Latticini

I latticini si possono classificare come cibi ad alto apporto di proteine

come cibi ad alto apporto di grassi o una combinazione di entrambi; mentre segui la TMM ” terapia metabolica mitocondriale” dovrai preferire quelli ad alto apporto di grassi.

Formaggio, Cerchio, Circolare, Latte, Olandese

Alcuni prodotti caseari, come il latte e i fiocchi di latte, hanno un elevato contenuto di lattosio (zucchero del latte), che è composto da una molecola di glucosio legata a una molecola di galattosio. Quando il lattosio viene digerito, il glucosio alza i livelli glicemici del sangue. Perciò, nella tua dieta quotidiana, limitati a consumare i “latticini ad alto contenuto di grassi” elencati nella lista sottostante.

Pomodori, Caprese, Mozzarella, Basilico

Come per la carne e le uova, dovrai scegliere latticini provenienti da allevamenti che nutrono i bovini esclusivamente a erba e seguono metodi biologici.

Se è possibile, scegli i latticini non pastorizzati, che sono preferibili. Anche i latticini ad alto apporto di grassi contengono qualche grammo di proteine, quindi assicurati d’includere questi grammi nel conteggio delle proteine quotidiane.

Antipasto, Salmone, Canapè, Formaggio, Cracker, Cucina

Latticini ad alto contenuto di grassi (da consumare in quantità moderate):
burro (12 grammi di grassi per cucchiaio; contenuto minimo di proteine);

burro chiarificato (13 grammi di grassi per cucchiaio; nessuna proteina);

panna (5 o 6 grammi di grassi per cucchiaio; contenuto minimo di proteine);

crema di formaggio da spalmare (4 o 5 grammi di grassi per cucchiaio; basso contenuto di proteine);

Fico, Formaggio, Pane, Baguette, Mangiare, Sano, Cibo

panna acida (2 o 3 grammi di grassi per cucchiaio; basso contenuto di proteine);

parmigiano (1,4 grammi di grassi per cucchiaio; elevato contenuto di proteine: usalo come condimento, come tutti gli altri formaggi);

cheddar (33 grammi di grassi per 100 grammi di peso; elevato contenuto di proteine);

brie (28 grammi di grassi per 100 grammi di peso; elevato contenuto di proteine).

Formaggio, Cibo, Fresco, Cena, Francese, Fichi

Latticini ad alto contenuto di proteine (da evitare):
latte;
fiocchi di latte;
ricotta;
yogurt;
kefir.

Vino, Formaggio, Pane, Café, Parigi, Francia, Viaggio

Nota: I latticini ad alto contenuto di grassi contengono metaboliti estrogenici che potrebbero avere un ruolo nelle formazioni cancerose sensibili agli ormoni, come quelle al seno, all’utero, alle ovaie e alla prostata. Se hai un cancro di questo tipo, consuma i latticini in minime dosi, o eliminali del tutto.

Se non sono biologici, è probabile che siano contaminati dal Roundup o da ormoni, antibiotici e, peggio ancora, batteri resistenti agli antibiotici.

Dr. Joseph Mercola “Trasforma il grasso in energia”

Analisi per il riscontro di disbiosi

Analisi per il riscontro di disbiosi, parassitosi, intossicazione da metalli pesanti, intolleranze

A mio giudizio non esistono analisi di routine (eseguibili nei laboratori convenzionati con il sistema sanitario) abbastanza affidabili per identificare la presenza di eventuale disbiosi, parassitosi, intolleranze, e su questo concordano molti specialisti del settore che spesso si rivolgono a laboratori molto distanti dalla città in cui operano, a volte anche in un altro continente, pur di avere informazioni davvero attendibili.

Batteri, Virus, Specie Batteriche, Imitazione, Aureus

Per quanto riguarda la disbiosi ci sono alcuni esami indiretti che partono dalle analisi delle urine

tali test della disbiosi si possono effettuare in diversi centri anche in Italia. Tali test rilevano delle sostanze nelle urine la cui presenza e quantità è correlata alla disbiosi intestinale, ma non danno indicazioni molto precise su quali siano i microrganismi benefici carenti e quali e quanti siano quelli patogeni. Io per esempio, navigando su internet, ho trovati tre laboratori che eseguono questo tipo di test (ma presumibilmente ce ne sono altri):

http://www.analisisanpaolo.it/Default.aspx?Id=390http://www.oloslab.com/test-per-la-disbiosi-intestinale/,http://www.centrodimedicinabiologica.it/test-disbiosi-inte…/.

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Un’analisi più approfondita si può ottenere da campioni di feci per identificare più precisamente le carenze di batteri benefici, la presenza di batteri patogeni, nonché di parassiti (vermi), sebbene nemmeno in tale maniera si ottengano informazioni poi così dettagliate sul microbioma intestinale, dal momento che non tutti i microrganismi residenti dell’intestino si possono ritrovare nelle feci.

Molto interessante è a tal proposito il risultato dello studio The treatment-naive microbiome in new-onset Crohn’s disease nel quale le differenze significative tra il microbiota dei malati di morbo di Crohn e quello dei soggetti sani (gruppo di controllo) sono state scoperte non osservando i campioni di feci, ma campioni di mucosa ottenuti tramite biopsia.

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Uno dei più attrezzati (ma anche più costosi) laboratori al mondo è il Great Plains Laboratory (http://www.greatplainslaboratory.com/); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine anche in Italiano (purtroppo il costo si aggira sulle 600 euro).

In Italia è possibile rivolgersi (a prezzi più accessibili) al laboratorio universitario del progetto microbioma (http://progettomicrobiomaitaliano.org/partecipa/page-2/), o anche ad un laboratorio specializzato sulle analisi del microbioma intestinale all’ospedale del Bambin Gesù (Roma). Appena possibile segnalerò anche altri centri italiani.

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Se qualcuno vuole approfondire anche eventuali problematiche di origine genetica, può sottoporsi al test 23 and me (https://www.23andme.com/en-int/) al costo di circa 150 euro; anche se poi sia in questo caso che nel precedente ci vuole un medico (o biologo) bravo e capace di interpretare i risultati.

Per quanto sia giusto ridimensionare la pretesa origina genetica della malattie

è anche vero che alcune differenze genetiche possono predisporre a sviluppare certe problematiche di salute, come per esempio la mutazione MTHFR (metilen-tetraidrofolato reduttasi) rende problematici certi processi del cosiddetto ciclo di metilazione, il che a sua volta rende difficile e lento lo smaltimento delle tossine (e non solo, perché chi è portatore di questo gene è più a rischio di depressione, osteoporosi, diabete, alzheimer e altre patologie).

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E siccome tale gene è difettoso nel 40% circa della popolazione mondiale, non si tratta di una informazione di poco conto Genome Project, nel quale si è scoperto che un gene molto importante per la salute, chiamato (per l’appunto, l’MTHFR). Con una dieta più sana e alcuni integratori è possibile correggere gli squilibri causati da questo problema di ordine genetico .

Per quanto riguarda i parassiti anche le migliori analisi delle feci non sono abbastanza affidabili,

sia perché le analisi stesse non sono molto precise, sia perché non è sempre detto che nel campione raccolto in quel determinato giorno si trovino uova, parassiti (in genere essi non lasciano l’intestino a meno che non si assumano sostanze antiparassitarie) o frammenti di tali esseri.

Difesa, Protezione, Minaccia, Sistema Immunitario

Per altro molti genitori che hanno sottoposto i propri figli ad una cura antiparassitaria hanno trovato i vermi nelle feci dei bambini pur se gli esami delle feci eseguiti in precedenza risultavano negativi. Un veterinario, abituato a cercare tracce di parassiti nelle feci degli animali con l’ausilio del microscopio, potrebbe essere a volte più affidabile di un generico test di laboratorio.

Una maniera per cercare di rendere minimi i falsi negatici (ovvie i casi in cui non risultano parassiti dalle analisi pure quando questi parassiti si trovano nel paziente) è quello di ripetere le analisi almeno tre volte.

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L’articolo The need for three stool specimens in routine laboratory examinations for intestinal parasites (“Il bisogno di tre campioni di feci nell’esame laboratoriale di routine per la ricerca dei parassiti intestinali”) mostra infatti che su un consistente campione di pazienti cui sono state esaminate per tre volte le feci per la ricerca di parassiti spesso uno dei tre esami è risultato negativo.

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Ad esempio se ci si fosse fermata al primo esame di laboratorio, addirittura il 41,7% di loro sarebbe risultato esente da parassiti

ma la presenza di parassiti in questi pazienti è stata riscontrata in almeno uno dei due esami successivi. È interessante notare che gli autori concludono affermando che non solo occorrono le analisi di tre campioni di feci (ovviamente in tempi diversi) per verificare l’eventuale presenza di parassiti, ma che anche così facendo non è possibile garantire che non ci sia alcuna infestazione.

Senso, Domanda, Anatomia, Umano, Filosofia, Psicologia

Similmente l’articolo Multiple Stool Examinations for Ova and Parasites and Rate of False-Negative Results (“Esame multipli di uova e parassiti e pecentusali di falsi negativi”) mostra che persino dopo l’analisi di tre campioni ci sono discrete probabilità di ottenere dei falsi negativi, anche se in questo studio i risultati appaiono più confortanti (ad eccezione fanno dei test per le amebe).

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L’articolo A Case of Parasite Invasion of the Intestinal Tract: A Missed Diagnosis in Irritable Bowel Syndrome descrive un caso di sindrome dell’intestino irritabile causata da un parassita; la guarigione è avvenuta dopo un trattamento antiparassitario effettuato nonostante dagli esami parassitologici non risultasse nulla; i medici infatti hanno considerato che i sintomi clinici fossero più rilevanti dell’esito di tale analisi ed hanno proceduto ugualmente alla somministrazione dei farmaci contro i parassiti.

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L’articolo Detection of Pathogenic Protozoa in the Diagnostic Laboratory:

Result Reproducibility, Specimen Pooling, and Competency Assessment ci informa che i test di laboratorio per il riscontro dei parassiti unicellulari della classe dei protozoi utilizzano anche tecniche manuali che impediscono una standardizzazione e che poprtano ad interpretazioni soggettive dei risultati.

Ad ogni modo c’è la possibilità di fare le analisi tramite un campione di saliva (utilizzando una tecnologia ideata dalla dottoressa Clark) presso un laboratorio svizzero, Sanavital (http://www.sanavital.ch); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine in Inglese, Francese, Tedesco ed altre lingue, ma non in Italiano.

Microscopio, Diapositiva, Ricerca, Close Up, Prova

Queste analisi, basate su uno strumento ideato dalla dottoressa Clark, dovrebbero identificare la presenza di patogeni, parassiti, metalli pesanti, ma non danno indicazioni sulle eventuali carenze di batteri benefici. Diverse persone che conoscono hanno ottenuto dei risultati attendibili da questi esami (il costo attualmente è di circa 300 euro).

Per l’analisi dell’intossicazione da metalli ci sono sicuramente molti altri laboratori attrezzati, uno che conosco e che mi pare affidabile è quello della mineral-test: http://www.mineral-test-sas.com/.

Per quanto riguarda le intolleranze, la dottoressa Campbell nel suo libro “La Sindrome Psico-intestinale” osserva giustamente che si tratta di fenomeni che spesso si modificano nel tempo; per esempio si può perdere l’intolleranza ad un cibo quando migliorano le condizioni di salute dell’intestino, o si può diventare intolleranti a qualche nuovo cibo dopo un ciclo di cura con farmaci che danneggiano il microbiota.

Cellule, Umano, Medico, Biologia, Salute, Anatomia

Un mezzo molto semplice da lei consigliato nel libro è quello di mettere un poco della sostanza da testare (sotto forma fluida, eventualmente sminuzzato finemente e mescolato con un poco d’acqua) sull’interno del polso la sera prima di andare a letto, quindi ricoprire con una striscia di tessuto (anche per non sporcare) e verificare se l’indomani si nota una reazione cutanea (arrossamento, rigonfiamento, puntini).

Bibliografia Completa
http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

Le malattie autoimmuni e l’Epstein Barr

Parte 1

Più si va avanti e più si scoprono possibili connessioni tra le malattie autoimmuni e le infezioni/riattivazioni del virus Epstein–Barr

l’agente infettivo che causa la mononucleosi. Un possibile meccanismo di attivazione è quindi che porta il virus a infettare un organo/tessuto e il nostro sistema immunitario a identificare per errore tale organo/tessuto come una minaccia, a “etichettarlo” come estraneo e pericoloso per mezzo degli anticorpi (che segnalano alle cellule del sistema immunitario di attaccarlo).

Un altro possibile meccanismo è quello del mimetismo molecolare:

L'immagine può contenere: una o più persone

quando un agente infettivo ha una sequenza proteica molto simile a quella di un tessuto del nostro corpo, il nostro sistema immunitario potrebbe essere indotto erroneamente a etichettare come esterno e pericoloso il nostro tessuto (oppure un cibo come il glutine). Qualcosa di simile può succedere con l’intolleranza a certi cibi.

Sebbene siamo ancora agli stadi iniziale di tale lavoro di ricerca, già diversi articoli scientifici ci permettono di affermare che non si tratta di pura e astratta speculazione. Se ciò dovesse essere ulteriormente confermato dalle ricerche future, potremmo inizare a comprendere dei meccanismi fino ad ora poco chiari.

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Molte volte le malattie autoimmuni si innescano dopo un evento particolarmente stressante

dallo stress da superlavoro al trauma delle perdita di una persona cara, o della perdita del lavoro. Similmente il virus Epstein-Barr colpisce un paziente, o si riattiva (causando non solo mononucleosi, ma persino casi di meningo-encefalite) quando il sistema immunitario è particolarmente basso, ed è ben noto che lo stress e i traumi psichici possono indebolire momentaneamente il sistema immunitario.

Immagine correlata

Ovviamente anche la disbiosi con la conseguenza debolezza immunitaria (e quindi tutti i fattori che la possono causare) possono concorrere a facilitare l’insorgenza di una infezione, non solo del virus Epstein-Barr. Anche altri fattori infettivi, virali e batterici, possono innescare una malattia autoimmune, presumibilmente attraverso uno dei meccanismi su indicati.

Il virus Epstein-Barr (spesso indicato con la sigla EBV) fa parte della famiglia dei virus dell’Herpes (Herpesviridae)

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ed è infatti stato recentemente rinominato Human herpesvirus 4 (HHV-4). Sebbene sulle riviste specialistiche non ci siano molte informazioni sulla cura di questa particolare specie di virus, ce ne sono molte sui virus erpetici in generale. In realtà la manifestazione più nota dell’infezione da Esptein Barr è la mononucleosi infettiva (patologia che può essere talora causata anche da altri virus e parassiti)

una malattia a decorso benigno che si risolve da sola nel giro di uno o due mesi, ma è nato da tempo che anche alcuni tumori (linfomi in particolare) possono essere correlati all’infezione da EBV, mentre molto più recente è la scoperta del suo ruolo potenziale in molte altre malattie, specialmente quelle autoimmuni.

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Inoltre in alcuni rari casi la mononucleosi infettiva può portare a gravi complicazioni:

convulsioni, encefalite, meningite, mielite, sindrome di Guillain-Barré, diminuzione di piastrine, globuli bianchi e globuli rossi, complicazioni polmonari (ostruzione delle vie aeree), epatite fulminante (molto rara ma pericolosissima), ittero, ingrossamento del fegato e della milza (che in certi sfortunati casi può addirittura letteralmente scoppiare).

È da notare che L’EBV è presente nel 95% degli esseri umani

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sebbene solo in una piccola parte di essi causi mononucleosi infettive o altre complicazioni. La maggior parte delle persone sviluppa al massimo una banale febbriciattola in occasione dell’infezione e poi il sistema immunitario si attiva per combattere il virus facendo sì che si “nasconda”, ovvero che passi alla fase latente, che resti quindi “dormiente”, inattivo, inglobato in alcune cellule del nostro corpo senza però innescare la replicazione che allerterebbe nuovamente il sistema immunitario.

Quando il sistema immunitario si abbassa, a causa dell’utilizzo di farmaci

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(farmaci immunosoppressori , o farmaci che aggrediscono i batteri benefici inducendo disbiosi e proliferazione della Candida albicans) della carenza di vitamina D o di un forte stress psico-fisico, il virus può riattivarsi (anche solo parzialmente) persino a distanza di anni, e nei soggetti predisposti (esistono anche predisposizioni genetiche) causare complicazioni anche molto gravi, come encefalite, linfoma, cancro della rinofaringe.

Di recente si sta studiando il possibile ruolo del virus EB nella genesi delle malattie autoimmuni.

Tale virus può contribuire a scatenare un tumore anche perché l’infezione dei linfociti B da parte delll’Epstein-Barr rallenta uno dei nostri meccanismi di protezione dal tumore, come mostra l’articolo Epstein-Barr virus down-regulates tumor suppressor DOK1 expression

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Un aspetto singolare del virus EB è la presenza di diversi stadi di latenza

un po’ come se esso si possa risvegliare anche solo parzialmente, per cui esiste una latenza di tipo I, di tipo II (correlata a linfoma di Hodgkin, carcinoma della rinofaringe, linfoma nasale a cellule NK/T) e di tipo III (correlata ad alcuni altri tipi di linfoma). Curiosamente anche la forma latente in cui il virus è meno attivo (latenza di tipo I) è correlata a un tipo di linfoma (linfoma di Burkitt).

Se il virus si riattiva completamente e si replica nelle cellule dell’organismo ospite finisce quindi per rompere le cellule stesse (attuandone la lisi, ovvero rottura) ed infettarne di nuove, entrando nella cosiddetta fase litica.

frutta verdura fibre

1120 Vedi un caso di riattivazione con l’utilizzo di un cosiddetto “farmaco biologico” con azione immunosoppressiva descritto nell’articolo A case of acute disseminated encephalomyelitis associated with Epstein-Barr virus reactivation during infliximab therapy, pubblicato su Rinsho Shinkeigaku. 2010 Jul;50(7):461-6, autori Ueda M, Tateishi T, Shigeto H, Yamasaki R, Ohyagi Y, Kira J; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20681262.
1121 Pubblicato su PLoS Pathog. 2014 May 8;10(5):e1004125, autori Siouda M, Frecha C, et al.; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24809689; precisamente l’infezione porta ad una sottoregolazione dell’espressione del gene DOK1 indotta dall’oncoproteina virale LMP.

I denti cariati possono essere guariti dalla sola dieta?

Asse intestino – Cervello

Sinceramente la lettura dell’articolo Teeth needing root canals can heal with diet alone (“Denti che richiedono una devitalizzazione possono guarire con la sola dieta”) sul sito The healthy home economist mi ha lasciato di stucco.

Secondo quanto viene riportato un dente seriamente danneggiato al punto di richiedere una canalizzazione può ripararsi senza che si intervenga a livello dentistico.
La soluzione, descritta nel libro Cure tooth decay di Ramiel Nagel e raccomandata sin dal 1930 dal dentista Weston A.

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Price sarebbe persino semplice ed economica in quanto basata sulla dieta. Una testimonianza di guarigione viene raccontata in dettaglio sempre sullo stesso sito e potete leggere (in inglese) alcune informazioni direttamente sul sito http://www.curetoothdecay.com/. quanto basata sulla dieta.

Una testimonianza di guarigione viene raccontata in dettaglio sempre sullo stesso sito e potete leggere (in inglese) alcune informazioni direttamente sul sito http://www.curetoothdecay.com/.

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Ad ogni modo la base del metodo è una razione quotidiana di olio di fegato di merluzzo e burro chiarificato (possibilmente abbinata ad una dieta paleolitica e anche al brodo di ossa). Il burro chiarificato (che sarebbe da acquistare biologico, possibilmente prodotto a partire da latte di mucche che mangiano erba) è un tipico alimento indiano ottenuto a partire dal burro, che contiene solo i grassi salutari del burro mentre è privo di lattosio e di caseina.

Lo si può anche preparare in casa a partire dal normale burro .

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Quanto all’olio di fegato di merluzzo esso contiene un discreto ammontare di vitamina D ed A, omega 3 e Iodio. Di sicuro la vitamina D è correlata ai denti in quanto migliora (specie se associato all’esposizione alla luce solare) l’assorbimento di calcio e fosforo e ne permette l’utilizzo nei denti e nelle ossa.

Ricordo che anche l’alga kelp è ricca di iodio organico, mentre gli omega 3 si possono assumere anche con l’olio di semi di lino spremuto a freddo, o ancora più semplicemente assumendone i semi (un cucchiaio di semi di lino in 3/4 di bicchiere d’acqua tiepida, lasciare in ammollo tutta la notte e assumere la mattina dopo).

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Tra l’altro i semi di lino contengono alcune sostanze (fitoestrogeni) che proteggono dal tumore al seno, alla prostata ed al colon-retto .

Detto questo non so ancora se ci sono alternative vegetali al burro chiarificato. Di sicuro so solo che tale burro contiene vitamine A, D, K, E ed acido linoleico coniugato (che si trova anche nell’olio di girasole).

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Segnalo brevemente, a proposito di cure naturali per la carie, anche la nuova tecnica ideata da ricercatori del King’s College di Londra permetterebbe al contempo di evitare la presenza di materiali estranei nel dente (anche le cosiddette “resine biocompatibili”, per quanto meno tossiche sicuramente delle amalgame dentali, causano degli effetti indesiderati) e la somministrazione dell’anestesia (che si realizza iniettando sostanze non certo benefiche per l’organismo).

Questa nuova tecnica è stata denominata “Rimineralizzazione accelerata ed aumentata elettricamente” (Electrically Accelerated and Enhanced Remineralisation).

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In sostanza delle scossettine elettriche indolori dovrebbero fare regredire la carie fino a farla sparire, stimolando un processo di rimineralizzazione del dente da parte di calcio e fosfati. Il costo della cura dovrebbe essere paragonabile a quello delle cure attuali (basate sulla rimozione della carie e sull’otturazione del buco risultante), e forse in un futuro in cui tale tecnica si riuscisse a diffondere capillarmente i costi potrebbero essere anche minori.

L’articolo sul sito del King’s College afferma che la tecnica potrebbe essere commercializzata nel giro di tre anni, ed un anno è già passato. Il professor Nigel Pitts del Dental Institute del King’s College ha detto:

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“Oltre che combattere il deterioramento dei denti, il nostro apparecchio può anche essere utilizzato per sbiancarli.” E sebbene non sia specificatamente menzionato, è facilmente immaginabile che possa essere utilizzato per prevenire la carie in maniera del tutto naturale sicura e non tossica, senza l’utilizzo del tanto nocivo fluoro aggiunto al dentifricio (considerato venefico anche dalla dottoressa Campbell-McBride).
 
834 http://www.thehealthyhomeeconomist.com/teeth-needing-root-…/.
835 http://www.thehealthyhomeeconomist.com/how-i-healed-my-chi…/.
836 http://www.dottorperuginibilli.it/il-burro-di-ghee-.
837 Vedi http://www.fragolelimone.com/…/04/ghee-burro-chiarificato.h… ohttp://www.thehealthyhomeeconomist.com/video-how-to-make-g…/.
838 http://obiettivobenessere.tgcom24.it/…/i-semi-che-sbloccan…/.
839 http://www.kcl.ac.uk/…/Kings-spin-out-will-put-tooth-decay-….
840 Vedi l’articolo No more fillings as dentists reveal new tooth decay treatment , 16 giugno 2014, Press Association, http://www.theguardian.com/…/fillings-dentists-tooth-decay-….

Asse intestino – Cervello 

Asse intestino – Cervello partendo dai denti

La perfezione fisica e mentale degli aborigeni australiani e la loro degenerazione causata dalla dieta dell’uomo bianco.

Gli aborigeni australiani (prima dell’arrivo dell’uomo bianco che ne ha rubato i territori e ne ha modificato le abitudini di vita e di alimentazione) erano una popolazione con una costituzione fisica eccezionale ed eccellenti abilità in ogni campo.

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Vista eccellente, capacità superba di scovare e cacciare anche gli animali più veloci e più astuti, coraggiosi e temprati ad ogni difficoltà, sono riusciti a mantenere un’eccezionale forma fisica anche vivendo nei territori dell’interno, laddove i civilizzati bianchi fanno fatica a sopravvivere.

La loro civiltà originaria ne ha sempre fatto degli uomini onesti, rispettosi delle consuetudini tribali, deferenti e rispettosi nei confronti dei loro saggi anziani.

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I bambini aborigeni allevati ancora secondo le antiche usanze tribali diventano ben presto indipendenti a differenza dei figli della nostra civiltà occidentale, che spesso dipendono dai genitori fino ai 30 anni e oltre.

Il dottor Weston A. Price, quando li visitò negli anni ‘30 del secolo scorso, fu impressionato anche dall’eccezionale stato di salute dei loro denti e dalla perfetta regolarità delle loro arcate dentarie.

Come egli scrive nel suo libro Nutrition and Physical Degeneration:

denti
Tali razze primitive come gli aborigeni dell’Australia si sono riprodotti generazione dopo generazione per molti secoli, nessuno sa per quante migliaia di anni, senza lo sviluppo di un cospicuo numero di irregolarità delle arcate dentali.

Eppure, nella generazione successiva a quella che ha adottato i cibi dell’uomo bianco, una grande percentuale di bambini ha sviluppato irregolarità delle arcate dentali con cospicue deformità facciali. Gli schemi di tali deformità sono simili a quelli visti nelle civiltà dei bianchi.

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I cibi dell’uomo bianco, che ha ormai rovinato la dentatura e più in generale la salute di quasi tutti i popoli del mondo, è quello basato su prodotti da forno realizzati con farina bianca e zucchero e cibi in scatola.

L’effetto di questo cibo povero di sostanze vitali (specie se la farina è stata macinata più di due settimane prima del suo consumo) lo si vede subito dal confronto tra lo stato dei nativi che seguono ancora l’alimentazione tradizionale e quelli che si sono fatti corrompere dallo stile di vita e di alimentazione moderna.

Prima Colazione, Cookies, Cibo, Sano, Mangiare

Come scrive ancora il dottor Price nel medesimo libro:

Ci fu offerta l’opportunità di esaminare un gruppo di aborigeni nativi dell’Australia che formavano l’equipaggio di 18 uomini di una nave per la pesca delle perle.

In questo gruppo il 5,7 per cento dei loro 554 denti erano stati attaccati dal decadimento [ovvero dalla carie].

Risultati immagini per sorriso denti
Questi individui potevano facilmente essere divisi in due gruppi; quelli che erano stati allevati nei territori dell’interno e quelli che erano stati allevati nelle missioni.

Nei tredici allevati nella regione interna non uno solo dei loro 364 denti era mai stato colpito dal decadimento e nemmeno un individuo aveva arcate dentali deformate.

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In contrasto con questo, nei cinque allevati in missione il 19,3 per cento dei loro 140 denti era stato attaccato dal decadimento ed il 40 per cento di questi individui avevano arcate dentali anormali.

Il cuoco sulla nave governativa era un aborigeno proveniente dal Nord Australia. Egli era stato addestrato su una nave militare come dietista. Aveva perso praticamente tutti i suoi denti.

Cereali, Prima Colazione, Pasto, Cibo, Ciotola

È interessante notare che mentre i nativi aborigeni avevano denti praticamente perfetti, quest’uomo che era un addestrato dietista per i bianchi aveva perso quasi tutti i suoi denti a causa del decadimento e della piorrea.

Un interessante resoconto del dottor Price ci mostra di quale raffinata “tecnologia naturale” disponesse tale popolo cosiddetto “primitivo”:

Immagine correlata

Una madre morì ed il suo bimbo che stava ancora allattando fu preso in carico dalla nonna materna, la quale aveva dato luce ad un bambino, sebbene non di recente.

Questa donna mise in atto la soluzione primitiva per fornire latte dal seno con un metodo artificiale. Il suo metodo era quello di preparare un unguento partendo dai corpi freschi di un insetto che faceva il suo nido nelle foglie di un certo albero.

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Quindi se lo spalmò sul seno e nel giro di poco tempo riuscì a produrre latte abbondante per questo figlio adottivo.

Deformazioni negli aborigeni che adottano il cibo occidentale.

I teschi degli antichi aborigeni, conservati nei musei, sono stati esaminati dal dottor Price il quale ha rilevato una interessante differenza:

i teschi che provenivano dalle zone costiere dove sono disponibili cibi di origine marina, mostrano dimensioni più massicce. Quali sono i cibi che la natura ha reso disponibili per queste popolazioni?

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Leggiamo ancora una volta il resoconto del dottor Price:

I cibi disponibili per questa gente sono incredibilmente limitati in varietà e quantità, a causa dell’assenza di piogge e dell’infertilità del suolo. Come cibo vegetale essi usano radici, gambi, foglie, bacche, semi di erbe ed un tipo di pisello indigeno, che vengono mangiati assieme ai tessuti di grandi e piccoli animali.

I grandi animali disponibili sono il canguro e il wallaby [specie di piccolo canguro – N.d.T.].

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Tra i piccoli animali ci sono una varietà di roditori, insetti, coleotteri e bruchi, e quando sono disponibili varie forme di vita animale dei fiumi e degli oceani. Uccelli ed uova d’uccello vengono utilizzate quando sono disponibili.

Dottor Weston A. Price

ECN

Vitamina D

La vitamina D viene sintetizzata dal colesterolo e attivata dall’esposizione al sole.

L’idea che possiamo colmare le lacune attraverso banali assunzioni orali ricorda molto i concetti delle medicine tribali per le quali per migliorare la vista veniva consigliato di mangiare gli occhi degli animali curioso l’interesse per la vitamina D,

Succo D'Arancia Fresco, Spremuto, Rinfrescante, Agrumi

che è sintetizzata a partire dal colesterolo, che invece viene proposto di tenere basso, mediante una dieta povera di grassi…quando: l’80% del colesterolo NON proviene dalla dieta, è sintetizzato da un enzima stimolato dall’insulina…

quindi quando si mangiano CARBOIDRATI, non Grassi, si produce il massimo di colesterolo.

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Che ha azioni benefiche in quanto tiene plastiche le membrane cellulari, sono i prodotti di ossidazione dell’LDL che provocano le placche, questa ossidazione è dovuta a processi infiammatori, che sono i veri responsabili delle placche,

che altro non sono che una protezione dei vasi sanguigni nel processo di riparazione, per impedirne la necrosi, come avviene in altri tessuti (per riparare prima demoliamo, poi ricostruiamo, alcuni tessuti non conviene demolirli, come vasi e fibre nervose, quindi li proteggiamo con placche).

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Quindi combattiamo il colesterolo, ma assumiamo vitamina D. il vero problema è che cerchiamo di introdurre, dalla bocca, ciò che è carente nel ns corpo. Invece dovremo chiederci perchè (…) quella molecola è carente, perchè la sintesi endogena è diminuita.

Allora è più furbo cercare di risolvere le cause che hanno prodotto tale riduzione.

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Per fortuna il sistema digerente, spesso completamente non considerato in questi approcci, ci impedisce di provocarci danni, come quando tentiamo inutilmente e pericolosamente di alcalinizzare tessuti che non sono basici!

Molti immaginano il corpo umano come una enorme pentola dove avvengono reazioni chimiche, che possono essere facilmente modificali somministrando reagenti o prodotti finali delle reazioni che avvengono al suo interno, senza tenere conto che queste avvengono all’interno di cellule, in scomparti ben definiti, spesso, per ns fortuna, non facilmente raggiungibili dall’esterno.

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D’altra parte il sistema digerente rappresenta la nostra maggiore superficie di interfaccia con il mondo esterno, se non fossimo fortemente isolati da esso, ci saremo già estinti.

In particolare per la vitamina D, questa è prodotta dal colesterolo, ora, nonostante molti lavori in letteratura (ma chi li legge?)

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che sostengono come sia stato un grossolano errore considerare pericolosi alti suoi livelli, abbiamo abbassato il limite max a 200, e ci sono persone che “viaggiano” con 140 di colesterolo totale. Il problema è che costoro sono veri morti che camminano, ma sicuramente avranno problemi a sintetizzare la vitamina D.

Ma cosa importa? gliela vendiamo?

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La vitamina D nell’immaginario collettivo rappresenta quella vitamina prodotta dal sole è in grado di migliorare l’assorbimento di calcio nelle nostre ossa. Sicuramente l’informazione se pur veritiera è la conseguenza della più grande mistificazione medica nei confronti di un micronutriente.

Infatti rappresentare l’importanza di questa vitamina, riconoscendogli solamente il compito di coadiuvare la cura all’osteoporosi e del rachitismo, non rende assolutamente merito all’importanza fondamentale che tale micronutriente ha invece per la nostra salute.

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Sarebbe come affermare che il sole per le piante è utile solo a scaldarle. Ma sappiano che non è così. Il sole è la vita, ed in effetti senza questa nostra stella, la vita sul pianeta terra si estinguerebbe in pochissimi giorni.

Anche nel caso dell’uomo, l’evoluzione ha previsto per il sole un ruolo fondamentale, la produzione della vitamina D.

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Solo negli ultimi anni la medicina ufficiale ha incominciato a comprendere l’importanza di questa vitamina (ma tali ricerche non sono promulgate adeguatamente).

Innanzitutto è stato appurato che la vitamina D in effetti è un ormone, in quanto si comporta esattamente come gli altri ormoni steroidei (ad esempio il cortisolo).

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Non solo, la sua azione è rivolta ad ogni cellula del nostro corpo, ad ogni tessuto ed a ogni organo (non esiste un altro ormone con una capacità così universale).

Addirittura regola circa il 3% del genoma umano (del Dna) e si lega a dei recettori (ce ne sono 2.246 solo nella catene del Dna) inducendo all’interno della cellula migliaia di azioni differenti (in base al recettore a cui si è legato).

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E’ stato confermato, da studi clinici, che la vitamina D ha un effetto significativo su 229 geni, compresi quelli interessati nelle malattie della sclerosi multipla, il diabete (tipo 1) e il morbo di Crohn.

Questo significa che ad oggi ancora non conosciamo le reali attività che questo ormonevitamina svolge all’interno del nostro corpo. Cerchiamo allora di capirne un po’ di più.

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Innanzitutto da dove proviene la vitamina D?

Possiamo assumere dalla dieta circa il 10% circa della vitamina D di cui abbiamo bisogno mentre il 90% è prodotto dalla nostra pelle con l’esposizione ai raggi UVB. Per quanto riguarda quella assunta con la dieta, si suddivide in vitamina D2 (ergocalciferolo) di origine vegetale e vitamina D3 (colecalciferolo) di origine animale.

La vitamina D stimolata dal sole è del tipo vitamina D3 (colecalciferolo) e la produciamo grazie alle cellule della pelle (cheratinociti) che utilizzano i raggi UVB per processare il colesterolo (7–deidrocolesterolo).

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Approfondimento tecnico.

Sia la vitamina D2 che la D3 si legano a delle speciali proteine (DPB vitamin D binding protein) e trasportate nel fegato. All’interno di questo organo sono processate (idrossilate) per diventare molecole 25-idrossivitaminaD (25(OH)D) o anche chiamato calcifediolo.

Questa molecola è biologicamente inattiva (è un marker usato per capire se si è carenti) e per essere utilizzata dal corpo deve subire un altro processo chimico tramite un enzima (1-idrossilasi) per trasformarsi in 1,25-di-idrossi-vitamina D (1,25(OH)2D3) o calcitriolo.

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Questo processo accade principalmente nei tuboli renali (che ne regolano anche la quantità nel sangue), ma può avvenire in vari tessuti o nelle singole cellule del corpo (cellule immunitarie).

La vitamina D è anche correlata al metabolismo del calcio (da cui dipende anche la sua regolazione nel sangue) risultando essenziale nel processo di modellamento delle ossa e nel contrastare l’osteoporosi. Spieghiamone il meccanismo.

IL METABOLISMO DEL CALCIO

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Il metabolismo del calcio è regolato dall’ormone paratormone (o ormone paratiroideo o PTH) sintetizzato dalle ghiandole paratiroidi.

Questo ormone è in grado di agire sulla capacità di assimilazione del calcio dall’intestino, di controllare il riassorbimento a livello renale e l’attività delle cellule osteoblaste (che costruiscono l’osso) e delle cellule osteoclaste (che distruggono l’osso). Il nostro scheletro è in continua fase catabolica ed anabolica, ma il giusto equilibrio tra queste due fasi, dipende principalmente dalla quantità di calcio presente nel sangue.

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Approfondimento tecnico.

Quando il livello di calcio nel sangue è troppo basso, l’ormone paratormone stimola la produzione renale di 1,25-di-idrossivitamina (vitamina D attiva), aumenta la ritenzione di calcio dai reni, aumenta l’attività degli osteoclasti (quelle che demoliscono l’osso).

La vitamina D attiva (1,25-di-idrossi-vitamina D) si lega ai recettori intestinali, incrementando sensibilmente la capacità dell’intestino di assimilare il calcio (dal 10% senza vitamina D al 40%) e stimola i fibroblasti nella costruzione di nuovo osso.

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Esiste inoltre un meccanismo di feedback negativo che in caso di troppo calcio nel sangue (ipercalciemia) riassorbe la quantità di vitamina D attiva, in modo da ridurre l’assimilazione del calcio dall’intestino. E’ quindi piuttosto evidente che la carenza di questa vitamina-ormone è la causa principale dell’osteoporosi.

Ma quali sono le altre funzioni della vitamina D?

La Vitamina D ed il nostro corpo. Come abbiamo detto, la vitamina D è molto più di quello che l’informazione vuole rappresentare. La sua interazione con il nostro corpo è universale, ma ancora poco conosciuta da parte della medicina.

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Sappiamo però che esistono dei recettori chiamati Dvr (molecole che si legano a questo ormonevitamina) all’interno dei seguenti tessuti:

tessuto adiposo, surrene, cuore, cellule endoteliali aortiche, cervello, cellule insule pancreatiche, ghiandola mammaria paratiroide, cellule neoplastiche parotide, condrociti ipofisi, colon, placenta, ovaio, prostata, epididimo retina, follicolo pilifero cute, cellule intestinali, stomaco, cellule renali distali, testicolo, fegato, timo, polmone e tiroide.

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Grazie a questi recettori, la vitamina D interagisce con le seguenti azioni genomiche non classiche:

Inibizione della crescita cellulare

Regolazione dell’apoptosi

Controllo della differenziazione cellulare

Modulazione della risposta immune

Prevenzione della trasformazione neoplastica

Controllo del sistema renina-angiotesina

Controllo della secrezione insulinica

Controllo della funzione muscolare

Controllo del sistema nervoso

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Queste azioni non sono ancora state studiate in maniera approfondita dalla scienza e quindi non siamo in grado oggi, di sapere come la carenza di vitamina D incida su questi processi metabolici.

L’azione che sembra di maggiore interesse per la scienza riguarda il nostro sistema immunitario, dove la vitamina D ha un ruolo fondamentale. Approfondiamolo insieme.

LA VITAMINA D ED IL NOSTRO SISTEMA IMMUNITARIO

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Come abbiamo visto, il nostro sistema immunitario è molto complesso ed è composto da diverse tipologie di cellule predisposte ad uccidere qualsiasi antigene (virus, batteri, funghi) che attaccano il nostro corpo o le cellule che si trasformano in tumorali, abbiamo vari tipi di linfociti T ( killer, helper, etc), B e cellule dendritiche, ognuno dei quali comunica tramite dei mediatori (interleuchine), potendo generare differenti risposte immunitarie.

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Se volessimo paragonare il corpo ad uno stato moderno, il nostro sistema immunitario sarebbe rappresentato dalle forze dell’ordine e dalle forze militari.

Un singolo corpo (ad esempio l’aeronautica) svolge un compito a se stante ma sempre in coordinamento con le altre forze.

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A svolgere questo compito e quindi verificare a controllare che gli ordini vengano eseguiti correttamente, sono gli ufficiali ed i sottoufficiali. Nel nostro sistema immunitario questo compito è svolto esclusivamente dalla vitamina-ormone D.

Infatti ognuna delle cellule attrici (linfociti) ha nel proprio interno un recettore (Dvr) al quale si lega la vitamina D, determinandone il comportamento.

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La carenza di questa vitamina causa una insufficiente risposta immunitaria verso le invasioni batteriche ed una risposta immunitaria eccessiva nei confronti delle nostre cellule (malattie autoimmuni) o verso le sostanze Not Self (allergie). Cerchiamo di spiegarlo nel dettaglio.

RISPOSTA IMMUNITARIA INSUFFICIENTE

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Le cellule dendritiche, come abbiamo spiegato, hanno il compito d’inglobare l’antigene, giungere fino ai linfonodi (dove si trovano i linfociti T vergini), maturare e trasmettere le informazioni del gene da combattere.

La vitamina D si lega al recettore (Dvr) e permette la maturazione delle cellule dendritiche, che possono così attivare la duplicazione dei linfociti specifici contro l’antigene identificato.

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La carenza di vitamina D diminuisce il numero di cellule dendritiche mature, allungando il tempo di reazione immunitaria del corpo.

E’ per questo motivo che d’inverno (perché non prendiamo il sole e ci copriamo eccessivamente) esistono le epidemie da influenza.

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Se ci pensate bene, i virus vivono meglio a caldo e d’estate è molto più facile entrare in contatto con i fluidi corporei (sudiamo di più e siamo più scoperti). Ma nonostante ciò non ci sono epidemie influenzali. Il motivo è che siamo più forti (prendiamo il sole, attivando la vitamina D) ed i virus non riescono a sopraffarci.

RISPOSTA AUTOIMMUNE E SVILUPPO DELLE ALLERGIE

Il problema delle malattie autoimmuni e delle allergie dipende da un’attivazione eccessiva delle cellule dendritiche.

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Sono infatti tali cellule, poste nella matrice cellulare (soprattutto quella esposta ad invasioni batteriche e virali) a svolgere un vero e proprio ruolo di sentinelle, a decidere se l’incontro con un antigene (self o not self) debba dare inizio ad una risposta immunitaria o meno.

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Per optare per una simile scelta le cellule dendritiche utilizzano dei veri e propri sensori presenti sulla loro membrana, i recettori Tlr (Toll-Like Receptors), grazie ai quali sono in grado di comprendere se è in atto un’invasione batterica nel tessuto che si trovano a presidiare.

Le molecole catturate da questi recettori sono le citochine infiammatorie, rilasciate dalle altre cellule del sistema immunitario: una traccia evidente della loro presenza indica che quindi è in atto un’invasione.

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Quindi nel caso delle allergie, non è la presenza delle proteine del polline la vera causa della reazione allergica (infatti altre persone non subiscono tale patologia) bensì la presenza d’infiammazioni interne che attivano le cellule dendritiche, le quali avendo inglobato un antigene scelgono di attivare la risposta immunitaria.

Lo stesso accade per le malattie autoimmuni, dove le molecole catturate sono dei peptidi molti simili ai nostri tessuti (provenienti da proteine mal digerite) e quindi lo stato infiammatorio spinge le cellule detritiche a stimolare la produzione di linfociti Th1, a quel punto, attaccheranno i nostri tessuti.

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La vitamina D è in grado d’inibire la maturazione della cellula dendritica (perché ritiene non necessaria una risposta immunologica) e quindi quando la cellula CD incontra dei linfociti vergini (non ancora attivati), trasferisce informazioni di tolleranza nei confronti della molecola inglobata.

Al contrario, la carenza di vitamina D, causa la maturazione delle cellule dendritiche attivando una risposta immunitaria inutile e dannosa.

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Lo stesso accade quando le infiammazioni acute si trasformano in croniche, perché i vari linfociti T e B presenti nel luogo dell’infiammazione perdono il controllo e mantengono l’infiammazione.

Ciò dipende anche dalle interleuchine (citochine o mediatori) prodotte dai vari linfociti. La vitamina D si lega a dei recettori all’interno di queste cellule, modifica la produzione di tali mediatori, facendo terminare l’infiammazione cronica.

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Lo stesso vale per i tessuti adiposi promossi dall’insulina, dove si riscontra maggiore infiammazione cronica. Analoga storia accade per l’intestino dove i linfociti devono contrastare la flora batterica patogena (dove sono presenti il 60% dei linfociti del nostro corpo).

RISULTATI ATTRIBUIBILI ALLA VITAMINA D

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Molti ricercatori hanno effettuato degli studi sulla somministrazione di questa vitamina riportando risultati strabilianti. In uno studio pubblicato dalla rivista Circulation, si metteva in evidenza che ad una minore quantità di vitamina D nel sangue, corrispondeva un aumento, fino al 62%, del rischio da infarto.

In alcuni studi è stato dimostrato che la quantità doppia (rispetto al minimo) di vitamina D nel sangue, permette una riduzione del 62% del rischio di sviluppare la sclerosi-multipla nella propria vita.

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L’integrazione di vitamina D è efficace per ridurre l’ipertensione (la pressione sanguigna). Diverse ricerche hanno confermato che più ci si allontana dalla linea dell’equatore, le popolazioni durante l’inverno soffrono maggiormente questo tipo di malattia.

In Finlandia è stato dimostrato che i bambini che avevano un supplemento di 2000 ui giornalieri di vitamina D nel primo anno di vita, riducevano del 78% il rischio d’incorrere nel corso della loro vita nel diabete di tipo 1 (Hypponen E et al, Lancet 2001). Questa vitamina risulta molto utile per modulare l’attività delle cellule del pancreas che secernono insulina.

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La vitamina D interagisce anche con le fibrocellule muscolari, tramite un recettore nel Dna che stimola la cellule alla produzione di aminoacidi per ricostruire o far crescere la massa muscolare.

Infatti negli anziani l’utilizzo d’integratori di questa vitamina, permette una riduzione del 40% delle cadute, anche per la maggiore efficienza del sistema muscolare.

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La vitamina D permette una diminuzione del 52% delle malattie infettive (influenza, tubercolosi, aids) .

Gli scienziati si stanno concentrando anche sull’azione della vitamina D sul sistema cardio circolatorio. Infatti sono stati trovati dei recettori (Dvr) nelle cellule dell’endotelio vascolare e nei mastociti che generano la risposta immunitaria (con la formazione degli ateromi).

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Inoltre in alcuni studi è stata confermata una relazione inversa tra quantità di calcio che si deposita sull’epitelio (la calcificazione delle vene) e la quantità di vitamina D (maggiore è la vitamina e minore è il calcio.

“Studio sugli effetti di alto dosaggio di vitamina D3 su donne con sclerosi multipla in una durata di 10 anni Evidenze sempre crescenti mettono in correlazione l’integrazione di vitamina D (25(OHD) con un minore rischio di sviluppare la sclerosi multipla, riduzione del tasso di ricaduta, rallentamento della progressione della malattia o minori lesioni cerebrali […]

Ritratto, Donna, Ragazza, Bello, Biondo, Testa Rossa

L’apporto di vitamina D3 riduce i dolori muscolari e aumenta la deambulazione.” Int J Moi Sci. 2012 Oct 19;13(10):13461-83. doi: 10.3390/ijms131013461

Relazione Scientifica Serie Di Video 1 http://vitaminad.it/video-della-consensus-sulla-vitamina-d-in-pediatria/

Allergie

La risposta del sistema immunitario contro sostanze innocue e farmaci:

una visione d’insieme dei meccanismi di attivazione dell’allergia e delle principali terapie farmacologiche disponibili.

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Si stima che circa il 20% della popolazione mondiale soffra di una o più forme di allergia. Il termine allergia è stato coniato nel 1904 dal pediatra austriaco C. von Pirquet, ed è una reazione a base immunitaria di un organismo in seguito al contatto avuto in precedenza con sostanze come i microrganismi, le tossine, i corpi proteici.

Le sostanze che provocano allergia sono chiamate allergeni.

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Ovviamente i tessuti più soggetti alle reazioni allergiche sono quelli più esposti all’ambiente esterno come pelle, vie respiratorie e sistema digerente, nei quali generalmente possiamo avere forme lievi, mentre quando la reazione interessa il sangue si può manifestare una forma molto grave di reazione chiamata anafilassi, che, se non tempestivamente trattata, può portare a morte.

Il sistema immunitario come principale responsabile della reazione allergica

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Il nostro organismo è dotato di un efficiente sistema immunitario il quale ha la funzione di difendersi dall’azione nociva delle sostanze estranee o dannose producendo gli anticorpi, sostanze in grado di legare selettivamente l’elemento patogeno per distruggerlo.

Gli anticorpi sono mediatori immunitari di natura proteica che riconoscono in maniera specifica una piccola parte proteica dell’allergene, chiamato antigene.

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Gli anticorpi legandosi al proprio antigene scatenano una reazione nel sito in cui avviene il legame, che attiva i globuli bianchi del sistema immunitario, i macrofagi, linfociti T ed i basofili.

Queste cellule rilasciano sostanze chimiche organiche, come l’istamina ed i leucotrieni responsabili della reazione allergica con manifestazioni più o meno intense prurito, naso che cola, tosse o affanno, e a volte anche per una sostanza apparentemente innocua per la maggior parte delle persone, come il polline dei fiori, alimenti come crostacei, glutine, solfiti, o gli stessi tessuti del corpo.

Ruolo dell’istamina e farmaci contro l’allergia

Fig.1 – Formula molecolare dell’istamina

L’istamina (Fig.1) è ubiquitaria nell’organismo, si trova nel sistema nervoso centrale (SNC) e in tutti i tessuti dell’organismo, specialmente in quelli a contatto con l’ambiente esterno. Viene sintetizzata a partire dall’aminoacido istidina ed immagazzinata nei mastociti.

L’istamina agisce legandosi ai propri recettori H1 posti nei tessuti dell’organismo; i farmaci antistaminici si legano in maniera specifica a questi recettori occupando il sito di legame dell’istamina senza attivarli.

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I farmaci antistaminici sono utilizzati per curare i disturbi dell’allergia localizzati quali rinite allergica, orticaria a dermatosi da contatto, quando l’istamina è l’unico mediatore chimico.

Al contrario non sono utili per altre manifestazioni come asma, allergia alimentare e shock anafilattico, perché in questi processi l’istamina non è l’unico mediatore.

I recettori H1 sono posti anche nel SNC, dove l’istamina, anche in assenza di reazione allergica, svolge un’azione eccitante, per cui il blocco massivo dei recettori H1 da parte dei farmaci antistaminici non selettivi provoca sonnolenza.

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I farmaci più recenti sono più selettivi per i recettori posti al di fuori del SNC e quindi inducono meno sonnolenza; tuttavia non sono privi di altri effetti collaterali come effetti anticolinergici (secchezza della bocca e delle vie aeree, ipertensione) e tossicità cardiaca. La terfenadina (Teldane®) entrò in terapia negli anni novanta, ma, a causa della sua influenza sul battito cardiaco, venne ritirato dal commercio.

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Tra i farmaci antistaminici più utilizzati: cetirizina (Cerchio®, Formistin®, Zirtec®), fexofenadina (Telfast®), loratadina (Clarityn®), desloratadina (Aerius®, Azomyr®), ebastina (Kestine®).

Altra classe di farmaci impiegati contro le reazioni allergiche più gravi come asma allergica o shock anafilattico, sono i cortisonici. Questi farmaci svolgono un’azione immunodepressiva bloccando l’azione delle cellule immunitarie. Tuttavia l’azione principale dei cortisonici rimane il blocco della produzione dei mediatori dell’infiammazione, a partire dalla cascata dell’acido arachidonico.

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I FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei) non devono essere assunti per curare i sintomi delle allergie poiché inducono un maggior rilascio dei leucotrieni, responsabili di broncospasmo e peggioramento dei sintomi dell’asma.

L’adrenalina viene impiegata come trattamento d’emergenza dello shock anafilattico; è un potente vasocostrittore che, una volta iniettato, provoca l’aumento della pressione sanguigna e stimola il battito cardiaco.

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La somministrazione avviene solo per via iniettiva, perché non viene assorbita se assunta per via orale. Esistono in commercio siringhe preriempite contenenti all’interno una dose di adrenalina utile per un primo intervento d’emergenza in caso di shock anafilattico.

Come sono classificate le reazioni allergiche?

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Le reazioni allergiche, in base al meccanismo di attivazione ed alla sintomatologia possono essere suddivise in quattro tipi:

Reazione di ipersensibilità di tipo I (o anafilattica): si genera in risposta ad antigeni ambientali molto diffusi, gli allergeni, che causano la produzione di specifiche IgE (immunoglobuline di tipo E) al primo contatto. La fase di sensibilizzazione all’allergene è asintomatica e le IgE prodotte si legano ai mastociti presenti nel derma e nelle mucose gastrointestinali e bronchiali.

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Ad ogni successivo contatto con lo stesso antigene, le IgE trasmettono un segnale di attivazione alla cellula, la quale scatena la reazione allergica rilasciando mediatori dell’infiammazione come istamina e prodotti dell’acido arachidonico (prostaglandine, leucotrieni, trombossani).

L’istamina svolge un’ampia varietà di effetti patologici attraverso l’attivazione dei sui recettori, come contrazione della muscolatura liscia (es. riduzione del lume bronchiale), aumento della permeabilità vasale (edema), aumento della secrezione di muco (naso che cola e lacrimazione), rossore della cute e prurito.

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Le pollinosi stagionali sono un tipico esempio di reazione allergica di tipo I.

Anche l’allergia alimentare è una reazione allergica di tipo I, ed ha un’incidenza intorno al 2% della popolazione adulta. Nei bambini, il dato sale al 3-7%, anche se, nella maggior parte dei casi, l’allergia viene superata con l’età scolare.

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Gli alimenti che più comunemente provocano l’allergia alimentare sono: latte e derivati, arachidi, frutta, crostacei, uova, soia. Quando la sostanza allergizzante entra in contatto con il tratto gastrointestinale, i mastociti presenti nella mucosa liberano istamina, che provoca crampi, dolore addominale, vomito e diarrea.

Nella grave condizione di shock anafilattico la presenza dell’allergene nel sangue causa attivazione generalizzata dei mastociti annessi al tessuto connettivo dei vasi sanguigni; ciò provoca un massivo rilascio di istamina e mediatori dell’infiammazione nel sangue, causando aumento della permeabilità vasale e contrazione generalizzata della muscolatura liscia.

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Reazione di ipersensibilità di tipo II: queste reazioni allergiche sono mediate da anticorpi IgM ed IgG liberi, che non riconoscono più le cellule dell’organismo come proprie, e sviluppano aggressività nei loro confronti provocandone la distruzione e causando una reazione infiammatoria.

Questo può avvenire in seguito a trasfusioni di sangue tra gruppi sanguigni incompatibili (esempio trasfusione di sangue AB positivo in paziente con gruppo sanguigno 0 negativo), o nell’incompatibilità materno-fetale (Rh).

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Anche la somministrazione di farmaci che alterano le membrane delle cellule provocano reazioni di ipersensibilità di tipo II; la penicillina, ad esempio, si lega alla superficie dei globuli rossi, formando dei nuovi determinanti antigenici, riconosciuti come estranei dal sistema immunitario.

La conseguenza è lo sviluppo di una reazione che provoca emolisi dei globuli rossi (rottura del globulo rosso con rilascio di emoglobina nel sangue).

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Anche la tiroidite autoimmune (malattia di Hshimoto) è una reazione di ipersensibilità di tipo II, prodotta dall’azione degli anticorpi IgG specifici contro le componenti cellulari delle cellule della tiroide (contro il recettore del TSH o la tireoglubulina ad esempio).

Nella malattia di Hshimoto può presentarsi anche una reazione citotossica mediata dai linfociti T che causa la distruzione della ghiandola.

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Reazioni di ipersensibilità di tipo III: sono malattie causate dagli immunocomplessi; gli immunocomplessi si formano tra antigeni solubili ed anticorpi di classe IgG, presenti nel circolo sanguigno.

Il deposito di questi immunocomplessi in vari distretti dell’organismo può provocare una reazione infiammatoria dannosa per i tessuti circostanti, come nel caso dell’artrite (deposito di immunocomplessi nelle articolazioni). Anche il lupus eritematoso è una malattia infiammatoria cronica provocata dal deposito degli immunocomplessi nei tessuti connettivi.

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Reazioni di ipersensibilità di tipo IV: detta anche ipersensibilità ritardata. Il diabete di tipo I, l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla sono esempi di malattie autoimmuni provocate da una reazione di ipersensibilità di tipo IV.

Nelle dermatiti da contatto i linfociti T si attivano in risposta a sostanze ambientali che entrano in contatto con la pelle, come nichel, cobalto e cromo. La prima esposizione a queste sostanze non genera sintomi, ma provoca lo sviluppo delle cellule della memoria che riconosceranno la sostanza come patogena e attiveranno in seguito la risposta immunitaria.

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Le reazioni immunitarie mediate dai linfociti T forniscono ampia protezione contro batteri, funghi o protozoi, ma può essa stessa causare malattia quando la sensibilizzazione dei linfociti T avviene ad opera di sostanze chimiche ambientali o cellule dell’organismo.

Le cellule della memoria di tipo Th1, una volta entrate in contatto con l’antigene dell’allergene, sono poi in grado di riconoscerlo, in seguito a successive esposizioni, ed attivare i linfociti T specifici (CD4+ e CD8+), globuli bianchi in grado di portare a morte la cellula bersaglio.

Dr. Michele Pelizzari 

Asse intestino cervello nelle patologie

Il ruolo del microbita nelle patologie

La capacità di colloquiare tra i nostri due cervelli può avere un ruolo importante sia nei
meccanismi patogenetici delle malattie, sia per individuare strategie terapeutiche.

Occorre comprendere come la risposta iniziale sia sempre a noi favorevole, finalizzata a proteggerci ad auto-guarirci.

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Tempo fa sono stato “perseguitato” da un giovane esaltato che continuava a chiedermi se
credevo nei miracoli salutistici.

Gli risposi che, quando una persona è sana, assistiamo ad un continuo miracolo, in quanto lo stare bene non significa l’assenza di agenti patogeni che tentano di destabilizzarci, ma la nostra capacità a contrastarli.

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Non è facile ammetterlo per chi si sostiene pacifista, ma la salute è il risultato di molte
battaglie vinte, non l’assenza di nemici.

Purtroppo sappiamo che perderemo la guerra, ma più battaglie vinceremo più saremo sani e longevi.

Mirtilli, Dessert, Prima Colazione, Cibo, Bacca, Frutta

Spesso l’atteggiamento della medicina è quello di ridurre il sintomo e applichiamo questo
concetto dal sintomo più leggero a quello più grave.

Se abbiamo la tosse, assumiamo un mucolitico, che scioglie il muco, ma non risolve le cause che l’hanno prodotto. È una buona soluzione in quanto la tosse dura una decina di giorni, ma se si cronicizza?

Mirtilli, Estate, Frutta, Fresco, Sano, Sweet, Organici

Equivale a svuotare con un secchiello una casa allagata, se il rubinetto del tubo dell’acqua che perde è chiuso possiamo farcela, ma, se è aperto, dipende da quanta acqua entra in relazione a quanta riusciamo a togliere.

Sembrano banalità, ma quando assumiamo immunosoppressori equivale a togliere i soldati dal fronte in caso di assedio nemico. La battaglia sarà senz’altro meno cruenta, ma le probabilità di vincere la guerra diminuiranno.

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Così quando cerchiamo di bloccare la degenerazione cellulare tipica dei tumori, non cerchiamo di capire perché avviene, la consideriamo responsabile della formazione dei tumori, quindi la contrastiamo.

Ora se, in questo modo, ottenessimo molti successi terapeutici, potremo considerare questo approccio valido, nonostante i suoi limiti, ma se siamo consci di un elevato insuccesso terapeutico, dovremo essere invogliati a valutare approcci diversi.

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Il problema è la corretta valutazione dell’efficacia dei farmaci, in quanto se ci basiamo solo
sui risultati degli studi clinici controllati sponsorizzati, potremo essere propensi a credere di essere capaci a debellare tutte le malattie e che, anche quelle più gravi, in realtà non sono diverse da una semplice influenza.

Sta a noi decidere se credere di essere in grado di curare tutte le patologie o, invece, essere disposti mettersi in discussione. Non sono pochi i medici che affermano che si sentono realizzati o, peggio, che ottengono molte soddisfazioni dal loro lavoro, ma, forse, si riferiscano a quelle economiche.

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La medicina convenzionale si basa molto su aver definito delle sindromi e su aver realizzato dei protocolli terapeutici specifici validi a livello internazionale.

In questo modo al paziente affetto dalla sindrome X viene applicato correttamente il protocollo terapeutico riconosciuto corretto a livello mondiale, in caso di insuccesso il medico non ha colpe, in quanto, ovunque nel mondo, avrebbero fatto le stesse scelte terapeutiche.

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Spesso la diagnosi del paziente non corrisponde perfettamente ai criteri definiti per tale sindrome, in tal caso si riferisce che ne ha una forma atipica, senza rendersi conto che in questo modo si corre il rischio di curare il contenitore, la sindrome, dove lo abbiamo forzatemene collocato, non il paziente.

Ed è così che un paziente che è nella fase silente della sclerosi multipla viene conteso tra diversi centri di ricerca per entrare negli studi clinici sponsorizzati, mentre, quando sarà nella fase progressiva, non lo vorrà più nessuno.

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In quanto nel primo caso c’è la certezza che fornirà un risultato positivo sull’efficacia del trattamento, dato che il protocollo prevede l’esclusione se per caso cade nella fase progressiva durante lo studio, nel secondo caso rappresenta sicuramente un risultato negativo.

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Se poi qualcuno intravede strade alternative, viene isolato, ci si arrocca per difendere
posizioni di prestigio personale e/o interessi economici.

Una per tutte è la diffida da parte del presidente della SIN ad inviare pazienti affetti da
sclerosi multipla al banale intervento di angioplastica: “questo intervento non s’ha da fare” come disse don Rodrigo.

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In queste pagine troverete quello che penso a riguardo: la stenosi non è la causa, ma un
sintomo, uno dei tanti che ci può come non ci può essere, ma la rigidità di pensiero non dovrebbe far parte del mondo scientifico, in accordo con Karl Popper, anzi…

Non è mia intenzione scrivere un trattato di medicina, anche perché non sono medico, riporto solo mie considerazioni su alcune patologie, mettendo in luce quello che è scritto in letteratura.
Basta saper leggere.

(Prof. Paolo Mainardi)

dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina

La flora Intestinale

La flora intestinale, un organo dimenticato

Il termine flora è desueto, in quanto si riferisce alla botanica, il termine corretto è microbiota intestinale che per dimensioni e funzioni può essere considerato equivalente ad un organo (1)

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È costituito da circa 1012 batteri per g, 400-500 specie diverse, con un numero di geni da 50 a 100 volte il nostro genoma. Numericamente i batteri sono 10 volte superiori alla somma delle nostre cellule somatiche e germinali, complessivamente l’attività metabolica corrisponde a quella di un organo dentro un organo. (2)

Oltre ad essere numeroso, è un esercito estremamente addestrato in grado di assumere rapidamente risposte sincrone alle stimolazioni ambientali. Lo schema è quello del gioco “il dilemma del prigioniero”, ogni battere opera una scelta sulla base di quello che pensa sarà la scelta del suo vicino.

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A questo esercito affidiamo numerosi e complessi compiti essenziali per la nostra sopravvivenza.

Questo avviene durante il programma di sviluppo neonatale che rappresenta un graduale distacco del neonato dalla mamma. Infatti il latte materno sostituisce il cordone ombelicale nella duplice funzione di proteggere, prima, e, poi, nutrire il neonato .

Al momento della nascita l’intestino è completamente formato, ma sterile e completamente permeabile.

L’elevata permeabilità serve a permettere il passaggio dei fattori di crescita e degli anticorpi presenti nel colostro . Addirittura il colostro contiene degli inibitori delle peptidasi, per impedire una loro demolizione.

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Con il primo latte l’intestino viene infestato da miliardi di batteri, la Natura ha scelto di farli arrivare tutti, ma di selezionare quelli simbiotici da quelli disbiotici controllando le condizioni del terreno di arrivo, soprattutto il pH.

La sensibilità dei ceppi batterici al pH è dell’ordine del decimo di unità, variando il pH si modula la distribuzione dei ceppi batterici, favorendo quelli simbiotici o quelli disbiotici.

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Durante il programma di sviluppo l’intestino impara a proteggere il neonato, impara a produrre i propri anticorpi, i fattori di crescita, quindi, a poco a poco, la permeabilità si riduce non essendo più necessario fare entrare quelli della mamma.

E’ una fase molto delicata, il neonato impara gradualmente ad essere autonomo, soprattutto nella capacità difensiva.

È un’immagine molto bella: il distacco del neonato dalla mamma non avviene con il taglio del cordone ombelicale, ma è graduale, giorno dopo giorno grazie al colostro e al latte materno. In questa fase si ha una maturazione dell’intestino che si prepara ad una vita autonoma.

La maggiore maturazione intestinale avviene durante lo svezzamento, è in questa fase che l’intestino, esposto violentemente a molti antigeni, sviluppa le capacità difensive.

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Purtroppo diamo poca importanza all’allattamento al seno e allo svezzamento, che deve avvenire in modo graduale sulla base di una adeguata maturazione dell’intestino.

Studi su animali dimostrano che il non allattamento, o la sostituzione del latte con acqua, porta alla non maturazione dell’intestino.

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L’uomo è un animale più evoluto, ha sviluppato sistemi compensatori al non allattamento, che può avvenire anche per cause naturali, ma l’intestino subirà una minore maturazione, sarà più debole.

Oggi sappiamo che durante la fase del programma di sviluppo si ha la massima vulnerabilità, se qualcosa in questa fase va storto, si acquisiscono vulnerabilità i cui sintomi possono presentarsi anche in età adulta.

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Al di là di chiedersi se i vaccini oggi proposti siano utili, occorre seriamente valutare la possibilità di posticiparli per essere certi che l’intestino sia sufficientemente maturo da sopportarli. Il modello sperimentale di encefalite autoimmune, proposto erroneamente come modello della sclerosi multipla, si ottiene iniettando ripetutamente peptidi nel peritoneo di animali per circa 20 giorni.

Il sistema immunitario degli animali è molto elevato, tanto che per far insorgere alcune malattie occorre inibirlo (cavie nude). La continua sollecitazione del sistema immunitario, a seguito delle ripetute iniezioni, porta ad una errata risposta immunitaria, porta al cronicizzarsi di una infiammazione intestinale, che può trasferirsi a livello cerebrale per produrre una encefalite.

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In un soggetto debole, magari ulteriormente indebolito da stati febbrili, o da uso di antibiotici, il cocktail peptidico dei vaccini può aggravare un processo infiammatorio, che si può cronicizzare e portare ad encefaliti.

Durante il complesso programma di sviluppo post-natale avvengono profondi cambiamenti del sistema gastro-intestinale: aumenta la secrezione di muco, che ha lo scopo di proteggere la membrana cellulare, lo stomaco impara a produrre acido, importante scudo protettivo da tutto quello che può arrivare dal cavo esofageo.

Stupidamente, per un reflusso gastro-esofageo, spesso mal diagnosticato, somministriamo gli inibitori della pompa protonica (IPP), che diminuiscono l’azione protettiva dello stomaco, riducono le capacità digestive degli enzimi epatici, che funzionano a pH acido.

In questo modo una maggiore quantità di agenti patogeni arriverà nell’intestino, insieme ad una maggior quantità di cibo mal digerito.

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Inoltre rallentano l’apertura dello sfintere pilorico, che avviene quando si raggiunge il massimo di acidità, pertanto il cibo ristagnerà più a lungo nello stomaco, fermenterà, producendo gas acidi che risaliranno verso l’alto.

La FDA allerta che questi farmaci producono gli stessi effetti per cui sono somministrati, allerta che un uso prolungato può portare a danni degenerativi o, addirittura, alla fibromialgia.

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I cambiamenti più importanti durante lo sviluppo post-natale riguardano la maturazione intestinale, dove risiede la maggior parte del microbiota, al quale affidiamo compiti che vanno dalla estrazione energetica dal cibo, alla risposta immunitaria.

Una corretta maturazione dell’intestino è fondamentale per la nostra salute.

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Riferimenti

  1. O’Hara AM, Shanahan F. The gut flora as a forgotten organ. EMBO Rep, 2006 Jul;7(7):688-93

  2. Bocci V (1992) The neglected organ: bacterial flora has a crucial immunostimulatory role, Perspect Biol Med 35: 251-260

  3. Okun E, Griffioen KJ, Lathia JD, Tang SC, Mattson 1v1P, Arumugam TV. Toll-like receptors in neurodegeneration.Brain Res Rev. 2009 l’lfar;59(2):278-92

  4. Delzenne NM, Neyrinck Alvl, Cani PD.Modulation of the gut microbiota by nutrients with prebiotic properties: consequences for host health in the context of obesity and metabolic syndrome. Microb Cell Fact. 2011 Aug 30;1 O Suppi 1 :S 10.

Dipendenza nutrizionale del cervello all’intestino

La dipendenza nutrizionale è …messo in evidenza dal fatto che molti importanti neurotrasmettitori sono sintetizzati unicamente da ammino acidi essenziali.

Termine che significa che non riusciamo a sintetizzarli dai grassi, come facciamo per quelli non essenziali, ma che ricaviamo unicamente dalla demolizione enzimatica delle proteine della dieta.

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Una riduzione della capacità dell’intestino di ricavarli dalla dieta diminuirà la disponibilità dei corrispondenti neurotrasmettitori cerebrali.

Per esempio la serotonina cerebrale è sintetizzata unicamente dal triptofano, ammino acido essenziale, captato dal cervello.

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Data la competizione per lo stesso trasportatore alla barriera emato encefalica, la sua captazione dipende dal rapporto plasmatico sui suoi competitori alla captazione, i large neutral amino acids (LNAAS: tirosina, valina, metionina, leucina, isoleucina, fenilalanina e triptofano).

Una riduzione della capacità dell’intestino di assorbirlo comporta una diminuzione di questo rapporto, quindi una sua minor captazione cerebrale e conseguente minor trasformazione in serotonina.

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Bassi livelli di triptofano sono riportati in diverse patologie neurologiche (1,2)

e dai livelli ematici dei LN.A.A.s è stato possibile valutare una significativa riduzione di 1/3 della sua captazione cerebrale (3), quindi della sintesi di serotonina dato che è stata riportata dipendere dal triptofano captato (4).

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Una flora intestinale disbiotica decarbossila eccessivamente il triptofano in indolo e scatolo, quindi una disbiosi intestinale riduce la disponibilità di serotonina cerebrale.

Elevati livelli urinari di scatolo sono stati riportati in pazienti epilettici (5), a conferma di una disbiosi ed è riportato che assunzioni orali di triptofano, non in grado di aumentare i livelli ematici, aumentano, invece, l’indolo urinario dei pazienti epilettici (6).

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L’istamina, invece, deriva dalla decarbossilazione dell’ammino acido essenziale istidina, una disbiosi produce una sua eccessiva decarbossilazione ed elevati livelli di istamina provocano cefalea nei soggetti vulnerabili, così come l’assunzione di cibi ricchi di istamina.

Elevati livelli di istamina sono riportati nei pazienti cefalgici.

Dall’ammino acido essenziale tirosina il cervello ricava la dopamina, una cui carenza è responsabile del Parkinson, un suo livello eccessivo della schizofrenia.

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Dalla dopamina è sintetizzata la noradrenalina, coinvolta nelle funzioni cognitive, nella depressione e nell’epilessia. Dalla noradrenalina è sintetizzata l’adrenalina, un cui deficit comporta astenia.

nonostante il suo ruolo di capostipite di importanti neurotrasmettitori, coinvolti in importanti patologie neurologiche, non ci sono studi sulla decarbossilazione della tirosina ad opera di flora disbiotica nel Parkinson, nella depressione, nell’epilessia, nelle demenze, nella sindrome da affaticamento cronico, etc.

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Una banale disbiosi intestinale potrebbe essere la causa di gravi sintomatologie, ma preferiamo affrontare il deficit di dopamina nel Parkinson con trapianti di neuroni dopaminergici che cercare di ridurre una eccessiva decarbossilazione del precursore della dopamina, la tirosina.

(Prof. Paolo Mainardi)

Libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina