Depressione e alimentazione

La depressione è considerata da alcuni il “male del secolo” con numeri che fanno rabbrividire.

Che cosa è dunque?

Ampia letteratura si spreca sull’argomento e non c’è divo del cinema o della televisione che non ami arricchire il proprio curriculum vitae con il coraggioso superamento di qualche “cane nero”, di qualche “momento buio” in cui ha toccato il fondo per poi risalire.

In una definizione, seppur ancora fumosa, di questa patologia possiamo con certezza dire che cosa non è depressione: uno stato melanconico, una tristezza motivata, una interminabile notte buia dell’AnimA,  un momento in cui si è giù di morale, un lutto in famiglia o eventi simili rientrano nel naturale corso delle cose ed esserne indenni è praticamente impossibile per chiunque.

Che cosa, dunque, contraddistingue la depressione da un ordinario umore nero o da un’ordinaria sensazione di fragilità emotiva, impotenza, stanchezza.

Il (criticato) Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) analizza una serie di sintomi al verificarsi dei quali si può porre diagnosi di “depressione maggiore”.

Tali sintomi però sono alquanto generici e sebbene nell’insieme definiscano un notevole turbamento psicologico, singolarmente presi non sembrano particolarmente significativi. Insonnia o polisonnia

Appetito molto accresciuto o molto diminuito. Pensieri melanconici e cupi per gran parte della giornata.

Chi di noi può sostenere di non aver mai vissuto per qualche breve periodo situazioni del genere? E allora come distinguere? Allen Frances, coordinatore delle task force del DSM-IV, mette in guardia contro la genericità delle definizioni diagnostiche.

Una definizione troppo generica di patologia può involontariamente creare un’infinità di “fintimalati, soprattutto se alla definizione vaga affianchiamo l’interesse di chi a tale descrizione abbini l’uso di qualche farmaco specifico.

E se si cura chi ènormale”, oltre a far impennare la spesa sanitaria, si tolgono risorse ed energie a chi invece avrebbe davvero bisogno di essere curato e assistito.

Prima di lanciarci in una precisa definizione diagnostica della depressione maggiore appare dunque utile cercare di comprendere la differenza sostanziale tra questa e una temporanea tristezza o inedia dovuta a cause contingenti.

Ciò che rende la depressione un fenomeno specifico, e meritevole di cure, è la consapevolezza del fatto che si tratta di un fenomeno marcatamente biologico nelle sue origini.

Con una forte connotazione psicologica, in quanto frutto di rielaborazione cosciente a livello di corteccia cerebrale (la parte più recente del nostro cervello, quasi sconosciuta alle lucertole).

Il cervello umano è costituito da una parte più antica, deputata alle regolazioni automatiche del sistema nervoso autonomo nonché alla regolazione delle emozioni e delle risposte istintive. 

E da una parte più moderna (la corteccia) che è cresciuta con l’evoluzione dai rettili (che ne avevano pochissima) ai mammiferi, fino a raggiungere livelli piuttosto elevati nei primati ed elevatissimi nell’uomo.

La corteccia è responsabile dei processi cognitivi (e quindi coscienti) del cervello. In altre parole: se starnutisco o mi sento assetato sta lavorando la parte istintiva del mio cervello.

Se decido di andare al lavoro in auto o in autobus è invece al lavoro la corteccia, ovvero il mio pensiero razionale. Il vantaggio che ci deriva da questa possibilità di scelta, di arbitrio, è indubbio.

Essere in grado di razionalizzare un problema ci consente di prevedere il futuro, di prevenire le mosse di una preda, di scegliere se sostenere o contrastare un gruppo di potere all’interno della tribù.

Allo stesso tempo, però, ci fa vedere in anticipo anche le possibili conseguenze dei nostri gesti regalandoci ansia, paura, angoscia, insicurezza

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È il costo del libero arbitrio: a un grande vantaggio corrisponde il rischio di un malsano utilizzo della libertà.

Depressione, ansia, angoscia, paura sono figlie del cervello cosciente, della ragione. La ragione permette quella distorsione cognitiva del modo in cui funziona il mondo cui diamo il nome di depressione. 

La risposta puramente istintiva, quella della lucertola, non è mai ansiosa o angosciata né tantomeno depressa.

Su queste basi teoriche cerchiamo di capire meglio quali siano i fondamenti organici della depressione: uno stato di malessere indotto dal nostro pensiero razionale distorto.

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Geni, corteccia e pensieri cupi

La depressione ha sicuramente basi genetiche. Se i nostri genitori hanno sofferto di questa malattia anche noi saremo più predisposti a soffrirne. 

Fratelli o sorelle di individui depressi (che condividono con loro il 50% dei geni) hanno il 25% di probabilità di ammalarsi (molto più del rischio ordinario nella popolazione).

I gemelli monozigoti hanno addirittura il 50% di probabilità di contrarre la malattia se l’altro gemello è depresso, anche se adottati da famiglie diverse. 

La genetica dunque predispone, ma non dispone. Basta vedere le cose dalla parte del 50% dei gemelli che, pur condividendo con il gemello depresso l’intero patrimonio genetico, non si ammaleranno mai.

Vi sono dunque altre cause scatenanti, che sarà bene analizzare in dettaglio. Il brain imaging, ovvero quell’insieme di tecniche che ci consente di “vederele parti del cervello che si accendono in relazione a specifici eventi, ci permette oggi di osservare ciò che era impossibile visualizzare solo vent’anni fa.

Grazie a questo tipo di immagini è stata identificata un’area denominata corteccia cingolata anteriore che risponde in modo chiaro e netto ai pensieri negativi o angosciosi, e che risulta particolarmente attiva nei soggetti depressi.

La corteccia cingolata trasmette alle parti più antiche del cervello (ipotalamo, ipofisi, ippocampo, amigdala) il suo messaggio d’allarme, inducendo nell’organismo una serie di reazioni di stampo depressivo che vanno dalla visione pessimistica della vita al rallentamento psicomotorio e alla completa anedonia, ovvero l’incapacità di trarre piacere da qualunque attività.

A livello sperimentale su cavie, se si recidono chirurgicamente i collegamenti tra corteccia cingolata e ipotalamo la sintomatologia depressiva migliora sensibilmente, a dimostrazione dell’esistenza del percorso organico qui descritto.

Il che ci spiega come effettivamente le risposte depressive affondino le proprie origini in una solida base biologica, collegata all’attivazione della corteccia cingolata, che utilizza poi come importanti mediatori sintomatici molecole segnale tra cui la serotonina, la noradrenalina e la dopamina.

Queste ultime molecole non sono dunque protagoniste del balletto in atto ma solo – in un certo senso – esecutrici materiali di qualcosa che viene deciso a monte, a livello corticale. Sui motivi di tale decisione sarà opportuno approfondire ulteriormente le nostre conoscenze.

Bibliografia: Medicina di Segnale

Nardone G, Speciani L. Mangia muoviti ama. Milano: Ponte alle Grazie, 2015. Seligman MEP. Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero. Firenze: Giunti, 2013; ed. orig.: Learned Optimism. How to change your mind and your life. New York: Knopf, 1991.

Michela Crivellaro
Michela Crivellaro
life & business coach
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Gratitudine! Nella vita ho sempre ricercato l’eccellenza, soprattutto quando è la mia “salute” in campo desidero onorare il mio tempio.Ringrazio dal cuore Francesco Ciani perché ha saputo prendersi cura del mio problema con dedizione, ascolto, tatto e un infinita strabiliante conoscenza, unitamente ad un approccio spirituale che amplia ogni visione.Con lui ci si sente amati e rassicurati, oltre che in buone mani.I prodotti che poi mi ha prescritto sono ottimi, rinnovo la mia fiducia e lo consiglio vivamente a tutti! 😊💕

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