L’ Amore

Nell’amore non siamo così unici come ci piacerebbe credere. Pare che la gente abbia stili amorosi molto simili.

Dicendo stili amorosi, mi richiamo ai modelli usati nelle ricerche sull’amore.

Il concetto generale di «amore» viene distribuito in vari contenitori, come cura altruistica responsabile (agape), solidarietà pratica (pragma), intimità erotica (eros), e così via.

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C’è anche l’aspetto di «mania», il sentimento ossessivo, tormentato che è tipico dell’amore romantico. Dobbiamo assolutamente indagare sul perché di questa eccezione. Nella mania amorosa, e solo in essa, sembra darsi come un’indipendenza del cuore. Questo amore è qualcos’altro!

La «mappa amorosa» è uno degli espedienti con i quali la psicologia cerca di dare conto dei misteri dell’invasamento amoroso.

Ciascuno di noi cresce in un ambiente familiare in cui determinati tratti danno piacere, soddisfano bisogni, accentuano la vitalità. Tali tratti formano uno schema, una mappa, ed è di questa che ci innamoriamo quando una persona che sembra possederne gli attributi attraversa la nostra strada.

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«Crescendo, questa mappa inconscia prende forma e ne emerge a poco a poco una proto-immagine dell’innamorato o innamorata ideali pertanto, molto prima che il nostro vero amore ci passi accanto a scuola, al supermercato o in ufficio, noi ci siamo già costruiti alcuni elementi base del nostro innamorato o innamorata ideale».

Per gli junghiani, la mappa amorosa possiede tratti fortemente individualizzati, perché a provocare l’innamoramento e la sensazione che si tratti di una chiamata del destino è una complessa immagine che portiamo nel cuore. Quanto più l’immagine è ossessiva e irresistibile, più ci innamoriamo pazzamente, il che intensifica la convinzione che sia il destino a volerlo.

L'immagine può contenere: una o più persone e testo

Gli junghiani chiamano questo fattore archetipico, che distorce la mappa in direzione di una particolare persona, con il nome di Anima e Animus, cioè una parte di Te ci si riconosce a specchio.

Anima e Animus sono le parole latine che indicano l’AnimA (lato femminile del Sé) e lo Spirito (lato maschile del Sé);

pertanto, anche ammesso che il nostro cuore si innamori di un’immagine infantile composita, a strutturare la nostra mappa, permeandola con l’esperienza del miracolo e del mistero, c’è sempre una configurazione ignota.

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Ecco perché, direbbero gli junghiani, l’amore è così travolgente.

Ti stende al tappeto mentre ti solleva al settimo cielo, fuori da questo mondo. L’esperienza dell’amore romantico trascende ogni condizionamento, pretende devozione al di là di ogni vincolo.

Per Platone, la «mania» era possessione da parte degli dèi, nella fattispecie di Afrodite e di Eros romantico. L’amore romantico ha un sapore di fatalità, di destino, di karma. «Sei quella/o che aspettavo», «Gli altri/le altre non contano», «Sei l’unica/o», «Ho cercato tanto, e finalmente eccoti qua…», «Sei la mia buona stella».

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Questa attrazione fatale, detta impersonalmente reazione biochimica e attribuita a feromoni subliminali, possiede una sua forza autonoma che trascende genetica e ambiente. Tale sensazione, non importa se sia o non sia delirante, conferma in maniera convincente l’interpretazione junghiana dell’amore romantico.

C’è attorno al fenomeno un qualcos’altro che ha un fine e un senso e un alone di avventura e di mistero.

Per gli junghiani, mamma e papà sono proiezioni di AnimA e Animus. Se anche li imitiamo e imitiamo il loro stile amoroso, non siamo fotocopie. Le fantasie abbelliscono la mappa, anzi diciamo pure che la disegnano. «L’amore romantico è inesorabilmente legato alle fantasie»: sono gli studi empirici sull’amore a sostenerlo.

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Essenziale per l’amore romantico è l’idealizzazione, non l’imitazione; non la replicazione del noto, bensì l’aspettativa dell’ignoto.

Nello specchio della somiglianza vediamo soltanto la faccia del nostro gemello “l’altra parte di me” separata dentro ma riflessa nell’altro nello specchio della mania amorosa, vediamo qualcosa che è radicalmente altro, la faccia che non riusciamo a trovare, che non conosciamo e che sembra richiedere gli spasmi dell’amore romantico.

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La mappa amorosa può spiegare le cose visibili, come i fianchi morbidi, le automobili e i cammelli, di potere ecc, ma l’amore si innamora anche di «qualcos’altro», che è invisibile. Diciamo: «Lui/lei ha un non so che»; «Il mondo intero cambia, quando c’è lui/lei». Come pare abbia detto Flaubert: «Lei era il punto di luce sul quale convergeva la totalità delle cose». Questo sulla mappa non c’è.

Se mai volessimo la prova lampante dell’esistenza del daimon che chiama, basta che ci innamoriamo una volta. Le fonti razionali dell’ereditarietà e dell’ambiente non sono abbastanza ricche da far scaturire il fiume in piena dello spasimo romantico.

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Lì ci sei tutto intero, in nessun’altra occasione ti senti altrettanto sopraffatto dall’importanza del tuo essere e dal destino; in nessun’altra occasione ogni tuo gesto si rivela più chiaramente ispirato da un demone.

l’amore romantico potrebbe essere «concepito come una forza o un espediente per aiutare a creare o a potenziare il sé e l’individualità nel ritornare Uno». Le teorie psicodinamiche devono situare la chiamata dell’amore dentro il «sé» personale.

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Ecco perché lo stile della mania amorosa rimane escluso dalle altre mappe dell’amore. La chiamata si cristallizza in quella persona la cui faccia ci chiama a ciò che ci sembra il nostro destino.

Quella persona diventa una divinità esteriorizzata, padrona del mio fato, signora della mia AnimA, come dicono i romantici, demoniaca e angelica insieme, alla quale devo aggrapparmi, dalla quale non posso separarmi, non perché io sia troppo debole e fragile, ma perché lei, la chiamata, è troppo forte. È ovvio allora che sono tormentato, possessivo, dipendente, sofferente. Il daimon sta facendo a pezzi la mia mappa amorosa.

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Noi, però, possiamo leggere le ricerche più aggiornate come prove a conferma dell’autonomia del daimon.

Il suo fuoco illumina precisamente il compagno o la compagna che ci vogliono per me, nel bene o nel male, a breve o a lungo termine, convincendomi che questa altra persona è l’unica e la sola e che questo evento è unico e irripetibile per acquisire Consapevolezza di Me e tornare ad essere completo da dentro, al di là che l’esperienza finisca. L’AnimA ha percorsi che la mente potrebbe non accettare.

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Gli altri stili amorosi tracciati nelle ricerche (condivisione, cura, solidarietà, intimità libidica) sono meno selettivi, meno personali. Non si ostinano su questa particolare persona che incarna l’immagine che mi porto nel cuore. La mania amorosa vede ciò che è già contenuto nell’AnimA prima di venire al mondo.

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset dice che gli innamoramenti sono rari, se pensiamo a come è lunga la vita.

L’innamoramento è un evento raro e fortuito, che colpisce a una profondità incredibile. Quando accade, accade esclusivamente per la singolarità dell’oggetto:

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quella persona, non un’altra. Non gli attributi e le virtù, non la voce o i fianchi o il conto in banca, non proiezioni residue di precedenti fiamme o modelli familiari trasmessi da una generazione all’altra: semplicemente, l’unicità di questa persona che l’occhio del cuore ha veduto fra tante. Se manca quel senso di scelta fatale, il romanticismo non scatta.

Perché questo tipo di amore non è un rapporto personale o una epistasi genica, ma più probabilmente un’eredità demonica, insieme dono e maledizione degli antenati invisibili. Un analogo senso del destino, anche se meno improvviso e meno ardente, e un’analoga devozione possono caratterizzare l’innamoramento per un luogo e addirittura per un lavoro, oltre che per una persona.

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Non riusciamo a lasciarlo, dobbiamo rimanerci finché l’esperienza non è chiusa, e celebriamo riti devozionali per tenerlo vivo. Si crea lo stesso incantesimo, mi viene la stessa sensazione di poter vivere con te per tutta la vita, e il mio «te» può essere una persona, un luogo, un lavoro. E c’è la stessa sensazione che qui sia chiamata in gioco non solo la mia vita o la mia morte.

Morte è una parola troppo pesante e incompatibile per associarla alle intense vibrazioni dell’amore romantico; ma l’amore romantico più di tutti riverbera del senso dell’eterno e insieme della brevità e fragilità della vita, come se sulla passione romantica fossero sempre sospesi l’ombra e il respiro della morte, con il suo richiamo a un altrove che è «oltre» e senza confini.

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Si affrontano rischi pazzeschi.

E quando la letteratura unisce gli amanti romantici, unisce anche il loro amore con la morte. L’occhio del cuore che «vede» è anche l’occhio della morte che vede al di là dell’apparenza visibile fino a un invisibile cuore. E la autentica rivelazione si ha quando cadiamo in preda all’amore, perché allora siamo aperti a mostrare chi più autenticamente siamo, lasciando intravedere il genio della nostra AnimA.

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Dice la gente: «Sembra un altro: deve essere innamorato». «È innamorata: non sembra più lei». Quando l’amore smuove il cuore, si percepisce un qualcos’altro, nell’oggetto idoleggiato, che la lingua della poesia cerca di catturare. L’incontro tra amante ed essere amato avviene da cuore a cuore, come l’incontro tra scultore e modello, tra mano e pietra. E un incontro di immagini, uno scambio di immaginazioni.

Quando ci innamoriamo, incominciamo a immaginare al modo romantico, veementemente, sfrenatamente, follemente, gelosamente, con intensità possessiva, paranoide.

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E quando immaginiamo intensamente, incominciamo a innamorarci delle immagini evocate davanti all’occhio del cuore: come quando iniziamo un progetto di
lavoro, organizziamo una vacanza, prepariamo una nuova casa in un’altra città, portiamo avanti una gravidanza…

Le nostre immagini ci attirano sempre più totalmente dentro l’impresa avventata. Non riusciamo a venir via dal laboratorio, non smettiamo più di comperare altro equipaggiamento, di farci dare dépliant, di immaginare nomi. Siamo innamorati perché c’è l’immaginazione.

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Liberando l’immaginazione, perfino i gemelli identici si liberano della loro identicità per comprendere sé stessi e ritrovarsi , comprendersi e unirsi di nuovo da dentro, per ricordare poi che eravamo già completi cosi come il Sole e la Luna erano già presenti in noi da sempre.

L’Amore è sovrapposizione di Coscienza.

James Hillman “Il Codice dell’Anima” modificato Francesco Ciani

Il sistema circolatorio

Il sistema circolatorio è responsabile della circolazione sanguigna in tutto il corpo. Grazie ad esso quel prezioso liquido che è il sangue può circolare e fornire ossigeno e sostanze nutritive alla più piccola parte del corpo.

Ma è sempre questa circolazione che gli permette di svolgere il suo ruolo di purificazione, in quanto trasporta le tossine espulse dalle cellule ed espelle l’anidride carbonica in cambio dell’ossigeno.

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Pertanto è una funzione di ripartizione della vita in tutto il corpo, una funzione che consiste nel diffondere dappertutto ciò che dona la vita e, per estensione, la gioia di vivere Il sistema circolatorio si compone del cuore, del sistema venoso e del sistema arterioso e percorre l’organismo descrivendo una sorta di otto.

Le malattie del sistema circolatorio

I problemi circolatori segnalano che abbiamo difficoltà a lasciare che la vita circoli liberamente dentro di noi e che la nostra gioia di vivere, il nostro amore per la vita faticano ad esprimersi, se non addirittura ad esistere in noi. Quale parte di noi stessi non amiamo al punto da non permettere più che la vita la nutra?

Quale parte della nostra vita rifiutiamo? Quale trauma emotivo ha fatto in modo che in noi non vi sia più posto per la gioia o l’amore, oppure, perché ne abbiamo paura? Sono tutte domande che il nostro «Maestro Interiore» può inviarci attraverso le tensioni, oserei dire, del sistema circolatorio.

Il cuore

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Il cuore è l’organo principale, il pezzo forte della circolazione sanguigna. Una pompa intelligente e autonoma dalla straordinaria e sofisticata capacità di reazione. Per mezzo del suo ritmo è in grado di rispondere istantaneamente alla minima sollecitazione, sia fisiologica (sforzo) che psicologica (emozione). In stretto collegamento con il cervello, è capace di regolare con estrema precisione le pressioni e i ritmi circolatori di cui le sollecitazioni ambientali necessitano. Comanda e dirige la nostra capacità di adattare le reazioni interiori alle esigenze esterne.

Il cuore è un muscolo cosiddetto «involontario», ossia che funziona al di fuori della nostra volontà conscia. La sua relazione con il nostro inconscio è forte e spiega l’importante influenza delle nostre emozioni coscienti e incoscienti sul ritmo cardiaco. Sede tradizionale dell’amore e delle emozioni, la sua relazione privilegiata con il cervello, che da esso dipende sul piano energetico, ci mostra come un vero amore non può accontentarsi di essere passionale, ma ha il dovere di essere anche «intelligente». In caso contrario, rischia l’accecamento.

Le malattie del cuore

Risultati immagini per sistema circolatorio

Le malattie del cuore ci parlano delle nostre difficoltà a vivere l’amore e a gestire le nostre emozioni che hanno la tendenza a prendere il sopravvento su tutto il resto nella nostra vita. Possono anche significare che lasciamo troppo spazio al risentimento, all’odio, alla violenza, che rimuoviamo o scarichiamo per vie traverse (sport, giochi, ferite). In questo caso, il posto dell’amore per la vita, per noi stessi, per gli altri e per ciò che facciamo diminuisce di giorno in giorno.

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Ora, ricordiamo che il cuore distribuisce il sangue dentro di noi. Se coltiviamo stati emozionali negativi, questi saranno distribuiti dentro di noi allo stesso modo. Nel campo dell’energetica si ritiene che lo stato del Cuore e dello Shen (la sua rappresentazione spirituale) siano riscontrabili dal colorito della persona e dalla vivacità dei suoi occhi, del suo sguardo.

Palpitazioni, tachicardie, infarti e altri problemi cardiaci rivelano tutta la nostra fatica a gestire gli stati emotivi o, al contrario, a dar loro la possibilità di esprimersi, di vivere in noi. Prendere troppo sul serio la vita e tutto ciò che accade, l’assenza di piacere in ciò che facciamo o sentiamo, i pochi spazi dati alla libertà e al rilassamento, indeboliscono le energie del cuore e possono tradursi in tensioni cardiache. Ma anche l’eccesso di piaceri o di passione indeboliscono le energie del Cuore e possono procurare i medesimi effetti.

Michel Odoul

KlamaCor

La mano 

La mano è, come il piede per la gamba, il «pezzo forte» del braccio.

È proprio sull’estremità del braccio che poggia tutta l’azione, la cui realizzazione finale non sarebbe possibile senza di essa.

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Rappresenta lo stadio finale mediante il quale si compiono gli atti, come pure la loro rifinitura e la loro efficienza. Del resto, la parola mano ha la stessa origine delle parole «manifestazione, manifesto».

La mano rappresenta a tal punto il passaggio dal concettuale al reale, dall’idea alla realtà, che serve anche per «parlare», per comunicare. Ciò è vero non solo per i muti, ma anche per numerose culture sparse in tutto il mondo.

mani

La gestualità delle mani ha del resto molto spesso più potenza e rilevanza di quella delle parole. Numerosi studi hanno dimostrato l’importanza di quella che viene chiamata comunicazione gestuale.

Questo è il primo tipo di comunicazione che giungiamo a conoscere e sperimentare nella vita. Infatti la relazione tra la madre e il bambino, gli scambi e i segni di riconoscimento e di affetto si attuano mediante il contatto e la mano.

È dunque un vettore di trasmissione e di comunicazione.

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Serve a dare e a ricevere.
Può anche toccare, sentire e persino giungere a sostituire l’occhio. In questo senso è anche un vettore di percezione. Attraverso le mani vengono percepite o trasmesse le energie.

L’imposizione delle mani è religiosa, terapeutica, pacificante. Il palmo e ciascun dito sono trasmettitori e sensori delle nostre energie. Del resto, in ognuno di essi comincia o termina un meridiano dell’agopuntura.

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Questo determina, mediante il tipo di energia veicolata, il ruolo del dito al quale è connesso. Riprenderemo questo discorso più avanti parlando delle dita.

Ma, in quanto supporto finale dell’azione, la mano è anche il vettore del potere e simbolo di potenza. In varie culture rappresenta il potere reale nonché divino (essere nelle mani di Dio).

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La mano permette infatti di afferrare, tenere, stringere, imprigionare o schiacciare. Il modo di stringere la mano, del resto, riflette chiaramente la considerazione che le persone hanno della relazione con coloro che salutano.

Le persone che abbandonano la loro volontà di potere sull’altro si danno la mano.

Ritroviamo quindi per la mano la maggior parte dei ruoli, simbolici o meno, che corrispondono al braccio. La differenza risiede nel fatto che la mano agisce allo stadio finale, laddove il braccio trasmette.

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Possiamo paragonare simbolicamente l’intero braccio ad una freccia. La mano è la punta della freccia, mentre il braccio è l’asta. Il movimento della freccia viene trasmesso dall’asta (il braccio), ma è la punta (la mano) ad assicurare la penetrazione della freccia nel bersaglio.

Le malattie delle mani
dita della mano

Le malattie delle mani ci parleranno del nostro rapporto con l’azione manifesta sul mondo esterno. Tensioni, dolori, sofferenze delle mani indicano che il nostro rapporto con il mondo esterno è un rapporto di dominio, di potere, di possesso o di avidità.

Vogliamo tenere in pugno, serrare, dominare troppo le cose o gli individui, sia per volontà di dominio che per paura. La mano che si chiude è quella che trattiene, che ha paura che le cose le sfuggano, che si difende oppure che attacca e vuole colpire (pugno serrato).

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Tuttavia, come talvolta mi capita di spiegare ad alcuni dei miei pazienti, la vita e tutto ciò che accade può essere simboleggiato da un pugno di sabbia. Se vogliamo averla e conservarla, dobbiamo tenere la mano ben aperta perché se la richiudiamo, per trattenere la sabbia, per tenerla e conservarla, questa scivolerà da tutti gli interstizi della mano.

Una mano calma o che accoglie è sempre aperta, laddove la mano che lotta, che grida vendetta o che minaccia è sempre chiusa.

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Mani e polsi sono strettamente collegati e il dolore che spesso colpisce entrambi contemporaneamente è indicativo di una grossa difficoltà ad abbandonare la presa sul mondo, sulla volontà, il dominio, il possesso o il potere che esercitiamo su tale mondo.

(Michel Odoul)

La contrazione di Dupuytren o mano rattrappita

Malattia espressione dell’AnimA

In questa malattia lo strato di tessuto fibroso del palmo della mano si contrae a partire dal dito più piccolo e col passare del tempo la mano finisce per chiudersi completamente, comunicando un messaggio profondamente simbolico.

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Da un lato è un sintomo di insincerità, perché per suggellare un patto si dà la propria parola e una stretta di mano.

Dato che la parola d’onore viene sancita simbolicamente dalla stretta di mano, la mano chiusa esprime falsità e anche disonestà. D’altro lato, nella sua chiusura si rispecchiano anche limitatezza e quindi paura.

A tutto ciò bisogna aggiungere il significato della contrazione

Risultati immagini per contrazione di Dupuytren

Il pollice stretto tra le dita è nei bambini un segno tipico di paura e di insicurezza. Il pugno nascosto nella tasca esprime paura e insieme aggressività, e spesso questi due sentimenti vanno mano nella mano.

La disonestà si presenta di nuovo se la mano viene nascosta nella tasca e le unghie, che ne rappresentano gli artigli, nella mano.

contrazione di Dupuytren

Se il pugno chiuso viene consapevolmente scelto come simbolo – come nel movimento dei lavoratori, decisi e combattivi – il tema dell’aggressività e della conflittualità diviene inequivocabile, in quanto la paura è sempre in agguato dietro lo spirito guerriero.

Nella gestualità della vita quotidiana, il pugno chiuso indica minaccia, desiderio di vendetta e volontà di combattere

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Il pollice, che sta solo di fronte alle altre quattro dita, è simbolo di unità e individualità. Se viene chiuso tra le dita, evidenzia bisogno di protezione e al tempo stesso paura e aggressività, che, come è noto, è la miglior difesa.

Infine la mano chiusa può esprimere anche smania di mistero. I soggetti non vogliono lasciar trasparire la loro individualità perché sono troppo timorosi, troppo insicuri o troppo aggressivi.

contrazione di Dupuytren

La malattia rivela da un lato insincerità e intenzioni nascoste, dall’altro un’aggressività potenziale non ancora vissuta.

Naturalmente i soggetti non sono affatto consapevoli dell’esistenza nelle loro azioni di tali tendenze, che vengono inscenate a livello fisico. Inoltre la mano che si contrae presenta nell’ispessimento della cute un’immagine di avidità. In realtà però chi si trova in una simile condizione non può né dare né ricevere.

Chi trattiene ogni cosa e non dà niente, finisce per non ricevere nulla.

contrazione di Dupuytren

Non può più dare nemmeno la propria mano

lo rivelano le dita contratte ad artiglio e la mano costantemente chiusa. I nodi che si sono formati sul palmo rappresentano problemi che i soggetti hanno cercato di nascondere al mondo e che in questa forma diventano visibili agli occhi di tutti.

La malattia colpisce in genere le mani, limitando di conseguenza la loro capacità di azione: solo di rado attacca le punte dei piedi e i centri dell’equilibrio.

mano contrazione nervi

Il lato colpito permette di operare un’ulteriore differenziazione, Il comportamento adottato nel contesto sociale è molto illuminante.

Se è la mano sinistra ad essere colpita, viene immediatamente nascosta e analoga sorte spetta al lato sinistro femminile. Se la malattia colpisce a destra, la situazione è socialmente più difficile, ma altrettanto chiara. Si è costretti a salutare porgendo la sinistra.

mano rattrappita

Prescindendo dal fatto che questo gesto risulta un po’ sgradevole e goffo, il suo significato simbolico è evidente. La mano destra, capace di esercitare la forza, viene nascosta e al suo posto viene presentata l’innocente sinistra.

Se sono colpite entrambe le mani, non si può più fingere di essere sinceri, non è possibile salutare in modo normale, e rinunciando a dimostrare un’accoglienza cordiale, si diventa onesti.

dare e ricevere mani

A questo punto però può mostrarsi anche l’altra faccia della medaglia, se la persona che si deve salutare non vuole rinunciare a un autentico contatto. Può per esempio cercare di afferrare la mano chiusa, di stringerla e tenerla prigioniera.

Proprio nei tentativi di saluto appare particolarmente chiaro il valore simbolico della malattia. I soggetti non sono più aperti alla vita. Non possono stringere in segno di saluto la mano che viene loro tesa.

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La cosa più tragica di questa situazione è che non riescono neppure ad afferrare la mano che viene loro tesa per aiutarli o salvarli.

Per l’avidità di agguantare tutto quanto (soprattutto ciò che è materiale) e di non restituirlo più, i pazienti finiscono col non riuscire più a tenere in mano la propria vita.

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Colpisce il fatto che spesso esista un parallelo con la problematica dell’alcol. In questo caso i soggetti si riempiono e si nascondono. Simbolicamente si chiudono insieme alla mano.

La loro vera natura è nelle loro mani e tutti possono vedere perché le mani vengono chiuse.

Donare e ricevere con il cuore dalle mani

Con le mani chiuse e ripiegate su se stesse, diviene impossibile anche concludere gli affari in modo «pulito», perché per farlo bisognerebbe suggellarli con una stretta di mano.

La contrazione impedisce il contratto leale e si manifesta il lato oscuro del patto. È, per così dire, un affare che viene concluso sotto mano.

Bisogna allora esaminare di nuovo la qualità delle proprie azioni e accettarla nonostante le associazioni negative. Si tratta di ammettere che si desidera afferrare e tenere per sé ogni cosa, e al tempo stesso ammettere i propri fini occulti.

dare e riceveremani

Se l’egoismo è vissuto consapevolmente, non ha bisogno di manifestarsi sul corpo. Lo stesso vale per i sentimenti aggressivi, la paura e l’insicurezza.

La cupidigia si trasforma in riserbo significativo, gli attacchi bellicosi in esuberanza di energia vitale, la paura in saggia prudenza.

Domande

1. Dove sono insincero? Quale indizio rivela la forma delle mie dita?
2. Se una mano rattrappita indica decadenza, cosa rappresenta la mia mano?
3. Posso continuare a lavarmela come segno di innocenza?
4. Cosa nascondo a me stesso e al mondo? Chi o che cosa ho in mano?
5. A chi sono rivolte le minacce che la mia mano esprime?
6. Verso cosa è rivolta la volontà combattiva che il pugno chiuso manifesta?
7. In quali situazioni non confesso il mio desiderio di afferrare? In che rapporto sono con il dare e il prendere?
8. Cosa significa per me non poter più stendere la mano e non poter più stare a mani aperte?
9. Quali nodi problematici tengo ben nascosti, cosicché nessun altro li possa vedere e soltanto io li senta?
10. Di cosa ho paura, che cosa mi rende così insicuro e mi impedisce di vivere la mia individualità in modo aggressivo?
11. Cosa significa per me il fatto di non poter più tendere a nessuno la mano ( che mi viene offerta per la mia vita, in segno di aiuto) e che non posso più afferrare nessuna mano tesa per salvarmi?
12. Cosa voglio nascondere? Di fronte al mondo? Di fronte a me stesso?

Doc. Thorwald Dethlefsen Doc. Rudiger Dahlke

Le mani

Malattia espressione dell’AnimA

Esse rappresentano il nostro organo di azione, col quale afferriamo, stringiamo, prendiamo in mano la vita, facciamo pace, curiamo i malati, accarezziamo e benediciamo, ma anche manipoliamo (dal lat.: manus = mano).

Ogni bambino piccolo impara con le mani a (ri)conoscere il mondo. Per poter capire qualcosa, dobbiamo simbolicamente toccarlo con mano, mentre quando vogliamo aiutare qualcuno gli diamo una mano.

Nell’atto di afferrare, il pollice si trova in posizione opposta rispetto alle altre dita.

l'opera nasce dalle tue mani

Se vogliamo comprendere qualcosa, ci serviamo del suo contrario: solo con l’aiuto dell’aggettivo «povero» possiamo capire il concetto di «ricco»; afferriamo l’idea di «grande» solo attraverso quella di «piccolo», di «buono» attraverso quella di «cattivo».

Nel mondo degli opposti, è necessario essere capaci di comprendere e di afferrare gli opposti. La mano spiega questa realtà attraverso la propria struttura anatomica.

darsi da fare con le mani  e cuore

La gamma delle possibilità di azione delle nostre mani rende chiaro il principio originario al quale esse sottostanno. Hermes-Mercurio è infatti il dio del commercio e dell’azione, delle arti e della destrezza, è un mediatore raffinato, responsabile dei rapporti tra gli dèi e gli uomini, ma anche di quelli tra gli uomini stessi.

Le mani sono organi molto individualisti

Due mani non sono mai del tutto uguali fra loro. I criminologi sfruttano questo dato di fatto e scoprono l’identità di una persona dalle sue impronte digitali.

Mani

Nel campo della comunicazione non verbale, le mani sono affidabili come la bocca e molto più sincere dei contenuti verbali. Anche la loro temperatura consente di formulare giudizi importanti.

Le mani calde esprimono il desiderio di contatto, vengono dal cuore come il sangue che le riscalda (76) .Le mani fredde invece comunicano distacco, non sono ben irrorate e indicano che il loro possessore trattiene la sua forza vitale e non è disposto a incontrare gli altri.

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Quelle fredde ma sudate esprimono la paura

Il sudore freddo indica inoltre che il soggetto in questione vive in modo tormentato la comunicazione con gli altri.

Ci serviamo dell’impressionante sincerità delle mani e della loro pelle sincera quando, durante una seduta, misuriamo e osserviamo la resistenza della cute. Nelle fasi critiche in particolare vale la pena di parlare direttamente con l’epidermide del paziente, perché le sue risposte sono più dirette e più sincere.

mani fredde

Mentre i pazienti si mostrano ancora «freddi»

le loro mani possono già indicare una notevole e inconscia agitazione. La pelle della mano comunica quindi qualcosa di essenziale che proviene dalle profondità dell’anima.

Le mani forti e ben irrorate, che stringono energicamente la mano dell’altro in segno di saluto, appartengono a chi è abituato ad affrontare direttamente la vita.

Al polo opposto si collocano quelle mani che quando vengono strette in segno di saluto si afflosciano. Questo modello da «salice piangente» vuol dire:

mani sensibili

«Mi puoi fare tutto quello che vuoi, io non ho, alcuna pretesa (nei confronti della vita)»

Per concludere dobbiamo citare ancora le mani delicate e sensibili che, pur se prive di un grande vigore fisico, sentono ed esprimono moltissimo e appartengono a persone dotate di una forte sensibilità.

Esistono poi tante situazioni di passaggio. Il solo fatto che ognuno ha una propria calligrafia, ricca di significati specifici sia in senso concreto che traslato, rivela la vasta gamma di possibilità espressive che caratterizza le mani.

Risultati immagini per le mani fredde

L’atto di porgere la mano in segno di saluto, risale a un tempo in cui gli uomini, dotati di maggiori capacità intuitive, erano in grado di capire come cosa ovvia il linguaggio delle mani. Quando noi anche oggi suggelliamo un affare con una stretta di mano, ricorriamo a un gesto che è simbolo di sincerità.

La stretta di mano conferma che le trattative sono state concluse con perfetto accordo da entrambe le parti. Il linguaggio delle mani fa capire molte cose, senza bisogno di ricorrere all’interpretazione delle diverse linee o all’analisi della calligrafia, anche se questi metodi, finora ritenuti occulti, incontrano oggi un crescente interesse.

 linea della mano

Un gruppo di medici inglesi è stato di recente in grado di dimostrare un rapporto convincente tra la lunghezza della linea della vita e la durata della vita stessa.

Tutte queste possibilità mostrano quanto siano espressive e individuali le mani e con quanta chiarezza esse ci facciano capire il nostro compito di vita:

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esse sono infatti i nostri migliori strumenti: evidenziano infatti i problemi di contatto e le strutture di comunicazione, mostrano la nostra capacità di creare legami e rivelano la nostra disponibilità.

(76) Cfr. la sezione sui disturbi della circolazione del sangue in R. Dahlke, Herziens)Probleme – Be-Deutung und Chance der Herz-Kreislauf-Probleme, Miinchen 1990.

(Dott. Rudiger Dahlke)

Personalità orale

La struttura e personalità

Il carattere di tipo orale trae origine dall’arresto del normale sviluppo durante la fase
orale della vita.

La causa è l’abbandono: il bambino perde la propria madre, perché essa muore, perché si ammala, o perché si ritrae da lui. La madre ha dato al bambino, ma non abbastanza. In molti casi ha «finto» di dare o ha dato suo malgrado.

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Così il bambino ha compensato la perdita diventando «indipendente» anzitempo, in molti casi iniziando a camminare o a parlare troppo presto.

Nasce in lui una certa confusione sulla ricettività ed egli ha paura di chiedere ciò di cui ha bisogno perché nel profondo è convinto che non lo riceverà. Il suo bisogno di cure produce dipendenza, tendenza ad aggrapparsi, ad afferrare, nonché una diminuzione dell’aggressività.

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Il bambino compensa con un comportamento indipendente che tuttavia, sotto stress, crolla. Allora la sua ricettività diventa passività sprezzante e l’aggressività si trasforma in avidità.

La persona di tipo orale soffre fondamentalmente di privazione, si sente vuota e non vuole assumersi responsabilità. Il suo corpo tende a essere poco sviluppato, con muscoli flaccidi, e soffre di improvvisa debolezza.

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Non ha un aspetto adulto, maturo, il suo petto è incavato e freddo, la sua respirazione non è profonda e a volte ha occhi che risucchiano l’energia altrui. In termini psicodinamici la persona di tipo orale si aggrappa agli altri perché ha paura di essere abbandonata.

Non è in grado di stare da sola e prova un bisogno esagerato di calore e di sostegno, che cerca di ottenere dall’esterno per compensare la terribile sensazione di vuoto interiore.

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Reprime i suoi forti desideri, la sua aggressività e la rabbia provocata dall’abbandono. Il sesso è un’esperienza che serve a ottenere il calore e la vicinanza di un’altra persona.

L’individuo di tipo orale ha avuto molte delusioni nella vita; spesso i suoi tentativi di creare un contatto sono stati frustrati. Ciò ha provocato in lui amarezza e la sensazione di non ricevere mai abbastanza.

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Ma egli non può essere appagato, perché ciò che cerca di soddisfare è un desiderio profondo che non vuole riconoscere e che cerca di compensare in altro modo. A livello di personalità chiede di essere alimentato e soddisfatto.

Nell’interazione con gli altri si esprime attraverso domande indirette che suscitano atteggiamenti materni e protettivi. Ma questo non lo appaga, poiché è un adulto, non un bambino. Quando entra in terapia il tipo orale lamenta un’eccessiva passività e stanchezza;

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nel corso della terapia la questione da affrontare è che deve trovare alimento nella propria vita. Ma egli crede che per soddisfare questo bisogno debba rischiare l’abbandono o l’insincerità dei sentimenti da parte degli altri.

Così il suo intento negativo sarà: «Farò sì che tu mi dia ciò di cui ho bisogno» o «Nego di aver bisogno».

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In questo modo si produrrà il seguente dilemma: «Se sono io a chiederlo, non è amore; se non lo chiedo, non lo otterrò».

Per risolvere questo problema in terapia il soggetto ha bisogno di identificare le sue necessità e appropriarsene, e di imparare a vivere in modo che siano soddisfatte. Deve imparare a reggersi sulle sue gambe.

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Nel processo terapeutico ci si imbatte anzitutto nella cosiddetta «maschera»: «Non ho bisogno di te» o «Non voglio chiedere».

Scavando più a fondo nella personalità si arriva all’io inferiore, che dice: «Prenditi cura di me». Poi, quando inizia il processo risolutivo, emerge l’io superiore che riconosce di essere soddisfatto e realizzato.

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L’io superiore e il compito karmico del tipo orale Il tipo orale deve imparare ad avere fiducia nell’abbondanza dell’universo e invertire il processo cui è abituato, che consiste nell’afferrare. La sua necessità è dare. Ha bisogno di rinunciare al suo ruolo di vittima e di riconoscere ciò che effettivamente riceve.

Deve affrontare la sua paura di stare da solo, entrare in profondità nel suo vuoto interiore e scoprire che in esso vi è vita in abbondanza.

Una volta che si è appropriato dei suoi bisogni ed è in grado di reggersi sulle proprie gambe potrà dire «Ci sono arrivato» e consentire alla sua energia più profonda e interna di liberarsi.

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Il panorama interiore del tipo orale è come uno strumento musicale finissimo, come uno Stradivari. Questo individuo ha bisogno di intonare il proprio strumento perfettamente e di comporre la propria sinfonia.

Quando intona la sua melodia, unica e irripetibile, nella sinfonia della vita, allora si sente realizzato.

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Quando l’io superiore è stato liberato, il soggetto orale può fare un buon uso della propria intelligenza in attività creative nel campo dell’arte o delle scienze.

Ha un dono naturale per l’insegnamento perché i suoi interessi sono molteplici ed egli è sempre in grado di collegare le conoscenze al cuore.

Barbara Ann Brennan “Mani di Luce”