I parassiti intestinali (ed anche gli altri)

La presenza di disbiosi intestinale spesso causa una proliferazione di vermi parassiti.

A causa della disbiosi intestinale si genera un flusso di tossine rilasciate dagli agenti patogeni che rendono più difficile tutto il processo digestivo (a partire dal livello di acidità dello stomaco che viene diminuito), le difese del sistema immunitario perdono efficienza, e quando le uova dei parassiti si schiudono, i vermi che ne vengono fuori riescono facilmente a diventare adulti e a riprodursi.

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La dottoressa Campbell afferma che i vermi parassiti seguono sempre la tossicità, e per quanto le infestazioni da parassiti dipendano un poco anche dall’igiene dell’ambiente in cui si vive, occorre ricordare che potremmo ingerire uova di vermi parassiti non solo mangiando alimenti non troppo bene lavati, ma anche semplicemente respirandole (tanto sono piccole e leggere alcune di esse).

I carboidrati mal digeriti sono uno dei cibi preferiti dai vermi, motivo per il quale la dieta dei carboidrati specifici può servire anche a togliere il terreno sotto i piedi a tali parassiti, riducendo quantomeno l’intensità dell’infezione (in certi casi la dottoressa Campbell suggerisce l’uso del farmaco mebendazolo nelle notti di luna piena).

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(97Esitono anche testimonianze aneddotiche di persone omosessuali che diventano eterosessuali dopo avere curato una candidosi sistemica).

È importante notare che i vermi parassiti non si trovano solo nell’intestino,

ma possono trovarsi anche nel fegato (fasciole epatiche) e in altri organi e tessuti, per cui il danno che possono causare tali ospiti indesiderati è davvero notevole. In certi casi le tenie allo stadio larvale, per esempio, formano delle cisti anche nel cervello, causando una malattia detta cisticercosi.

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Alcuni parassiti tropicali (assunti in genere mangiando carne o pesce crudo, ma talora anche verdure non bene lavate cui restano attaccate le uova) possono anche muoversi sotto la pelle, muoversi all’interno del cervello e causare tutta una serie di problematiche.

La lista dei problemi di salute che possono essere causati dai parassiti è davvero lunga, e spesso si tratta di sintomi comuni alla disbiosi intestinale. È anche per questo che spesso occorrerebbe considerare i due disturbi come un’unica manifestazione (disbiosi/parassitosi).

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Una caratteristica peculiare dei disturbi causati dalla parassitosi è quella di accentuarsi nei giorni (e nelle notti) di luna piena, talvolta anche nei giorni e nelle notti di luna nuova. Ogni plenilunio i vermi parassiti ritornano tutti nell’intestino per accoppiarsi;

per essere più precisi essi si accoppiano nelle notti di luna piena (specialmente in un orario tra le 2 e le 3 di notte), motivo per il quale in quei giorni ed in quelle notti intorno al plenilunio ci si può sentire particolarmente agitati, nervosi, si può soffrire di insonnia, si possono accentuare i sintomi di una dermatite o di una fibromialgia etc.

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Alcuni indicatori della presenza di parassiti sono: livelli elevati di immunoglobuline (IgE), livelli elevati di eosinofili (un tipo di globuli bianchi), livelli elevati di ammoniaca ed ossalati, bassi livelli di ferro (anemia) e di vitamina B12 (di cui si cibano sottraendola al nostro organismo).

Una lista parziale di sintomi, disturbi, patologie riconducibili alla parassitosi (secondo Andreas Kalcker), è la seguente: scarso sviluppo fisico ed intellettuale nei bambini, eruttazione cronica, fame esagerata, brama di dolci e latticini, rabbia, irritabilità, nervosismo, ansia, depressione, confusione, scarsa memoria, scarsa coordinazione, sbalzi d’umore, ossessioni, dolori alle giunture, crampi muscolari, fibromialgia, pancreatite, colite, gonfiore addominale, emorroidi, intestino poroso,

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malassorbimento, torpore delle mani e dei piedi, tachicardia, epilessia, anoressia, autismo, digrignamento dei denti, crampi, diarrea alternata a costipazione, mal di testa, prurito nella zona anale, pianto o riso incontrollato, impotenza, problemi mestruali, psoriasi, dermatite, secchezza della pelle, orticaria, alito cattivo, cattivo odore del corpo, vista offuscata, debolezza, stanchezza cronica, disturbi del sonno, addormentamento delle estremità, difficoltà ad inghiottire, salivazione eccessiva, accumulo o ritenzione di liquidi durante la luna piena, peritonite, anemia.

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Le larve dei parassiti, transitando nei polmoni (ebbene sì, i parassiti si muovo all’interno del nostro corpo, anche da un organo all’altro) possono causare anche sintomi a livello respiratorio, asma, bronchite, tosse cronica irritativa, polmonite, crisi respiratoria.

Uno dei motivi per cui i parassiti possano essere diventati in epoca moderna un problema di notevole rilevanza è anche la loro “globalizzazione” causata dalla facilità con cui gli uomini e le merci possono spostarsi nel mondo moderno (per mezzo di navi treni ed anche aerei intercontinentali) che ha portato nel giro di pochi decenni ad essere presenti un po’ ovunque sul pianeta dei parassiti una volta diffusi solo localmente, e per i quali le popolazioni indigene avevano sviluppato dei meccanismi di difesa immunitaria.

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Similmente a come cinque secoli fa gli indigeni delle Americhe furono falcidiati dal vaiolo e da altri virus portati dagli europei, adesso molte persone (ed anche molti animali) sono vittime di parassiti che appena qualche secolo fa erano completamente sconosciuti ai loro antenati .

Per giustificare sin da subito alcune delle affermazioni su esposte, cito l’articolo Parasite stress promotes homicide and child maltreatment (“Lo stressa da parassiti promuove l’omicidio ed il maltrattamento dei bambini”) che mostra come la violenza, il maltrattamento dei bambini e persino l’omicidio sono più frequenti da parte delle persone infettate dai parassiti; ci sarebbe da aggiungere che se i parassiti si sono insediati in un ospite umano è anche perché esso soffre di disbiosi, la quale a sua volta contribuisce ad uno squilibrio mentale (vedi più avanti il capitolo relativo).

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Il protocollo antiparassitario Kalcker-Maceda utilizza un’associazione di erbe e di farmaci secondo un calendario basato sul ciclo lunare, per debellare la parassitosi (non sempre basta una dieta paleolitica per sbarazzarsi di questi scomodi inquilini).

I principi attivi farmacologici utilizzati sono pirantel pamoato e mebendazolo (più noti con i nomi commerciali Vermox e Combantrim, che però è possibile farsi preparare da una farmacia galenica in modo da avere solo il principio attivo e non altre inutili e tossiche sostanze chimiche utilizzate come eccipienti),

sostanze che danno ben poco assorbimento sistemico al di fuori del tratto intestinale. Trovate una particolare versione del protocollo Kalcker nel libro Guarire i sintomi noti come autismo di Kerri Rivera. Alcune informazioni riassuntive su tale protocollo, e su

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altri procedimenti utili a liberarsi dai parassiti, le trovate più avanti nel presente libro.

Bibliografia Completa
http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

Chelazione depurazione

disbiosi intestino

Sostanze che possono essere utili a chelare il mercurio, grazie all’effetto spugna (elenco stilato da Adams con relativa percentuale di assorbimento di questo metallo):

Alga klamath, e Chlorella: 99 %
Proteine della canapa: 98 %
Burro di arachidi: 96 % (grazie alla sua vischiosità)
Fragole : 95 %
Foglie di Coriandolo: 95 %
Lamponi : 92 %
Cacao in polvere : 91 %
Erba di grano: 90 %

Auto, Convertible, Frutta, Frutta E Verdura, Verdure

Granola di cocco e cereali : 89 %
Erba d’orzo : 89 %
Bacche di Acai : 88%
Polvere di Nori: 85 %
Spirulina: 83 %
Mirtilli : 83 %
Mango : 73 %
Senape : 72 %
Succo d’arancia : 54%
Riso integrale messo a bagno per almeno 48 ore : 53 %
Barbabietole : 20 %
Zeolite : 9 %

depurazione chelazione

Mercurio in altre forme: da qualunque fonte provenga, il mercurio è velenoso. Per esempio, il consumo frequente di pesce, specialmente se di grossa taglia e congelato, surgelato ecc aumentato anche i valori di ammoniaca al 200%, come il tonno e il pesce spada, che tendono a contenere grandi quantità di mercurio, può portare il sistema immunitario oltre il punto di rottura e scatenare un’infezione virale, alcuni farmaci (pomate antipsoriasi), rottura dei termometri e delle lampadine a risparmio energetico.

Non esiste una concentrazione minima di mercurio che il corpo tollera: quando viene ingerito si accumula nei tessuti e specialmente nel cervello in cui trova molta affinità e impedisce le reazioni biochimiche essenziali sostituendosi ai minerali.

Sintomi della presenza di mercurio nel corpo

mercurio

Alcuni effetti che si manifestano a causa della presenza del mercurio nel corpo sono: schizofrenia, anemia, anoressia, colite, depressione, dermatite, instabilità emotiva, mal di testa, cefalea ed emicrania, calo dell’udito, ipertensione, mancanza di concentrazione, deficit della memoria, sapore metallico, tremori

I pericoli del mercurio

I metalli pesanti possono depositarsi nei tessuti e rimanerci per sempre causando nel tempo malattie gravi e diventando anche il focolaio per mutazioni genetiche come avvengono nel caso dell’insorgere del cancro. Queste informazioni quindi sono preziose e possono prevenire e risolvere molti disturbi associati alla presenza di questi metalli tossici nel corpo.

L'immagine può contenere: cibo

Il Dott. Montanari in Italia sta facendo un grande lavoro di informazione sui pericoli di queste particelle che ormai stanno inquinando ogni cosa. Il Dott. Gerardo Rossi che analizza e tratta l’intossicazione di metalli pesanti nel corpo tramite il mineralogramma, sta scoprendo cifre esorbitanti di persone che ne hanno livelli oltre la norma e dopo che vengono rimossi riacquistano completamente la salute.

Purtroppo la classe medica ordinaria non è al corrente di questo nuovo fenomeno che è diventato sempre più grave nell’ultimo decennio.

Stai sempre attento all’esposizione al mercurio. Anche oggi siamo vulnerabili al contatto con questa sostanza, specialmente in campo medico. Fai delle ricerche e interrogati su quello che viene offerto a te, ai tuoi figli e al resto della tua famiglia.

I misteri della malattia di Crohn

Gli ultimi aggiornamenti su un morbo che potrebbe essere causato da un batterio particolarmente resistente. E ancora troppo poco conosciuto.

Ci sono alcuni gialli che segnano la storia della medicina. Come quello raccontato da un chirurgo londinese sulla pagine del British medical Journal.

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La storia inizia nel settembre 1988 quando un bellissimo bambino inglese di quasi 8 anni, fino a quel momento sano come un pesce, sviluppò improvvisamente un gonfiore al lato destro del collo. Inviato all’Addenbrook’s Hospital di Londra, gli furono asportati i linfonodi ingrossati.

L’istologo, lo specialista che studia i tessuti al microscopio, ipotizzò un’infezione da micobatterio: i tessuti furono messi in coltura per identificare il colpevole e al bambino furono somministrati i primi antibiotici in attesa del responso del laboratorio.

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Ma dopo tre mesi la coltura non aveva dato alcun risultato e gli antibiotici furono sospesi. I restanti linfonidi del lato destro del collo, che progressivamente si ingrossarono, furono asportati. Poi nulla da segnalare fino al 1993 quando insorsero dapprima un’artrite, poi dolore addominale, anoressia, 2-3 scariche intestinali non formate al giorno, perdita di peso (37 kg su 1,53 cm) e perdita di vitalità fino alla letargia.

Alla fine fu fatta diagnosi di morbo di Crohn e fu inviato a John Hermon-Taylor, responsabile del dipartimento di chirurgia del St George’s Hospital, per l’intervento chirurgico di resezione della parte dell’intestino malato.

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Cos’è la malattia di Crohn? La malattia di Crohn è un’infiammazione cronica dell’intestino. È quasi sconosciuta nel terzo mondo e in costante aumento nei paesi occidentali: un articolo del 1973 pubblicato sul New England Journal of Medicine dimostrava un aumento di 20 volte dell’incidenza della malattia fra il 1940 e il 1970.

Inoltre, se fino ai primi anni 50 non c’erano segnali di casi di Crohn fra gli adolescenti, oggi un nuovo caso su sei viene diagnosticato in persone che non hanno ancora compiuto 20 anni. E secondo Taylor negli ultimi 10 anni l’incidenza della malattia fra i bambini inglesi è aumentata di 7 volte.

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In Italia non c’è un registro del Crohn e l’incidenza della malattia varia da paese a paese, aggirandosi da 1 a 10 nuovi casi ogni 100 mila abitanti, e con una prevalenza, cioè il numero di malati sia di circa 200 casi ogni 100 mila.

La malattia si manifesta prevalentemente in tre fasce d’età: fra 7-8 anni, fra i 25-35 anni, o oltre i 55 anni. I sintomi sono dolori addominali a volte acutissimi, associati a diarrea a volte sanguinante (nelle fasi acute si possono avere anche 10 scariche incontenibili al giorno), febbre, perdita di peso, nei bambini associati spesso a ritardo nella crescita, nausea, vomito, astenia, flatulenza. Possono comparire periodi in cui i sintomi sono in remissione, ma poi la malattia si riacutizza.

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In circa il 10-20% dei casi l’andamento diventa drammatico: il processo infiammatorio può creare la perforazione della parete, o restringimenti dell’intestino fino all’ostruzione o addirittura all’occlusione, cioè all’ostruzione completa. In alcuni casi queste lesioni sono tanto gravi da imporre ripetuti interventi chirurgici o addirittura da costringere all’amputazione del retto e di parte dell’intestino e alla creazione chirurgica di un ano artificiale nell’addome (ano preter naturale).

Il Morbo di Crohn aumenta inoltre considerevolmente il rischio di tumore dell’intestino tenue e del colon , e uno studio epidemiologico pubblicato a settembre dimostra che fra i malati di Crohn sono più frequenti malattie come artrite, asma, bronchite, psoriasi e pericardite.

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Le cause? Ignote. Finora la terapia mira a inibire la risposta immunitaria utilizzando aminosalicilati, i cortisonici e brevi cicli di antibiotici e gli immunosoppressori e gli anticorpi monoclonali anti-Tnf, diretti a bloccare una citochina (alfa TNF), mediatore dell’infiammazione.

Questo lo stato della medicina ufficiale. Ma un gruppo di ricercatori sta sostenendo un’altra tesi e le prove scientifiche che vanno accumulandosi danno sempre più loro ragione.

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Sospettano che dietro al morbo di Crohn ci sia l’infezione di un batterio un po’ particolare, il Mycobacterium avium paratuberculosis (Map), cugino del micobatterio della lebbra e del micobatterio della Tbc. È un batterio piuttosto enigmatico: vive all’interno delle cellule che infetta, non sembra produrre tossine e non sembra danneggiare le cellule che lo ospitano.

Il danno, almeno a quanto si sa, viene dalla reazione dell’ospite: una forte reazione immunitaria contro il tessuto infetto. Si sa che questo batterio infetta i ruminanti, soprattutto nei paesi con zootecnia sviluppata, nei quali causa una malattia simile al Crohn umano, descritta per la prima volta nel 1885 da un veterinario tedesco, tale Heinrich Albert Johne.

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La malattia di Johne è una infiammazione cronica dell’intestino nei ruminanti. Nei ruminanti ci sono due forme di questa malattia: quella bovina, con molti batteri presenti nell’intestino che vengono disseminati con le feci e con il latte, tanto da essere facilmente trasmessa ai vitelli.

Negli ovini invece i batteri non sono tanti, nell’intestino è difficile vederli anche se si osservano gli stessi granulomi, e l’isolamento dei batteri è più difficile. E, ancora, l’incubazione è lunga. Può arrivare addirittura a 12 anni prima di manifestare i sintomi e su tre vitelli infettati, solo uno manifesta la malattia.

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Ma cosa c’entra la Johne con il Crohn? La storia inizia un secolo fa. Nel 1901 Thomas Kennedy Dalziel, chirurgo del Western Infirmary di Glasgow, operò un collega con un’infiammazione cronica dell’intestino.

Dalziel conosceva la malattia di Johne e nel 1913 pubblicò quello e altri casi sul British Medical Journal scrivendo che “i caratteri istologici” della malattia che aveva descritto nell’uomo erano simili a quelli della malattia di Johne e che forse la malattia era la stessa. E concludeva «posso solo dispiacermi che la causa di questa malattia resti oscura, ma sono fiducioso che fra non molto la difficoltà sarà superata».

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Il Map, il batterio rebus. Nel 1984 Rodrick Chiodini, microbiologo dell’Università di New York, allora alla Brown University di Rhode Island Hospital di Providence, isolò per la prima volta il Map in un malato di Crohn e finalmente riuscì anche a coltivarlo. Questo gli consentì di chiarire perché questo batterio è un vero rompicapo e perché molti faticano a confermare i dati.

Per prima cosa Chiodini scopre che nell’intestino umano il batterio è in una forma strana, senza parete cellulare (sferoplasti): una forma tondeggiante. Secondo alcuni ricercatori è proprio questa forma con la parete modificata che scatena la risposta immune anomala che causa la malattia.

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Inoltre, per isolare un particolare batterio fra i milioni che brulicano all’interno dell’intestino bisogna utilizzare tecniche di decontaminazione che uccidono gli altri batteri senza danneggiare il batterio che si cerca.

Ma il MAP nella forma priva della parete cellulare è il più fragile di tutti e siccome non sopravvive alle tecniche di isolamento facilita la conclusione che non ci sia. E non è tutto: poiché le tecniche per individuare i batteri si basano su coloranti che tingono la parete cellulare (colorazione di Ziehl Neelsen), anche se il batterio c’è non lo si vede perché mancando la parete, o essendo modificata, non si colora.

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Dopo anni però, come è successo nel laboratorio di Chiodini, il batterio può ricostituire la parete cellulare e ritornare alla sua forma colorabile.

Infine è un batterio lentissimo da coltivare. Se la coltura del batterio nella forma a bastoncello, quella che si trova nel bovino, diventa visibile dopo 3-4 mesi, quella della forma rotondeggiante senza parete che si trova nell’uomo ne richiede molti di più: a Chiodini ci volle un anno e mezzo.

«Il micobatterio è lentissimo, uno dei più lenti nel tempo di duplicazione» dice Leonardo Sechi, docente di microbiologia all’Università di Sassari. «Per passare da una cellula a due impiega 72 ore, contro le 24 del micobatterio della tubercolosi che pure non è rapidissimo. Per vedere una colonia su un terreno solido bisogna essere costanti e aspettare».

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Alcuni isolati umani ci hanno messo 6 anni a crescere in laboratorio.
Dopo l’articolo di Chiodini, la staffetta della ricerca sul Crohn passava nelle mani di un chirurgo di Londra, costretto a tagliare pezzi di intestino dei malati di Crohn. Oggi John Hermon-Taylor, direttore del dipartimento di chirurgia del St George’s Hospital di Londra, è convinto che dal 50 al 70% dei casi di Crohn siano dovuti al Map.

«Sono certo che ci sia il Map nell’intestino dei malati. Solo che è un batterio difficile da braccare. È un tipo tosto».

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I lavori in Sardegna. A partire dal dicembre 2001 nella storia del Crohn è entrata anche la Sardegna. A Sassari infatti c’è una buona scuola di microbiologia. E Leonardo Sechi, un giovane ricercatore, si è intestardito sul rompicapo del Map. Dapprima, alleandosi con gli anatomopatologi si è fatto dare i blocchetti di paraffina fatti con le biopsie dell’intestino di 48 malati.

Nonostante la conservazione ha trovato il batterio in 35 campioni. E conferma: il Map qui è con la parete cellulare modificata. Si allea allora con i chirurghi e si fa dare i pezzi di intestino freschi, appena prelevati dai pazienti: il 70% dei prelievi è positivo e riesce a isolare i batteri e a coltivarli.

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Come ci arriva il Map nell’intestino? Probabilmente con il latte. Prima di tutto quello materno. Ricercatori americani hanno dimostrato che il batterio può essere trasmesso con l’allattamento al seno dalla madre infetta al figlio.

Ma è presente anche nel latte artificiale: a Ferragosto dell’anno scorso durante l’ottavo International colloquium on Paratuberculosis, Ivo Pavlik, ricercatore dell’Istituto di ricerche veterinarie ceco di Brno, ha segnalato di aver trovato il Map nel latte in polvere in commercio in Europa. Ha analizzato 51 campioni di diversi tipi di latte in polvere prodotti da 10 aziende di 7 diverse nazioni europee. In 25 campioni (49%) ha trovato il micobatterio vivo, tanto da poter essere coltivato.

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«Il fatto che il batterio sia nel latte in polvere destinato all’alimentazione infantile è un fattore di rischio» ha detto Pavlik nel corso del congresso. La presenza dell’infezione nel latte destinato ai bambini è particolarmente preoccupante: è ben vero che nell’uomo e negli animali la malattia non si manifesta immediatamente, ma a distanza di qualche anno.

Ma più l’incontro con il batterio è precoce e più è probabile che l’infezione si cronicizzi anche per l’immaturità del sistema immune non ancora completamente sviluppato.

Se invece l’incontro avviene in tarda età è più facile che l’infezione non insorga. È vero anche che per ammalarsi sembra necessaria una certa predisposizione genetica. Nel 1996 Gilles Thomas dell’Inserm, di Parigi ha segnalato che nel braccio lungo del cromosoma 16, in una regione detta IBD1, c’è un locus che predispone alla malattia di Crohn.

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Cinque anni dopo in un secondo studio annunciò che avevano individuato l’esatto gene, NOD2. La predisposizione genetica fu poi confermata da Gabriel Nunez dell’University of Michigan e dal gastroenterologo Judy Cho dell’University of Chicago. Questa mutazione, secondo gli studi di Sechi, è presente in forma eterozigote nel 70% dei casi di Crohn sardi.

Se il latte è infetto. Né è tranquillizzante sapere che il Map resiste alla pastorizzazione. È infatti un batterio tosto, capace di sopravvivere al calore. In laboratorio si è visto che sopravvive al trattamento attualmente in vigore di riscaldamento a 72° per 15-20 secondi (UHT).

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«Bisognerebbe prolungare il tempo almeno ad un minuto, oppure, se lo si vuole tenere breve, la temperatura deve essere portata a 94°C» dice Sechi. Questo spiega il fatto che il Map sia presente nel latte in commercio:

Jay Ellingson del Food Safety service Clinic Laboratories di Marshfield (Wisconsin) l’anno scorso ha analizzato 329 litri di latte intero commercializzato da 22 aziende diverse nell’arco di un anno nei 3 stati americani che producono più latte (California, Minnesota e Wisconsin).

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Nel 2,8% del latte in commercio dopo la pastorizzazione ha trovato il batterio vivo e vegeto: la carica maggiore era nel latte munto nel terzo quadrimestre, da luglio a settembre. Il Map era già stato trovato nel 1998 in 6 campioni di latte pastorizzato su 31 in vendita nell’Irlanda del Nord:

quasi uno su cinque. I n Italia nessuno l’ha cercato, secondo John Hermon-Taylor, l’infezione è presente nel 55% degli allevamenti dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’Italia non esiste un censimento nazionale. Il centro di referenza della paratubercolosi è nell’Istituto zooprofilattico di Piacenza.

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«Mancano test sensibili, quelli che abbiamo sono sensibili al 50%: tradotto su 100 malati ne individuo 45» dice Gianluca Belletti, responsabile della sezione di Piacenza dell’Istituto zooprofilattico.

«I miei dati sono quindi da prendere con beneficio di inventario. Comunque, in base a questo test nel Veneto risulta positivo il 20-40% degli allevamenti. E circa il 20-25% delle vacche è infetto».

Anche Sechi ha testato gli allevamenti sardi. «In Sardegna ci sono 2,5 milioni di pecore, ma dati ufficiali sull’infezione da Map non ce ne sono. Circa il 40-50% degli allevamenti che abbiamo testato sono risultati infetti» dice.

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Le perplessità dei ricercatori. Ci sono ancora molti San Tommaso, ricercatori che non vogliono credere. A Chiodini chiesero perché ci fosse così tanta resistenza ad accettare che il MAP causasse la malattia di Crohn.

E Chiodini risorse: «C’è molta politica nella medicina» dice Chiodini. «E una tesi viene accettata non perché ci sono le prove, ma perché la comunità medica vuole accettare le prove che porti». Per dimostrare che Map è il vero responsabile del Crohn, ci vorrebbe un volontario che si candidi per farsi infettare sperimentalmente. Ma in assenza di una terapia semplice e veloce tutti si tirano indietro.

Steve Berger del Department of Geographic Medicine Tel Aviv Medical Center, ha declinato l’invito perché «questa settimana sono occupato». In assenza del volontario la controversia è destinata a continuare» A meno che non funzioni la terapia…

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Quale terapia? Sapere qual è il batterio consente di studiare a quali antibiotici è sensibile. Taylor ha trattato 150 casi di Crohn con una combinazione di farmaci, compresi rifabutina e claritromicina: circa il 70% dei pazienti sono entrati in remissione e l’intestino è guarito.

Rifampicina e isoniazide invece non funzionano, almeno in Sardegna. Sechi ha dimostrato che il 68% dei batteri isolati nel bestiame sardo sono diventati resistenti ad almeno due antibiotici utilizzati nella terapia antitubercolare. E sta sviluppando resistenza anche alla claritromicina.

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Ma paiono funzionare la rifabutina e la claritromicina, in associazione con l’etambutolo o la clofazimina, somministrati però per 18 mesi perchè il tempo di replicazione lentissimo del Map costringe a terapie lunghissime.

Oltre a questo però bisogna far qualcosa anche per limitare l’infezione con il latte. «Prima di tutto arrivare alla denuncia obbligatoria dell’infezione. A questo punto, come per la Tbc bovina si sa quali zone e quali allevamenti sono a rischio:

avere una visione di insieme servirebbe» dice Sechi. Poi servirebbe anche allungare i tempi di sterilizzazione del latte: la Food standard agency già nel dicembre 2001 ha chiesto di cambiare la lavorazione del latte inglese proprio per assicurare che il Map sia distrutto.

Nel frattempo chi non vuole rischiare può seguire il consiglio di Taylor: bollire ulteriormente il latte e poi lasciarlo raffreddare prima di consumarlo e preferire i formaggi stagionati a quelli freschi.

Amelia Beltramini Focus.it

 

Avena

Avena (Avena sativa)

 
Parti utilizzate: parti aeree e frutti.
Nell’avena sono contenute le vitamine B1, B2, B6, la trigonellina, amido, ferro e fosforo.
Ha proprietà energetiche, rinfrescanti, diuretiche, antiemorroidali, ipoglicemizzanti, stimola la tiroide.
 
Avena, Cereali, Campo, Cibo, Grano, Sano, Nutrizione
 
Questa pianta è utile ai fumatori, infatti sembra che sia in grado di disintossicare i fumatori dalla nicotina grazie ad un alcaloide in essa contenuta (trigonellina), la quale ha una struttura chimica analoga alla nicotina.
 
È comunemente usata come fiocchi per colazione, per fibre solubili e insolubili. Nella medicina popolare è usata dai tempi, in forma di tisane.
 
Immagine correlataTinture (per insonnia 40 gocce prima di coricarsi, per astenia 20 gocce in poca acqua, tre volte al giorno prima dei pasti principali), bagni con paglia d’avena contro gotta e reumatismi (nel sacchetto).

Nei centri d’alimenti naturali si trova il succo d’avena, gradevole al palato, bene accettato anche dai bambini deboli come bevanda. Bambini e persone nervose trovano giovamento dormendo su pagliericcio d’avena.
 
Farina D'Avena, Avena, Porridge, Sano, Cibo, Cucina
 
Infuso di paglia d’avena: (Una manciata per una ciotola d’acqua bollente) è indicata nei calcoli urinari, unita al’olio di mandorle dolci e di noci, (olio di mandorle e di noci in parti uguali, tre cucchiai di minestra al giorno tra i pasti con infuso di paglia d’avena e radice di liquirizia, un cucchiaino da tè della miscela delle erbe per una tazza d’acqua bollente).
 
In Germania, dove le cure alternative sono radicate nell’uso, avena è considerata come un erba buona per tutto. In qualche erboristeria si trova persino estratto d’avena in bottiglie per fortificare il sistema nervoso e la forza fisica dopo una convalescenza e per remineralizzare il corpo.
 
Si consiglia di consumare l’avena soltanto d’inverno.

Perché ci si sente sempre affamati?

Vi siete mai chiesti come mai mangiamo così tanto e senza avere freni inibitori?

Possibile che siamo diventati tutti dei libidinosi del cibo, a tal punto da non riuscire a fermarci?

Piza, Cibo, Formaggio, Piastra, Pranzo, Fame, Verdure

Molto spesso diamo la colpa al marketing delle società alimentari (che ci riempiono di spot pubblicitari), e ad una più che efficiente distribuzione alimentare (dovunque andiamo c’è del “cibo invitante” che ci aspetta).

In effetti anche questo ha il suo peso, ma vi assicuro che i veri colpevoli sono il cibo che mangiamo e lo stile di vita che conduciamo.

Insalata, Fichi, Formaggio, Formaggio Di Capra

Ovviamente i primi ad essere incriminati sono gli zuccheri ed i carboidrati insulinici e cercherò ovviamente di spiegarvi il motivo.

Quando facciamo un pasto a base di amidi o zuccheri, attiviamo nel nostro corpo una serie di reazioni enzimatiche ed ormonali che ci impediscono di sentirci sazi (per cui si mangia più di quello che dovremmo) e soprattutto dopo poche ore ci induce di nuovo il senso di fame.


Risultati immagini per sempre fame

Il funzionamento di queste reazioni è molto semplice. Cerchiamo di spiegarlo. Quando ci sediamo a tavola ed iniziamo a mangiare, abbiamo bisogno che il nostro metabolismo ci comunichi, se man mano che stiamo mangiando, è giusto fermarsi (perché il corpo non necessita di altre calorie o nutrienti) o se al contrario dobbiamo ancora continuare a mangiare.

Il messaggero responsabile di questo tipo di comunicazione è l’ormone colecistochinina, che è in contatto diretto con i nostri neuroni.

Spaghetti, Tagliatelle, Pomodori, Pasta, Antipasto

Ebbene la colecistochinina è prodotta solo con l’introduzione nello stomaco di proteine e grassi e non dalla presenza di carboidrati.

Per farvi un semplice esempio:
di fronte ad un piatto di porchetta ed un piatto di pasta al pomodoro, quale dei due cibi vi induce a lasciare prima la tavola?
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La carne di maiale molto grassa ci sazia velocemente, mentre saremmo indotti (soprattutto se è buona) anche di mangiare un secondo piatto di pasta. Questo è un esempio concreto di come il nostro corpo di fronte ad un pasto ricco di carboidrati, non sia in grado di regolare l’assunzione calorica.

Invece la sensazione della fame dipende dall’ormone della grelina, regolato dalla quantità di leptina nel sangue. La leptina è secreta dalle cellule adipose man mano che queste assimilano i trigliceridi dalle lipoproteine.

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La produzione di grelina è collegata alla velocità di assimilazione del grasso da parte delle cellule adipociti. Ciò significa che quando mangiamo un pasto a base di carboidrati insulinici, l’insulina accelera l’assunzione del grasso da parte degli adipociti, inducendoli a produrre dei picchi di leptina.

Con il calo glicemico assistiamo anche ad un calo della leptina nel sangue e quindi alla produzione di grelina. Tale effetto è anche amplificato dal cortisolo, che inibisce la produzione di leptina.

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Infatti il nostro corpo, sa perfettamente che un calo glicemico va evitato e quindi stimola il cervello a cercare alimenti che possano rialzare i livelli glicemici, naturalmente ricchi di zuccheri, e certamente la leptina deve essere inibita (non farebbe attivare la grelina ed il senso di fame).

L’uomo primitivo non mangiava carboidrati insulinici, quindi la produzione di leptina era costante e duratura nel tempo. Certo la natura non aveva preso in considerazione un cambio così straordinario della nostra alimentazione.

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Anche lo stress (che fa rilasciare il cortisolo) induce ad un calo di leptina e ad un aumento dell’ormone grelina e quindi ad un senso di fame. Difatti quando siamo stressati siamo assaliti dalla classica fame nervosa che ci induce a cercare alimenti grassi e pieni di zucchero.

Vivere 120 anni

Ortica

Anche se non ci sarà nessun’altra fonte a dirtelo, l’ortica è un’erba estremamente adattogena ed è l’ideale per supportare il corpo nei momenti di stress.

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L’ortica ha oltre settecento composti fitochimici non ancora approfonditi dalle scoperte scientifiche, è un’erba vivificante che promuove la longevità e svolge una straordinaria azione antinfiammatoria sugli organi esausti, inoltre contiene alcaloidi curativi su cui la ricerca scientifica non ha ancora indagato.

Nella salute della donna le ovaie ricevono molta attenzione perché producono gli ormoni sessuali, ciò significa che quando le analisi dimostrano che i livelli ormonali di una donna sono scarsi, i professionisti della salute tendono a incolpare l’apparato riproduttivo e a volte prescrivono integratori che in realtà non servono.

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La verità è che nel corpo femminile la produzione di estrogeni, progesterone e testosterone è egualmente distribuita tra le ovaie e le ghiandole surrenali.

Se i livelli ormonali sono bassi spesso è perché le ghiandole surrenali sono iperattive (e l’effetto corrosivo dell’adrenalina in eccesso interferisce con un’accurata lettura dei valori) o ipoattive (quindi non riescono a produrre un’adeguata quantità di ormoni sessuali).

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L’unico modo per ottenere una lettura accurata dei test ormonali e capire davvero come stanno funzionando gli organi riproduttivi è mantenere le ghiandole surrenali perfettamente sane ed equilibrate.

Troppe donne fra i venti e i trent’anni si sentono dire che sono in premenopausa quando la vera ragione della loro sofferenza è l’affaticamento surrenale. Sono moltissimi i casi in cui il problema è attribuito all’apparato riproduttivo quando invece sono le ghiandole surrenali ad aver bisogno di cure.

Ed è qui che entra in gioco l’ortica.

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Questo cibo antiradiazioni è eccezionale per lenire le surrenali e altre ghiandole del sistema endocrino che sono sovraccariche, logorate e affaticate. E siccome le ovaie fanno parte del sistema endocrino, l’ortica prende due piccioni con una fava: aiuta entrambe le fonti di squilibrio ormonale in un colpo solo.

L’ortica è l’erba più efficace in assoluto per l’apparato riproduttivo, specialmente quello femminile insieme al Lampone, Ribes, Erica, Salvia, Agnocasto ecc.

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Favorisce la produzione degli ovuli supportando l’ormone che stimola i follicoli e che ha un ruolo decisivo nella produzione dell’ovulo; inoltre libera l’organismo dagli estrogeni tossici provenienti da fonti esterne, come materiali plastici e pesticidi.

Ricca di sostanze che rafforzano e proteggono le ossa come il silicio, l’ortica contiene anche oltre quaranta oligoelementi nella loro forma più bioattiva, biodisponibile e facile da assimilare. Per di più è un potente antidolorifico che aumenta la nostra capacità di prosperare.

MALATTIE
Se hai una delle seguenti malattie, prova a introdurre l’ortica nella tua vita.

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Infezioni alle vie urinarie (comprese quelle alla vescica e ai reni), cistite interstiziale, cancro agli organi dell’apparato riproduttivo (ovaie, utero, cervice), virus di Epstein-Barr/ mononucleosi, artrite reumatoide, herpes zoster, disturbo da stress post-traumatico, laringite, batterie scariche dell’apparato riproduttivo, acne, eczema, psoriasi, infertilità, tutte le malattie e i disturbi autoimmuni, alopecia, anemia, anoressia, ansia, depressione, prolasso della vescica, edema, disturbi del sistema endocrino, sindrome dell’ovaio policistico, infezioni vaginali da streptococco.

SINTOMI
Se hai uno dei seguenti sintomi, prova a introdurre l’ortica nella tua vita.

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Ghiandole surrenali ipoattive o iperattive, squilibri ormonali delle ghiandole surrenali, ansia, infiammazioni, squilibri ormonali dell’apparato riproduttivo, secrezioni, prurito e/o bruciore vaginale, dolori mestruali, crampi mestruali, sindrome premestruale, eruzioni cutanee, mal di testa, allergie alimentari, sintomi della menopausa, crampi addominali, invecchiamento accelerato, tessuti cicatriziali, gonfiore, mani e piedi freddi, incontinenza, mestruazioni irregolari, cortisolo basso, sbalzi d’umore, tristezza.

SUPPORTO EMOTIVO
L’ortica è un ottimo rimedio per dare equilibrio a chi si distrae e si disperde facilmente.

INSEGNAMENTO SPIRITUALE
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Quando l’ortica inizia a germogliare in primavera sembra una delle tante erbacce che spuntano in giardino o nei campi; apprezziamo quel tocco di verde ma senza dargli molta importanza. Poi, all’improvviso, l’ortica si schiude, si riempie e rivela la sua presenza. Se non le prestiamo attenzione, si annuncia con piccole punture quando la sfioriamo.

Chi ha avuto incontri dolorosi con l’ortica è portato a considerarla un’erba infestante e, appena avvista le prime piante della stagione, prova un pizzico di apprensione.

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Ma chi ha imparato ad avvicinarsi all’ortica con rispetto, chi è entrato in sintonia con i suoi molti benefici, quando vede crescere una nuova pianta ha un fremito.

L’ortica c’insegna a tenere gli occhi aperti e a saper cogliere ovunque queste scintille di gratitudine. C’è qualcos’altro nella tua vita che tratti con noncuranza quando invece dovresti imparare ad aprirti per avvicinarlo e apprezzare la sua vera natura?

SUGGERIMENTI
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Anche in forma essiccata, l’ortica sprigiona tutta la sua potenza. Bevi una tisana di foglie d’ortica nel pomeriggio perché è l’orario in cui i suoi effetti sono più portentosi.
Perfetta raccolta fresca e fatta passare dall’estrattore, è molto buona dolce.

Per curare punture d’insetto, escoriazioni e ustioni lievi, imbevi un panno nella tisana d’ortica e applicalo sull’area da trattare. Prima di una meditazione, bevi una tisana di foglie d’ortica per aumentare la tua concentrazione.

TISANA D’ORTICA ALLO ZENZERO
Per tre/sei tazze

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La capacità di adattamento dell’ortica ci aiuta a entrare in contatto con il nostro intuito. Quando sorseggi questa bevanda rinvigorente, rifletti sulle tue capacità intuitive: pensa a quanto ti sono state utili in passato e chiediti cosa ti stanno comunicando adesso.

2 cucchiai di foglie d’ortica
2 cucchiai di menta fresca tritata
2 cucchiaini di zenzero grattugiato
Mescola tutti gli ingredienti in una ciotola. Fai bollire quattro tazze d’acqua e metti un cucchiaino di miscela per ogni tazza.
Lascia in infusione per almeno cinque minuti.

by (Anthony William cibi che ti cambiano la vita) modificato

Fieno greco

 Trigonella (Trigonella foenum graecum)

Parti utilizzate: semi

Il fieno greco cresce prevalentemente in oriente o nel mediterraneo orientale.

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Per Ippocrate fu una delle piante medicinali più importanti. Nell’antico Egitto venne impiegato per facilitare il parto e per promuovere il flusso del latte.

Oggi lo si usa generalmente per dolori mestruali. Viene pure coltivato come pianta da foraggio.

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Oli essenziali, mucillaggini, sostanze aromatiche, tannini, sostanze amare, saponina e flavonoidi esplicano un effetto curativo nei seguenti disturbi: mancanza di appetito, colesterolo, demineralizzazione, diabete, diarrea, digestione, febbre.

E’ un buon alleato delle persone anziane inappetenti

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La polvere viene utilizzata per gargarismi in caso di infiammazioni della gola e delle tonsille.

I semi contengono molte proteine e rafforzano il metabolismo.

Modo d’uso: decotto dal sapore amaro bollire due cucchiai da tè di semi schiacciati per una tazza d’acqua a fuoco lento per 10 minuti.

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Dose: 3 tazze al giorno. Fieno greco si trova in commercio sotto forma di TM, in polvere con cialde, il migliore modo è mischiato con miele d’acacia, tenuto in frigo, al mattino un cucchiaino da caffè.

Disponibile anche in opercoli titolati allo 0,45% in trigonellina, metodo di determinazione HPLC, corrispondente a 1,3 mg di principio attivo. 6 opercoli/die, pari ad una posologia di 7,8 mg/die di trigonellina).

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Si sconsiglia il fieno greco ai bambini sotto i 2 anni, sconsigliato in gravidanza, considerando la sua azione metrostimolante.

Esternamente i semi di fieno greco possono essere applicati sotto forma di pasta per ascessi, ulcere ed ustioni, oppure come lavaggi per cancro della cervice.

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Fieno greco favorisce l’aumento del peso, stimola il pancreas, diabete (ipoglicemizzante – molto diffuso nella medicina araba ed indiana, singolo o in associazione con altri fitoterapici

– Department of Medicine, Indira Gandhi Medical College, Himachal Pradesh, India: Control of hyperglycaemia and phyperlipidaemia by plant product. J Ass Physian India 1994;42;33-5),

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ipolipemizzante (azione sul colesterolo totale), abbassa il livello del colesterolo ematico, in quanto rallenta l’assorbimento, grazie al contenuto delle saponine.

In convalescenza, anemie, scrofolosi, linfatismo, rachitismo, raccomandato nell’attività sportiva.

Per cellulite in forma di cataplasma: farina di fieno greco 50 gr, farina di grano saraceno 50 gr, polvere di radice d’altea selvatica 100 gr fare decotto ed applicare con un panno a temperatura tollerata.

Inoltre si consiglia per magrezza, diabete, TBC, anemia, linfatismo, gotta.

Boldo (Peumus boldus)

Il boldo esercita effetti diuretici, attribuiti all’olio essenziale, e coleretici, dovuti alla bolina

Boldo (Peumus boldus)

Note Bibliografiche: L’albero del boldo, che raggiunge l’altezza di 6 metri, è originario del Cile dove cresce su pendii secchi ed assolati. Le foglie contengono fra l’altro boldina che stimola la secrezione dei succhi gastrici e della bile.

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Il boldo esercita effetti diuretici, attribuiti all’olio essenziale, e coleretici, dovuti alla bolina. Secondariamente le sostanze attive contenute nelle foglie di boldo, quali oli essenziali, e flavonglicosidi che stimolano anche l’attività renale.

I principali componenti chimici del Boldo sono rappresentati da alcaloidi di tipo aporfinico, p.es. la bolina, un olio volatile che contiene ascaridolo, cineolo e p-cinene, curarina, resina e tannini.

Associato a rabarbaro, genziana, carciofo ed alternandolo a cardo mariano e artiglio del diavolo è utile contro disturbi epatobiliari, dispepsie e crampi allo stomaco ed all’intestino.

Pianta coltivata anche in India, molto adoperata nella medicina Ayurvedica.

Proprietà: insufficienza epatica, litiasi biliare, congestione del fegato, insonnie epatiche, boldo ristabilisce o accresce la secrezione biliare, anoressia, cistite, tic da blefarospasmo contrazione involontaria delle palpebre, per contrattura del muscolo orbicolare. È dovuto a fenomeni irritativi congiuntivali, corneali o del nervo facciale, o a difetti rifrattivi non corretti; può anche essere di origine psicogena.

Applicazioni

coliche intestinali, contrazioni spastiche dell’utero e delle vie urinarie, angina, ipertensione arteriosa, asma e forme asmatiche di natura allergiche, psoriasi, eczemi.

Posologia: Pianta secca 3-5 gr in una tazza d’acqua bollente, somministrare tre volte al giorno. Estratto fluido (1:1) 1-2 ml, tre volte al giorno, estratto secco (4:1) 200-400 mg, tre volte al giorno.

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Non sono note: controindicazioni ed effetti collaterali.

Si consiglia

per la riduzione degli stati infiammatori, della pressione sanguigna ed oculare, effetto inotropo positivo sul cuore, aumento della massa magra a scapito dell’accumulo di grasso, aumenta la risposta termogenica degli alimenti, cioè la loro capacità ad essere convertiti in calore e di rientrare più facilmente nella biosintesi della massa magra, anziché essere accumulati come sostanze di riserva.

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Cicoria (Cichorium intybus)

Coadiuvante tradizionale per il diabete e l’aumento della glicemia e sonnolenza post prandiale

nelll’iposecrezione gastrica; contiene, infatti, anche inulina.

Parti utilizzate: foglie, radici

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La radice di cicoria è conosciuta per le sue funzioni amaro toniche, lassative, ipoglicemizzanti e diuretiche

La sostanza amara contenuta in essa, a cui si ascrivono la maggior parte degli effetti terapeutici è verosimilmente composta da lactucina e lactucopicrina.

Già nel 1939 alcuni autori misero in evidenza le proprietà ipoglicemizzanti della radice ed è stato osservato che essa è capace di contenere entro certi limiti la iperglicemia, determinata dagli amidi e dagli zuccheri nella dieta.

Modalità d’uso: preferibilmente foglie fresche nell’alimentazione

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Infuso: foglie secche un cucchiaio da minestra per una tazza d’acqua bollente, coprire, lasciare in infusione 10 min, filtrare.

Decotto radici: un cucchiaino da tè delle radici sminuzzate per una tazza d’acqua. Bollire per 5 minuti, coprire, lasciare in infusione 15 minuti, filtrare, bere una tazza prima dei pasti.

Cicoria, Chicoreewurzeln, Verdure, Root, Cibo

La radice: seccata e tostata si può utilizzare come caffè.

L’uso: di cicoria fresca è consigliato per i diabetici, riduce la glicemia del 20-40 %.

Anteposta prima di ogni pasto principale.

Cicoria, Chicoreewurzeln, Verdure, Arabile, Campo, Root

Si consiglia: per anoressia, astenia, anemia, ittero ed epatismo, atonia gastrica, dermatosi, gotta, stipsi.

La cicoria è dotata inoltre di una chiara e spiccata attività antitiroidea, azione elettiva nella tiroide.

Carvi (Carum carvi)

Ha proprietà

stimolanti, carminative, digestive, previene fermentazioni intestinali ed elimina i gas, aiuta nell’infiammazione dell’esofago, nel meteorismo, vertigini, palpitazioni.

Parti usate: frutti (semi)

Modalità d’uso: 2-3 cucchiaini da tè di semi sminuzzati per una tazza d’acqua bollente, coprire, lasciare in infusione per 10-20 minuti, dose massima 3 tazza al giorno dopo pasto.

OE 1-3 gocce su un cucchiaino di miele 3 volte al giorno, dopo i pasti o in MicroDosi alcool 33%.

Albero, L'Olio Essenziale Di, Pigna, Aromaterapia

In gravidanza usare l’erba con cautela

Nel periodo d’allattamento è usato insieme con altre erbe per aumentare la produzione del latte materno.

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Ha proprietà/Azioni:

Antispasmodico, carminativo, emmenagogo, astringente, antimicrobico, stimolante, espettorante, digestive, previene fermentazioni intestinali, elimina i gas, aiuta nell’infiammazione dell’esofago, nel meteorismo, vertigini, palpitazioni.

Anatomia, Batteri, Batterio, Viscere, Diarrea

Indicazioni:

Colica flatulenta nei bambini, dispepsia flatulenta, anoressia, colica intestinale, diarrea, bronchite, dismenorrea, laringite (gargarismo).

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Può essere usato nell’asma bronchiale e per aumentare il flusso del latte nelle donne che allattano

In gravidanza usare l’erba con cautela. Nel periodo d’allattamento è usato insieme con altre erbe per aumentare la produzione del latte materno.

Famiglia, L'Allattamento Al Seno, Mamma, Papa, Figlio

Sinergismi frequenti:

Altea radice, Camomilla romana e Calamo aromatico nei disordini digestivi con flatulenza e colica. Agrimonia, Mirica cerifera, Farnia nella diarrea. Marrubio, Lobelia, Euforbia e Grindelia nella bronchite ed asma bronchiale.