Vertigini e Sindrome di Ménière

Di fronte a questo termine non rimane molto da spiegare:

nomen est amen. Le vertigini rimandano, di fatto, a una vertigine più profonda che si studia bene nei prototipi della malattia, cioè nel mal di mare e nei disturbi di viaggio. Il fatto che questo disturbo si manifesti con maggiore frequenza a bordo di una nave, ha determinato la scelta del nome con il quale viene indicato, tuttavia esso si presenta anche in automobile, sulle montagne russe, nei luna-park e addirittura negli ascensori.

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Le condizioni di partenza sono in linea di principio sempre le stesse.

Una situazione tipica è la seguente: stiamo facendo un viaggio in mare e ci troviamo nella sala da pranzo sottocoperta. Di fronte agli occhi abbiamo una tavola imbandita, fissata al pavimento, che non accenna al minimo movimento. Di conseguenza gli organi della vista comunicano al sistema nervoso centrale:

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«Tutto è tranquillo, ogni cosa è al suo posto». Contemporaneamente però l’organo dell’equilibrio segnala dall’interno dell’orecchio la presenza di «movimenti rotatori».

In tal modo si crea una specie di situazione a doppio cieco (double-bind-situation), di fronte alla quale la centrale non riesce a trovare alcuna soluzione, poiché o si è in uno stato di quiete o ci si sta muovendo:

la copresenza di queste due realtà è chiaramente impossibile. In tale contesto l’organismo incarna le vertigini reali e informa la coscienza.

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Qui diviene particolarmente chiaro fino a che punto la malattia renda sinceri.

Il sintomo raffigura sul corpo della persona coinvolta ciò che essa non può riconoscere all’esterno, cioè che il terreno oscilla sotto i suoi piedi. 

Se i disturbi si avvertono durante i viaggi, queste avvisaglie sono innocue, poiché il pavimento si muove veramente; in malattie come la sclerosi multipla, il sintomo indica davvero che il terreno trema; qui però deve essere interpretato metaforicamente e di conseguenza è più minaccioso.

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Nel malessere che si manifesta in viaggio, il corpo, insieme alla nausea, avverte «conati di vomito» e vorrebbe «rimettere» al più presto. I malati, nel senso più autentico del termine, non si sentono nel loro elemento:

sono capitati in ambiente estraneo, vivono nell’illusione di stare ancora su un terreno sicuro e tranquillo, mentre invece già da tempo navigano sulle onde del mare. Se vogliono che tutto torni rapidamente a posto, dovrebbero ammettere a se stessi e a tutti i loro sensi di trovarsi in una situazione particolare e dovrebbero affidarsi all’elemento acqua, l’unico in grado di trasportarli.

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Non avrebbero bisogno di vomitare, se si arrendessero metaforicamente alla situazione.

La malattia contiene già in sé la soluzione e attraverso il vomito, spinge i soggetti a salire sopra coperta: lì i loro occhi vedono il movimento dell’acqua e della nave e le informazioni fornite da questi organi sono nuovamente in accordo con quelle che provengono dall’orecchio.

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Vertigine e nausea possono, allora, placarsi. Se in una barca a vela si mette la barra del timone in mano a una persona che soffre di vertigini, la verità viene immediatamente a galla: questa infatti dovrà concentrarsi sull’acqua e i suoi occhi riconosceranno il loro errore.

Questo è anche il motivo per cui chi nuota non ha mai il mal di mare; neppure il conducente dell’auto è colpito da questo disturbo, mentre lo sono gli altri viaggiatori.

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Sono i bambini, soprattutto, che tendono ad avere le «vertigini»: a differenza di chi è al volante, essi non guardano la strada, ma, giocando, rimangono con lo sguardo all’interno dell’auto. In questa situazione gli organi sensoriali inviano informazioni inconciliabili. Con la nausea i bambini rivelano che l’auto non è il loro elemento.

Una semplice soluzione consiste nel farli guardare in avanti e verso l’esterno, indicando loro cose interessanti.

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Un altro metodo, sperimentato in tutti i casi analoghi, consiste nella momentanea eliminazione delle informazioni inesatte, cosa che può essere ottenuta chiudendo semplicemente gli occhi: ne consegue che i movimenti che prima causavano i disturbi diventano gradevoli, si tende al sonno.

Ci si ritrova di nuovo nel proprio elemento perché la vita è iniziata proprio così nel liquido amniotico, perché molti adulti si dondolano con piacere, come i bambini. È estremamente importante chiudere gli occhi, abbandonare i controlli e lasciarsi andare a questa situazione primordiale.

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Lo stesso principio è valido per tutti gli altri tipi di vertigine, compresa quella dovuta a ipotensione, che si manifesta con notevole frequenza presso le persone afflitte da bassa pressione, ogni volta che passano con eccessiva rapidità dalla posizione supina a quella verticale.

Il loro malessere è causato dal movimento «troppo veloce». Costoro si comportano come se volessero porsi di fronte alla nuova giornata o a una nuova situazione con slancio e impeto. Se il loro comportamento non è sostenuto da forza interiore, il corpo deve rivelare, o meglio, incorporare la vertigine. I soggetti devono sdraiarsi di nuovo, però hanno una nuova chance se accettano di essere più lenti, ma più autentici.

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Un cosiddetto doppio legame è quello che si verifica, ad esempio, nelle situazioni prive di via d’uscita come la seguente: una persona riceve in regalo una giacca gialla e una rossa. Se indosserà quella gialla, farà dire agli altri: «Allora quella rossa non ti piace!», se invece indosserà quella rossa, accadrà il contrario.

La sindrome di Ménière


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In questo caso ci troviamo di fronte non tanto a una malattia circoscritta, ma a un complesso di sintomi, che includono capogiri, vomito, sudorazione e pallore. La sintomatologia è inoltre caratterizzata da perdita di udito e/o da acufeni e, sul fronte dell’occhio, da un fenomeno detto nistagmo, termine che deriva dal greco e significa tremore e oscillazione dell’occhio.

Tale disturbo accompagna diverse malattie nervose, come la sclerosi multipla e spesso anche alcune affezioni dell’orecchio, tra cui la sindrome di Ménière, che costituisce molto probabilmente un problema di pressione nel sistema del labirinto dei condotti.

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La malattia si manifesta all’improvviso, apparentemente a ciel sereno, gli attacchi si presentano alternati a periodi di normalità di varia lunghezza. 

Come la sclerosi multipla, anche le vertigini devono essere prese molto sul serio. Il corpo da un lato informa la persona che si trova su un terreno pericolante, e talvolta trasmette anche la sensazione che la terra sparisca sotto i piedi. Dall’altro crea l’illusione che esistano movimenti che di fatto sono inesistenti.

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Il terreno su cui la persona si muove è diventato insicuro, non si può più essere certi di nulla, efficienza e indipendenza sono continuamente minacciate, la stabilità è messa in discussione.

Se si ricerca nei territori della psiche e dello spirito, spesso si scopre che i pazienti si sono smarriti ad altezze vertiginose dal punto di vista etico, morale, religioso o delle ambizioni.

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Dilatare a dismisura le proprie pretese impedisce di trovare uno scopo di vita veramente motivante. Chi è in questa situazione è costretto a darsi continuamente da fare e la sua capacità di resistenza risulta sorprendente: del resto sono costantemente alla ricerca di riconoscimenti esterni.

Se tali riconoscimenti vengono improvvisamente a mancare, si precipita nella tipica situazione di scollamento, che spesso è correlata alla perdita del senso della vita. Una volta perso questo riferimento, diviene immediatamente evidente tutta la mancanza di sicurezza e la disperazione – forse non nella coscienza, ma di certo nel terreno oscillante.

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I pazienti non sono più certi neanche della loro stessa vita.

In tali situazioni, rese ancora più preoccupanti dall’insieme dei sintomi, cadono spesso in un circolo vizioso. Poiché i movimenti esterni possono innestare movimenti oscillatori interni, diventano quasi immobili, abbandonano tutto e si trincerano in se stessi.

La debolezza di udito, che viene ad aggiungersi a questo stato di cose, rafforza l’isolamento. Questa situazione di assoluta immobilità in un piccolo mondo minacciato da tempeste esteriori, costituisce un quadro sincero, pur se deprimente, della situazione.

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La base della vita è talmente limitata, talmente piccola, che non c’è posto neanche per tutte e due i piedi. A questo punto, sostenendosi su un solo piede che rappresenta i loro ideali, queste persone si sentono insicure e non trovano altra soluzione che tentare di elevarsi tanto al di sopra della cose profane di questo mondo – come per esempio la sessualità, come espressione della polarità – che la vertigine non si farà attendere.

Il fatto che il corpo debba mettere in scena un dramma, dimostra che i pazienti non sono affatto consapevoli della loro situazione. 
La causa medica dell’indebolimento d’udito che può manifestarsi all’improvviso o gradualmente, va certamente ricercata all’interno dell’orecchio, ai livelli più profondi.

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L’organismo vuol dire con questo mezzo che i soggetti non sono più in grado di ascoltare e di obbedire. C’è da supporre che chi non vuole ascoltare, debba necessariamente intuire.

Infatti quando le orecchie si chiudono ermeticamente, subentrano sensazioni sgradevoli, come la nausea: in tal modo il malato dovrebbe accorgersi che sta rifiutando di inghiottire qualcosa di indigesto e sta cercando di sbarazzarsene.

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Il tremore dell’occhio e lo sguardo inquieto che ne consegue sono segni evidenti di pericolo (di caduta?). La soluzione si trova nel sintomo principale: il soggetto inganna se stesso sulle basi traballanti della sua esistenza, il terreno su cui cammina minaccia continuamente di sparire sotto i suoi piedi.

L’apprendimento possibile è il seguente: abbandonarsi alla fluttuazione fino a quando non sarà chiaro che la vita è fatta di alti e bassi e che è meglio stare su due piedi piuttosto che su uno. Il sintomo costringe i soggetti a cercare un sostegno materiale, perché altrimenti cadrebbero. Inoltre spiegano a chiare lettere che sarebbe opportuno preoccuparsi della propria esistenza e, soprattutto, del contenuto della propria esistenza.

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Le vertigini insegnano che sarebbe meglio smettere di controllarsi continuamente. Per quanto riguarda la debolezza di udito, i sintomi ci dicono che non bisogna più ascoltare all’esterno, né obbedire a comandi che vengono dal di fuori, bensì ascoltare e obbedire a ciò che è dentro di noi, cioè alla voce interiore, che può indicarci la nostra strada.

La nausea e il vomito ci raccomandano ancora una volta di liberarci di ciò che è esterno e non utilizzabile e di farlo, se necessario, addirittura in modo aggressivo. Soprattutto occorre cercare la propria ragione di vita e abbracciarla. I movimenti improvvisi degli occhi ci suggeriscono di sbrigarci, perché non c’è tempo da perdere.

Nel profondo del sintomo si cela la sua soluzione.

Se la base della vita è sicura, l’ebbrezza dei sensi può mettere le ali e far dimenticare tempo e spazio. Nell’estasi amorosa si evidenziano altezze e profondità di sensazioni e s

Bambino, Ragazzo, Sorridente, Infante, Felice, Carino

entimenti, e mentre precipitiamo in questa avventura che turba i sensi, l’equilibrio fisico rimane stabile e sicuro e la danza della vita diviene una gioia.

Domande 
1. Dove non riesco a unirmi alla base della mia vita? 
2. In che rapporto si trovano il senso della mia vita e il mio sostentamento? 
3. Perché non voglio sentire quello che la mia voce interiore cerca di dirmi? 
4. Che cosa non posso più utilizzare nella strada della mia vita e di che cosa mi devo sbarazzare immediatamente? 
5. Come va il mio orientamento nello spazio e nel tempo nel sistema di coordinate dell’esistenza? A cosa mi devo attenere? 
6. Quali sono i punti stabili della mia vita, quelli di cui mi posso fidare? 
7. C’è, nel mio mondo traballante, qualcosa che mi regge saldamente? 
8. Come posso abbandonarmi alla danza della vita, come posso sintonizzarmi con essa?

(Rudiger Dahlke)

Percorso di AnimA

Anime che sono passate per la valle degli sforzi e delle complicazioni, ma poi sono risorte con nuove lezioni di vita.

Anime che hanno navigato le profondità della pigrizia e della sofferenza, veleggiato sull’oceano delle paure, ma anche del coraggio. Anime forti, anime docili.

AnimA arcobaleno

Anime che si sono perse nel labirinto degli ostacoli, sono rimaste intrappolate in avvolgenti ragnatele e incatenate nella prigione delle loro paure, ma che hanno saputo trovare il cammino verso casa. Anime coraggiose.

Anime sensibili, delicate e ispiratrici.

Perché una buona parte della loro forza è costituita dalla sensibilità dei loro sguardi, dalla delicatezza dei loro atti, e dalla profondità della loro interiorità.

anima a specchio

Anime che hanno trasformato le loro ferite aperte in cicatrici, ora segni di tutti gli eventi vissuti e superati, delle battaglie a cui hanno partecipato, crescendo e camminando a testa alta.

Con la forza di volontà, tutto è possibile.

L’arte di vivere non sta nell’eliminare i problemi, bensì nel crescere nonostante questi. Queste ferite, oggi cicatrici, brillano in quanto testimoni della capacità che queste anime hanno impiegato per trasformare le situazioni difficili e dolorose in grandi successi.

Non esiste cicatrice che non contenga bellezza.

Cadono Le Foglie, Acqua, Natura, Foglie, Colorato

Nelle cicatrici sono sotterrate storie personali, dolori, paure, speranze interrotte … Come dice lo scrittore e cantante Marwan, le cicatrici sono le cuciture della memoria, quei punti imperfetti che curano le ferite, ma che ci fanno anche male, il segno che ci permette di non dimenticare mai quelle lesioni nonostante il tempo.

Le cicatrici fanno parte dell’armatura delle anime forti; il coraggio e la resilienza sono lo scudo; l’amore e la bontà sono l’antidoto per curare le ferite.

Uomo, Pioggia, Pioggia Neve, Da Solo, Sigaretta

Dalla sofferenza nascono le anime più forti. Anime pazienti, anime persistenti, che hanno cercato il sorriso dopo ogni lacrima, l’alternativa ad ogni problema, l’opportunità in ogni crisi.

Anime giganti, nonostante siano quasi invisibili.

Perché la loro grandezza sta nella capacità di recuperarsi, qualità grandiosa, ma allo stesso tempo invisibile. Anime eroiche che sono riuscite a vedere la luce nelle tenebre, l’arcobaleno nella tempesta.

Anime che, quando hanno capito di non poter cambiare le persone, le circostanze o le cose, hanno deciso di cambiare il loro atteggiamento per affrontare la sofferenza.

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Anime perspicaci. Anime che, lungo la loro traiettoria, hanno incontrato sé stesse, hanno scelto di conoscersi e di essere la loro migliore compagnia. Anime profonde.

Anime maestre

da loro si possono imparare importanti lezioni e si può parlare a proposito dell’abisso delle difficoltà. Queste anime fanno nascere in noi la volontà di superarci e continuare a lottare, perché con loro, i ricordi dolorosi si trasformano in un dono per aiutare gli altri.

Anime apprendiste

Pier, Molo, Ocean, Mare, Acqua, Modo, Prospettiva

Usano tutte le cose brutte della vita come supporto per crescere e progredire, per evolversi nonostante le tormente. Hanno scoperto l’abilità di reinterpretare le diverse prospettive.

Anime ricolme di bellezza, con magiche sfumature. 


Aquila D'Oro, Eagle, D'Oro, Natura, Uccello, Selvatici

Anime disposte ad aiutarci quando ne abbiamo bisogno, perché nessuno come loro sa quanto intenso può diventare un sentimento. 
Anime intelligenti.

Dalla sofferenza nascono le anime più forti. Oggi sono grato finalmente dopo ferite ed uragani di ogni genere di poter riunire in me ciò che siamo da sempre.

Fonte: lamenteemeravigliosa.it fisicaquantistica.it modificato Francesco Ciani

Il sistema arterioso 

Il sistema arterioso è quello rappresentato in rosso sulle stesse tavole di anatomia. Esso trasporta il sangue, arricchito di ossigeno e di sostanze nutritive, verso gli organi e le cellule. È la parte Yang del nostro sistema circolatorio che esercita un’assistenza «attiva» del cuore nella circolazione. Grazie alla sua capacità di contrazione, il sistema arterioso alleggerisce infatti il lavoro del cuore, attraverso quelle che vengono definite la vasocostrizione e la vasodilatazione.

Le malattie del sistema arterioso
Le malattie del sistema arterioso ci parlano di tensioni analoghe a quelle del sistema venoso, ma in senso attivo. Le emozioni sono eccessive e si manifestano con un eccesso (giovialità, eccitazione, eccetera) oppure vengono trattenute, soffocate.
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La difficoltà, se non addirittura l’incapacità di fare ciò che va fatto nella nostra vita per provare gioia, piacere e felicità, si traducono in ipertensioni arteriose. Contrariamente al sistema venoso, non abbiamo l’impressione di essere ostacolati, ma piuttosto di non sapere, di non potere, di non essere o non essere stati capaci di far posto all’amore, alla gioia di vivere.
L’ipertensione ci mostra una grande tensione dovuta alla volontà di ricerca di una soluzione, ma la paura spesso presente impedisce alle nostre emozioni di esistere e questo fa salire la pressione all’interno. Tutto acquista proporzioni eccessive che ci spaventano. Questa paura ci cristallizza e indurisce la parete delle nostre arterie, in tal modo aumentando, mediante l’arteriosclerosi, il fenomeno della tensione.
trombosi

Una delle paure di fondo associate all’ipertensione è quella della morte, nel senso che abbiamo paura che giunga prima di poter portare a termine quello che dobbiamo fare. Così, si sviluppa in noi il sentimento di urgenza, che fa «salire ulteriormente la pressione». come pure la paura della morte e tutte quelle paure che si fondano sul processo del panico.

L’ipotensione ci parla della sconfitta, della nostra sensazione di essere vittime. Sopraffatti dagli avvenimenti, senza via d’uscita, non siamo più in grado di far salire la pressione per rimettere in moto la macchina. La dinamica di fondo è passiva e lo scoraggiamento prende il sopravvento sul senso della lotta.

Ci è senza dubbio mancato l’amore nella nostra vita, quel nutrimento che procura o quantomeno favorisce la manifestazione della gioia e le ragioni di vivere, quella sensazione che fa battere il cuore dentro di noi. Quella fiamma ci è mancata o forse non l’abbiamo mai alimentata.
(Michel Odoul)

VenaVin

Il sistema urinario

pipì a letto

Il sistema urinario è quello che ci permette di controllare i liquidi organici e di eliminare le tossine dal corpo. Si compone di reni e vescica. Filtra, immagazzina ed elimina le «acque utilizzate» dal nostro organismo, proprio come l’intestino crasso elimina le nostre materie organiche. L’uno elimina i solidi, laddove l’altro elimina i liquidi.

Questo ruolo è fondamentale perché l’acqua del corpo è un vettore essenziale della memoria profonda dell’individuo. Il Principio energetico dell’Acqua è d’altronde intimamente legato alle «memorie ancestrali». Siamo in presenza dell’attività più occulta e più potente del corpo umano, quella della gestione delle «acque sotterranee» e della fertilità (fecondità).

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Le malattie del sistema urinario

Le malattie del sistema urinario significano che viviamo delle tensioni in merito alle nostre convinzioni profonde, quelle sulle quali edifichiamo la nostra vita e che rappresentano le nostre «fondamenta».

Indicano che abbiamo paure e resistenze di fronte agli eventuali cambiamenti della nostra vita, che abbiamo paura di essere destabilizzati da obblighi che ci costringono a cambiare. Ci parlano inoltre delle nostre paure profonde, fondamentali, come la paura della morte, della malattia grave o della violenza.

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I reni

I reni sono due organi essenziali al processo di gestione e di filtraggio dei liquidi organici e dei sali nell’organismo. Filtrando oltre 1.500 litri di sangue al giorno, i reni smistano, estraggono le tossine dal sangue e le trasformano in urina. Regolano il livello di acqua e di sali minerali estraendoli dal sangue e restituendoli in funzione dei bisogni.

In tal modo facilitano la capacità di resistenza e di recupero nello sforzo. Vediamo come ciò si ricollega al loro ruolo «energetico». Fanno leva sulla vescica per eliminare l’urina dal corpo.

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Infine, giocano un ruolo molto importante nello stress, nelle paure e nel loro controllo.

Per il tramite delle ghiandole surrenali (medullosurrenali e cortico-surrenali), i reni secernono infatti degli ormoni che determinano il nostro comportamento di fronte a stress e paure. Le medullo-surrenali secernono adrenalina e noradrenalina che stanno alla base delle nostre reazioni di fuga e di lotta. Quanto alle cortico-surrenali, secernono dei corticoidi naturali che controllano il livello «infiammatorio» della nostra reazione, vale a dire la sua intensità emozionale e passionale a livello cellulare.

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Le malattie dei reni

I problemi renali ci parlano delle nostre paure, profonde ed essenziali (la vita, la morte, la sopravvivenza) oppure riferite al cambiamento. I problemi renali possono significare che abbiamo difficoltà ad abbandonare abitudini o vecchi schemi di pensiero o di credenza.

Tale resistenza al cambiamento può essere dovuta a paure, a un’insicurezza o a un rifiuto di muoversi, a un ostinato attaccamento a convinzioni profonde che rifiutiamo di abbandonare, benché tutto sembri condurci, per non dire costringerci, in quella direzione. La cristallizzazione su questi vecchi schemi può spingersi sino a trasformarsi in un’analoga cristallizzazione a livello dei reni (calcoli).

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Queste malattie si accompagnano spesso a disturbi oppure a dolori a livello lombare.

Le sofferenze renali significano anche che abbiamo vissuto una situazione

ne di paura violenta e viscerale (incidente, attentato, eccetera) nel quale siamo stati consapevoli di sfiorare la morte, di averla vista da vicino. Talvolta accade persino che in certe situazioni i capelli (che sul piano energetico dipendono dai reni) divengano improvvisamente bianchi.

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Le malattie dei reni possono infine esprimere la nostra difficoltà a mettere o trovare stabilità nella nostra vita, a trovare il giusto equilibrio tra l’attività,

l’aggressività e la difesa che appartengono al rene sinistro e la passività, l’ascolto e la fuga che appartengono al rene destro. Per questo, le tensioni renali ci indicano talvolta la nostra difficoltà a decidere nella nostra vita e a fare in modo che quanto abbiamo deciso si produca.

(Michel Odoul)

Le cosce e femori

Malattia Espressione dell’AnimA

 
La coscia è situata tra l’anca e il ginocchio. Abbiamo visto in precedenza più dettagliatamente cosa rappresentano queste due articolazioni. Ricordiamo semplicemente che l’anca e il bacino sono la rappresentazione dell’inconscio relazionale.
 
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Simboleggiano la «porta del Non-Conscio relazionale», il punto d’emergenza, il riaffiorare del nostro inconscio nel suo rapporto relazionale con il mondo e con gli esseri (di cui facciamo parte). Quanto al ginocchio, rappresenta la «porta, la barriera dell’accettazione».

La coscia, costruita intorno al femore, rappresenta ciò che sta tra i due e che ne costituisce il collegamento.

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Può trattarsi della proiezione della fase di passaggio dei ricordi, delle paure o dei desideri dall’inconscio al conscio. Ci troviamo allora nel processo di «addensamento», nel momento che precede la loro accettazione conscia.
 
Ma può anche trattarsi del passaggio dal conscio all’inconscio. Siamo quindi nel processo di «liberazione», nel momento che segue la loro accettazione conscia e che precede quella inconscia

Le malattie delle cosce e dei femori


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Le memorie o le ferite inconsce profonde di un individuo che riaffiorano alla superficie e che questi rifiuta di accettare si manifesteranno attraverso tensioni nelle cosce (punti dolorosi, crampi, punti localizzati di sciatica, eccetera), persino fratture del femore, quando il ricordo, la memoria che riemerge in superficie è troppo forte o sconvolge la struttura (ossa) delle convinzioni personali o delle scelte di vita della persona.
 
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In senso inverso, può trattarsi di vissuti e di esperienze che l’individuo ha accettato nel suo conscio, nella sua struttura mentale, ma che non può o non è ancora pronto ad accettare nel profondo del suo essere.
 
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Può essere il caso di qualcuno che ha dovuto cedere su qualcosa che considerava importante per lui (promozione sociale, lavoro, casa, paese, per esempio) e che ha compreso e accettato nella sua mente.

Tuttavia, nell’intimo questa persona non l’accetta.

Malgrado tutte le ragioni logiche che gli hanno permesso di comprendere le cose, rifiuta di integrarle nel più profondo di sé.

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Se il dolore o il trauma si situano nel femore, ciò significa che la tensione è legata alla struttura profonda, alle credenze e ai valori inconsci della persona.
 
Se invece si manifesta nella coscia, nei muscoli, siamo in presenza di una manifestazione meno «grave», in quanto meno ancorata nella struttura. Se la tensione, il dolore o la frattura si collocano nella coscia destra, si tratterà di qualcosa che è in relazione con lo Yin, il simbolismo materno e tutte le sue rappresentazioni.
 
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ll contrario, se la tensione, il dolore o la frattura si situano nella coscia sinistra, saranno in relazione con lo Yang, il simbolismo paterno e tutte le sue rappresentazioni.
 
(Michel Odoul)

La Conoscenza del Guerriero

Warrior Consciousness

L’Universo è il mio modo.
Il coraggio è la mia ombra.
L’amore è la mia torcia. 

La pace è il mio rifugio.
La Terra è la mia scuola.

La vita quotidiana è la mia arena.
L’azione è il mio segreto.

Ora è la mia lezione.
Impossibilità è il mio stimolo.

Il dolore è il mio avvertimento.
Il lavoro è la mia benedizione.

L’equilibrio è il mio temperamento.
L’evoluzione è il mio scopo.
La perfezione è il mio destino.

(The Peaceful Warrior’s Creed)

La depressione

autismo

Malattia Espressione dell’AnimA

La depressione è un concetto generale che indica una serie di sintomi che va dal senso di abbattimento e mancanza di voglia di fare fino alla cosiddetta depressione endogena con apatia totale.

Oltre al blocco totale di ogni attività e all’umore depresso, troviamo in questo quadro soprattutto una serie intera di sintomi fisici collaterali come stanchezza, disturbi del sonno, mancanza di appetito, stitichezza, mal di testa, palpitazioni, mestruazioni irregolari nelle donne e calo generale del tono corporeo.

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Il depresso è tormentato da forti sensi di colpa, si rimprovera costantemente qualcosa e cerca di continuo di rimettere a posto le cose. La parola depressione deriva dal latino deprimo, che significa “abbattere”, “reprimere”.

Il che porta a chiedersi da che cosa il depresso si senta represso e che cosa egli in realtà reprima. In risposta troviamo tre alternative possibili:


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1. Aggressività: 

Abbiamo già avuto occasione di dire che l’aggressività non rivolta verso l’esterno si trasforma in dolore fisico. Questa constatazione porta a concludere che l’aggressività repressa porta a livello psichico alla depressione.

L’aggressività, bloccata nella sua manifestazione esteriore, si rivolta verso l’interno e fa sì che l’aggressore diventi vittima. Non soltanto i molti sensi di colpa sono dovuti all’aggressività, ma anche i sintomi somatici coi loro diffusi dolori.

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L’aggressività è soltanto una forma particolare di energia vitale e di attività.

Chi reprime ansiosamente la propria aggressività, reprime al tempo stesso la propria energia e la propria attività.

La psichiatria cerca con tutti i mezzi di coinvolgere il depresso in una qualunque attività, però lui vive questa situazione come pericolosa.

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Cerca di evitare tutto ciò che non ha l’approvazione generale e vuole a tutti i costi nascondere i propri impulsi aggressivi e distruttivi attraverso un’impeccabile condotta di vita.

L’aggressività rivolta verso se stessi trova la sua espressione più evidente nel suicidio. Se una persona ha intenzioni suicide, bisognerebbe sempre chiedersi a chi in realtà sono rivolte le intenzioni omicide.

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2. Responsabilità: 

La depressione – se si prescinde dal suicidio – è la forma ultima per evitare le responsabilità. Il depresso non agisce più, vegeta, ed è più morto che vivo.

Però nonostante il rifiuto di confrontarsi attivamente con la vita, il depresso viene continuamente confrontato col tema “responsabilità” dai suoi sensi di colpa.

La paura di assumersi delle responsabilità è primaria nei depressi, e si manifesta in particolare quando il paziente dovrebbe affrontare una nuova fase della propria vita; per esempio si consideri la depressione del puerperio.

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3. Rinuncia – Solitudine – Vecchiaia – Morte:

Questi quattro concetti strettamente collegati fra di loro costituiscono a nostro avviso il campo più importante. Nella depressione il paziente viene costretto con la forza a confrontarsi col polo della morte.

Tutto ciò che vive, si muove, cambia, comunica viene da lui evitato, mentre si manifesta il polo opposto, cioè apatia, fissità, solitudine, pensieri di morte.
La morte, che nella depressione diventa il pensiero dominante, è l’ombra di questo paziente.

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Il conflitto consiste nell’uguale paura che il depresso ha della vita e della morte. La vita attiva porta colpe e responsa/bilità – proprio quello che si vuole evitare. Assumersi delle responsabilità significa però anche rinunciare alle proiezioni e accettare la propria solitudine.

La personalità depressa ha paura di questo e ha quindi bisogno di persone a cui aggrapparsi. La separazione da una di queste persone, o la sua morte, è spesso la causa esteriore di una profonda depressione.

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Si è tanto soli – e non si vuole esser soli e assumersi delle responsabilità.

Si teme la morte e non si capiscono quindi le condizioni della vita. La depressione rende sinceri: rende evidente l’incapacità di vivere e di morire.

(Dott.ri Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)

Rimedi consigliati : Personale Percorso Terapeutico mirato alla Comprensione di Sè, che miri a reintegrare la Persona in ogni sua manifestazione interiore.


Frattura del braccio

Malattia Espressione dell’AnimA

 
Un braccio rotto simboleggia la frattura del proprio rapporto con il mondo: impedisce di prendere in mano la vita, di afferrarla e di agguantarla, chi ne è vittima non è più in grado di interagire col mondo e non può compiere azioni normali: diventa incapace di agire.
 
Se è il braccio destro ad essere colpito, non si ha più neppure la possibilità di firmare, è necessario allora presentare le dimissioni, il che implica ritirarsi dalla vita.
 
Riconvocate, Wrestling Indiano, Concorrenza, Lotta
 
In alcune società antiche, ai ladri veniva mozzato o rotto il braccio destro, in tal modo erano costretti a rinunciare del tutto, almeno temporaneamente, alle loro «opere manuali».

 

Il compito, in caso di frattura, consiste nel rinunciare consapevolmente al modello di vita adottato fino a quel momento. La malattia stessa attraverso la condanna alla non-azione fornisce le condizioni adatte.

 
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È estremamente significativo sapere quale delle due braccia è stato colpito, se quello destro col quale ci imponiamo, o quello sinistro col quale chiediamo.
 
Immergendoci in una situazione di necessario riposo, possiamo trovare dei segnali che ci permettono di capire come, in futuro, potrebbe presentarsi nella nostra vita un alternarsi di tensione e rilassamento.
 
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Il decorso post-frattura rappresenta sul nostro corpo stesso il compito da svolgere. Un movimento non abituale o esagerato determina un drammatico aumento della tensione, finché le ossa cedono e si rilassano.

Tali eventi sono pensabili anche in senso metaforico e molto più significativi.

La maggior parte delle fratture del braccio si verifica in seguito a cadute. La caduta ci mette in contatto con una problematica antica, che risale alle origini della storia umana: la caduta dell’unità paradisiaca nella polarità.
 
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Altre culture ricorrono ad altre immagini, ma nessuna di loro rinuncia a questo modello originario, basato sulla rivolta dell’uomo contro il suo creatore e sulla conseguente caduta.

Nell’antichità si credeva che Hybris, la ribellione degli uomini contro Dio, fosse l’unico peccato.

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L’uomo dovette farsene carico se volle seguire la via dell’evoluzione. L’esempio di Prometeo illustra molto chiaramente la fase della ribellione, poiché questi disobbedendo agli dèi, donò il fuoco agli uomini.

La sua conseguente caduta fu profonda e la punizione, che fu condannato a sopportare fino all’espiazione, fu drastica.

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Il significato simbolico della frattura fisica è simile a quello della frattura con Dio, anche se il livello del corpo è piuttosto inadatto ai tentativi di rivolta. Esagerando in qualcosa, violiamo le leggi della natura.
 
Ne segue una punizione, ma il messaggio che questa ci invia non dice che non dobbiamo più osare e non superare certi limiti, ma che al contrario dobbiamo osare affrontare la vita e accettare la sfida.

Più alternative si offrono al corso ordinato dell’esistenza, meno ci si scontrerà con il tema delle ossa.

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Per lo più la parte rotta diviene dopo la nuova saldatura più forte di prima.

Se non si guarisce bene da una frattura, significa che le misure che abbiamo preso a livello interiore non sono state sufficienti a che la contraddizione che continua ad esistere in noi si ripercuote sul corpo.
 
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È necessario tuttavia continuare a correre il rischio di cadere mentre stiamo percorrendo la nostra strada:
 
la caduta deve essere un’occasione per fermarsi a osservare e soprattutto per cercare nuove strade, che conducano fuori dal solito tran tran. Bisogna interrompere la continuità e mettere in questione i principi di base quando sono diventati troppo rigidi.

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Domande

 
1. Quale delle mia parti, quella maschile o quella femminile, è andata così lontano da rendere necessaria un’interruzione?
2. In che misura non riuscivo più a dominare la vita di questa parte di me, in che misura ne venivo strangolato?
3. Per rompere la monotonia c’era bisogno di una frattura? Che cosa mi porta il cambiamento legato alla frattura?
4. Dove le convinzioni sono troppo rigide e i giudizi appesantiti da pregiudizi? Dove ho sottoposto le cose a una tensione eccessiva e ho esagerato?
5. Dove la mia strada esige maggiore libertà di movimento?
6. In che rapporto mi trovo con il mio coraggio: sono nei limiti o li ho oltrepassati?
7. Come posso portare nella mia vita alternativa e tensione, e come posso introdurvi una significativa distensione?
 
(Dott. Rudiger Dahlke)

Ipotiroidismo

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Al contrario dell’ipertiroidismo, nell’ipotiroidismo la quantità di ormoni tiroidei presente nel sangue è insufficiente. Le conseguenze che questa disfunzione comporta, in un rallentamento delle funzioni organiche e in una debolezza cronica.

 

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La pressione diminuisce, lo stesso accade per la quantità di zucchero nel sangue, l’anemia fa la sua comparsa e il metabolismo funziona al minimo, la situazione che ne deriva è caratterizzata da un senso di stanchezza, di fiacchezza, di assenza generale di forze, a cui si aggiunge l’aumento di peso.

Inappetenza e costipazione si uniscono agli altri sintomi, mentre i capelli diventano secchi, ispidi e tendono a cadere. La pelle è mal irrorata, di conseguenza è fredda e tende ad ispessirsi. I tessuti sottocutanei assumono una consistenza spugnosa e solida che porta i medici a parlare di mixedema.

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L’umore è a terra, il volto privo di espressione.

Le funzioni intellettive rallentate e la mente quasi addormentata, come in letargo, sono gli elementi più contrastanti con lo stato di veglia, di sovreccitazione e di paura che caratterizza i malati di ipertiroidismo.

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Coloro che invece soffrono di mixedema hanno una pelle dura, che permette loro di chiudersi alle pressioni del mondo esterno.

La pelle è male irrorata e di conseguenza fredda e spessa.

Le mani gelate, nel caso in cui arrivino a toccare materialmente un’altra persona in segno di saluto, fanno capire che non intendono avere alcun contatto caldo e cordiale. I piedi ghiacciati rivelano che l’energia che assorbono dalla terra è insufficiente, e se i piedi diventano freddi, la paura fa subito la sua comparsa.

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Una persona che non ha ancora trovato le sue radici, vive naturalmente in uno stato di panico totale.

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Queste caratteristiche mettono i malati di ipotiroidismo al polo opposto a quello occupato dai loro compagni di sventura, gli ipertiroidei.

Come tutti gli opposti, sono collocati sullo stesso asse, ma di fronte. Dove i soggetti ipertiroidei affrontano la vita bloccati dalla paura della morte e pervasi dal panico, i soggetti ipotiroidei al contrario sono indifferenti, come se non accadesse mai niente:
tutto li lascia freddi.

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È come se fingessero di essere già passati a miglior vita. Il tema della morte, in un certo senso, li accomuna: ma mentre gli ipertiroidei la temono, questi la imitano, in ogni caso essa è al centro dei pensieri di entrambi.

Non sorprende poi molto che questi malati in realtà non si sentano a proprio agio nella loro pelle fredda e spessa. L’umore a terra e l’espressione spenta del volto, da cui traspare la mancanza di qualsiasi tipo di partecipazione, rivela definitivamente il loro stato. Il cuore, che batte a ritmo stanco e debole, mette in circolo un sangue che manca di sostanza.

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Si tratta di una linfa vitale tenue, che contiene pochi trasportatori di energia (globuli rossi) e poco combustibile (zuccheri). La carenza di zuccheri indica che la loro vita manca di dolcezza.

Nessuna meraviglia che, visti dall’esterno, questi pazienti sembrino in tutto e per tutto distanti mille miglia dalla vita. In loro si esprime il ritiro senza condizioni da tutti i fronti dell’esistenza.

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Il carattere di questa malattia si rivela nella sua torma estrema, il mixedema, con uno stato di morte apparente e una temperatura corporea al di sotto della norma, che può arrivare a ventitré gradi.

La vita è congelata, le funzioni vitali sono praticamente prossime a soccombere. Tutti i segni vitali sono scomparsi e i pazienti sono costretti a profondo stato di incoscienza: non possono più scaldarsi di fronte alla vita senza aiuto esterno. Di fatto, è solo grazie agli altri che possono essere riportati in vita. Queste situazioni estreme sono alla base dei racconti macabri dei sepolti vivi.

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I pazienti ipotiroidei non mostrano alcuna disposizione a partecipare il lo battaglia della vita e non evidenziano alcun tipo di interesse nei suoi confronti. Gli occhi stanchi e infossati contrastano con quelli accesi, pronti ad uscire dalle orbite dei loro partner ipertiroidei. La loro pigrizia e loro apatia priva di interessi si oppongono all’iperattivismo degli altri.

Gli uni non muovono un passo, gli altri si agitano senza mai raggiungere una meta. In questa situazione hanno in comune un tema da cui sono lontani in egual misura. Si tratta del loro posto nella vita. Tra il troppo poco in un caso, e il troppo nell’altro, si trovano entrambi a metà strada dalla vita.

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Quanto i due poli siano in verità vicini, è dimostrato anche dalla medicina moderna, che con i suoi metodi terapeutici radicali di radioterapia e con interventi chirurgici trasforma non di rado l’ipertiroidismo in ipotiroidismo. Il funzionamento della tiroide deve essere stabilizzato attraverso l’assunzione di ormoni tiroidei, che accompagneranno i malati per tutta la vita.

Attraverso questa procedura i soggetti sperimentano lo stesso tema di base da due diversi punti di vista: mentre la terapia che la medicina tradizionale prescrive per l’ipotiroidismo è sostenuta dal principio della sostituzione e segue principi allopatici – (l’apatia del paziente è contrastata attraverso l’assunzione di ormoni tiroidei in grado di eliminarla) – l’irradiazione di iodio radioattivo va in una direzione quasi omeopatica.

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I pazienti bevono iodio radioattivo, che si raccoglie nella tiroide e lo irradiano all’esterno.


Durante il trattamento i pazienti emanano radiazioni talmente radioattive che devono essere schermati. I radiologi quindi aggrediscono gli impulsi vitali aggressivi sprofondati nel corpo con aggressività ancora maggiore. Il materiale radioattivo è il materiale più attivo e quindi più vitale che conosciamo.

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Prorompe dall’interno verso l’esterno, possiamo dire che si distrugga a causa della sua stessa mortale vitalità.

Il compito che i pazienti devono svolgere e la soluzione del tema ipotiroidismo consistono nel ripiegarsi su se stessi in modo consapevole, nel ridurre le attività al minimo indispensabile e nell’imparare a lasciarsi andare.

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L’ «indifferenza» con la quale i soggetti affrontano ogni cosa deve trasformarsi in un consapevole: «Sia fatta la Tua volontà». Il compito non consiste nel lasciarsi scuotere da tutto, bensì nel chiedere pazientemente alla vita di indicare quale sia il proprio posto. Non la rassegnazione verso l’esistenza, ma il passaggio da un «Io voglio!» a un «Sia fatta la tua volontà!».

Mentre nell’ipertiroidismo la vita era affondata nell’ombra, qui lo stesso accade per la morte. È allora necessario lasciar morire tutto ciò che è vecchio, i vecchi modelli, i vecchi Programmi e tutto ciò che da tanto ormai è troppo stanco per vivere. Il malato di mixedema ha l’aspetto di un cadavere freddo, gonfio, esangue.

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Deve trovare il coraggio di affrontare la morte, perché soltanto quando avrà imparato a morire potrà vivere. In una società moderna questo compito potrebbe sembrare errato: da sempre, però, esistono culture, ad esempio quella dell’Antico Egitto, dei Maya, dei lama tibetani, nelle quali la preparazione alla morte era considerata uno degli elementi più importanti della vita. I loro libri dei morti ci indicano questa strada.

Un’altra malattia causata da ipotiroidismo è il cretinismo, che determina fenomeni quali il nanismo e l’oligofrenia. In questo contesto, il compito che abbiamo sopra indicato diventa ancora più chiaro e si rivolge principalmente ai genitori. Per realizzare anche solo parzialmente l’ «io voglio», c’è bisogno di intelligenza: se questa manca, l’assoggettamento dell’ambiente alla propria volontà non è pensabile.

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I soggetti afflitti da cretinismo percepiscono il mondo istintivamente e non attraverso la loro ragione: sono fin dall’inizio degli emarginati. Inutili a fini sociali e costantemente bisognosi di aiuto, sono per gli altri un vero e proprio peso. Queste persone, volenti o nolenti, sono costrette a sopportare una situazione certamente umiliante, anche se quasi sempre più difficile per i genitori che per loro stessi.

L’unica soluzione possibile consiste nel tra-sformare l’umiliazione in umiltà. Anche la crescita limitata deve essere letta da questo punto di vista. Non si tratta chiaramente di interpretare il ruolo del «grande Zampanò» in questa vita, ma di inserirsi in una piccola cornice che fa parte di un grande mondo e di assumervi il proprio piccolo, modesto ruolo.

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Domande
1. Perché non posso essere più vitale? Che cosa mi porta a vivere solo di una fiamma esigua?
2. Per quale motivo ho bisogno di una pelle tanto spessa?
3. Cosa mi vuole dire il mio sovrappeso? Che cosa compensa in me?
4. Dove nascondo la mia energia vitale?
5. Come posso trasformare la mia rassegnazione in dedizione, il mio fatalismo in devozione?
6. Che cosa devo lasciar morire per diventare più vitale?
7. In che misura sono debitore nel conflitto con la morte?
8. Dov’è il mio posto, quello in cui potrei vivere e crescere?

(Dott. Rudiger Dahlke)

Torcicollo

Disturbi motori: torcicollo, crampo dello scrittore

Il tratto comune di questi disturbi è che il paziente perde in parte il controllo sulle funzioni motorie, che normalmente sono soggette a un influenzamento volontario.

Certe funzioni sfuggono al controllo della sua volontà e questo avviene particolarmente quando si sente osservato o si trova in situazioni in cui vuole trasmettere ad altri una determinata impressione.

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Nel torcicollo (torticollis spasticus) la testa si torce lentamente o violentemente da una parte, finché talora si arriva a una deviazione completa della testa.

In genere dopo alcune ore la testa può tornare a una posizione normale.

È sorprendente come certi piccoli aiuti, come porsi le dita sotto il mento o anche l’utilizzo di un sostegno per la nuca, facilitano al paziente la posizione diritta della testa.

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In particolare però la propria posizione soggettiva nello spazio influisce sul portamento del collo. Se il paziente sta con le spalle al muro e può appoggiare la testa alla parete, per lo più riesce senza difficoltà a tenere la testa diritta.

Questa caratteristica, come del resto la dipendenza del sintomo da particolari situazioni (o persone) ci mostrano il problema di base di tutti questi disturbi: il paziente ruota intorno al polo sicurezza/insicurezza.

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I disturbi motori, cui appartengono anche i tic, svelano una sicurezza dimostrativa che una persona vuole mostrare agli altri, e indicano che questa persona non soltanto non possiede alcuna sicurezza, ma non ha neppure il controllo di se stessa.

È sempre stato un segno di coraggio e valore guardare bene in faccia una persona e fissarla negli occhi senza batter ciglio.

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Ma proprio nelle situazioni che premono in modo particolare, nella persona affetta da torcicollo la testa si gira da sola da una parte.

Sorge così sempre più paura quando si devono incontrare persone importanti, oppure si deve andare in società – e questa paura è autentica. A causa del sintomo si evitano ora certe situazioni, come del resto nella vita si cerca sempre di evitare le situazioni sgradevoli.

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Non si prende atto dei propri conflitti né di una parte del mondo, quella che ci è meno gradita.

Il portamento diritto costringe la persona a guardare negli occhi le esigenze e le provocazioni del mondo, e a fissarle senza esitazioni. Se però si gira la testa, questo confronto viene evitato.

Si diviene ” unilaterali ” e si distoglie lo sguardo da quello con cui non ci si vuole confrontare.

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Si comincia a vedere le cose ” girate ” e ” storte “.

È su questo concetto che si basa il detto rivoltare la testa a qualcuno. Questo attacco psichico ha lo scopo di far perdere di vista alla persona in questione la propria direzione, in modo che poi segua l’altro senza più una volontà propria.

Una situazione analoga troviamo nel crampo dello scrittore e nei crampi alle dita dei pianisti e dei violinisti. Nella personalità di questi pazienti troviamo sempre un estremo orgoglio e pretese altissime.

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Le persone interessate tendono ad ascendere socialmente, ma esteriormente dimostrano una grande modestia.

Vogliono colpire solo con le loro abilità (scrittura, musica). Il sintomo del crampo alla mano rende sinceri: mostra tutta la ” tortuosità ” dei loro sforzi e indica che in realtà queste persone “non hanno niente da dire (o da scrivere)”.

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Osservate anche le coppie, dove lui la trattiene con la mano sul collo.. o viceversa o la stringe dalle spalle… cosa significa?

Pensateci sù.. Osservate e osservatevi

( Dott.ri Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke, modificato by Francesco Ciani)