Il morbo di Alzheimer

Malattia Espressione dell’AnimA

Questa malattia veniva chiamata in passato anche «demenza presenile» perché introduce precocemente nel gioco della vita tutti i processi della normale decadenza senile.

Si manifesta più di frequente tra i cinquantesimo e il sessantesimo anno di vita e colpisce prevalentemente le donne. Simile a una precoce caricatura dei processi di invecchiamento del cervello, questo morbo avanza rapidamente in una società che invecchia molto tardi.

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Al momento i colpiti rappresentano il sei per cento della popolazione ultrasessantacinquenne, ma la tendenza è in aumento.

Solo in Germania i malati ammontano a seicentomila e a questi se ne aggiungono ogni anno cinquantamila: nel frattempo il morbo di Alzheimer è al quarto posto nelle cause di morte nei paesi industrializzati: i non (ancora) colpiti non sono però del tutto consapevoli della gravità del problema.

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La «grande dimenticanza» viene essa stessa dimenticata. Un morbo che determina la perdita dell’intelletto rappresenta una vera e propria provocazione per chi appartiene a una società dominata dalla ragione.

Quando 90 anni fa Io psichiatra bavarese Alois Alzheimer ne parlò per la prima volta, i medici non vollero neppure ascoltarlo.

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Solo negli ultimi anni, a causa dei numeri in continuo rialzo, si è sviluppata una certa consapevolezza della pericolosità di questa terribile malattia, che porta alla perdita della coscienza e che può colpire chiunque, provocando la degenerazione del cervello.

Il velo grigio della vecchiaia assume la forma di un cosiddetto accumulo di amiloide, che si insinua soprattutto tra le connessioni delle cellule nervose, le sinapsi.

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Le concrezioni di albumina si uniscono ai composti di alluminio fino a formare una sorta di cemento mortale che mura la parte interna delle cellule nervose e impedisce la trasmissione dell’impulso: ne consegue che la funzione principale dei nervi, quella di creare legami, viene annullata.

La rete di comunicazione tra il cervello, responsabile delle funzioni logiche, e il sistema limbico, da cui dipende l’universo delle sensazioni, viene così bloccata.

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Mentre la memoria, l’intelligenza, la facoltà di decidere, l’orientamento, il linguaggio e tutto quello che viene determinato dall’intelletto va perduto, restano i sentimenti e il senso di rispetto per il modello sociale, la capacità di percepire il ritmo e la musicalità.

In tempi recenti ci si è concentrati di più su questo problema e la ricerca scientifica ha aperto diverse strade.

Innanzitutto si cerca di risalire a cause genetiche, visto che un decimo delle persone colpite ha sicuramente contratto questa malattia per via ereditaria e che praticamente tutte le persone affette da sindrome di Down (i mongoloidi), non appena arrivano ai trenta anni, contraggono il morbo di Alzheimer.

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Per questo si sospetta che le due malattie siano accomunate da un difetto del ventunesimo cromosoma. Il motivo scatenante resta tuttavia un problema aperto.

Si discute inoltre sull’influenza dell’ossigeno aggressivo, i cosiddetti radicali, che attaccano gli involucri grassi dei nervi determinando una carenza di anticorpi.

L’ossigeno di per sé non è sotto inchiesta, lo sono invece alcune molecole particolarmente aggressive, ad esempio quelle che si formano nella decomposizione dell’ozono.

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La sintomatologia si manifesta inizialmente con leggeri disturbi della memoria, soprattutto di quella a breve termine, mentre le funzioni di quella a lungo termine restano intatte.

È una situazione tipica delle persone anziane, che dimenticano spesso i fatti più recenti, ma ricordano molto bene gli avvenimenti remoti.

Con l’avanzare inesorabile della malattia, si manifestano irrequietezza e motilità che costringono i pazienti a camminare a passi minuscoli: si aggiungono inoltre disturbi nell’orientamento e nel linguaggio, difficoltà a riconoscere le persone e a compiere azioni sensate. In seguito si manifestano depressioni, più raramente stati di euforia.

Il morbo si manifesta sempre nella seconda metà della vita e quindi nella fase di ritorno e di raccoglimento interiore.

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L’interpretazione dei sintomi mette in luce il rapporto con la via evolutiva e mostra in che misura tale rapporto sia andato perduto, oppure trasferito nel corpo. Il comandamento di Cristo, che ci esorta a diventare come bambini, è affondato nell’ombra: i soggetti diventano infantili e subiscono una concreta involuzione.

La perdita crescente della memoria a breve termine mostra che non ci si sente più responsabili delle cose vicine. I pazienti dimenticano nel senso più reale del termine la loro vita, che dal presente si sposta nel passato.

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Attraverso il crollo della memoria sono crudelmente costretti a vivere nel presente, oppure può avvenire che il passato divenga una cosa sola col presente.

La vita dell’ hic et nunc, la meta del cammino evolutivo, ha in questa forma irrisolta qualcosa di spaventoso. L’immersione consapevole nell’istante presenta i compiti essenziali della vita nella polarità; nelle persone affette da morbo di Alzheimer irrequietezza e motilità tradiscono ciò che vorrebbero ancora fare.

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Con la perdita del senso del tempo, viene anche meno la capacità di comprendere sia la strada della vita che i suoi compiti. Chi non ricorda più niente e vive al di là del tempo lineare, non può più avere responsabilità di alcun tipo. La perdita dell’orientamento va nella stessa direzione.

Quando la vita termina, non solo non si è raggiunto nessuno scopo, ma si ha addirittura smarrita la strada. I pazienti non sanno più dove sono e dove vanno. Con l’orientamento hanno perso nel vero senso della parola anche l’oriente, la direzione da cui secondo le Sacre Scritture proviene la luce.

Alla fine della loro strada manca la luce, e con essa la speranza.

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Le frequenti depressioni sono dovute all’assenza completa di prospettive e speranze. La carenza di attenzione e di rispetto verso gli altri, che può dare tanto ai nervi ai parenti, ne è quasi una logica conseguenza.

Poiché tutte le funzioni di controllo dell’intelletto cadono, le emozioni possono scaricarsi tranquillamente, come nei bambini piccoli. Quello che i pazienti hanno represso nella vita per educazione o per scrupoli di altro tipo, si manifesta ora liberamente.

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La sofferenza che soprattutto di notte assume proporzioni impressionanti, per cui i malati, presi dal panico, si svegliano urlando o cominciano a vagare per casa, è difficilmente comprensibile a chi li assiste.

Dato che i pazienti sono privi del senso di orientamento e della memoria, si svegliano di notte nel buio più totale senza sapere dove sono, e in seguito neanche chi sono. Talvolta è necessario lasciare accesa una piccola luce simbolica, come si fa con i bambini, per illuminare il Iato oscuro della realtà.

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La malattia può essere interpretata come un ritornare-ad-essere-bambini sprofondalo nel corpo. I pazienti si attaccano proprio come bambini alle persone che li assistono, amano stare attaccati alle loro gonne o per lo meno assicurarsi della loro vicinanza attraverso segnali acustici, come cantare o sussurrare.

Come i bambini in tenera età, odiano le porte chiuse e il senso di insicurezza. Preferiscono restare nelle zone che ben conoscono, a cui sono abituati, si spaventano anche di fronte alle sorprese o ai cambiamenti fatti con le migliori intenzioni.

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Non c’è modo di discutere con loro, però reagiscono con gratitudine alle manifestazioni di affetto, come carezze o lodi. Se si vogliono evitare i loro attacchi d’ira, bisogna dar loro sempre ragione, si deve lasciarli vincere al gioco e addossarsi sempre ogni colpa.

In conclusione, hanno bisogno di essere curati in tutto e per tutto come bambini: devono essere nutriti e perfino fasciati. Mentre i pazienti ritornano agli inizi della vita, richiedono al loro ambiente un’umiltà che è molto difficile in quanto le speranze di miglioramento sono limitate.

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L’irrequietezza, detta discinesia, che costringe i pazienti a camminare a piccoli passi, testimonia che in loro esiste un impulso a muoversi, ma anche che questo impulso è ostacolato dai passi troppo piccoli e privi di direzione.

I pazienti si muovono in circolo. L’incapacità di rimanere seduti e fermi dimostra il bisogno di comunicazione e di collegamento con la vita e l’azione. Il fatto che si perdono ad ogni occasione perché non riconoscono più niente, fa capire che hanno simbolicamente rinunciato alla loro strada.

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I disturbi nell’articolazione del linguaggio indicano quanto il contatto con l’esterno sia divenuto difficile e col tempo addirittura impossibile. Perdono continuamente il filo del discorso, così come nella vita hanno perso l’orientamento. Il film si spezza sempre più spesso finché alla fine non rimangono che fotogrammi staccati.

Le frasi diventano sempre più corte, si riducono a parole, perdono man mano di logica, per poi esaurirsi del tutto. I pazienti ormai non hanno più niente da dire e vengono simbolicamente interdetti. Riescono ad esprimersi solo attraverso una comunicazione non verbale.

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Il termine medico utilizzato per definire questo problema del linguaggio è disfasia, che significa: i malati non vibrano più con Io stesso ritmo degli altri, sono disorientati anche nel linguaggio, col risultato di perdere col tempo anche questa capacità.

L’agnosia è un sintomo ulteriore, indica l’incapacità di riconoscere e alla fine arriva al punto che i pazienti non riconoscono più neanche se stessi. L’auto-conoscenza come scopo del cammino dell’uomo è affondata nelle ombre, come naturalmente anche il mondo che non può più essere riconosciuto come compito.

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L’aprassia, l’incapacità di compiere azioni pratiche, impedisce di utilizzare gli aiuti che la vita mette a disposizione. I pazienti affondano nell’inattività e nell’inettitudine. Con un mondo che non riconoscono più, non sono più in grado di confrontarsi.

La depressione riporta con chiarezza il tema a un denominatore comune.

La depressione è anche una mancanza di tensione e in effetti rappresenta una delle forme irrisolte del rilassamento. I pazienti diventano psicologicamente e fisicamente dipendenti e rinunciano a prendersi cura della propria vita, affidando tale compito al prossimo.

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Qui si rivela in modo drastico che il ritorno alle origini della vita è affondato nell’ombra.

Invece di diventare come bambini in modo libero e redento, corpo, anima e spirito regrediscono all’età infantile. Invece di camminare per il mondo col cuore aperto, pronti a stupirsi di fronte al miracolo della vita, i malati affondano nell’afasia.

Invece di conquistarsi a piccoli passi il loro spazio nella vita, si muovono in cerchio a passi minimi e si perdono.

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Fuggono verso il passato, verso la mancanza di responsabilità dell’infanzia, esigono attenzioni e cure senza dare niente in cambio e vivono inconsapevolmente scaricando su tutta la famiglia o sui singoli parenti quegli incarichi che essi stessi non sono assolutamente disposti ad assumere.

L’immagine delle cellule nervose murate nel cemento coi loro collega¬menti interrotti, rispecchia da un punto di vista anatomico la loro situazione.
Anche se si intende la de-pressione, secondo l’accezione attuale, come bassa-pressione, emerge l’aspetto della fuga perché tutti gli impulsi vitali vengono repressi. Il risultato è la morte da vivi.

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Alla fine la tensione non risolta e la repressione completa delle forze vitali sfociano nella morte.

Spesso non si sa chi soffre di più, se il malato o coloro che liberamente scelgono di rimanergli accanto. Mentre i pazienti percorrono inesorabilmente all’indietro la loro strada, chi li assiste si ritrova a dover affrontare molti sacrifici. È una variante della strada del ritorno, che i pazienti sfiduciati hanno rifiutato.

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Mentre i primi sono ora costretti a seguirla inconsapevolmente soffrendo, chi sceglie di rimanere al loro fianco per aiutarli la condivide consciamente. Alcune persone che si sono consacrate a questo compito dichiarano di essere cambiate profondamente e di essersi arricchite.

Chi affronta questo impegno sovrumano, imparerà molto su di sé, sull’essere bambini, sul coraggio e sull’umiltà.

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La cosa più deprimente e diversa rispetto all’educazione di un bambino, che nonostante i problemi ha sempre come fine quello del miglioramento, è la consapevolezza della mancanza di prospettive.

Mentre i bambini crescono, coloro che sono stati colpiti da morbo di Alzheimer precipitano. Del resto, educare un bambino quando ha ormai dieci anni è tardi. È necessario avere una guida sulla via che riporta a casa.

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La fase più importante e più difficile della strada dell’uomo, la discesa nelle tenebre, ha preso forma e per coloro che scelgono liberamente di condurvi l’anima altrui non è meno importante che per coloro che vengono accompagnati.

Percorrere questa strada richiama alla memoria il mito di Orfeo e Euridice, anche se nella nostra società sono principalmente le donne che si assumono il compito di accompagnare l’anima della persona amata nella discesa al regno dei morti.

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Si capiscono allora i racconti di coniugi o figli che si sono presi cura del malato, che descrivono i felici momenti d’amore vissuti insieme all’ammalato, che riesce spesso ad esprimere questo sentimento solo quando il carro armato intellettuale si infrange.

Sui gradini posti alla fine della strada che si sta percorrendo, vicinissimi ormai all’oscurità imperscrutabile, anche queste esperienze devono necessariamente essere sacrificate: l’amore individuale verso il singolo si trasforma necessariamente in un amore che tutto abbraccia, che va oltre la persona, poiché l’essere umano che si è conosciuto così bene sparisce nell’oscurità, e si rimane soli. In questa realtà domina il vuoto assoluto.

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Anche la persona illuminata rinuncia al proprio ego, e la sua individualità svanisce nel momento in cui entra nel grande vuoto. La differenza fonda¬mentale è però nella coscienza.

Per questo una malattia che anticipa le «fasi normali della decadenza senile» rappresenta lo specchio chiaro e spaventoso di una società, in cui un numero sempre maggiore di persone è colpita dal morbo di Alzheimer.

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Invecchiare significa molto spesso da noi diventare bambini, o attraverso malattie quali la sclerosi del cervello, altre forme di demenza, colpi apoplettici o semplicemente attraverso una «normale» decadenza cerebrale.

Il compito autentico ci invita però a tornare indietro consapevolmente e a «diventare come bambini».

Domande da porsi all’inizio della malattia e per coloro che assistono i malati

1. Ho preso bene la curva, ho trovato il punto di svolta nella mia vita e l’ho utilizzato per ritornare a casa?
2. In che rapporto sono con il bambino che è in me?
3. Ho mantenuto i legami con questo e nella vecchiaia mi sto di nuovo avvicinando consapevolmente a lui?
4. Mi sto avvicinando di nuovo ai bambini?
5. Verso dove mi potrei «orientare»? Da dove dovrebbe entrare luce nella mia vita? Quali aiuti non utilizzo?
6. In che modo perdo continuamente il contatto con le altre persone e con la vita?
7. Perché rifiuto la responsabilità della mia stessa vita?
li grande vuoto è, come il concetto cristiano di Paradiso, soltanto una descrizione imperfetta della perfezione, cioè dell’Unità.
Anche se le varie culture utilizzano diversi termini per indicare il regno che si trova al di là del mondo polare, esiste una sola Unità che abbraccia ogni cosa da ogni punto di vista, ma può anche essere il vuoto assoluto, in cui tutto è in potenza (a livello potenziale).

(Dott. Rudiger Dahlke)