Il cancro al seno

Malattia espressione dell’AnimA

 
Il cancro al seno non è solo la forma di tumore più frequente nella donna, ma anche la più temibile. Se pensiamo che all’interno della parte più bella e morbida del corpo femminile cresce in modo così irruento qualcosa di tanto duro e maligno, l’orrore aumenta.
 
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Quando il morbido tessuto ghiandolare della mammella invece di essere il luogo della sicurezza naturale e del piacere, si indurisce e diviene maligno, vengono coinvolti e trasformati in dramma i temi della maternità e del piacere.
 
La donna è stata colpita nel suo punto più sensibile, in prossimità del cuore, e lei si è rinchiusa in se stessa senza rivelare a nessuno fino a che punto sia ferita e arrabbiata.

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Tocca al corpo mostrare che cosa è avvenuto. Ed è l’inferno che infuria nel suo seno.

 
Oltre ad essere sensibile e delicato, il seno femminile, per la sua forma ha carattere sensuale e provocatorio, e quindi viene coinvolta anche la componente dell’erotismo aggressivo.
 
Il momento del crollo del sistema immunitario, e quindi dell’esplosione vera e propria della malattia, è caratterizzato spesso da una sensazione di angoscia profonda, alla quale la donna si rifiuta in genere di attribuire particolare importanza.
 
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Essa si prende a cuore più di quanto sia disposta ad ammettere e lo esprime a livello di seno non per sentire più vicino questo stato d’animo, ma per nasconderlo.
 
Quanto sia preoccupata o arrabbiata a causa dell’offesa o del dolore ricevuti, lei non lo esterna a gran voce, ma piuttosto lo nasconde nel seno, dove si incarna e può trasformarsi in cancro.
 
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Quello che sembra riserbo altruistico e che talvolta viene frainteso come capacità di comprensione è in realtà piuttosto paura di lasciarsi andare, di accusare e di combattere per i propri interessi.
 
Spesso è l’orgoglio a impedire questo tipo di sfogo. La maternità pronta al sacrificio è lontanissima dall’egoismo, che viene consapevolmente represso.
 
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Nel corpo però questo si manifesta in particolare in quel luogo in cui dimorano autentica tenerezza di cuore e comprensione materna (per tutto e tutti).
 
Contro questi alti ideali non c’è niente da dire, va però sottolineato il fatto che la donna colpita dal cancro evidentemente non è (ancora) in grado di viverli senza riserva.
 
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Le reticenze non confessate si incarnano nell’organismo e rivelano quanta energia infernale, celata nel seno, si stia ridestando.
 
L’aggressività, la distruttività, la mancanza di riguardo non vissuta si libera ora a livello di corpo. Il morbido tessuto del seno, il cui compito è dare, provvedere e nutrire, diventa egoista come la donna non potrebbe mai essere consapevolmente.
 
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Il corpo le toglie così qualcosa di quello che lei stessa rifiuta in quanto non vuole riconoscere questa realtà esistente in lei.
 
L’offensiva del cancro al seno precipita nell’ombra anche per quanto riguarda il seno come organo di comunicazione. Spesso questo tipo di tumore, che assume la forma di una infiltrazione della pelle, mostra che la donna ha rinunciato all’iniziativa e si è messa in posizione di resa.
 
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La ritirata, però, non si manifesta nel corpo, bensì sul piano psicologico, e anche lì nel senso di riflessione religiosa. Il seno, in quanto organo prominente, dovrebbe avere lo stesso compito del naso, cioè quello di attaccare.
 
L’importanza di questa componente è rilevata dal fatto che questi due organi sono quelli che più di frequente vengono modificati attraverso interventi chirurgici, evidentemente allo scopo di mettere meglio in evidenza all’esterno le proprie qualità.
 
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L’elemento offensivo e aggressivo non vissuto consapevolmente, si manifesta nel cancro e anche nelle terapie cui attualmente si fa ricorso nel debellarlo.
 
Se il nodulo, che è sempre simbolo di una problematica irrisolta, viene estirpato chirurgicamente col bisturi, l’aggressività che arriva fino al sangue è innegabile.
 
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Ma anche le radiazioni energetiche irradiano aggressività, uccidendo non solo le cellule cancerogene ma anche molte di quelle sane. Lo stesso vale per i composti chimici citostatici, che penetrano nell’organismo propagando veleno e bloccando la riproduzione cellulare:

per questo motivo sono simbolicamente molto simili al cancro.

Questi metodi spaventosi mettono in gioco qualcosa che manca al malato di cancro. Se lo integrasse nella sua coscienza, potrebbe redimere il principio e liberarsi dalle minacce.
 
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Nella mitologia c’è una leggenda che ricorda questo avvenimento.

Pentesilea, la regina delle Amazzoni, si recide il seno destro per poter tendere meglio l’arco in battaglia, cioè per poter essere meglio all’altezza della situazione in un mondo di uomini.
 
Le amazzoni che facevano parte del suo seguito bloccano la crescita del seno destro delle proprie figlie per attrezzarle meglio alla battaglia della vita e per essere almeno nel lato destro uguali agli uomini.
 
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Rinunciano volontariamente a una parte della loro morbida femminilità per poter affrontare a testa alta le insidie della vita.
 
Il cancro al seno segnala anche che il morbido modo femminile di affrontare la vita è ormai inattuabile; dimostra che la morbidezza si è trasformata in rigidità e che è necessario rinunciare a una parte della propria femminilità.
 
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Quello che non avviene simbolicamente, sarà prima o poi reciso materialmente dal chirurgo, che taglia via ciò che intralcia.
 
Chi non è pronto ad apportare i tagli necessari nella propria esistenza, deve farlo in seguito a un altro livello. Rinunciare (temporaneamente) a certi aspetti della vita per promuovere altri che hanno avuto troppo breve durata, significa abbandonare il regno della madre, il mondo lunare.
 
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Questo ad esempio potrebbe significare una rinuncia alla dipendenza, a una situazione sicura, ma che impedisce la crescita, al ruolo della «buona moglie», dell’amata tollerante eternamente trascurata,
 
«della cara figlia», «della madre piena di comprensione», che lascia fare; potrebbe portare a seppellire volontariamente e metaforicamente il ruolo di grillo del focolare e quello di principessa sul pisello; a lasciar morire la ragazza privilegiata per nascita, ad abbandonare la madre chiesa per seguire la propria strada, e così via.
 
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Il cancro ci rivela che non stiamo seguendo, o non stiamo più seguendo la via della nostra crescita e che lo sviluppo psicologico non si è realizzato a pieno. Il tipo di cancro mostra in quale punto del canale della nascita siamo rimasti bloccati.
 
Col seno viene colpito anche il sensibile settore della maternità e vengono messe in discussione problematiche come quella di trattare qualcuno come un bambino o essere trattati come bambini, del nutrire e dell’essere nutriti, dell’allattare e dell’essere allattati, del curare e dell’essere curati.
 
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Non deve allora sorprendere che quasi tutte le malate di cancro al seno abbiano avuto rapporti molto particolari con le rispettive madri, addirittura inesistenti, negati, o «insolitamente profondi e buoni».
 
A questo proposito è bene parlare anche di un altro sintomo che annuncia il cancro al seno, costituisce un vero e proprio segnale di allarme e colpisce il 10% delle pazienti: quello della mammella che inizia a secernere latte e che in questo modo fa capire che il tema del nutrire e del succhiare è sprofondato nell’ombra.
 
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Come simbolo di morbidezza e di capacità di adattamento, il seno è legato anche alla tematica del sopportare e dell’essere sopportati, della vulnerabilità e della sofferenza, dell’offesa e della sensibilità.
 
Come organo di relazione, il seno presenta i temi del ritirarsi in se stessi e dell’esporsi, dell’adescamento e della seduzione, del nascondere e dello sfidare secondo le regole di un gioco pericoloso.
 
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Lo scopo in questo caso non è «il giusto», «il bene», né tanto meno «le aspettative», ma la capacità di ritrovare l’individualità e l’iniziativa personale. Ogni strada che porta alla crescita è unica nel suo genere, anche se lo scopo è identico a quello di tutte le altre strade: l’unità.
 
In questo caso, il solo strumento che può essere messo in gioco per risolvere la tematica del cancro è l’amore. Un amore che ovviamente non ha niente a che fare con l’essere amabili e disponibili.
 
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Prima di giungere a questo e prima che la donna senta di essere una cosa sola con tutto e con tutti, è necessario spiegare che non rientra affatto nei suoi compiti essere in accordo con tutto, ma che deve decidere di seguire la propria strada.
 
Deve allora temporaneamente infischiarsene della debolezza, della flessibilità, della capacità di adattarsi e degli altri atteggiamenti tipici del decoro femminile. Sarà certamente più sana se rinuncerà volontariamente sia a precise fasi della vita che al seno, simbolo di femminilità.

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Se il seno in questo confronto è già perduto, risulta con chiarezza quello che la donna aveva nascosto in sé. Con il seno perde molto più di un semplice organo: con questo simbolo muore anche una parte della fiducia in sé.

Se una donna dopo l’amputazione non si sente più una vera donna, significa che viveva la sua femminilità soprattutto attraverso il suo corpo. In futuro sarà costretta a non definirsi più soltanto attraverso la femminilità fisica. Altri contenuti di vita attendono di essere scoperti.
 
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Le donne che a causa del cancro hanno perduto uno o entrambi i seni e sono sopravvissute per molti anni all’amputazione, hanno raccontato quanto la loro vita sia sorprendentemente cambiata soprattutto dal punto di vista dei contenuti.
 
Il mito delle amazzoni riappare: la perdita si trasforma in opportunità di trovare una nuova identità personale. Deve prendere vita un tipo di esistenza imperniato fondamentalmente su se stessa e meno sugli altri.

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La ghiandola del seno in sé non è un organo particolarmente predisposto al tumore. Come abbiamo detto all’inizio, esistono culture che non conoscono il cancro al seno.

Il tessuto del seno è molto sensibile, ma è lo stesso che si trova nella bocca, che tra l’altro è in continuo contatto con una quantità innumerevole di cellule cancerogene.
Nonostante ciò, i casi di cancro alla mucosa orale sono, da un punto di vista numerico, di gran lunga inferiori.
 
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Nelle mucche da latte, che con maggiore frequenza rispetto alle donne contraggono infezioni alla ghiandola mammaria, il cancro è del tutto sconosciuto in questa parte del corpo.
 
Attraverso l’analisi di questa specifica situazione, non è difficile dedurre che la via femminile è stata trascurata, che l’ideale femminile perseguito non ha niente a che fare con quello autentico e che quest’ultimo può richiedere molta più durezza ed energia di quanto possa piacere.
 
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A questo proposito è bene sapere che le suore sono colpite dal cancro al seno in percentuale superiore alla media.
 
Ciò non significa che la vocazione monacale sia in contraddizione con la via della femminilità: probabilmente le suore colpite sono quelle che non seguono veramente i propri ideali, ma che si sono rifugiate in convento per sfuggire alla vita.
 
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Oppure quelle che hanno avuto all’inizio la vocazione, se ne sono allontanate in seguito e nonostante ciò hanno continuato a vivere in convento. Come la vita conventuale mal interpretata e vissuta come fuga può favorire il cancro, può anche impedirlo se la via del convento è quella giusta.
 
Per ciò che concerne la maternità, il nodulo che cresce può comunicare che si sta sviluppando un qualcosa che sostituisce l’autentico amore materno, qualcosa che però è freddo e pericoloso.
 
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Una donna può sempre essere madre, ma se la maternità non è vissuta nel cuore e si limita a interpretare questo ruolo di fronte a se stessa e al mondo, significa che questa non è la strada giusta e che può anche essere pericolosa. L’amore materno, nella sua qualità altruistica, è un simbolo dell’amore celeste.
 
Se viene dal cuore, è un vero e proprio toccasana, se però è solo un’imitazione delle regole sociali, può costare la vita. Lo stesso problema può coinvolgere anche una donna che vive come se fosse il personaggio di una fiaba, una donna fondamentalmente soddisfatta di se stessa e del proprio partner, perché si avvicina al suo ideale di donna.
 
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Se però questo non corrisponde realmente al suo ideale interiore, anche la sua vita ideale è a rischio di cancro. Neppure la donna aggressiva, che sembra fare solo ciò che la diverte, è automaticamente al riparo dalla malattia.
 
Colei che recita per successo il ruolo della vamp senza di fatto esserlo, è minacciata come colei che desidererebbe tanto essere una donna fatale, ma non ha sufficiente fiducia in se stessa per esserlo.
 
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La donna moderna, che si «emancipa» perché questo oggi è di moda, pur sognando di trasformarsi in una madre tradizionale e di assumere quindi una funzione che la nostra società ha eliminato ormai da molto tempo, rientra naturalmente nel gruppo a rischio.
 
Ogni modello che la società prevede è pericoloso nella misura in cui non corrisponde al proprio, e chi lo adotta nonostante ciò, vive pericolosamente: le qualità personali a cui si rinuncia, affondano nel corpo, dove si rivoltano contro l’individuo stesso.
 
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La migliore profilassi del cancro al seno consiste di conseguenza nel vivere coraggiosamente, cioè nel seguire la propria strada individuale che porta verso l’unicità. La via è perfettamente individuale, la meta è invece superindividuale e perfetta.
 
Il Rabbi cassidico Susya disse poco prima della sua morte: «Quando andrò in cielo, non mi domanderanno: Perché non sei stato Mosè? Mi chiederanno invece: Perché non sei stato Susya? Perché non sei diventato quello che potevi essere?».
 
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Domande
 
1. Qual è il ruolo che il tema «mamma» svolge nella mia vita? Mi aspetto di essere trattata come un bambino?
2. Mi piace trattare gli altri come bambini? Che rapporto ho con mia madre? E con il mio essere madre?
3. Quale ruolo svolge in me il provvedere agli altri? Di quali motivazioni mi occupo?
4. Con quale sentimento e a quale prezzo lascio che altri si occupino di me? Potrei provvedere da sola a me stessa?
5. Quale ruolo svolge in me l’autosufficienza, o meglio l’emancipazione?
6. In che misura permetto al mio seno di essere aggressiva? Oso utilizzarlo come segnale?
7. Ho trovato la mia strada di donna? Faccio passi avanti?
8. Quella che finora ho vissuto, era veramente la mia vita? E quella che mi viene incontro, è la mia vita?
9. Dove devo andare? Qual è il mio sogno? E quale il mio scopo?
 
(Dott. Rudiger Dahlke)