Orecchio e Udito

Il padiglione auricolare, che costituisce la parte esterna dell’orecchio, ha, nel suo insieme, un forma femminea.

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Mentre l’occhio è preposto a un’attività di controllo, l’orecchio risponde a una legge più passiva.

Rimane sempre aperto, anche di notte, che rappresenta la metà femminile della giornata; non si lascia indirizzare, né controllare e di conseguenza non ha la stessa capacità di concentrazione dell’occhio.

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Per questo nessuna parte dell’orecchio possiede maggiore sensibilità rispetto alle altre.

Mentre l’occhio seleziona a piacere e in linea di principio percepisce solo la metà della realtà, quella limitata al proprio orizzonte, l’orecchio non può staccare e per questo è sempre informato più dettagliatamente di quello che accade.

Anche quando ci mettiamo a letto e posiamo un orecchio sul guanciale, l’altro rimane all’erta. L’ampiezza della frequenza percepita dall’orecchio sulla scala elettromagnetica supera ampiamente quella dell’occhio.

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L’immobilità del padiglione auricolare, opposta alla estrema mobilità della palpebre, sottolinea ancora una volta il ruolo passivo di questo organo sensoriale, che trova la sua logica sede non al centro del volto come gli occhi, ma alla periferia.

Noi prestiamo orecchio a qualcuno o regaliamo qualche istante d’ascolto, mentre con gli sguardi facciamo centro sempre intorno a noi.

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Il fatto che gli animali abbiano la possibilità di muovere le orecchie e che tale facoltà sia rimasta solo a poche persone che la esercitano in modo abbastanza rudimentale, fa ipotizzare che questa capacità sia regredita perché trascurata.

Soltanto in senso figurato possiamo tendere le orecchie.

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Che ormai siamo giunti a una situazione limite lo dimostra il fatto che ridiamo se vediamo qualcuno muovere il padiglione auricolare, mentre troviamo tragico che qualcuno non sia in grado di muovere gli occhi.

La diversa importanza che attribuiamo ai due sensi è rivelata anche dal nostro affidarci costantemente alle vista, mentre di rado riusciamo ad essere tutt’orecchi: abbiamo quasi dimenticato l’importanza dell’ascolto.

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L’elemento più caratteristico dell’orecchio, che precede il padiglione, è la coclea che, collocata all’interno, rappresenta la parte preposta alla percezione dei suoni e ha la forma simile a quella di una chiocciola.

La spirale è un simbolo antichissimo e, a differenza della linea retta, descrive molto bene la realtà.

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I fisici nucleari l’hanno trovata là dove si forma nuova materia, nell’infinitamente piccolo, gli astrofisici studiando le dimensioni gigantesche dell’universo hanno incontrato la nebulosa a spirale, i biologi molecolari ne hanno trovato le tracce nel DNA, e gli psicoterapeuti la conoscono come il turbine con cui al momento del concepimento inizia il ciclo della vita che si conclude con la morte, quando l’anima abbandona il corpo.

La percezione dell’orecchio può di conseguenza essere vicina alla realtà, soprattutto se riflettiamo sul fatto che tutta la creazione ha avuto origine dal Big – bang. «Nada-Brahma, il mondo è suono»”. C. G. Carus ha detto:

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«L’orecchio, e in particolar modo la sua parte interna, può essere l’organo più importante e più significativo dell’evoluzione psichica».

Schopenhauer e Kant richiamarono l’attenzione sul rapporto dell’orecchio con il tempo, che fin da i tempi più remoti è stato misurato in base al movimento delle stelle, le cui «orbite» sono, in realtà, delle spirali.

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La vita è ritmo, ha affermato Rudolf Steiner, e poiché anche il tempo scorre ritmicamente, esso è strettamente vincolato alla nostra vita.

Con gli occhi noi vediamo la superficie del mondo, i fenomeni; con l’orecchio però ascoltiamo in profondità, fino a raggiungere le radici della nostra vita.

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In questo senso agli occhi «fenomenologici» si contrappongono le orecchie «radicali» (dal lat. radix = radice). Ciò non rende le orecchie migliori dell’occhio, mostra soltanto che le utilizziamo in modo diverso e certamente più profondo.

Il rapporto di questi due importanti organi sensoriali si rivela nei rap¬porti interpersonali: noi ci vediamo e ci ascoltiamo reciprocamente. Attraverso il primo, entriamo in contatto, col secondo impariamo a comprenderci. Quanto profondamente l’udito ci coinvolga, lo dimostrano le nostre reazioni di fronte alla cecità e alla sordità.

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In genere si tende a ritenere la cecità come il male più grave, mentre l’esperienza mostra che questa è più facile da sopportare. Con l’udito, infatti, perdiamo la possibilità di vibrare, e di conseguenza di sentire insieme al mondo.

Da questa limitazione derivano disturbi psichici che possono arrivare fino alla depressione. La sordità tende a coincidere con l’insensibilità. Il proverbio dice che ascoltare e sentire possono sostituirsi l’uno con l’altro: «Chi non vuole ascoltare, deve sentire».

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Se veniamo privati dell’udito, ci ritroviamo a vivere in un mondo senza suoni e abbiamo la sensazione di essere respinti, emarginati, cosa molto difficile da sopportare. Come la creazione è iniziata con un suono, così anche ogni nuova creatura ascolta, all’inizio della propria esistenza, il battito del cuore materno.

Ogni madre avverte l’importanza di questo cordone ombelicale acustico e stringe spontaneamente e intuitivamente il proprio bambino inquieto al cuore.

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Nell’allattamento è proprio questo suono che riesce a rassicurare e tranquillizzare il piccolo. Anche tra le anatre si verifica lo stesso fenomeno:

la mamma starnazza ininterrottamente e, finché gli anatroccoli riescono a sentirla, tutto è a posto. Non appena il suo richiamo si fa più debole, significa che è arrivato il momento di fare dietro-front.

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L’indebolimento dell’udito ci suggerisce di smettere di ascoltare ciò che proviene dall’esterno e di non continuare ad aspettare che le risposte vengano da fuori.

Non è più necessario stare in ascolto di ciò che è al di fuori di noi, bisogna invece ascoltare la voce interiore che ci viene indicata dalla malattia. Bisogna trovare il ritmo interiore.

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Secondo natura, questo è il compito proprio della maturità, che costituisce il periodo della vita in cui la malattia tende a manifestarsi. Chi in età avanzata continua a rivolgersi soltanto all’esterno, deve tenere conto del fatto che il destino correggerà presto il suo atteggiamento.

Ciò si verificherà però soltanto se il soggetto sarà disposto a chiudere le orecchie esteriori. Udire la nostra voce interiore, come del resto la voce di Dio, è cosa indipendente dalle orecchie fisiche e, nei casi estremi, questo è l’unico legame che resta.

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Un tale evento può essere vissuto come dramma o come occasione. Potremmo a questo punto pensare ai compositori Beethoven e Smetana, che, nonostante fossero completamente sordi, scrissero musica divina sentendola solo a livello interiore.

Domande: 
1. In che modo affronto lo stress, o per meglio dire come mi comporto di fronte alle provocazioni e alle sollecitazioni che vengono dal mondo circostante? Come reagisco alle pretese eccessive? 
2. Cosa era successo la prima volta che ho udito i suoni? Come ho reagito? 
3. Cosa non voglio più udire, chi non voglio più ascoltare, a chi non voglio più obbedire? 
4. Come va con l’equilibrio, la stabilità, l’indipendenza e la capacità di farsi valere? Cammino su un terreno sicuro? 
5. Che cosa vogliono dirmi i suoni interiori? E che ha da dirmi la mia voce interiore? Che ruolo hanno l’intuizione e l’introspezione nella mia vita?

(Rudiger Dahlke)

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