Il rapporto tra celiachia e disbiosi

Per chi non ritenesse sufficiente quanto viene affermato al riguardo nei libri citati nel capitolo 3 (in particolar modo in quello dei coniugi Hass sulla celiachia), ecco alcune informazioni desunte da alcune recenti ricerche scientifiche.

Il primo è Duodenal-Mucosal Bacteria Associated with Celiac Disease in Children (“Batteri della mucosa duodenale associati con la celiachia nei bambini”) . Gli autori dello studio hanno raccolto la microflora del duodeno attraverso la biopsia ed hanno scoperto che la malattia è associata alla proliferazione eccessiva di possibili patogeni che escludono i batteri simbionti o i commensali che sono caratteristici di quello che è il microbiota del piccolo intestino in una condizione di salute.

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Detto in altre parole viene scoperto che sono diminuiti i batteri simbionti (quelli “amici”, che ci aiutano a digerire, ad assorbire il cibo, a difenderci dalle infezioni, che producono vitamine) e sono aumentati quelli patogeni (quelli “cattivi”, apportatori di malattie, produttori di tossine).

Questo studio indica chiaramente la presenza della disbiosi intestinale nei soggetti celiaci.

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Il secondo è Intestinal dysbiosis and reduced immunoglobulin-coated bacteria associated with coeliac disease in children (“Disbiosi intestinale e riduzione dei batteri ricoperti da immunoglobuline associata con la celiachia nei bambini”) . A conclusione di questo studio si legge che “nei soggetti celiaci la riduzione i batteri ricoperti di Ig-A è associata alla disbiosi intestinale”.

Il terzo è Altered duodenal microbiota composition in celiac disease patients suffering from persistent symptoms on a long-term gluten-free diet (“Composizione alterata del microbiota dei pazienti celiaci sofferenti di sintomi persistenti dopo una dieta senza glutine protratta per molto tempo”) .

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In questo caso le conclusioni sono che i soggetti celiaci che soffrono ancora di sintomi persistenti dopo un lungo periodo di dieta senza glutine hanno una manifesta disbiosi intestinale.

Il quarto è Non-celiac gluten sensitivity triggers gut dysbiosis, neuroinflammation, gut-brain axis dysfunction, and vulnerability for dementia (“Sensibilità al glutine non celiaca innesca la disbiosi, la neuroinfiammazione, la disfunzione dell’asse intestino-cervello, e la vulnerabilità per la demenza”) .

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In questo caso si rileva ancora una volta la correlazione tra disbiosi ed intolleranza al glutine (non celiaca, ovvero in assenza di danno ai villi intestinali), anche se, curiosamente, si suppone che sia l’intolleranza la causa scatenante della disbiosi piuttosto che il contrario.

Del resto tutte i sintomi e le patologie che in tale articolo vengono indicate come correlate alla sensibilità al glutine non celiaca (dal mal di testa alla depressione passando per i disturbi dell’apprendimento), sono proprio le stesse che la dottoressa Campbell-McBride indica come manifestazioni della disbiosi intestinale.

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È pur vero che una reazione di intolleranza al glutine, sebbene scatenata dalla disbiosi, posso avere a sua volta un effetto negativo sull’equilibrio della microflora intestinale, creando un circolo vizioso.

Il quinto è Imbalance in the composition of the duodenal microbiota of children with coeliac disease (“Squilibrio nella composizione del microbiota duodenale dei bambini celiaci”) nel quale si legge che i bambini celiaci hanno un numero significativamente più alto del carico totale di batteri, in particolar modo dei microrganismi gram-negativi, rispetto ai pazienti asintomatici ed ai soggetti sani, che i batteri delle specie del genere Bacteroides e l’Escherichia coli sono significativamente più numerosi nei celiaci rispetto alle persone sane.

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Simili risultati sono stati ottenuti nello studio The metabonomic signature of celiac disease , mentre l’articolo Symptom overlap and comorbidity of irritable bowel syndrome with other conditions (“La sovrapposizione di sintomi e la comorbidità della sindrome dell’intestino irritabile con altre condizioni”) mostra come spesso i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile ed altri disturbi gastrointestinali si sovrappongono spesso alla condizione celiaca.

Di particolare rilievo ai fini di quanto su esposto è l’articolo Antibiotic exposure and the development of coeliac disease: a nationwide case-control study (“L’esposizione agli antibiotici e lo sviluppo della celiachia: uno studio caso-controllo esteso a tutta la nazione”) le cui conclusioni sono:

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L’associazione positiva dell’uso degli antibiotici con il successivo manifestarsi della celiachia ma anche con le lesioni che possono rappresentare un primo stadio della celiachia suggerisce che la disbiosi intestinale può giocare un ruolo nella patogenesi della celiachia. Tuttavia, una spiegazione non causale per questa associazione positive non può essere esclusa.

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L’articolo scientifico The HLA-DQ2 genotype selects for early intestinal microbiota composition in infantsat high risk of developing coeliac disease (“Il genotipo HLA-DQ2 seleziona precocemente una composizione del microbiota intestinale in infanti ad alto rischio di sviluppare la celiachia”) mostra che chi possiede quel particolare un fattore genetico (considerato un fattore di rischio per il successivo sviluppo della celiachia) sviluppa una composizione alterata del microbiota intestinale (per esempio con una quantità inferiore di bifidobatteri ed altre alterazioni rispetto al gruppo di controllo), anche se è stato allattato al seno ed ha avuto un parto naturale.

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Ciò potrebbe significare che quel fattore genetico (sebbene il meccanismo non sia per niente chiaro) influenza la creazione di un microbiota alterato che a sua volta predispone alla celiachia.

Sebbene in questo caso potrebbe essere un fattore genetico a indurre realmente la celiachia, pare che lo faccia perturbando l’equilibrio del microbiota intestinale, e quindi trattare la disbiosi può essere il mezzo migliore per evitare tutte le complicazioni e le patologie correlate alla disbiosi che spesso si manifestano nei pazienti celiaci.

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Per altro è possibile che la predisposizione alla celiachia indotta da quel gene si manifesti solo quando è presente qualche altro fattore (alimentazione, stile di vita, sostanze tossiche inalata o assimilate) ed in questo caso sarebbe difficile attribuire alla celiachia una causa puramente genetica, tanto più che sappiamo ormai come anche l’alimentazione e lo stile di vita della madre contribuisca all’espressione genetica.

Da un po’ di tempo ormai, sebbene questa rivoluzione epocale non sia stata ancora recepita dai libri di testo scolastici e quindi non sia ancora stata recepita dalle masse, la

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genetica come causa delle malattie è stata messa in un angolo dalla scoperta che i geni si possono esprimere in maniera differente a seconda dell’ambiente in cui si trovano le cellule che li portano, e che questa espressione dipende a volte persino dall’ambiente della madre durante la gravidanza (in certi casi addirittura si può risalire indietro anche di 3 o 4 generazioni).

Questo nuovo campo di studi, detto epigenetica, fa vedere sotto una luce completamente differente il legame supposto tra alcune patologie ed i geni, non per negarlo, ma per ridurlo a volte ad una semplice predisposizione che si manifesta solo in particolari condizioni.

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Un discorso particolare va fatto sulla cosiddetta Celiachia refrattaria, un disturbo che si differenzia dalla celiachia per il fatto che l’adesione rigida ad una dieta senza glutine non porta alla guarigione. Innanzitutto bisogna puntualizzare che, sebbene nella maggior parte dei casi di intolleranza al glutine basti appena un mese per notare dei netti miglioramenti, certe volte occorrono persino 18 mesi per una remissione dei sintomi.

A parte questo, rimuovere il glutine non fa certo scomparire la pre-esistente disbiosi, un certo grado di danno alla mucosa intestinale ed ai villi può forse essere spiegato da una grave forma di disbiosi su cui bisogna ancora intervenire dopo avere rimosso il glutine.

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Inoltre c’è da tenere conto non solo dell’intolleranza al glutine, ma anche di possibili intolleranze alla caseina (una persona potrebbe essere intollerante a glutine o caseina pur se gli esami di laboratorio risultano negativi, dal momento che nessun esame potrà mai rilevare tutti i possibili anticorpi a peptidi originatisi dalla cattiva digestione di queste proteine) nonché di reazioni incrociate.

Esiste infatti la possibilità che una persona celiaca risulti intollerante anche a delle sostanze la cui struttura molecolare assomiglia a quella di certi peptidi derivati dalla digestione del glutine.

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Alcuni alimenti in particolare come latte, mais, soia, uova, lieviti, caffè, sesamo, cioccolata, persino riso (ed altri ancora) possono causare queste reazioni incrociate facendo sì che gli anticorpi al glutine restino elevati anche dopo l’adesione rigida ad una dieta senza glutine.

Una dieta paleolitica, che escluda tutti i cereali e gli pseudo-cereali (eventualmente se necessario anche gli altri alimenti summenzionati), potrebbe essere la soluzione a questo particolare disturbo? Sarebbe auspicabile che la ricerca si indirizzasse anche in questa direzione.

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Probabilmente il primo alimento che si potrebbe eliminare dalla dieta in caso di celiachia refrattaria (e a dirla tutto anche in molti altri casi) è il mais. Questo perché, per quanto possa sembrare strano, il fatto che il mais sia sempre e sicuramente “senza glutine” non è ancora assodato, come fa notare il dottor Osborne in un suo articolo. In effetti, anche se il mais originario forse di glutine non ne conteneva, cosa possiamo dire del mais moderno, in un’epoca in cui la coltivazione di varietà transgeniche si fa sempre più largo, soprattutto nel continente americano?

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La contaminazione del mais orginale con quello transgenico è un dato di fatto, sebbene si possa sperare che non sia ancora così massiccia da noi come in America; ad ogni caso, sebbene sia sicuramente una ulteriore cautela, acquistare mais di coltivazione biologica non è detto che sia una garanzia assoluta.

Del resto anche il dottor Nacci nel suo libro Mille piante per guarire dal Cancro senza CHEMIO afferma che le proteine del mais moderno risultano alterate rispetto a quelle del mais originario.

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Riguardo alla celiachia è interessante anche la lettura dell’articolo Why everyone with celiac disease needs vitamin d (“Perchè tutti i celiaci hanno bisogno di vitamina D”) , articolo corredato da una discreta bibliografia. Non credo sia un caso che la dottoressa Campbell consigli l’integrazione di olio di fegato di merluzzo (ricco in vitamina D e vitamina A) ai soggetti che presentano disbiosi intestinale.

ECN

Pubblicato su Applied environbmental biology 2013 Sep; 79(18): 5472–5479., autori Ester Sánchez, Ester Donat, Carmen Ribes-Koninckx, Maria Leonor Fernández-Murga, Yolanda Sanz;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3754165/.
Pubblicato su BMC Microbiology 2010 Feb 24;10:63. doi: 10.1186/1471-2180-10-63., autori De Palma G, Nadal I, Medina M, Donat E, Ribes-Koninckx C, Calabuig M, Sanz Y;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20181275.
Pubblicato su The american Journal of gastroenterology, autori Wacklin P, Laurikka P, Lindfors K3, Collin P4, Salmi T5, Lähdeaho ML, Saavalainen P, Mäki M, Mättö J, Kurppa K, Kaukinen K;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25403367.
Pubblicato su CNS & neurological disorders drug targets, autori Daulatzai MA; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25642988.
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Pubblicato su Journal of Proteome Research. 2008;8(1):170–177, autori Bertini I, Calabrò A, De Carli V, et al.;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19072164
Pubblicato su Current gastroenterolgy reports 2005 Aug;7(4):264-71, autori Frissora C L, Koch K L; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16042909.
Pubblicato su Biomedical center gastroenterology 2013 Jul 8;13:109, autori Mårild K, Ye W, Lebwohl B, Green P H, Blaser M J, Card T, Ludvigsson J F;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23834758.
Pubblicato su Gut 2015 Mar;64(3):406-17, autori Olivares M, Neef A, Castillejo G, Palma GD, Varea V, Capilla A, et al.;http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24939571.https://www.glutenfreesociety.org/corn-maize-gluten-causes…/.

La correlazione tra la disbiosi e mal di testa

Sebbene le cause del mal di testa possano essere molte

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da un problema al fegato ad un focus dentale (cavitazione, dente devitalizzato, dente del giudizio incluso nell’osso mascellare, residuo radicolare, vedi il libro “Bonifica dentale”) all’infestazione dei parassiti, in questo capitolo ci concentriamo sul possibile ruolo causale della disbiosi intestinale.

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Sul suo sito la dottoressa Gabriella Lesmo evidenzia il fatto che i soggetti autistici soffrono di regola di disbiosi, e fa un’affermazione a nostro parere molto interessante, ovvero che la disbiosi, che pur può essere innescata anche dall’accumulo di metalli pesanti, porta a sua volta alla ritenzione di metalli pesanti.

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Una ennesima conferma di quanto scritto dalla dottoressa Campbell nel suo libro. Scrive la dottoressa Lesmo :genericamente indicati come dispepsia che tanto disturbano milioni di persone.

Il già citato dottor Paolo Mainardi, scrive a tal proposito sul forum italia salute che le cause delle varie forma di mal di testa (o emicrania o cefale che dir si voglia) sono da rintracciarsi nell’intestino,

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al di là delle sottili distinzioni tra una forma e l’altra di questa patologia e cita l’eccesso di istamina correlato alla disbiosi (spesso determinato infatti dalla proliferazione intestinale della Candida) come una causa di tale problema. Afferma testualmente il dottor Mainardi:

Una disbiosi intestinale che coinvolge il triptofano produce un aumento della decarbossilazione di questo ammino acido a indolo e scatolo, determinabili nelle urine quali marker della disbiosi.

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Scarsi livelli di triptofano conducono a scarsi livelli cerebrali di neuropeptidi, quali l’NPY responsabile della soglia convulsiva e della soglia del dolore.

La disbiosi persistente porta all’infiammazione intestinale, alla maldigestione e malassorbimento, quindi apre la porta alle allergie, alle intolleranze alimentari, alla ritenzione di metalli pesanti e di altre tossine ambientali,

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ai disturbi dell’umore, della concentrazione e dell’attenzione, alla cefalea, alla disfunzione immunitaria, oltre che al dolore addominale ricorrente e ai tanti sintomi alimentati sovente da un’educazione alimentare esclusivamente a carboidrati insulinici.

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Sul sito del dottor Giovanni Angilè troviamo scritto che oltre alla cefalea e ad altre condizioni patologiche già menzionate, anche l’ipertensione può essere indotta dalla disbiosi, sia a causa del sovraccarico del fegato che a causa delle patologie circolatorie indotte dalla disbiosi.

Egli annovera tra le patologie correlate alla disbiosi anche le emorroidi, il diabete, la perdita di concentrazione e di memoria, la vulvo-vaginite e la cistite.

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Altri siti che confermano il legame tra disbiosi, mal di testa e molte altre malattie (comprese allergia, asma, otite) sono i seguenti (il primo è particolarmente interessante e ne consiglio la lettura integrale):

http://alimentarmente.altervista.org/mal-di-testa-grasso-o…/http://www.armonianaturale.com/…/flora-batterica-disbiosi-…/http://www.realwayoflife.com/…/pancia-gonfia-cattiva-diges…/http://www.ondabio.it/news/disbiosi.htmhttp://www.viveremeglio.org/…/guar_fi…/alimsalu/disbiosi.htmhttp://www.italiasalute.it/forum/forum_posts.asp?TID=7359.http://www.giovanniangile.it/apparato_d_002.htm.

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Un libro interessante sull’argomento che può essere utile a complemento di questo capitolo è Mal di testa cure e terapie naturali Ramón Roselló e Pepe Landázuri, Macro Edizioni.

Pubblicato su Epilepsy Currents 2004 Sep; 4(5): 202–203, autore Bassel W. Abou-Khalil,; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1176373/.

Manifestazione cause della disbiosi

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La disbiosi intestinale, viene favorita da un’alimentazione poco equilibrata, dalla mancanza di attività fisica, dall’utilizzo di taluni farmaci (antibiotici, lassativi, anticoncezionali).

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La flora batterica intestinale può alterarsi e provocare appunto la disbiosi intestinale, una vera e propria malattia, caratterizzata da alcuni sintomi ben definiti

• cattiva digestione
• gonfiore
• stitichezza alternata a diarrea
• nervosismo e ansia
• stanchezza mattutina
• disturbi del sonno
• candidosi vaginale
• infezioni del cavo orale
• aerofagia ed eruttazioni fastidiose
• intolleranze alimentari.

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Una dieta poco equilibrata, sia sotto il profilo qualitativo sia sotto l’aspetto della distribuzione dei pasti nel corso della giornata e delle modalità di assunzione, spesso eccessivamente rapida, è dannosa per l’intestino ed impedisce all’organismo di ottenere il giusto apporto calorico e nutritivo.

L’alimentazione scorretta risulta poi spesso associata ad uno stile di vita irregolare

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che altera il ritmo sonno-veglia, con inevitabili ripercussioni negative sulla funzionalità intestinale.

Un’ulteriore causa è costituita dall’assunzione di farmaci quali antibiotici, antinfiammatori, antinfluenzali, antidepressivi, anticoncezionali e ansiolitici che non solo accentuano l’espressione sintomatologica della disbiosi intestinale, ma ne sono anche la stessa fonte, a causa del danneggiamento dagli stessi indotto sulla flora batterica.

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Quest’ultima può inoltre risultare danneggiata anche dall’azione locale dei metalli pesanti, quali l’alluminio, il mercurio, il piombo, che possono giungere nell’intestino attraverso la catena alimentare.

L’alterazione dell’equilibrio qualitativo e quantitativo della flora batterica intestinale può rappresentare un cofattore importante nella manifestazione della stipsi e del cosiddetto colon irritabile (dato dall’alternarsi di periodi di stipsi a periodi colitici):

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alterazione dell’alvo, meteorismo (cioè gonfiori di pancia e senso di pesantezza), dolori addominali, cattiva digestione (dispepsia), alito cattivo, sfoghi cutanei.

Inoltre le conseguenze di carattere sistemico della disbiosi sono molteplici e assai importanti

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diminuzione dell’attività immunitaria, dismetabolismi (aumento di colesterolo e trigliceridi, della glicemia e dell’uricemia), predisposizione alle infezioni, perdita di energia, cistiti ricorrenti, manifestazioni allergiche, aumento delle affezioni del cavo orale (tonsilliti, faringiti, tracheiti, bronchiti), difficoltà a perdere peso e perdita di capelli.

Pertanto la disbiosi intestinale è inquadrabile come una vera e propria condizione di malattia, invalidante la qualità di vita del soggetto che ne risulta affetto. Consiste in una specie di condizione di alterata ecologia della microflora che può sussistere a livello del cavo orale, del tratto gastroenterico e vaginale.

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Forme principali Si possono distinguere cinque forme principali di disbiosi

1. Disbiosi carenziale, conseguente ad un deficit di flora batterica intestinale, per lo più favorito da un’alimentazione povera di fibre solubili e/o ricca in alimenti precedentemente sottoposti a processi di sterilizzazione oppure conseguente a trattamenti con antibiotici.

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2. Disbiosi putrefattiva, favorita da una dieta eccessivamente ricca in grassi e carni, povera in fibre; alcuni studi la collegano anche ai meccanismi patogenetici (cioè causali) di alcune forme tumorali, quali il cancro del colon e della mammella.

3. Disbiosi fermentativa, caratterizzata da una condizione di relativa intolleranza ai carboidrati, favorita da un’accentuata fermentazione batterica. Quest’ultima a sua volta indotta da una sovracrescita batterica a livello del piccolo intestino, dove sono più ricchi i substrati fermentabili.

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Sintomi più tipici: gonfiore di pancia, flatulenza, diarrea alternata a stitichezza, sensazione di malessere.

4. Disbiosi da sensibilizzazione, causata da una risposta immune anomala a componenti della microflora batterica intestinale fisiologica, spesso legata ad un deficit di immunoglobuline (IgA) e/o ad una condizione di barriera immunitaria insufficiente.

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5. Disbiosi da funghi (Candida intestinale e lieviti in eccesso), legata alla sovracrescita di saccaromiceti (funghi) o della Candida, favorita da una dieta ricca in zuccheri e povera in fibre.

Sintomi prevalenti: diarrea o più di rado stipsi, prurito anale, astenia, talvolta sfoghi orticarioidi, cistiti ricorrenti abatteriche, funghi in altre sedi corporee (soprattutto a livello genitale) e associata spesso a specifiche intolleranze alimentari: lieviti, frumento, latte e derivati, birra.

Prof. Paolo Mainardi

Gluten free

Con alimenti “Gluten Free” senza ragioni mediche sale il rischio di diabete 2

Consumare cibi “gluten free” è attualmente molto diffuso, anche tra le persone nonceliache. Tale abitudine può però aumentare le probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, secondo uno studio presentato alle Epi/Lifestyle Scientific Sessions 2017 dell’American Heart Association, a Portland (Usa).

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Gli autori hanno sottolineato che «mangiare più glutine può essere associato a un minore rischio di diabete di tipo 2», pari a un -13%.

«La dieta gluten free è diventata popolare anche tra chi non presenta celiachia o intolleranza al glutine, nonostante ci sia carenza di evidenze che dimostrino come ridurre il consumo di glutine produca benefici di salute a lungo termine.

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Gli alimenti gluten free spesso contengono meno fibre, vitamine e minerali e ciò li rende «meno nutrienti», per cui «le persone non celiache dovrebbero riconsiderare i limiti all’assunzione di glutine in un’ottica di prevenzione delle malattie croniche, specie del diabete.

Nella ricerca fatta su un totale di quasi 200mila persone i ricercatori hanno calcolato che la maggior parte aveva un consumo di glutine inferiore a 12 g/die e hanno visto che, all’interno di questo range, chi mangiava più glutine mostrava un rischio ridotto di sviluppare diabete di tipo 2 nei 30 anni di follow-up.

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Inoltre, chi assumeva meno glutine, tendeva a introdurre meno fibre cereali: ingrediente noto per proteggere dal diabete.

Considerando anche questo fattore, gli studiosi hanno concluso che le persone nella fascia più alta di consumo di glutine avevano una probabilità inferiore del 13% di sviluppare diabete di tipo 2, rispetto a quelle nella fascia più bassa di assunzione della proteina.

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Analisi per il riscontro di disbiosi

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A mio giudizio non esistono analisi di routine (eseguibili nei laboratori convenzionati con il sistema sanitario) abbastanza affidabili per identificare la presenza di eventuale disbiosi, parassitosi, intolleranze, e su questo concordano molti specialisti del settore che spesso si rivolgono a laboratori molto distanti dalla città in cui operano, a volte anche in un altro continente, pur di avere informazioni davvero attendibili.

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Per quanto riguarda la disbiosi ci sono alcuni esami indiretti che partono dalle analisi delle urine

tali test della disbiosi si possono effettuare in diversi centri anche in Italia. Tali test rilevano delle sostanze nelle urine la cui presenza e quantità è correlata alla disbiosi intestinale, ma non danno indicazioni molto precise su quali siano i microrganismi benefici carenti e quali e quanti siano quelli patogeni. Io per esempio, navigando su internet, ho trovati tre laboratori che eseguono questo tipo di test (ma presumibilmente ce ne sono altri):

http://www.analisisanpaolo.it/Default.aspx?Id=390http://www.oloslab.com/test-per-la-disbiosi-intestinale/,http://www.centrodimedicinabiologica.it/test-disbiosi-inte…/.

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Un’analisi più approfondita si può ottenere da campioni di feci per identificare più precisamente le carenze di batteri benefici, la presenza di batteri patogeni, nonché di parassiti (vermi), sebbene nemmeno in tale maniera si ottengano informazioni poi così dettagliate sul microbioma intestinale, dal momento che non tutti i microrganismi residenti dell’intestino si possono ritrovare nelle feci.

Molto interessante è a tal proposito il risultato dello studio The treatment-naive microbiome in new-onset Crohn’s disease nel quale le differenze significative tra il microbiota dei malati di morbo di Crohn e quello dei soggetti sani (gruppo di controllo) sono state scoperte non osservando i campioni di feci, ma campioni di mucosa ottenuti tramite biopsia.

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Uno dei più attrezzati (ma anche più costosi) laboratori al mondo è il Great Plains Laboratory (http://www.greatplainslaboratory.com/); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine anche in Italiano (purtroppo il costo si aggira sulle 600 euro).

In Italia è possibile rivolgersi (a prezzi più accessibili) al laboratorio universitario del progetto microbioma (http://progettomicrobiomaitaliano.org/partecipa/page-2/), o anche ad un laboratorio specializzato sulle analisi del microbioma intestinale all’ospedale del Bambin Gesù (Roma). Appena possibile segnalerò anche altri centri italiani.

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Se qualcuno vuole approfondire anche eventuali problematiche di origine genetica, può sottoporsi al test 23 and me (https://www.23andme.com/en-int/) al costo di circa 150 euro; anche se poi sia in questo caso che nel precedente ci vuole un medico (o biologo) bravo e capace di interpretare i risultati.

Per quanto sia giusto ridimensionare la pretesa origina genetica della malattie

è anche vero che alcune differenze genetiche possono predisporre a sviluppare certe problematiche di salute, come per esempio la mutazione MTHFR (metilen-tetraidrofolato reduttasi) rende problematici certi processi del cosiddetto ciclo di metilazione, il che a sua volta rende difficile e lento lo smaltimento delle tossine (e non solo, perché chi è portatore di questo gene è più a rischio di depressione, osteoporosi, diabete, alzheimer e altre patologie).

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E siccome tale gene è difettoso nel 40% circa della popolazione mondiale, non si tratta di una informazione di poco conto Genome Project, nel quale si è scoperto che un gene molto importante per la salute, chiamato (per l’appunto, l’MTHFR). Con una dieta più sana e alcuni integratori è possibile correggere gli squilibri causati da questo problema di ordine genetico .

Per quanto riguarda i parassiti anche le migliori analisi delle feci non sono abbastanza affidabili,

sia perché le analisi stesse non sono molto precise, sia perché non è sempre detto che nel campione raccolto in quel determinato giorno si trovino uova, parassiti (in genere essi non lasciano l’intestino a meno che non si assumano sostanze antiparassitarie) o frammenti di tali esseri.

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Per altro molti genitori che hanno sottoposto i propri figli ad una cura antiparassitaria hanno trovato i vermi nelle feci dei bambini pur se gli esami delle feci eseguiti in precedenza risultavano negativi. Un veterinario, abituato a cercare tracce di parassiti nelle feci degli animali con l’ausilio del microscopio, potrebbe essere a volte più affidabile di un generico test di laboratorio.

Una maniera per cercare di rendere minimi i falsi negatici (ovvie i casi in cui non risultano parassiti dalle analisi pure quando questi parassiti si trovano nel paziente) è quello di ripetere le analisi almeno tre volte.

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L’articolo The need for three stool specimens in routine laboratory examinations for intestinal parasites (“Il bisogno di tre campioni di feci nell’esame laboratoriale di routine per la ricerca dei parassiti intestinali”) mostra infatti che su un consistente campione di pazienti cui sono state esaminate per tre volte le feci per la ricerca di parassiti spesso uno dei tre esami è risultato negativo.

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Ad esempio se ci si fosse fermata al primo esame di laboratorio, addirittura il 41,7% di loro sarebbe risultato esente da parassiti

ma la presenza di parassiti in questi pazienti è stata riscontrata in almeno uno dei due esami successivi. È interessante notare che gli autori concludono affermando che non solo occorrono le analisi di tre campioni di feci (ovviamente in tempi diversi) per verificare l’eventuale presenza di parassiti, ma che anche così facendo non è possibile garantire che non ci sia alcuna infestazione.

Senso, Domanda, Anatomia, Umano, Filosofia, Psicologia

Similmente l’articolo Multiple Stool Examinations for Ova and Parasites and Rate of False-Negative Results (“Esame multipli di uova e parassiti e pecentusali di falsi negativi”) mostra che persino dopo l’analisi di tre campioni ci sono discrete probabilità di ottenere dei falsi negativi, anche se in questo studio i risultati appaiono più confortanti (ad eccezione fanno dei test per le amebe).

Termometro, Mal Di Testa, Dolore, Pillole, Farmaco

L’articolo A Case of Parasite Invasion of the Intestinal Tract: A Missed Diagnosis in Irritable Bowel Syndrome descrive un caso di sindrome dell’intestino irritabile causata da un parassita; la guarigione è avvenuta dopo un trattamento antiparassitario effettuato nonostante dagli esami parassitologici non risultasse nulla; i medici infatti hanno considerato che i sintomi clinici fossero più rilevanti dell’esito di tale analisi ed hanno proceduto ugualmente alla somministrazione dei farmaci contro i parassiti.

Batteri, Medico, Biologia, Salute, Anatomia, Scienza

L’articolo Detection of Pathogenic Protozoa in the Diagnostic Laboratory:

Result Reproducibility, Specimen Pooling, and Competency Assessment ci informa che i test di laboratorio per il riscontro dei parassiti unicellulari della classe dei protozoi utilizzano anche tecniche manuali che impediscono una standardizzazione e che poprtano ad interpretazioni soggettive dei risultati.

Ad ogni modo c’è la possibilità di fare le analisi tramite un campione di saliva (utilizzando una tecnologia ideata dalla dottoressa Clark) presso un laboratorio svizzero, Sanavital (http://www.sanavital.ch); sul sito esiste la possibilità di scegliere la visualizzazione delle pagine in Inglese, Francese, Tedesco ed altre lingue, ma non in Italiano.

Microscopio, Diapositiva, Ricerca, Close Up, Prova

Queste analisi, basate su uno strumento ideato dalla dottoressa Clark, dovrebbero identificare la presenza di patogeni, parassiti, metalli pesanti, ma non danno indicazioni sulle eventuali carenze di batteri benefici. Diverse persone che conoscono hanno ottenuto dei risultati attendibili da questi esami (il costo attualmente è di circa 300 euro).

Per l’analisi dell’intossicazione da metalli ci sono sicuramente molti altri laboratori attrezzati, uno che conosco e che mi pare affidabile è quello della mineral-test: http://www.mineral-test-sas.com/.

Per quanto riguarda le intolleranze, la dottoressa Campbell nel suo libro “La Sindrome Psico-intestinale” osserva giustamente che si tratta di fenomeni che spesso si modificano nel tempo; per esempio si può perdere l’intolleranza ad un cibo quando migliorano le condizioni di salute dell’intestino, o si può diventare intolleranti a qualche nuovo cibo dopo un ciclo di cura con farmaci che danneggiano il microbiota.

Cellule, Umano, Medico, Biologia, Salute, Anatomia

Un mezzo molto semplice da lei consigliato nel libro è quello di mettere un poco della sostanza da testare (sotto forma fluida, eventualmente sminuzzato finemente e mescolato con un poco d’acqua) sull’interno del polso la sera prima di andare a letto, quindi ricoprire con una striscia di tessuto (anche per non sporcare) e verificare se l’indomani si nota una reazione cutanea (arrossamento, rigonfiamento, puntini).

Bibliografia Completa
http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

Psicofarmaci e Bambini

Il dottor Spock «fino a oltre i tre anni sapeva parlare pochissimo e quel poco lo diceva con esasperante lentezza». Anche Martin Buber imparò a parlare solo a tre anni. Uno degli insegnanti di James Thurber «disse a sua madre che probabilmente il bambino era sordo».

 bambini, dislessia, autisimo

Dislessia, ritardo cronico, distraibilità, iperattività sono sintomi della «sindrome da deficit dell’attenzione»: e sa Dio quanta pazienza ci vuole. Del resto, in quale altro modo si può contenere e snidare l’altra faccia di questo «deficit»?

Spesso i bambini così classificati, e anche gli adulti, sono quelli con intelligenza superiore alla media, inclini a perdersi in fantasticherie e con un’anima così sensibile e aperta che l’«Io» non riesce a starle dietro e il suo comportamento risulta disorganizzato. E allora, ale!, una bella cura di Ritalin, Prozac, Xanax: e funziona, naturalmente per il 50% o a livello sintomatico.

dieta depurativa

Ma il fatto che le pillole combattano il deficit non vuol dire che la causa ne sia confermata o che se ne sveli il significato. Le stampelle funzionano, ma non spiegano la mia gamba rotta. Come mai questo disturbo è tanto diffuso oggi? Su che cosa l’anima non vuole rivolgere l’attenzione, e che cosa starà facendo il daimon, visto che non sta leggendo, non sta parlando, non sta dando prestazioni rispondenti alle aspettative?

disbiosi

In questi casi bisogna ripartire a ritroso, rieducando l’ambiente, l’alimentazione, il Microbioma, per poi rieducare il linguaggio, sviluppare la sua creatività e scoprire anche il genio intrinseco nel bambino, che sta facendo i “capricci”.

James Hillman

Disbiosi intestinale e parassitosi

Come il paguro e l’attinia vivono in perfetta simbiosi

aiutandosi l’un l’altro (il paguro porta in giro l’attinia che ne approfitta per trovare cibo, mentre l’attinia offre al paguro la difesa dei propri tentacoli urticanti), così succede per il rapporto di simbiosi tra gli animali pluricellulari (dagli insetti ai mammiferi) e vari ceppi di batteri, detti per l’appunto batteri “simbionti”:

l’animale ospita i batteri che si trovano al sicuro in una “casa” che corrisponde al corpo dell’animale, ed i batteri in cambio aiutano a digerire ed assimilare il cibo, e persino a fornire alcune sostanze nutritive (nel caso dell’uomo si tratta di vitamine del gruppo B, vitamina K e alcuni aminoacidi).

Disbiosi intestinale e parassitosi

Nell’uomo queste popolazioni di batteri popolano le varie mucose del corpo, la mucosa dell’intestino (la più estesa e quindi anche la più popolata dai batteri), quella della bocca e della cavità faringea, delle tonsille, delle orecchie, dei polmoni , del tratto uro-genitale (e quindi anche della vagina), della pelle. Scrive il dottor Massimo Caporossi, su un articolo sulla disbiosi intestinale :

Tutte le superfici del corpo dalla pelle al tratto genito-urinario, alla cavità orale, all’apparato respiratorio, all’orecchio e, soprattutto, all’apparato gastrointestinale, sono colonizzati da batteri. L’intestino, in quantità progressive dallo stomaco al colon-retto, ne contiene circa il 70% del totale, suddiviso in più di 500 specie, costituendo così il microbiota.

Se qualcuno volesse una eventuale conferma cito l’articolo A brave new world: the lung microbiota in an era of change (“Un mondo nuovo: il microbiota dei polmoni in un’era di cambiamento”) che spiega come con le nuove tecniche di individuazione dei microbi (indipendenti dalla loro coltura) sta permettendo di fare sempre maggiori e più dettagliate scoperte sul microbiota delle varie zone del corpo umano;

Disbiosi intestinale e parassitosi

la presenza di una particolare comunità microbica sulla mucosa polmonare è ormai un dato assodato. Anche lo stomaco, che prima si pensava fosse un organo praticamente sterile, adesso viene studiato sotto il profilo del suo particolare microbioma, come mostra l’articolo Gastric Microbiota .

In realtà nel nostro organismo il rapporto tra il numero di cellule che contengono il nostro DNA (e che quindi possiamo considerare dal punto di vista genetico prettamente umane) ed il numero di cellule dei microbi simbionti è di uno a dieci, sebbene poi questi esseri unicellulari che noi ospitiamo sono molto più piccoli delle nostre cellule umane;

candida-intestinale

il rapporto in peso tra le due componenti di conseguenza è invertito, e per ogni chilogrammo di microbi simbionti ci sono circa 20 chili di cellule umane. Il repertorio genetico di questi microbi (detto microbioma) è circa 100 volte maggiore di quello dell’uomo che li ospita; in particolare nell’intestino umano ci sono circa 1000 differenti specie batteriche.

Così come per analizzare il comportamento e le abitudini del paguro legato con l’attinia non è possibile considerarli l’uno isolato dall’altro ma occorre considerare la loro unione simbiotica, così a ben vedere anche il nostro corpo umano dovrebbe essere studiato come quel super-organismo simbiotico rappresentato dall’interazione tra le nostre cellule e quelle del nostro microbioma .

Da notare che differenze genetiche e/o ambientali possono influire sulla particolare composizione di questo super-organismo, vedi per esempio la differenza tra la comunità microbica vaginale delle donne sane caucasiche e quella delle donne nere .

È importante notare che la complessa ecologia di questa interrelazione tra microbi e corpo umano è oggetto di studi piuttosto recenti, che anno dopo anno svelano sempre maggiori segreti di questo super-organismo e permettono una comprensione più approfondita dei meccanismi che permettono di mantenere una buona salute e di quelli che portano alla malattia. Alcune informazioni erano già state ottenute con mezzi più rudimentali agli inizi del 1900,

e molti medici avevano attribuito alla cosiddetta “tossiemia” e alle “endotossine” (tossine che vengono dall’interno dell’organismo stesso) la causa di molte se non tutte le malattie, facendo loro la massima del medico greco Ippocrate (“tutte le malattie hanno orgine nell’intestino”)

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ma purtroppo alcuni medici avevano pensato di “risolvere” il problema alla radice in una maniera a dir poco cruenta, ovvero togliendo tonsille e denti in maniera indiscriminata e asportando persino chirurgicamente parti del colon (in un’epoca in cui non erano ancora disponibili farmaci per la prevenzione delle infezioni chirurgiche con tutte le drammatiche conseguenze del caso, decessi compresi).

Fu anche a causa di questo insensato accanimento chirurgico che venne gettato via, come si suol dire, il bambino assieme all’acqua sporca, e per circa 60 anni la ricerca medica si dedicò ad indagare sugli effetti intestinali di certe patologie piuttosto che sulla causa intestinale delle stesse malattie, confondendo sostanzialmente la causa e l’effetto.

Adesso invece la mole di ricerche scientifiche che si accumula sullo squilibrio del microbiota intestinale (l’insieme dei microrganismi contenuti nel nostro intestino) e del microbiota di altri organi e tessuti mostra fin troppo spesso non solo la correlazione tra patologia e squilibrio del microbiota,

ma dimostra anche in maniera incontrovertibile che correggendo lo squilibrio intestinale (ad esempio con la somministrazione di fermenti lattici, cibi fermentati, in poche parole di probiotici) si osservano notevoli miglioramenti delle condizioni di salute dei pazienti.

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Se qualcuno ha voglia approfondire la questione del microbiota umano e del rapporto simbiotico tra microrganismi ed essere umano può leggere l’articolo Composition of the adult digestive tract bacterial microbiome based on seven mouth surfaces, tonsils, throat and stool samples (“Composizione del microbioma batterico del tratto digestivo dell’adulto basato su sette superfici della bocca, tonsille, gola e campioni di feci”) ,

ma soprattutto il libro Metagenomics of the human body (“Metagenomica del corpo umano”), un libro con contributi di vari studiosi, edito dalla dottoressa Karen E. Nelson per la Springer . A pagina VII, nella premessa al libro scritta da Jane L. Peterson e Susan Garges, leggiamo che:

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Relman e Falkow (2001), quasi contemporaneamente, hanno lanciato l’idea di un “secondo progetto genoma umano” che “faccia un’inventario completo dei geni microbici dei quattro più importanti siti di colonizzazione nel corpo umano: bocca, intestina, vagina e pelle.”

Interessante è anche l’articolo è Role of intestinal bacteria in nutrient metabolism (“Il ruolo dei batteri intestinali nel metabolismo dei nutrienti”) che argomenta come la proliferazione dei batteri benefici e di quelli patogeni dipenda dalla dieta, e mostra come i batteri benefici aiutano a digerire ed a produrre vitamine e aminoacidi.

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Una mancanza dei normali batteri simbionti può essere causata dall’assunzione di molti tipi di farmaci (antibiotici, antidolorifici, antinfiammatori, anticoncezionali, cortisonici, neurolettici chemioterapici), stress, mancanza di allattamento,

parto cesareo (l’intestino del feto è praticamente sterile, senza alcun microrganismo, e in condizioni normali inizia ad essere popolato da quei microrganismo che incontra nel canale del parto) e per finire anche dalla nascita da una madre con una carenza di questi batteri benefici (dovuta a sua volta ad una delle cause summenzionate).

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Riguardo all’azione negativa dello stress sui batteri benefici vedi l’articolo Investigating the role of perceived stress on bacterial flora activity and salivary cortisol secretion: a possible mechanism underlying susceptibility to illness che mostra come gli alunni sotto stress per gli esami mostrano una riduzione di acido lattico (prodotto dai batteri benefici) nelle feci.

Sull’effetto degli antibiotici vedi per esempio lo studio scientifico Prospective study of the impact of large spectrum antibiotics on the human gut (“Studio prospettico dell’impatto degli antibiotici a largo spettro sull’intestino umano”) che mostra come gli antibiotici causino infezioni da lieviti come la Candida albicans, e l’Amoxicillina-clavulonato causi un maggiore aumento di tali patogeni.

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Anche l’articolo Incomplete recovery and individualized responses of the human distal gut microbiota to repeated antibiotic perturbation mostra che la microflora intestinale, dopo due cicli di ciproflaxina, in alcuni casi non ritorna allo stato pre-esistente ma mantiene una parziale alterazione che si è sviluppata nel corso del trattamento .

Sull’effetto negativo dei chemioterapici nei confronti dei microrganismi benefici dell’intestino vedi l’articolo Chemotherapy-driven dysbiosis in the intestinal microbiome (“Disbiosi del microbioma intestinale causata dalla chemioterapia”) nel quale leggiamo due cose interessanti, la prima delle quali è che

La chemioterapia causa diversi effetti collaterali, e la mucosite gastrointestinale è uno dei più frequenti. Gli attuali modelli di mucosite gastrointestinale non tengono generalmente conto del ruolo del microbioma intestinale. E la seconda che Il nostro studio identifica un grave squilibrio composizionale e funzionale nella comunità microbica dell’intestino, associato alla mucosite gastrointestinale indotta dalla chemioterapia.

Ma è difficile tenere il conto di quali e quanti farmaci hanno un effetto negativo sull’ecosistema dei microrganismi che vivono in simbiosi con l’uomo; per esempio l’articolo Tumor necrosis factor inhibition and invasive fungal infections (“Inibitori del Tumor Becrosi Factor e infezioni fungine invasive”)

mostra l’assunzione di un farmaco piuttosto recente (un inibitore della citochina TNF, utilizzato per gestire i sintomi dell’artrite reumatoide e di altre malattie autoimmuni) è associata al’aumento di varie infezioni opportunistiche per esempio di Candida albicans e Aspergiullus fumigatus (un fungo molto pericoloso per la salute dell’uomo ).

Il microbiota intestinale contiene di regola oltre ai batteri benefici anche modeste quantità di batteri potenzialmente nocivi, che sono però limitatate dalla presenza dei batteri simbionti.

Questi ultimi infatti rendono l’ambiente della mucosa sfavorevole alla proliferazione dei batteri patogeni, costituendo quindi una prima linea di difesa da molte infezioni; essi producono sostanze simili agli antibiotici che tengono a bada i microbi patogeni, e rendono acido l’ambiente della parete intestinale impedendone ancora di più la proliferazione.

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Quanto detto a riguardo del microbiota intestinale vale sostanzialmente anche per gli altri gruppi di microrganismi che troviamo in altri organi e tessuti del corpo; anche se la composizione di ogni specifico microbiota è differente, l’elemento fondamentale alla base della condizione di salute di è il giusto l’equilibrio tra i vari tipi di microrganismi:

all’equilibrio i batteri “amici” (o simbionti) sono molti e tengono a bada quelli patogeni, i quali a volte nelle piccole quantità in cui sono presenti possono anche svolgere una funzione utile all’interno dell’ecosistema complesso della mucosa.

Libro, Vecchio, Nubi, Albero, Uccelli, Banca, Rush

Ma quando i fattori summenzionati sconvolgono l’equilibrio della microflora i batteri patogeni proliferano in maniera indiscriminata; in particolare nell’intestino gli organismi unicellulari della Candida Albicans, quando sfuggono al controllo del sistema immunitario e aumentano di numero, possono aggregarsi e integrarsi in una forma pluricellulare con ramificazioni

(come le ife dei funghi pluricellulari, dal momento che la Candida è lievito, ovvero un particolare tipo di fungo) che penetrano addirittura nella mucosa intestinale e ne forano la parete contribuendo a causare la cosiddetta “sindrome dell’intestino poroso” (ma anche altri patogeni e parassiti posso essere concausa di tale problema).

Bibliografia e Testo Completo 
http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

Ruolo dell’intestino nell’oncogenesi

Iniziamo dal ruolo dell’intestino nell’oncogenesi. 


La vita sulla Terra è nata grazie all’enorme energia messa a disposizione da reattori nucleari ancora prossimi alla superficie. Le specie che sono sopravvissute, quante? 1:10.000, 1:100.000, hanno dovuto imparare a RIPARARE i danni che le radiazioni procurano, non potevano ripararsi. Le radiazioni danneggiano il DNA, direttamente o mediante i radicali liberi. Ancora oggi lieviti intestinali secernano molecole sartine capaci di percorrere il filo del DNA, trovare dove è rotto e ripararlo.

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Conosciamo esattamente questi meccanismi, anche se talmente complessi che senza i miei appunti ho problemi a spiegarverli, ma non è importante qui. Se questi lieviti non popolano più l’intestino, perdiamo questa prima, ma basilare, azione anti-tumorale. Ci troviamo quindi con cellule con DNA danneggiato, allora corriamo ai ripari, attiviamo la via di fuga n°2, abbiamo già perso la n°1, facciamo degenerare queste cellule, in modo che siano attaccate dagli anticorpi.

Fine del problema, ma se se non riusciamo a produrre anticorpi, il problema c’è e come. Immaginiamo di essere al tiro al piattello, la degenerazione è il lancio del piattello, così che quello con il fucile possa colpirlo, ma se il fucile è scarico il piattello non viene colpito. In questo caso qualcuno di voi darebbe la colpa a chi lo ha lanciato?

Bambino, Ragazzo, Sorridente, Infante, Felice, Carino

Nei tumori, si, si da la colpa alla degenerazione, si cerca di impedirla (provate a colpire il piattello prima che sia lanciato), di emularla (non ha un gran senso), non pensiamo a ricaricare il fucile.

Perchè? Semplice, la produzione di anticorpi è regolata da un ammino acido essenziale, il tritpofano (trp), noto per essere il precursore della serotonina. Una “banale” disbiosi intestinale lo demolisce in indolo e scatolo (nelle urine), diminuisce così la capacità di produrre anticorpi e il fucile rimane scarico. la cellula tumorale consuma molto più glucosio di una normale, anche se ha a disposizione l’ossigeno.

Dna, Biologia, Medicina, Gene, Microbiologia, Analisi

Questo elevato consumo viene utilizzato per localizzare i tumori con la PET, che “segue” il metabolismo di zucchero radioattivo ingerito. Oggi sappiamo che questo consumo è dovuto al rapido processo di duplicazione cellulare.

Occorre quindi capire perchè una cellula tumorale senta la necessità di duplicarsi più velocemente del normale. Per questo conviene fare un passo indietro, molto lungo, fino ad arrivare a 3-4 miliardi di anni fa, quando si formarono le prime cellule viventi.

La Tutela Ambientale, Conservazione Della Natura

Già Aristotele sosteneva che le forme di vita potessero aver avuto origine da materia non vivente. Nel 1953 Muller e Urey dimostrarono come nel brodo primordiale sia stato possibile arrivare alla sintesi di ammino acidi, che polimerizzandosi formarono proteine le quali impararono a duplicarsi utilizzando substrati di argilla, fino a realizzare il DNA.

Vinsero il Nobel per questo esperimento. Le prime cellule furono batteri anaerobici, la catastrofe dell’ossigeno li indusse a realizzare sistemi digerenti anaerobici dove rifugiarsi.

Incendio Nella Foresta, Fuoco, Fumo, Conservazione

L’uomo appare sulla Terra 1/2 milioni di anni fa, e fu scelto come casa/armadio/rifugio ocontenitore, da questi ceppi anaerobici “vecchi” di 3 miliardi di anni. Sono 10 volte le nostre cellule, ci forniscono 4 milioni di unità geniche verso le nostre 24000!!!

Insomma quando ci riferiamo a noi, ci riferiamo più ai nostri batteri che alle nostre cellule. Il direttore dell’istituto di genetica di Washington ha scritto che siamo maggiormente caratterizzati dal DNA dei nostri microbi che da quello delle nostre cellule.

Foresta, Percorso, Mistica, Rocce, Fairytale

Come noi teniamo efficiente e pulita la casa, l’auto, lo studio … così questi batteri ci mantengono in salute, se non facciamo di tutto per farli scappare.

La prima cosa che hanno dovuto imparare a fare è quella di riparare i danni prodotti direttamente o indirettamente dalle radiazioni, che miliardi di anni fa erano notevoli per la presenza di reattori in superficie, grazie alla cui energia è scaturita la vita.

D’altronde non c’era possibilità di fuga, quindi le poche specie che sono sopravvissute (1 su milioni o miliardi) sono quelle che hanno imparato a riparare i danni prodotti dalle radiazioni.

Strada, Foresta, Stagione, Autunno, Caduta, Panorama

Queste danneggiano il DNA. Ancora oggi il Microbioma intestinale controlla la produzione di molecole “sartine”, generate da lieviti intestinali, capaci di ripercorrere il DNA, individuare dove è rotto e … ripararlo. Conosciamo nei minimi dettagli i meccanismi con cui questo importante processo avviene.

Ahimè, se ci siamo giocati ai dadi il Microbioma intestinale, per diete assurde, stili di vita sbagliati, credenze tribali, questi lieviti si sono addormentati e questo processo, che è sicuramente il più potente agente anti-tumorale, non avviene più. Allora scatta il piano di emergenza: lasciata tranquilla queste cellule con DNA danneggiato si riprodurrebbero normalmente, portandoci ad avere cellule con DNA diversi, allora le facciamo duplicare velocemente in modo che arrivino presto ad ammassi di dimensioni tali da farli aggredire dagli anticorpi.

Difesa, Protezione, Minaccia, Sistema Immunitario

La degenerazione equivale al lanciatore del piattello nel tiro al piattello, ma, se non abbiamo anticorpi, ovvero il fucile è scarico, non riusciamo a far fuori questo ammasso, che continua a crescere. Da cosa è controllata la risposta anticorpale?

Dal nostro amico Triptofano (trp), infatti nelle donne il suo livello diminuisce in concomitanza del massimo periodo di fertilità del ciclo per abbassare la risposta anticorpale ad impedire un attacco ad un eventuale feto.

Conservazione Della Natura, Responsabilità, Mondo

Anche noi maschi ci accorgiamo di questo calo, in quanto corrisponde ad un calo (anche) di serotonina cerebrale, quindi maggiore aggressività, dolorosità, isteria.. Una “banale” disbiosi intestinale, che demolisce eccessivamente il trp in indolo e scatolo, ci diminuisce la possibilità di eliminare le cellule fatte degenerare in quanto con DNA danneggiato.

Si arriva così alla formazione dei tumori. Risolvere una disbiosi è troppo semplice, poco costoso, nessuno ci guadagna, meglio scatenarci contro la degenerazione, ovvero prendiamo a sberle e pugni quel povero cristo che ci ha lanciato il piattello per farcelo colpire con il nostro fucile, invece di ricaricare il fucile. Chiaro no?

dott. Paolo Mainardi

L’ipotiroidismo e la tiroidite di Hashimoto

tiroidite

Per comprendere davvero le malattie e i disturbi della tiroide dobbiamo fare un salto indietro nella storia. I racconti si perdono da una generazione all’altra ed è umano dimenticare come tutto è cominciato, perché le incombenze della vita quotidiana ci distraggono. Se non la tiro fuori, la verità sulle origini dei problemi alla tiroide rischia di andare perduta per sempre.

In realtà la malattia di questa ghiandola è relativamente recente. Fu al volgere del XIX secolo, quando la rivoluzione industriale alterò le modalità di lavoro, che si iniziarono ad avere seri problemi. Fino a quel momento, l’ingrossamento della tiroide (chiamato anche “gozzo”) era piuttosto raro: era il risultato di carenze di sali minerali come lo iodio e lo zinco, o era causato dalla tossicità di metalli pesanti, come il mercurio.

tiroide

Quando poi le industrie appena sviluppate presero a scaricare questi metalli nei fiumi, nei torrenti e nei laghi, e le fabbriche a rilasciare emissioni velenose di nuove sostanze chimiche che il corpo umano non aveva mai incontrato, la tiroide cominciò a subirne i danni. L’organo era esposto a un tasso di tossicità che non aveva mai sperimentato e i casi d’ingrossamento si moltiplicarono.

Intorno ai primi del Novecento le industrie cominciarono a privare i cereali, la verdura e la frutta delle loro sostanze nutritive – tutto in nome del progresso – e a inscatolare il nostro cibo in barattoli di piombo, il metallo pesante perfetto per dare a ognuno un gozzo. E senza le adeguate sostanze nutritive le persone erano doppiamente vulnerabili. Allo stesso tempo, la scienza medica fece ciò che sembrava un enorme passo avanti.

Si basava su una filosofia molto diffusa nel Medioevo: la pratica di mangiare una certa parte del corpo di un animale per guarire la parte corrispondente dell’essere umano. In quell’epoca, se qualcuno aveva un problema al cuore gli veniva consigliato di mangiare il cuore, le malattie ai reni erano curate mangiando i reni, le malattie al cervello mangiando il cervello e le malattie agli occhi mangiando i bulbi oculari degli animali.

Era una ciarlataneria del tutto priva di efficacia, ma era stimata come la direzione più sensata del suo tempo. Secoli dopo, sul finire dell’Ottocento, la ricerca medica s’imbatté in un caso in cui questa teoria, per la prima volta nella storia dell’uomo, funzionava davvero. Essa scoprì che dalla tiroide essiccata e macinata dei maiali si poteva ricavare una medicina in grado di alleviare negli esseri umani i sintomi dei disturbi alla tiroide, in particolare il gozzo.

Uno dei motivi per cui il metodo funzionava davvero era che la tiroide essiccata forniva alle persone una sostanza nutritiva di cui erano gravemente carenti: lo iodio. Un altro motivo che venne in soccorso ai pazienti fu che la medicina ufficiale aveva scoperto per caso il primo composto steroideo, ovvero un concentrato di ormoni che sopprime l’infiammazione e il sistema immunitario. Quando la tiroide funziona male, spesso il corpo risponde con una reazione eccessiva la quale provoca un accumulo di liquidi intorno alla ghiandola, cosa che è in parte la causa del gozzo.

Tiroide

Il concentrato di ormoni nel medicinale a base di tiroide essiccata fungeva così da immunosoppressore, rallentando la capacità del corpo di reagire alla tiroide malfunzionante. Per la prima volta, sembrava che dalla filosofia che consigliava di mangiare parti del corpo corrispondenti a quelle malate fosse emersa una cura. In diverse concentrazioni, la tiroide essiccata dei bovini o dei suini è ancora l’ingrediente dei farmaci usati ai giorni nostri, il che li rende a dir poco antiquati.

Questi farmaci non affrontano ancora il problema alla radice, quindi non prepariamo medaglie postume a una scoperta fatta per caso. Dobbiamo realizzare che quella scoperta non era dovuta a una nobile riflessione scientifica ma a un dottore che un mattino si svegliò e pensò: “Proviamo se quella vecchia teoria funziona”; dopodiché andò dal macellaio per cercare qualche scarto e cominciò a fare esperimenti in laboratorio. “Un occhio per gli occhi, un rene per i reni, una tiroide per la tiroide.

Ah, ecco, questo funziona!”. Aveva preso la tiroide di un maiale, l’aveva trattata e disidratata, poi l’aveva somministrata ai suoi pazienti malati di gozzo e vide dei risultati. Non certo una grande epifania basata su una scienza sofisticata. Nel corso del Novecento si ebbe un’impennata virale e le donne iniziarono ad avvertire disturbi alla tiroide con sintomi molto diversi dagli ingrossamenti visti fino ad allora. Oggi, a distanza di molti anni, questa nuova patologia è etichettata come tiroidite, termine che indica semplicemente una tiroide infiammata. Spesso i pazienti ricevono diagnosi più specifiche, come tiroidite di Hashimoto e ipotiroidismo, ma rimangono pur sempre malattie del mistero.

emicrania

Adesso assistiamo a un’altra ondata. Decine di milioni di persone, per lo più donne, non si accorgono nemmeno di avere un problema alla tiroide, ma per tale ragione non vivono appieno la loro vita. I pazienti ricevono farmaci che si basano ancora su tiroidi animali in forma sintetica o essiccata, e quando questi non sono sufficienti a sopprimere i sintomi si passa ai trattamenti allo iodio radioattivo che mirano a distruggere la ghiandola.

Questo non è progresso. Non sono ancora emerse risposte su cosa provochi davvero le misteriose malattie della tiroide, quindi la gente non è ancora nelle condizioni di imparare a guarire. Nel paragrafo seguente svelerò i veri motivi per cui così tante persone combattono con sintomi legati alla tiroide e cosa puoi fare se sei una di quelle. Se stai soffrendo c’è un motivo preciso e c’è anche un modo per stare meglio.

COMPRENDERE L’IPOTIROIDISMO E LA TIROIDITE DI HASHIMOTO

La tiroide è una piccola ghiandola situata nel collo che svolge una funzione fondamentale per la salute: regola i livelli energetici in ogni momento, e ciò influisce su ogni cellula del corpo. Quando la tiroide produce tutti i suoi ormoni, segnala alle cellule di ricevere il glucosio e convertirlo in energia, che serve per la loro normale attività, per ripararsi e riprodursi.

Quando invece produce quantità inferiori di ormoni, segnala alle cellule di trattenersi e risparmiare l’energia per un secondo momento. Questo accorgimento fa sì che il corpo funzioni a un ritmo costante, ma con l’andare del tempo l’attività ridotta della tiroide causa una “insufficienza energetica” in tutto il corpo, perché le cellule non ricevono istruzioni ormonali per ricaricarsi come dovrebbero per funzionare in maniera corretta.

Quando la tiroide funziona bene, funzioni bene anche tu. Quando smette di lavorare nel modo giusto, diverse aree del tuo corpo possono crollare. Per definire una scarsa produzione di ormoni da parte della tiroide si usa il termine ipotiroidismo, uno stadio iniziale e lieve di tiroidite. L’ipotiroidismo e la tiroidite di Hashimoto non sono come gli ingrossamenti che si verificavano in passato per la carenza di iodio e l’accumulo di tossine nella ghiandola. E queste definizioni non spiegano qual è la vera causa che provoca affaticamento, palpitazioni, vampate di calore, confusione mentale, sovrappeso e molti altri problemi associati.

Le comunità mediche ritengono che la tiroidite di Hashimoto sia il risultato di un sistema immunitario in qualche modo impazzito, che scambia le cellule della tiroide per invasori e gli dichiara guerra. Non è corretto. L’ho già detto e lo ripeto: il corpo non attacca se stesso. Il nostro sistema immunitario non si confonde e non attacca i nostri organi, e ciò vale anche per la tiroide.

L’erronea teoria della malattia autoimmune è semplicemente un gioco accusatorio. Punta l’indice contro il corpo del paziente per distrarlo dalla verità, e la verità è che la ricerca medica non ha ancora scalfito la superficie di ciò che causa le malattie della tiroide.

La verità è che attualmente oltre il 95 per cento dei disturbi alla tiroide, compresa la tiroidite di Hashimoto, derivano da un’infezione virale (il restante 5 per cento deriva dalle radiazioni). E il virus è quello di Epstein-Barr (EBV).

Dopo un lungo periodo di incubazione – di solito nel fegato –, l’EBV si sposta verso la tiroide e penetra nei suoi tessuti, con l’andare del tempo il carico virale la indebolisce, rendendola meno efficace a produrre gli ormoni necessari al corpo per funzionare; poco a poco, il virus infiamma la ghiandola, causando l’ipotiroidismo o la tiroidite di Hashimoto. Non è il tuo corpo che ti ha tradito, anzi, il tuo sistema immunitario sta combattendo contro un autentico invasore e sta lavorando sodo per proteggerti.

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Un grosso equivoco è dato dal fatto che i pazienti credono che i farmaci affrontino alla radice il problema; in realtà essi non curano, si limitano ad aggiungere ormoni nel sangue nella speranza che il corpo li utilizzi per sostituire gli ormoni che la tiroide ha smesso di produrre. Nessuno sa che i farmaci per la tiroide sono blandi steroidi e rallentano il sistema immunitario nella sua reazione contro i sintomi. È un segreto che nemmeno i medici conoscono, perché nessuno gliel’ha detto.

E di solito i medici non confessano ai pazienti che in realtà non capiscono l’ipotiroidismo e la tiroidite di Hashimoto, né che i farmaci non curano davvero la malattia. Se assumi un farmaco per la tiroide e senti dei miglioramenti, bene; esso agisce per lo più come un innocuo cerotto per una malattia che in realtà deriva da un carico virale. Se hai provato dei farmaci e non hai trovato sollievo, ora capisci che la tua frustrazione è fondata. 

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Ho sentito storie di centinaia di donne che avevano cominciato ad assumere un farmaco per la tiroide dieci o quindici anni prima, quando avevano cinquanta o sessant’anni, in seguito a un esame. Il medico o l’infermiera aveva guardato gli esiti dell’esame e aveva esclamato: “Cosa diavolo è successo alla sua tiroide? È in condizioni terribili.” Per tutto quel tempo, prendendo il farmaco le pazienti avevano creduto di agire in modo responsabile e proattivo, pensavano che la medicina le stesse curando.

Non devi restare inchiodato a questo destino. Seguendo il programma alimentare e dei rimedi consigliati per rieducare il tuo metaboloma intestinale, puoi liberarti del virus di Epstein-Barr, e con i consigli che elenco qui puoi contribuire a guarire e proteggere la tua tiroide lesionata e a fortificare le ghiandole che la supportano. Finalmente avrai il vigore necessario per invertire il corso della malattia, invece di sentirti dire che la stai curando quando non è vero. Conoscendo la verità su ciò che è la causa e su come puoi migliorare, puoi riprendere il controllo della tua salute.

LE ANALISI DEL SANGUE PER LA TIROIDE

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Se sospetti di avere un problema o un disturbo alla tiroide ma non ne sei certo, chiedi al medico di prescriverti delle analisi del sangue per verificare i livelli ormonali, in particolare chiedi di testare il TSH, il T4 libero, il T3 libero e gli anticorpi della tiroide. Pur non essendo perfetti, questi esami di laboratorio sono quanto c’è di meglio al momento. Una moda che ha preso piede nelle comunità di medicina alternativa è misurare il T3 inverso.

I sostenitori di questa teoria ritengono che il T3 inverso sia un indicatore accurato, mentre i suoi detrattori sostengono che siano solo chiacchiere. In un certo senso, hanno ragione entrambi. I livelli del T3 evidenziano davvero i problemi, ma se ne sussistono diversi contemporaneamente è impossibile attribuire un significato certo ai risultati. Dunque, anche se l’esito del T3 inverso non è discriminante, è comunque una buona idea chiedere al medico di analizzarlo.

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Infine è importante sapere che, anche se le analisi indicano valori normali, non è da escludere che tu abbia un problema alla tiroide. Molte persone, per lo più donne, avvertono lievi sintomi di un’attività ridotta della ghiandola a prescindere dai risultati; a volte occorrono mesi o anni prima che una malattia della tiroide si sviluppi al punto da emergere nelle analisi del sangue (per di più, i parametri di riferimento di molte analisi sono troppo ampi, perciò una malattia lieve può anche non essere evidenziata, e normalmente non lo è).

Alcuni medici ora prescrivono farmaci anche se i valori delle analisi risultano regolari: è la volontà di affrontare il problema mentre sta sbocciando, ed è un progresso per le donne perché finalmente i loro sintomi vengono presi sul serio. Tuttavia, è solo l’effetto steroideo del farmaco a dare un parziale sollievo alle infezioni virali che le hanno colpite. La ricerca è ancora lontana dallo scoprire quale sia la causa primaria dei disturbi alla tiroide e quali siano i rimedi che possono realmente aiutare i pazienti.

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Se avverti sintomi legati a un malfunzionamento della tiroide, anche se le tue analisi del sangue sono nella norma, puoi seguire il protocollo in fondo alla pagina. Se i tuoi sospetti sono infondati, il peggio che ti può succedere è che rafforzerai la tiroide. Se sono fondati, non solo metterai fine ai problemi, ma riuscirai anche a prevenire altre frustranti malattie a quest’organo educandoti anche ad una alimentazione corretta.

Test per verificare la presenza di Virus EBV

Ab Anti Micoplasma Pneumonie IgG
Ab Anti Micoplasma Pneumonie IgM
EPSTEIN BARR VIRUS VCA –Ig
EPSTEIN BARR VIRUS VCA –IgM
CITOMEGALOVIRUS AB IGG
CITOMEGALOVIRUS IGM
AFFRONTARE I PROBLEMI DELLA TIROIDE

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Questo paragrafo presenta alimenti, erbe e integratori che aiutano a guarire la tiroide lesionata, a rafforzare tutte le ghiandole correlate del sistema endocrino (ghiandole surrenali, ipofisi, pancreas e così via) e a ridurre il carico virale specificamente nella tiroide.

Alimenti “gozzigeni” C’è una nuova tendenza che induce le persone a temere verdure come cavolfiori, cavolo riccio, broccoli, cavolo cappuccio, cavolo nero e friarielli. Si dice che contengano sostanze gozzigene, ovvero che favoriscano l’insorgenza del gozzo. Non prestare fede a queste voci! I cosiddetti alimenti “gozzigeni” non contengono sufficienti livelli di sostanze gozzigene da inibire il funzionamento della tiroide: dovresti mangiare barilate di broccoli ogni giorno per avere un qualche motivo di preoccupazione. Perciò ti prego di continuare a consumare e gustare le tue crucifere preferite, in realtà promuovono la salute della tiroide.

Alimenti terapeutici

Cibo, Uva, Cipolla, Olio D'Oliva, Ungherese, Autunno

Tra gli alimenti più salutari troviamo curativi per le malattie della tiroide come la palmaria palmata, i mirtilli selvatici, i germogli, il coriandolo, l’aglio, i semi di canapa, l’olio di cocco, le noci brasiliane e il mirtillo rosso. In varia misura, questi alimenti possono uccidere le cellule del virus di Epstein-Barr (EBV), offrire un apporto di micronutrienti, riparare i tessuti della tiroide, ridurre la formazione di noduli, eliminare i metalli pesanti e i sottoprodotti del virus dall’organismo e incrementare la produzione di ormoni della tiroide.

Erbe terapeutiche e integratori
Probiotici umani fermentati 3 anni su base di acidi grassi a corta catena, frutta e verdura
Zinco: uccide le cellule dell’EBV, rafforza la tiroide e aiuta a proteggere il sistema endocrino.
Alga Klamath RW d’acqua dolce, Spirulina (preferibilmente hawaiana): fornisce micronutrienti fondamentali per la tiroide.

Ceppo, Cibo, Frutta E Verdura

Fucus vesiculosus: fornisce iodio facilmente assimilabile e minerali traccia.
Cromo oligoelemento: aiuta a stabilizzare il sistema endocrino.
L-tirosina: aiuta ad aumentare la produzione di ormoni della tiroide.
Ashwagandha (o ginseng indiano): rafforza la tiroide e le ghiandole surrenali e aiuta a stabilizzare il sistema endocrino.

Radice di liquirizia: uccide le cellule dell’EBV nella tiroide e sostiene le ghiandole surrenali.
Eleuterococco (o ginseng siberiano): rafforza le ghiandole surrenali e aiuta a stabilizzare il sistema endocrino.
Melissa in MicroDosi di Olio Essenziale: uccide le cellule del virus e contrasta la formazione dei noduli.
Manganese “oligoelemento: fondamentale per la produzione dell’ormone T3 nella tiroide.
Selenio: stimola la produzione dell’ormone T4 nella tiroide.

Prima Colazione, Frutta Fresca, Mangiare Sano

Vitamina D3 a 10.000 UI : aiuta a stabilizzare il sistema immunitario e le sue reazioni.
Complesso di vitamine del gruppo B: vitamine essenziali per il sistema endocrino.
Magnesio: aiuta a stabilizzare l’ormone T3.

EPA e DHA (acido eicosapentaenoico e acido docosaesaenoico): fortificano il sistema endocrino e il sistema nervoso. Assicurati di acquistarne una versione di origine vegetale (non derivata dal pesce).
Bacopa monnieri: supporta la produzione di ormoni della tiroide e la conversione da T4 a T3.
Rubidio: aiuta a stabilizzare la produzione di ormoni della tiroide.
Rame oligoelemento: uccide le cellule del virus e aumenta l’efficacia dello iodio.

by anthony william

Bambini Attenzione e Intestino Cervello

Asse Intestino – Cervello 
I vostri bambini si addormentano sul banco di scuola, perdono facilmente l’attenzione e l’interesse i ciò che fanno, sembrano assenti o continuamente iperattivi?

Il nostro secondo cervello, l’intestino. 
L’importanza di una alimentazione equilibrata, mirata e attenta, è fondamentale anche nel trattamento dei disturbi dell’Attenzione, della Presenza, del Rendimento e del Comportamento.

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Disbiosi

Cartesio può aver detto “Penso dunque sono” ma l’ha detto solo perché il suo intestino glielo ha consentito 🙂
(M. Gershon)

Si è sempre pensato che il cervello “cranico” avesse la predominanza su tutte le funzioni dell’organismo. Negli ultimi anni, grazie anche agli studi condotti da un medico americano, Michael Gershon, che nel 1998 ha pubblicato il libro “Il secondo cervello” ,

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si afferma che il sistema gastroenterico è, appunto, un secondo cervello, dotato di un sistema nervoso autonomo che svolge funzioni molto complesse e, pur essendo molto lontano dal cervello “cranico”, è con lo stesso collegato dal nervo vago, che consente uno scambio di informazioni bidirezionali ed una reciproca influenza.

Quest’idea “innovativa” in realtà coincide con quanto sostenevano gli antichi egizi già quattromila anni fa, convinti com’erano che l’apparato digerente fosse la sede dei sentimenti.

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Oggi si parla di neurogastroenterologia come scienza che studia il sistema nervoso enterico che controlla l’apparato digestivo ed ha sede nel tessuto che riveste l’esofago, lo stomaco, l’intestino tenue ed il colon.

Un secondo cervello considerato come un grande magazzino chimico in cui sono presenti tutti i neurotrasmettitori che operano all’interno del cervello cranico, dal che si deduce che quest’ultimo non sia il solo ambito in cui si formano stati d’animo e vengono prese decisioni e che esiste una stretta correlazione tra disturbi gastrointestinali , disturbi psicoemotivi e malattie degenerative come il morbo di Alzheimer e di Parkinson, l’autismo.

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Del resto è proprio nel secondo cervello che si produce il 90% della serotonina e circa la metà della dopamina. La serotonina, chiamata l’ormone del buonumore, è il neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione del tono dell’umore, del sonno, della sessualità e dell’appetito ed è collegata a numerosi disturbi neuropsichiatrici come il disturbo bipolare, il disturbo ossessivo compulsivo, l’ansia, la depressione, la bulimia.

La dopamina, definita l’ormone della dipendenza, è il neurotrasmettitore che interferisce con la nostra parte emozionale in quanto crea le sensazioni di soddisfazione, motivazione, stimola l’attenzione, la memoria, il comportamento e l’Apprendimento non dei nostri bambini e negli adulti gratificazione all’interno della coppia.

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Definita della dipendenza in quanto, quando ci troviamo di fronte ad uno stato di benessere indotto (per esempio fumo e alcool o cibo spazzatura), la tendenza è quella di cercare la fonte del benessere e di aumentarne la dose.

Altra importante scoperta è che l’intestino funziona da potente fonte di produzione di benzodiazepine endogene, principio attivo che viene sfruttato, tra l’altro, per dormire, abbassare i livelli di ansia, superare lo stress, curare le fobie.

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Nell’intestino sono inoltre localizzati trilioni di microrganismi (il c.d. microbiota meglio noto con il seppur superato nome di flora batterica intestinale), dal peso di quasi 1,5 kg, strettamente integrati con lo stato di salute o di malattia individuale.

Agiscono, infatti, come barriera contro i patogeni, regolano l’assorbimento dei nutrienti, la produzione dell’energia e lo sviluppo del sistema immunitario.

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Queste funzioni si definiscono fin dalla nascita (alcuni sostengono già nel ventre materno) e sono fortemente condizionate dal tipo di allattamento, materno o artificiale, che riceve il bambino e, successivamente, dall’alimentazione e dagli stili di vita.

Ogni cambiamento dell’equilibrio della popolazione batterica intestinale influisce significativamente sull’andamento di molte malattie, compresa l’obesità, gli stati allergici, le malattie e le sindromi infiammatorie intestinali, le patologie metaboliche ed i disturbi psichiatrici.

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Il nuovo test diagnostico del microbiota sviluppato recentemente dall’Ospedale Bambino Gesù, fornisce una fotografia dell’intero ecosistema intestinale: da cosa è composto, come funziona, come si modifica, come si altera.

Il test disegna una mappa genetica completa delle specie di batteri che compongono il microbiota, insieme ad una mappa biochimica, ovvero un quadro complessivo di come questi batteri interagiscono tra di loro e come si modificano in rapporto allo stato di salute o di malattia.

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Una mole di informazioni indispensabili per riequilibrare la popolazione dei microbi intestinali attraverso l’ottimizzazione della dieta, la somministrazione di probiotici, fino al trapianto di microbiota, quando necessario. anche se è possibile una colonizzazione grazie a determinati protocolli alimentari e probiotici umani.

Se l’introduzione di probiotici nella dieta può aiutare a mantenere in buona salute il microbiota intestinale, prevenire e curare problemi di disbiosi o permeabilità intestinale, il futuro potrebbe risiedere nella psicobiotica.

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Intestino e cervello vanno di pari passo; se la flora batterica che alberga nell’intestino ha una buona composizione, il cervello si svilupperà in modo perfetto, sia durante la vita fetale, che nell’infanzia.

I risultati dello studio che ha portato a questa scoperta sono stati presentati lo scorso mese di ottobre durante il 47° Congresso della Società italiana di psichiatria (Sip) a Giardini Naxos da John F. Cryan, neuroscienziato della University College Cork.

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La “psicobiotica”, infatti, analizza il rapporto tra i microorganismi che vivono nel nostro corpo, quelli intestinali in particolare, e i disturbi mentali. Questo inedito legame è ricchissimo di implicazioni, sia a livello terapeutico che preventivo.

Secondo lo studio il rapporto tra microbiota intestinale e psiche sarebbe dovuto al fatto che i batteri presenti nell’intestino, producendo molto Dna, sintetizzano molecole che, per un complesso meccanismo di mediazione immunitario, ormonale e neurale, modulano lo sviluppo del cervello sia nella vita fetale sia dopo.

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La novità sta proprio nell’aver chiarito in buona parte in cosa consiste questo meccanismo. Scoprendo anche correlazioni con l’autismo nei bambini.

Con questa scoperta si aprono possibilità interessantissime e rivoluzionarie dal punto di vista clinico, in quanto si potranno trattare, in un prossimo futuro, i disturbi cerebrali e mentali anche attraverso la modificazione della flora batterica intestinale. Non è fantascienza, ma è la conseguenza diretta di evidenze scientifiche.

A cura della Dott.ssa Elena Franci, miodificato by Francesco Ciani

Bibliografia

Gershon, (1998), “Il secondo cervello”, Ed. UTET
A. Almodovar, (2014), “Intestino, secondo cervello”, Ed. Antonio Vallardi