritmi biologici all’ora locale. La melatonina è utilizzata per migliorare i sintomi della menopausa. Difatti in associazione con il progesterone inibisce l’ovulazione.

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Studi clinici hanno confermato che livelli buoni di melatonina nel flusso sanguigno durante le ore notturne, diminuiscono le possibilità d’infarto e di morte improvvisa. Tale effetto è dovuto alla sua azione vasodilatatrice (contrasta i radicali liberi che inibiscono l’ossido nitrico) ed antiaggregante piastrinica.

Ha la capacità di aumentare il metabolismo dei grassi (riduzione di colesterolo).

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La melatonina rafforza anche il nostro sistema immunitario (inibendo il cortisolo). Difatti durante il picco delle 2-3 di notte, è stato riscontrato un aumento significativo delle cellule del sistema immunitario. Risulta efficace contro i microbi, i virus e le cellule neoplastiche.

Alcuni ricercatori dell’Ospedale Oncologico di Milano hanno dimostrato l’attività inibitoria della melatonina, sulla crescita delle cellule tumorali del cancro alla prostata. Nell’Università di New Orleans è stata riscontrata un’azione inibitoria anche verso altri tipi di neoplasie, quali il cancro ai polmoni, all’utero ed alle mammelle. La melatonina prolungherebbe anche la sopravvivenza dei malati terminali (migliorando nel contempo la qualità della vita).

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Difatti da esperienze riportate dal professor Paolo Lissoni responsabile della divisione Oncologica dell’Ospedale di Monza, l’utilizzo della melatonina ha aumentato del 16% le regressioni tumorali (di solito incurabili) su tumori gastrointestinali, polmonari e nei mesoteliomi.

Somministrata durante la chemio e la radio terapia, ha ridotto gli effetti collaterali, di solito devastanti. Per dovere di cronaca va detto che il professor Di Bella, per primo indagò sull’azione antitumorale della melatonina ed infatti la inserì nel suo protocollo di cura.

PROMOTORI DELLA MELATONINA

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Come già scritto, per produrre l’ormone della melatonina abbiamo bisogno di triptofano (aminoacido essenziale). Se non lo assumiamo costantemente e soprattutto durante la cena, non potremmo produrre tale ormone per la notte.

Ciò significa che dobbiamo inserire nella nostra alimentazione alimenti quali carne, pesce, uova e formaggi, i più ricchi di triptofano. Un’altra via molto efficace è quella dell’assunzione esogena sotto forma d’integratori di melatonina. Si consiglia il tal senso di assumerli prima di coricarsi.

DIMINUZIONE DELLA MELATONINA

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Come per ogni ormone, il peggior nemico della melatonina è l’età. La ghiandola pineale con il passare degli anni tende a calcificarsi, causando già a 45 anni, circa il 50% di minore produzione di melatonina. Il calo raggiunge addirittura l’80% superati 70 anni di età.

Un altro nemico giurato dell’ormone melatonina è il cortisolo (chiamato “ormone dello stress”). Solo quando il cortisolo cala nel sangue a livelli basali, la ghiandola pineale può secernere la melatonina. Lo stress, i pensieri ricorrenti prima di dormire, impediscono di attivare la melatonina e dormire sonni profondi.

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Un ulteriore nemico della ghiandola pineale è la luce. Difatti quando dormiamo davanti al televisore, o semplicemente con delle luci in camera da letto, non attiviamo la melatonina, disertando l’appuntamento con un sonno ristoratore (si consiglia di coprire anche le luci a led, ad esempio quelle delle radiosveglie).

Altri inibitori della melatonina sono l’alcool, il fumo, il caffe.

Vivere 120 anni

Depressione

Asse intestino – Cervello

L’ormone della felicità serotonina viene prodotta nel cervello dall’amminoacido triptofano che a sua volta si ottiene dalla demolizione delle proteine dalla dieta nell’intestino.

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Chi soffre di depressione, ansia, agitazione …

a causa di problemi digestivi e quindi un microbiota povero, ha una scarsa disponibilità di triptofano e quindi serotonina;

visto che carboidrati e zuccheri innalzano i livelli di serotonina non è un caso che chi soffre di questi disturbi consuma questi alimenti in grande quantità e non ne può fare a a meno.

Depressione, agitazione e ansia non sono quindi dovuti solo a traumi emotivi ma possono essere dovuti a livello organico a problemi digestivi. 

Insonnia

Malattia espressione dell’AnimA

Il numero delle persone, che per un tempo più o meno lungo soffrono di disturbi del sonno, è molto grande. Altrettanto grande è il consumo di sonniferi. Come il cibo e la sessualità il sonno è una necessità istintuale di base dell’uomo.

Un terzo della nostra vita lo passiamo dormendo. Un letto sicuro, comodo e protetto è di importanza fondamentale per l’animale e per l’uomo. Gli animali e gli uomini stanchi sono disposti a percorrere ancora molta strada per trovare un luogo adatto per riposare.

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I disturbi del sonno sono considerati da tutti un grande fastidio, e l’insonnia è ritenuta una vera e propria minaccia. Un buon sonno è sempre legato a molte abitudini: un determinato letto, una certa posizione, un determinato orario eccetera.

Un cambiamento di queste abitudini porta spesso a turbative del sonno.

Il sonno è un fenomeno particolare. Tutti siamo capaci di dormire senza aver imparato, e tuttavia non sappiamo come funziona la cosa.

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Trascorriamo un terzo della nostra vita in questo stato di coscienza e non ne sappiamo nulla. Desideriamo il sonno – e tuttavia a volte abbiamo la sensazione che qualcosa ci minacci dal mondo del sonno e del sogno.

Cerchiamo in tutti i modi di dissolvere queste paure relativizzando il fatto

” Si tratta soltanto di un sogno…! “, però se vogliamo essere sinceri dobbiamo confessare che nel sogno viviamo con la stessa intensità che sperimentiamo durante il giorno.

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Se meditiamo bene su questa situazione, dobbiamo finire per convincerci che il mondo della nostra coscienza diurna è un’illusione, un sogno come il nostro sogno notturno, e che entrambi i mondi esistono soltanto nella nostra coscienza.

Da dove viene il convincimento che la vita che conduciamo di giorno sia più vera e più reale della nostra vita onirica? Chi ci autorizza a dire che si tratta soltanto di sogni? Ogni esperienza che fa la coscienza è sempre vera – sia che la si chiami realtà, sogno o fantasia.

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Può essere un esercizio utile capovolgere l’ottica abituale della vita diurna e della vita onirica e immaginare che in sogno conduciamo una vita continuativa interrotta ritmicamente da una fase di sonno che corrisponde alla nostra vita quotidiana.

” Wang sognò di essere una farfalla. Si posava sull’erba e sui fiori. Svolazzava qua e là. Poi si svegliò, e non sapeva più se era Wang che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Wang “.

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Questi ribaltamenti sono esercizi utili per capire che nessuna delle due cose è più reale o più vera. Sogno e veglia, coscienza notturna e diurna sono polarità e si compensano reciprocamente.

Nell’analogia, al giorno e alla luce corrispondono la veglia, la vita, l’attività, e alla notte il buio, il riposo, l’inconscio e la morte.

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Tutto ciò che il sonno (e la morte) esigono da noi, non rientra nelle abilità dell’uomo. Noi tutti siamo troppo dediti al polo dell’attività, siamo troppo orgogliosi di quello che facciamo, troppo dipendenti dal nostro intelletto e dal nostro diffidente controllo, per usare abitualmente la fiducia, il rilassamento, la disponibilità.

Non deve quindi stupire che l’insonnia sia, insieme al mal di testa, uno dei disturbi più frequenti della nostra civiltà. Abbiamo paura del sentimento, dell’irrazionale, dell’ombra, dell’inconscio del male, del buio e della morte.

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Ci teniamo spasmodicamente aggrappati al nostro intelletto e alla nostra coscienza diurna con cui crediamo di poter vedere tutto. Se poi arriva il comando di ” abbandonarsi “, emerge la paura, perché ci pare una richiesta troppo grande.

E tuttavia desideriamo il sonno e sentiamo che è necessario. Così come la notte fa parte del giorno, anche l’ombra fa parte di noi e la morte fa parte della vita.

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Il sonno ci porta quotidianamente a questa soglia tra aldiquà e aldilà, ci conduce nelle zone d’ombra e notturne della nostra anima, ci fa vivere nel sogno quello che non abbiamo vissuto e ci rimette di nuovo in equilibrio.

Chi soffre di insonnia – o meglio di difficoltà ad addormentarsi – ha difficoltà e paura di lasciare il proprio controllo consapevole e di affidarsi al proprio inconscio.

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L’uomo di oggi difficilmente fa una cesura tra giorno e notte, ma porta con sé nel regno del sonno i propri pensieri e la propria attività.

Noi prolunghiamo il giorno nella notte – allo stesso modo in cui vogliamo analizzare coi metodi della coscienza diurna anche il lato notturno della nostra anima. Manca la cesura come consapevole ribaltamento e cambiamento. 

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L’insonne dovrebbe prima di tutto imparare a concludere consapevolmente il giorno per abbandonarsi consapevolmente alla notte e alle sue leggi.
Inoltre dovrebbe imparare a preoccuparsi dei propri lati inconsci, per scoprire da dove abbia origine la sua paura.

Fuggevolezza e morte sono temi importanti per lui. L’insonne manca di fiducia e di capacità di abbandono. Si identifica troppo con il suo ruolo di persona attiva e non riesce ad abbandonarsi.

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I temi qui sono quasi uguali a quelli trattati nell’orgasmo. Sonno e orgasmo sono piccole morti e vengono vissuti come pericolo dall’uomo che ha una forte identificazione col proprio Io. Una conciliazione col lato notturno della vita risulta quindi il più sicuro sonnifero.

Certi vecchi trucchi, come quello di contare, devono il loro successo al fatto che consentono l’abbandono dell’intelletto. Ogni monotonia annoia l’emisfero sinistro e l’induce ad abbandonare il suo predominio. Tutte le tecniche di meditazione utilizzano questa regola:

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la concentrazione su un punto o sul respiro, la ripetizione di un mantra portano a un passaggio dal l’attività dell’emisfero sinistro a quella del destro, dal lato diurno a quello notturno, dall’attività alla passività.

Chi ha difficoltà a compiere questo cambiamento ritmico e naturale dovrebbe preoccuparsi seriamente del polo che costantemente evita, il quale produce anche lui il suo sintomo e costringe la persona ad aspettare molto tempo prima di riuscire ad affrontare le paure e il mistero della notte.

Anche in questo caso il sintomo rende onesti: tutti gli insonni hanno paura della notte. E hanno ragione.

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Un eccessivo bisogno di dormire indica una problematica opposta. Chi, sebbene abbia dormito a sufficienza, ha difficoltà a svegliarsi e ad alzarsi, dovrebbe prendere atto della propria paura ad affrontare il giorno, l’attività e i doveri quotidiani.

Svegliarsi e cominciare una nuova giornata significa diventare attivi, agire ed assumersi delle responsabilità. Chi ha difficoltà ad entrare nella coscienza diurna, si rifugia in mondi di sogno e nell’inconsapevolezza dell’infanzia e vuole liberarsi dalle esigenze e dalle responsabilità della vita.

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Il tema si chiama in questi casi: fuga nell’inconscio. Come l’addormentarsi è in rapporto con la morte, lo svegliarsi è una piccola nascita.

Nascere e prendere coscienza possono suscitare paura al pari della notte e della morte. Il problema è sempre quello dell’unilateralità – la soluzione è al centro, nell’equilibrio, nel sia/sia. Soltanto qui si capisce che nascita e morte sono una cosa sola.

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L’insonnia dovrebbe costituire lo spunto per porsi queste domande:

1. Fino a che punto sono dipendente da potere, controllo, intelletto e osservazione?
2. So abbandonarmi?
3. Come vanno in me la capacità di dedizione e la fiducia?
4. Mi preoccupo del lato notturno della mia anima?
5. Come è grande la mia paura della morte? Mi sono confrontato a sufficienza con questo tema?

Un eccessivo bisogno di sonno suscita queste domande:
1. Rifuggo dall’attività, dalla responsabilità e dalla presa di coscienza?
2. Vivo nel mondo dei sogni e ho paura di destarmi alla realtà?
(Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)

Sintomi psichici

Malattia Espressione dell’AnimA

Tratteremo qui alcuni frequenti disturbi che in genere sono definiti “psichici”. Dovrebbe subito colpire il fatto che una simile definizione ha, dal nostro punto di vista, ben poco senso.

In realtà non è possibile tirare una linea precisa di demarcazione tra sintomi somatici e psichici. Ogni sintomo ha un contenuto psichico e si manifesta attraverso il corpo.

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Queste correlazioni somatiche forniscono però anche alla psichiatria ufficiale le basi per i suoi interventi farmacologici.

Le lacrime di un paziente depresso non sono “più psichiche” del pus o della diarrea. La distinzione si presenta nel migliore dei casi nella fase finale, quando si paragona la degenerazione di un organo a un cambiamento psicotico di personalità.

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Quanto più però ci allontaniamo dagli estremi per avvicinarsi al centro, tanto più difficile diventa trovare una linea di demarcazione.

Per altro neppure l’analisi degli estremi ci autorizza a distinguere tra “somatico e psichico”, perché la differenza è da ricercarsi unicamente nel modo in cui il simbolo si manifesta.

Nella sua manifestazione l’asma è tanto diversa da una gamba amputata quanto da una schizofrenia. La classificazione in “somatico” e “psichico” porta più malintesi che ordine.
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Noi non vediamo nessuna necessità di operare questa distinzione, perché la nostra teoria è applicabile a tutti i sintomi indistintamente, senza eccezioni.

I sintomi infatti si possono servire delle più diverse forme di manifestazione formale, tutti però utilizzano il corpo attraverso il quale il contenuto cosciente che è alla base di tutto diviene visibile e sperimentabile.

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La sperimentazione dei sintomi avviene però ancora una volta a livello di coscienza, sia che si tratti di malinconia che del dolore di una ferita.

Nella prima parte di questo libro abbiamo detto che tutto ciò che è individuale è un sintomo e soltanto la valutazione soggettiva stabilisce se si tratta di qualcosa di sano o di ammalato. Lo stesso vale anche nel cosiddetto campo psichico.

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A questo punto dobbiamo liberarci dall’idea che esistano comportamenti normali e non normali. La normalità è stabilita dalla frequenza statistica e non è quindi utilizzabile né come criterio di classificazione né come valore.

La normalità diminuisce la paura, ma si oppone all’individuazione.

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La difesa di una normalità è una difficile ipotesi della psichiatria tradizionale. Una allucinazione non è né più irreale né più reale di ogni altra percezione.

Le manca semplicemente l’approvazione della collettività. Il “malato psichico” funziona in base alle stesse leggi psicologiche di tutti gli altri uomini.

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Il folle che si sente perseguitato e minacciato da assassini proietta la propria ombra aggressiva sul mondo circostante allo stesso modo del cittadino che esige dure punizioni per i malviventi o ha paura dei terroristi.

Ogni proiezione è follia e perciò è inutile chiedersi quando una follia è normale e quando è patologica.

La persona psichicamente malata e la persona psichicamente sana sono i punti teorici estremi di un continuo che deriva dall’alternanza di coscienza e ombra. Nel cosiddetto psicotico riscontriamo nella forma estrema il risultato di una riuscita repressione.

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Se tutti i possibili canali che consentono di vivere l’ombra vengono chiusi, si arriva a un certo punto alla sostituzione del motivo dominante, e l’ombra assume il controllo totale della personalità.

In questo modo essa reprime in maniera totale la parte di coscienza che fino a questo momento aveva avuto il sopravvento e ricupera con energia tutto quello che l’altra parte dell’uomo non aveva finora osato di vivere.

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Così certi cupi moralisti si trasformano in osceni esibizionisti, personalità timorose e miti in bestie selvagge e furenti, e timidi rinunciatari in mitomani.

Anche la psicosi rende onesti, perché recupera tutto quelle che fino a quel momento era stato trascurato, e lo fa con una intensità e una assolutezza che incute paura agli altri.

È il tentativo disperato di rimettere in equilibrio l’unilateralità vissuta finora – un tentativo per altro che corre il rischio di non riuscire ad uscire da un’alternanza costante degli estremi.

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Questa difficoltà di trovare il centro e l’equilibrio si mostra con particolare chiarezza nella sindrome maniacodepressiva.

Nella psicosi la persona vive la propria ombra. La follia suscita da sempre in chi vi assiste grande paura e sgomento, perché fa ricordare la propria ombra. Il folle ci apre una porta verso l’inferno della coscienza, che è in noi tutti.

Il tentativo di reprimere questi sintomi è quindi ben comprensibile, ma poco adatto a risolvere il problema. Il principio della repressione dell’ombra porta alla violenta esplosione dell’ombra – reprimerla nuovamente aggiorna il problema, ma certamente non lo risolve.

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Il primo passo necessario da fare è anche qui il riconoscimento che il sintomo ha un significato e una giustificazione. Partendo da questa base si può studiare come fruire delle preziose indicazioni fornite dal sintomo.

Queste poche osservazioni sono sufficienti per introdurre il tema dei sintomi psichici. Interpretazioni approfondite sono in questo campo poco utili, perché lo psicotico non ha aperture per un’interpretazione.

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La sua paura dell’ombra è così grande che per lo più la proietta totalmente verso l’esterno.

L’osservatore interessato non avrà difficoltà di interpretazione, se tiene a mente le due regole più volte discusse in questo libro:

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1. Tutto ciò che viene vissuto dal paziente esternamente è proiezione della sua ombra (voci, attacchi, persecuzioni, ipnosi, intenzioni omicide ecc.).

2. Un comportamento psichico stesso è la realizzazione forzata dell’ombra non vissuta.
I sintomi psichici in ultima analisi non sono interpretabili, in quanto esprimono già il problema in maniera diretta e non utilizzano alcuna trasposizione ad altri livelli.

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Per questo tutto quello che si può dire sulla problematica dei sintomi psichici risulta banale, perché manca la possibilità di trasposizione.

Tuttavia in questa sede tratteremo ancora tre sintomi, a titolo di esempio, in quanto sono molto diffusi e sono in genere inquadrati in campo psichico: depressione, insonnia e tossicodipendenze.

(Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)

Il morbo di Alzheimer

Malattia Espressione dell’AnimA

Questa malattia veniva chiamata in passato anche «demenza presenile» perché introduce precocemente nel gioco della vita tutti i processi della normale decadenza senile.

Si manifesta più di frequente tra i cinquantesimo e il sessantesimo anno di vita e colpisce prevalentemente le donne. Simile a una precoce caricatura dei processi di invecchiamento del cervello, questo morbo avanza rapidamente in una società che invecchia molto tardi.

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Al momento i colpiti rappresentano il sei per cento della popolazione ultrasessantacinquenne, ma la tendenza è in aumento.

Solo in Germania i malati ammontano a seicentomila e a questi se ne aggiungono ogni anno cinquantamila: nel frattempo il morbo di Alzheimer è al quarto posto nelle cause di morte nei paesi industrializzati: i non (ancora) colpiti non sono però del tutto consapevoli della gravità del problema.

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La «grande dimenticanza» viene essa stessa dimenticata. Un morbo che determina la perdita dell’intelletto rappresenta una vera e propria provocazione per chi appartiene a una società dominata dalla ragione.

Quando 90 anni fa Io psichiatra bavarese Alois Alzheimer ne parlò per la prima volta, i medici non vollero neppure ascoltarlo.

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Solo negli ultimi anni, a causa dei numeri in continuo rialzo, si è sviluppata una certa consapevolezza della pericolosità di questa terribile malattia, che porta alla perdita della coscienza e che può colpire chiunque, provocando la degenerazione del cervello.

Il velo grigio della vecchiaia assume la forma di un cosiddetto accumulo di amiloide, che si insinua soprattutto tra le connessioni delle cellule nervose, le sinapsi.

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Le concrezioni di albumina si uniscono ai composti di alluminio fino a formare una sorta di cemento mortale che mura la parte interna delle cellule nervose e impedisce la trasmissione dell’impulso: ne consegue che la funzione principale dei nervi, quella di creare legami, viene annullata.

La rete di comunicazione tra il cervello, responsabile delle funzioni logiche, e il sistema limbico, da cui dipende l’universo delle sensazioni, viene così bloccata.

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Mentre la memoria, l’intelligenza, la facoltà di decidere, l’orientamento, il linguaggio e tutto quello che viene determinato dall’intelletto va perduto, restano i sentimenti e il senso di rispetto per il modello sociale, la capacità di percepire il ritmo e la musicalità.

In tempi recenti ci si è concentrati di più su questo problema e la ricerca scientifica ha aperto diverse strade.

Innanzitutto si cerca di risalire a cause genetiche, visto che un decimo delle persone colpite ha sicuramente contratto questa malattia per via ereditaria e che praticamente tutte le persone affette da sindrome di Down (i mongoloidi), non appena arrivano ai trenta anni, contraggono il morbo di Alzheimer.

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Per questo si sospetta che le due malattie siano accomunate da un difetto del ventunesimo cromosoma. Il motivo scatenante resta tuttavia un problema aperto.

Si discute inoltre sull’influenza dell’ossigeno aggressivo, i cosiddetti radicali, che attaccano gli involucri grassi dei nervi determinando una carenza di anticorpi.

L’ossigeno di per sé non è sotto inchiesta, lo sono invece alcune molecole particolarmente aggressive, ad esempio quelle che si formano nella decomposizione dell’ozono.

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La sintomatologia si manifesta inizialmente con leggeri disturbi della memoria, soprattutto di quella a breve termine, mentre le funzioni di quella a lungo termine restano intatte.

È una situazione tipica delle persone anziane, che dimenticano spesso i fatti più recenti, ma ricordano molto bene gli avvenimenti remoti.

Con l’avanzare inesorabile della malattia, si manifestano irrequietezza e motilità che costringono i pazienti a camminare a passi minuscoli: si aggiungono inoltre disturbi nell’orientamento e nel linguaggio, difficoltà a riconoscere le persone e a compiere azioni sensate. In seguito si manifestano depressioni, più raramente stati di euforia.

Il morbo si manifesta sempre nella seconda metà della vita e quindi nella fase di ritorno e di raccoglimento interiore.

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L’interpretazione dei sintomi mette in luce il rapporto con la via evolutiva e mostra in che misura tale rapporto sia andato perduto, oppure trasferito nel corpo. Il comandamento di Cristo, che ci esorta a diventare come bambini, è affondato nell’ombra: i soggetti diventano infantili e subiscono una concreta involuzione.

La perdita crescente della memoria a breve termine mostra che non ci si sente più responsabili delle cose vicine. I pazienti dimenticano nel senso più reale del termine la loro vita, che dal presente si sposta nel passato.

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Attraverso il crollo della memoria sono crudelmente costretti a vivere nel presente, oppure può avvenire che il passato divenga una cosa sola col presente.

La vita dell’ hic et nunc, la meta del cammino evolutivo, ha in questa forma irrisolta qualcosa di spaventoso. L’immersione consapevole nell’istante presenta i compiti essenziali della vita nella polarità; nelle persone affette da morbo di Alzheimer irrequietezza e motilità tradiscono ciò che vorrebbero ancora fare.

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Con la perdita del senso del tempo, viene anche meno la capacità di comprendere sia la strada della vita che i suoi compiti. Chi non ricorda più niente e vive al di là del tempo lineare, non può più avere responsabilità di alcun tipo. La perdita dell’orientamento va nella stessa direzione.

Quando la vita termina, non solo non si è raggiunto nessuno scopo, ma si ha addirittura smarrita la strada. I pazienti non sanno più dove sono e dove vanno. Con l’orientamento hanno perso nel vero senso della parola anche l’oriente, la direzione da cui secondo le Sacre Scritture proviene la luce.

Alla fine della loro strada manca la luce, e con essa la speranza.

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Le frequenti depressioni sono dovute all’assenza completa di prospettive e speranze. La carenza di attenzione e di rispetto verso gli altri, che può dare tanto ai nervi ai parenti, ne è quasi una logica conseguenza.

Poiché tutte le funzioni di controllo dell’intelletto cadono, le emozioni possono scaricarsi tranquillamente, come nei bambini piccoli. Quello che i pazienti hanno represso nella vita per educazione o per scrupoli di altro tipo, si manifesta ora liberamente.

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La sofferenza che soprattutto di notte assume proporzioni impressionanti, per cui i malati, presi dal panico, si svegliano urlando o cominciano a vagare per casa, è difficilmente comprensibile a chi li assiste.

Dato che i pazienti sono privi del senso di orientamento e della memoria, si svegliano di notte nel buio più totale senza sapere dove sono, e in seguito neanche chi sono. Talvolta è necessario lasciare accesa una piccola luce simbolica, come si fa con i bambini, per illuminare il Iato oscuro della realtà.

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La malattia può essere interpretata come un ritornare-ad-essere-bambini sprofondalo nel corpo. I pazienti si attaccano proprio come bambini alle persone che li assistono, amano stare attaccati alle loro gonne o per lo meno assicurarsi della loro vicinanza attraverso segnali acustici, come cantare o sussurrare.

Come i bambini in tenera età, odiano le porte chiuse e il senso di insicurezza. Preferiscono restare nelle zone che ben conoscono, a cui sono abituati, si spaventano anche di fronte alle sorprese o ai cambiamenti fatti con le migliori intenzioni.

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Non c’è modo di discutere con loro, però reagiscono con gratitudine alle manifestazioni di affetto, come carezze o lodi. Se si vogliono evitare i loro attacchi d’ira, bisogna dar loro sempre ragione, si deve lasciarli vincere al gioco e addossarsi sempre ogni colpa.

In conclusione, hanno bisogno di essere curati in tutto e per tutto come bambini: devono essere nutriti e perfino fasciati. Mentre i pazienti ritornano agli inizi della vita, richiedono al loro ambiente un’umiltà che è molto difficile in quanto le speranze di miglioramento sono limitate.

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L’irrequietezza, detta discinesia, che costringe i pazienti a camminare a piccoli passi, testimonia che in loro esiste un impulso a muoversi, ma anche che questo impulso è ostacolato dai passi troppo piccoli e privi di direzione.

I pazienti si muovono in circolo. L’incapacità di rimanere seduti e fermi dimostra il bisogno di comunicazione e di collegamento con la vita e l’azione. Il fatto che si perdono ad ogni occasione perché non riconoscono più niente, fa capire che hanno simbolicamente rinunciato alla loro strada.

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I disturbi nell’articolazione del linguaggio indicano quanto il contatto con l’esterno sia divenuto difficile e col tempo addirittura impossibile. Perdono continuamente il filo del discorso, così come nella vita hanno perso l’orientamento. Il film si spezza sempre più spesso finché alla fine non rimangono che fotogrammi staccati.

Le frasi diventano sempre più corte, si riducono a parole, perdono man mano di logica, per poi esaurirsi del tutto. I pazienti ormai non hanno più niente da dire e vengono simbolicamente interdetti. Riescono ad esprimersi solo attraverso una comunicazione non verbale.

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Il termine medico utilizzato per definire questo problema del linguaggio è disfasia, che significa: i malati non vibrano più con Io stesso ritmo degli altri, sono disorientati anche nel linguaggio, col risultato di perdere col tempo anche questa capacità.

L’agnosia è un sintomo ulteriore, indica l’incapacità di riconoscere e alla fine arriva al punto che i pazienti non riconoscono più neanche se stessi. L’auto-conoscenza come scopo del cammino dell’uomo è affondata nelle ombre, come naturalmente anche il mondo che non può più essere riconosciuto come compito.

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L’aprassia, l’incapacità di compiere azioni pratiche, impedisce di utilizzare gli aiuti che la vita mette a disposizione. I pazienti affondano nell’inattività e nell’inettitudine. Con un mondo che non riconoscono più, non sono più in grado di confrontarsi.

La depressione riporta con chiarezza il tema a un denominatore comune.

La depressione è anche una mancanza di tensione e in effetti rappresenta una delle forme irrisolte del rilassamento. I pazienti diventano psicologicamente e fisicamente dipendenti e rinunciano a prendersi cura della propria vita, affidando tale compito al prossimo.

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Qui si rivela in modo drastico che il ritorno alle origini della vita è affondato nell’ombra.

Invece di diventare come bambini in modo libero e redento, corpo, anima e spirito regrediscono all’età infantile. Invece di camminare per il mondo col cuore aperto, pronti a stupirsi di fronte al miracolo della vita, i malati affondano nell’afasia.

Invece di conquistarsi a piccoli passi il loro spazio nella vita, si muovono in cerchio a passi minimi e si perdono.

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Fuggono verso il passato, verso la mancanza di responsabilità dell’infanzia, esigono attenzioni e cure senza dare niente in cambio e vivono inconsapevolmente scaricando su tutta la famiglia o sui singoli parenti quegli incarichi che essi stessi non sono assolutamente disposti ad assumere.

L’immagine delle cellule nervose murate nel cemento coi loro collega¬menti interrotti, rispecchia da un punto di vista anatomico la loro situazione.
Anche se si intende la de-pressione, secondo l’accezione attuale, come bassa-pressione, emerge l’aspetto della fuga perché tutti gli impulsi vitali vengono repressi. Il risultato è la morte da vivi.

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Alla fine la tensione non risolta e la repressione completa delle forze vitali sfociano nella morte.

Spesso non si sa chi soffre di più, se il malato o coloro che liberamente scelgono di rimanergli accanto. Mentre i pazienti percorrono inesorabilmente all’indietro la loro strada, chi li assiste si ritrova a dover affrontare molti sacrifici. È una variante della strada del ritorno, che i pazienti sfiduciati hanno rifiutato.

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Mentre i primi sono ora costretti a seguirla inconsapevolmente soffrendo, chi sceglie di rimanere al loro fianco per aiutarli la condivide consciamente. Alcune persone che si sono consacrate a questo compito dichiarano di essere cambiate profondamente e di essersi arricchite.

Chi affronta questo impegno sovrumano, imparerà molto su di sé, sull’essere bambini, sul coraggio e sull’umiltà.

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La cosa più deprimente e diversa rispetto all’educazione di un bambino, che nonostante i problemi ha sempre come fine quello del miglioramento, è la consapevolezza della mancanza di prospettive.

Mentre i bambini crescono, coloro che sono stati colpiti da morbo di Alzheimer precipitano. Del resto, educare un bambino quando ha ormai dieci anni è tardi. È necessario avere una guida sulla via che riporta a casa.

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La fase più importante e più difficile della strada dell’uomo, la discesa nelle tenebre, ha preso forma e per coloro che scelgono liberamente di condurvi l’anima altrui non è meno importante che per coloro che vengono accompagnati.

Percorrere questa strada richiama alla memoria il mito di Orfeo e Euridice, anche se nella nostra società sono principalmente le donne che si assumono il compito di accompagnare l’anima della persona amata nella discesa al regno dei morti.

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Si capiscono allora i racconti di coniugi o figli che si sono presi cura del malato, che descrivono i felici momenti d’amore vissuti insieme all’ammalato, che riesce spesso ad esprimere questo sentimento solo quando il carro armato intellettuale si infrange.

Sui gradini posti alla fine della strada che si sta percorrendo, vicinissimi ormai all’oscurità imperscrutabile, anche queste esperienze devono necessariamente essere sacrificate: l’amore individuale verso il singolo si trasforma necessariamente in un amore che tutto abbraccia, che va oltre la persona, poiché l’essere umano che si è conosciuto così bene sparisce nell’oscurità, e si rimane soli. In questa realtà domina il vuoto assoluto.

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Anche la persona illuminata rinuncia al proprio ego, e la sua individualità svanisce nel momento in cui entra nel grande vuoto. La differenza fonda¬mentale è però nella coscienza.

Per questo una malattia che anticipa le «fasi normali della decadenza senile» rappresenta lo specchio chiaro e spaventoso di una società, in cui un numero sempre maggiore di persone è colpita dal morbo di Alzheimer.

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Invecchiare significa molto spesso da noi diventare bambini, o attraverso malattie quali la sclerosi del cervello, altre forme di demenza, colpi apoplettici o semplicemente attraverso una «normale» decadenza cerebrale.

Il compito autentico ci invita però a tornare indietro consapevolmente e a «diventare come bambini».

Domande da porsi all’inizio della malattia e per coloro che assistono i malati

1. Ho preso bene la curva, ho trovato il punto di svolta nella mia vita e l’ho utilizzato per ritornare a casa?
2. In che rapporto sono con il bambino che è in me?
3. Ho mantenuto i legami con questo e nella vecchiaia mi sto di nuovo avvicinando consapevolmente a lui?
4. Mi sto avvicinando di nuovo ai bambini?
5. Verso dove mi potrei «orientare»? Da dove dovrebbe entrare luce nella mia vita? Quali aiuti non utilizzo?
6. In che modo perdo continuamente il contatto con le altre persone e con la vita?
7. Perché rifiuto la responsabilità della mia stessa vita?
li grande vuoto è, come il concetto cristiano di Paradiso, soltanto una descrizione imperfetta della perfezione, cioè dell’Unità.
Anche se le varie culture utilizzano diversi termini per indicare il regno che si trova al di là del mondo polare, esiste una sola Unità che abbraccia ogni cosa da ogni punto di vista, ma può anche essere il vuoto assoluto, in cui tutto è in potenza (a livello potenziale).

(Dott. Rudiger Dahlke)

Infiammazione ai Reni

1. Il paziente con nefropatia deve tenere sotto controllo la pressione arteriosa, il diabete e le infezioni.

2. Il paziente manifesta stanchezza, spossatezza.

3. Il paziente nefropatico non può utilizzare FANS (aggravano la nefropatia)

ATTIVITA’ DEL PROXER PER IL PAZIENTE NEFROPATICO

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AZIONE ANTIASTENICA E IMMUNOSTIMOLANTE

Si devono al dr. R. Heinecke, vissuto dal 1950 al 1987 nelle Hawaii, gli studi che hanno riportato il succo del Noni all’attenzione del mondo scientifico. A lui cui si deve infatti la scoperta del principale alcaloide, pro-xeronina, capace di liberare nell’intestino xeronina grazie alla presenza di uno specifico enzima, pure contenuto nel succo del Noni.

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Secondo Heinecke la funzione principale della xeronina è quella di regolare la struttura e la forma di specifiche proteine (enzimi) implicate in importanti funzioni cellulari e anticorpali.

La xeronina è fisiologicamente prodotta dall’organismo umano, ma questa capacità diminuisce con l’età: malattie, traumi e stress contribuiscono in particolare a ridurne la produzione.

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Per questo motivo l’integrazione alimentare con estratti di Noni permette di normalizzare le strutture proteiche e le funzioni ad esse legate, grazie ad un migliore assorbimento di aminoacidi, vitamine e minerali, e ad un facilitato passaggio di tali sostanze attraverso le membrane cellulari.

Per quanto riguarda le difese immunitarie il Noni aumenta la funzionalità delle cellule Natural Killer (N.K.) in persone con sistema immunitario normale e ancor di più quando questo sia compromesso (sindrome da immunodeficienza e da stanchezza cronica).

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Il dr. Hirazumi ha inoltre dimostrato un indiretto rafforzamento del sistema immunitario grazie al potenziamento dell’attività dei macrofagi e dei linfociti, che ci proteggono dalle infezioni e dalle sostanze estranee. Alcuni studi dimostrerebbero in particolare una stimolazione dell’attività dei linfociti-T.

La xeronina è inoltre capace di stimolare nel Sistema Nervoso Centrale la secrezione di endorfine, potenti analgesici fisiologici: si spiegano in tal modo le proprietà analgesiche tradizionalmente conosciute. Sempre nel S.N.C. stimola la produzione di melatonina, la cui funzione antiradicalica e immunostimolante è ben nota.

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La notevole presenza di vitamina C e selenio, antiossidanti e antiradicali liberi, sinergizza le suddette azioni protettive e immunostimolanti.

 

ATTIVITA’ antidolorifica a antiinfiammatoria

1. Xeronina stimola endorfine endogene: innalza la soglia del dolore

2. Serotonina innalza soglia di dolore

3. Scopoletina attività antiinfiammatoria

ATTIVITÀ IPOTENSIVA

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La scopoletina presente nel Noni agisce da vasodilatatore e da diuretico, normalizzando la pressione e determinando di conseguenza una minore sollecitazione cardiaca. Si è visto che in caso di ipertensione esplica un’azione regolatrice fino al raggiungimento dei normali valori pressori.

ATTIVITÀ ANTIOSSIDANTE

È ormai noto che il danno ossidativo indotto nella cellula dai radicali liberi altamente reattivi è implicato nella patogenesi di molte disturbi, tra cui le malattie cardiovascolari (aterosclerosi, ischemia cardiaca, ipertensione) e respiratorie (enfisemi, asma), nonché nel favorire l’invecchiamento precoce dell’organismo. Il Noni contiene anche due tra i migliori antiossidanti: vitamina C e selenio.

ATTIVITÀ IMMUNOSTIMOLANTE

L’estratto di Noni stimola il rilascio di varie citochine, fondamentali per una corretta ed efficiente risposta del sistema immunitario. Il succo del frutto favorisce anche la proliferazione delle cellule del timo, ghiandola importante coinvolta sia nei processi di invecchiamento dell’organismo sia nei processi di maturazione dei linfociti T. Aumentando il numero di linfociti T, riduce il rischio di contrarre malattie infettive e migliora le funzioni immunitarie. Il frutto, inoltre, contiene polisaccaridi.

ATTIVITÀ ANTIMICROBICA

Alcuni principi attivi tra cui l’acubina, l’L-asperoside e l’alizarina presenti nel frutto di Noni possiedono una spiccata attività antibatterica contro vari ceppi batterici responsabili di infezioni cutanee, respiratorie e gastrointestinali.

Sclerosi Multipla

Asse intestino cervello nella Sclerosi Multipla

La Sclerosi Multipla (SM) è largamente considerata una patologia autoimmune, dovuta ad un attacco di auto-anticorpi contro la mielina, anche se non sono noti gli antigeni, non sono stati individuati marker biologici specifici , sintomi patognomici e test paraclinici che ne permettano una sicura diagnosi .

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La diagnosi non è facile a causa della eterogeneità dei sintomi, molti di questi non specifici della sclerosi multipla .Nonostante siano stati riportati danni assonali, già descritti nel 1865 …

la demielinizzazione è considerata la caratteristica principale, anche se è stata riportata come un possibile epifenomeno in quanto presente in altre patologie neurologiche, per il disaccordo tra i sintomi e la distribuzione delle placche, ma, soprattutto, perché le placche sono state trovate in autopsie di persone che non avevano mai manifestato sintomi neurologici .

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Questo dato, insieme alla ferma convinzione dell’importanza delle placche nella SM, ha portato a definire una forma di SM silente!!!

In tal modo chi muore sano, senza mai avere avuto problemi neurologici, in realtà era malato di una forma silente di una o più delle tante patologie neurologiche caratterizzate dalle placche.

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Le placche demielinizzanti sono, invece, la caratteristica principale del modello sperimentale utilizzato per la SM, il modello di encefalomielite autoimmune , ma c’è disaccordo nel considerarlo un modello corretto per la sclerosi multipla :

oltre a differenze cliniche… risulta evidente uno scarso travaso di molecole efficaci nel modello sperimentale, alla SM, tanto da arrivare a scrivere: “tutto cura l’encefalomielite autoimmune, anche una soluzione salina, niente cura la sclerosi multipla”.

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In effetti l’efficacia delle attuali terapie, che si basano sulla componente autoimmune, è riportata non essere molto elevata:

l’interferone è riportato capace di rallentare la conversione della SM nei primi 2-3 anni di trattamento, ma dopo 5 anni non si registrano guadagni nelle disabilità , mentre il Glatiramer acetato non rallenta nemmeno la fase iniziale .

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Comunque, entrambi sono inefficaci nella fase progressiva della patologia 

Nel frattempo l’incidenza della SM è riportata in aumento, ed è causa di morte nei 2/3 dei casi. Questo risulta dagli studi retrospettivi sui registri ospedalieri, in quanto c’è discrepanza sulla gravità della patologia tra gli studi retrospettivi e i risultati degli studi clinici sponsorizzati riportanti che la SM non modifica l’aspettativa di vita, oltre ad essere facilmente curabile.

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Recentemente è stato dimostrato come una caratteristica delle patologie autoimmuni sia una elevata permeabilità intestinale, che, addirittura, precede i sintomi.

Alla permeabilità corrisponde uno stato infiammatorio.

Alessio Fasano propone la determinazione plasmatica della zonulina come marker della permeabilità intestinale. Per confermare il ruolo della permeabilità intestinale nelle patologie autoimmuni, determina la zonulina nelle diverse patologie.

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Nella SM riporta che il29% dei pazienti, da lui osservati, ha un livello di zonulina doppio dei controlli.

Risultato che, per Fasano, conferma l’aspetto autoimmune della SM, ma invece dimostra che il 71% dei pazienti, da lui studiati, hanno un livello normale di zonulina. Quindi, gli stessi risultati di Fasano, indicano che la componente autoimmune non è frequente nella SM.

In analogia con quanto riportato per altre patologie neurologiche, note non essere acarattere auto-immune, come, ad esempio l’epilessia, dove nel 20% dei casi sono stati trovatiespressi auto-anticorpi verso complessi proteici coinvolti nella patologia.

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Se non è autoimmune, quali sono le cause?

Molti dei sintomi riportati nella SM, non specifici della SM, sono riconducibili ad un deficit diserotonina e di melatonina. Già nel 1979 Monaco et al. riportano bassi livelli plasmatici di triptofano (Trp) , ammino acido essenziale precursore della serotonina, che, a sua volta, è precursore della melatonina.

In base a questi livelli plasmatici è valutabile una scarsa sintesi cerebrale di serotonina e, quindi, di melatonina .

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Il deficit cerebrale di serotonina è confermata dai bassi livelli dei cataboliti liquorali dellaserotonina, HVA e 5-HIAA, nei pazienti SM.

La teoria monoamminergica della depressione, che portò alla realizzazione dei farmaci serotoninergici SSRIs, ebbe inizio proprio sulla base di identici risultati nei pazienti depressi.

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Invece la depressione nella SM è stata poco considerata, anche se nella SM è riportata una elevata incidenza di suicidi… quindi di depressione maggiore non solo, i farmaci SSRIs sono poco utilizzati nella SM, anche se i pazienti SM sembrano essere più responsivi a questi farmaci che i pazienti depressi .

Scarsi livelli cerebrali di serotonina corrispondono ad una scarsa sintesi di melatonina, infatti bassi livelli di melatonina sono stati riportati nei pazienti SM.

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Il conseguente deficit di melatonina può essere responsabile dei problemi della visione, spesso riportati nella SM, in quanto questo neurotrasmettitore è largamente usato nei processi della visione.

Così come dei disturbi del sonno e dell’affaticamento anch’essi relazionati alla melatonina. Non solo, anche i deficit cognitivi, spesso riportati nella SM , sono collegabili al deficit di melatonina, oltre che di serotonina .

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La maggiore sintesi cerebrale di serotonina e melatonina avviene nella ghiandola pineale , che risulta atrofizzata nella SM .

L’atrofizzazione può dipendere dalla carenza di substrato chimico, il triptofano, che la rende inoperosa, in base alla nota regola “use it or loose it” .

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La pineale mostra una elevata suscettibilità ai campi magnetici, questo spiega i risultati riportati nella SM mediante applicazione di deboli campi magnetici pulsati… in quanto il debole campo magnetico (μtesla) pulsato è in grado di interagire con essa .

In questo modo si spiega anche la fase silente della SM, difficilmente spiegabile sulla base della componente autoimmune, sulla base della capacità di auto-rigenerazione delle fibre serotoninergiche atrofizzate .

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La fase silente sarebbe dovuta alla capacità del sistema nervosi centrale di auto-ripararsi, permettendo la completa scomparsa dei sintomi in una fase iniziale.

L’esaurimento di questa capacità, insieme con la non risoluzione delle cause patogenetiche, fanno si che al rimanifestarsi dei sintomi, la SM risulti difficile da trattare.

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Recentemente la melatonina è stata correlata con la capacità del cervello di gestire processi infiammatori , e, quindi, con la capacità del cervello ad auto ripararsi .

Una valida strategia terapeutica consiste nel mantenere attivi i sistemi endogeni di autoriparazione, una corretta alimentazione chimica della Pineale, che abbisogna di triptofano, e, parallelamente, stimolandola con deboli campi magnetici pulsati.

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Il modo migliore per ripristinare corretti livelli ematici di triptofano è ridurre la disbiosi intestinale (vedi disbiosi, disbiosi triptofano), responsabile di una sua eccessiva decarbossilazione.

Questo può essere fatto mediante una opportuna dieta prebiotica, che disinfiammi l’intestino e ne riduca la permeabilità.

(Prof. Paolo Mainardi)

dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina

RIFERIMENTI

1 Uccelli A, Pedemonte E, Narciso E, Mancardi G. Biological markers of the inflammatory phase of multiple 2 Giesser BS. Diagnosis of multiple sclerosis. Neurol Clin. 2011 May;29(2):381-83 Miller DH, Weinshenker BG, Filippi M et al. Differential diagnosis of suspected multiple sclerosis: a consensusapproach. Mult Scler. 2008 Nov;14(9):1157-74.4 Chang A, Tourtellotte WW, Rudick R, Trapp BD. Premyelinating oligodendrocytes in chronic lesions of multiplesclerosis. N Engl J Med. 2002 Jan 17;346(3):165-73.5 Charcot, M. Histologie de la sclerose en plaques. Gazzete Hospitale, 1868 :141, 554-5556 Haines JD, Inglese M, Casaccia P. Axonal damage in multiple sclerosis. Mt Sinai J Med. 2011 Mar-Apr;78(2):231-43.7 Sandyk R. Demyelination as an epiphenomenon in multiple sclerosis. Int J Neurosci. 1993 Oct;72(3-4):141-88 Palace J. Making the diagnosis of multiple sclerosis. Neurol Neurosurg Psychiatry. 2001 Dec;71 Suppl 2:ii3-8.9 George W. Multiple sclerosis. Anatomopathological findings of multiple sclerosis in diseases not clinicallydiagnosed. Schweiz Med Wochenschr. 1961 May 20;91:605-7.10 Phadke JG, Best PV. Atypical and clinically silent multiple sclerosis: a report of 12 cases discovered unexpectedlyat necropsy. J Neurol Neurosurg Psychiatry. 1983 May;46(5):414-20

Sclerosi laterale amiotrofica (SLA)

Sclerosi

Asse intestino cervello nella Sclerosi laterale amiotrofica (SLA).

La serotonina è stata strettamente correlate con la regolazione globale del comportamento motorio, il controllo dell’eccitabilità dei motoneuroni, il recupero funzionale dei motoneuroni spinali come pure la maturazione e invecchiamento (1).

La degenerazione selettiva dei motoneuroni è la caratteristica principale della SLA.

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I motoneuroni che sono colpiti in modo preferenziale nella SLA sono quelli densamente innervati da neuroni serotoninerigici, come i motoneuroni trigeminali, facciali, del nucleo ambiguo e del nucleo ipoglosso del tronco encefalico, come pure del corno ventrale e della corteccia motoria.

Al contrario i gruppi di motoneuroni che risultano più resistenti ai processi neurodegenerativi della SLA, sono quelli che hanno una scarsa innervazione serotoninergica, come il nucleo oculomotore, il trocleare e quello abducente.

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Secondo la teoria eccitotossica, la degenerazione dei motoneuroni è causata da una eccessiva neurotrasmissione glutammatergica.

Dato che la serotonina facilita l’eccitazione del motoneurone glutammatergico, può avere un ruolo importante sia nella patogenesi che nella terapia della SLA.

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A conferma di ciò, i livelli di serotonina, come pure del suo metabolite 5-HIAA, sono ridotti nel tessuto del midollo spinale dei pazienti ALS, indicando un diminuito release della serotonina.

Inoltre anche i livelli liquorali e plasmatici di triptofano, il precursore della serotonina, sono ridotti e i livelli più bassi sono riportati nei pazienti più severamente colpiti.

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Pertanto, la degenerazione progressiva dei neuroni serotoninergici potrebbe produrre unaumento compensatorio dell’eccitazione glutammatergica dei motoneuroni.

Dato che la serotonina, agendo sui recettori presinaptici 5-HT1B, inibisce la trasmissioneglutammatergica, bassi livelli di serotonina possono condurre ad un aumento del release del glutammato.

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Inoltre la melatonina è il precursore della melatonina, che inibisce il release del glutammato e la neurotossicità indotta dal glutammato.

La degenerazione progressiva dei neuroni serotoninergici, che controllano l’attività dei motoneuroni, costituisce la causa iniziale della patologia.

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Pertanto vanno incoraggiati trattamenti mirati a ripristinare le funzioni serotoninergiche, come ripristinare una adeguata disponibilità del precursore della serotonina e, quindi, della melatonina, il triptofano e stimolare la ghiandola pineale a sintetizzare la serotonina e la melatonina.

La prima azione è possibile riducendo la disbiosi intestinale responsabile di una eccessiva decarbossilazione del triptofano in indolo e scatolo, la seconda mediante l’applicazione di deboli campi magnetici pulsati, dato che la pineale è fortemente suscettibile ad essi.

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(Prof. Paolo Mainardi)
dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina
Riferimenti:
1) Sandyk R. Serotonergic mechanisms in amyotrophic lateral sclerosis: Int J Neurosci. 2006 Jul;116(7):775-826

Asse intestino – insonnia

Asse intestino – cervello nei disturbi del sonno.

È noto che la melatonina cerebrale controlla il ciclo sonno veglia.

La melatonina è sintetizzata nel cervello dalla serotonina in funzione della luce percepita dagli occhi: la sua sintesi è massima nelle ore notturne. La serotonina è sintetizzata dall’ammino acido essenziale triptofano.

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La maggior parte della sintesi cerebrale di serotonina e di melatonina avviene nella pineale, ghiandola del cervello che controlla il sistema neuroendocrino.

Uno studio su animali riporta che l’alfa-lattoalbumina aumenta la sintesi cerebrale di serotonina, quindi è in grado di aumentare la sintesi cerebrale di Melatonina.

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Questo aumento è correlabile all’aumento del triptofano plasmatico riportato in studi clinici. Una diminuzione di triptofano plasmatico, quindi di serotonina, riduce la disponibilità della sintesi di melatonina, quindi altera la qualità del sonno.

Una flora intestinale disbiotica riduce il livello plasmatico di triptofano (vedi disbiosi trp),
quindi riduce la sua captazione cerebrale, la sintesi in serotonina e la successiva sintesi di melatonina.

Ridurre la disbiosi aumenta la sintesi di melatonina, quindi migliora la qualità del sonno.

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Il sonno non è solo riposo.

Il neonato dorme molte ore perchè durante il sonno “fissa” i ricordi ed elabora quanto
vissuto da sveglio. La capacità di apprendere dipende dalla capacità di realizzare nuove
circuitazioni neuronali. Questa attività è prevalente nel sonno ed è massima nei primi giorni di vita.

Il deficit di sonno porta ad una diminuzione delle funzioni cognitive, può provocare
anche stati depressivi. L’ansia e lo stress riducono la qualità del sonno. L’animale privato dal cibo ha un sonno alterato in quanto più vigile, ansioso.

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Durante il sonno si alternano diverse fasi, da uno stato prossimo alla veglia a stati di sonno profondo.

La qualità del sonno non dipende dal numero di ore trascorse dormendo, ma da quanto tempo trascorriamo in un uno stato di sonno profondo.

Come migliore la qualità del sonno

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Le azioni prebiotiche intestinali dell’alfa-lattoalbumina consentono di ridurre la disbiosi, quindi la decarbossilazione del triptofano in indolo e scatolo (disbiosi test). 

A conferma che a questo miglioramento della flora intestinale corrisponda un miglioramento della qualità del sonno, uno studio su animale (1), mediante registrazioni EEG, dimostra che l’alfa lattoalbumina aumenta le fasi profonde del sonno e riduce i risvegli, senza indurre sonnolenza, anzi stimolando le funzioni cognitive.

(Prof. Paolo Mainardi)

dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina