Cervello e Consapevolezza

La maggior parte dei trattamenti utilizzati dalla moderna medicina occidentale non sono basati su valide prove scientifiche

Se, come si è iniziato a mostrare, e come verrà ancor più argomentato in seguito, una grande parte delle malattie “hanno orgine nel sistema digestivo”,

come diceva Ippocrate, va da sé che la gran parte dei rimedi farmacologici e dei trattamenti comunemente utilizzati dalla nostra medicina moderna non affrontano la radice del problema ed è quindi ragionevole essere scettici sulla loro reale efficacia e sicurezza.

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Una ulteriore prova di questo sospetto viene dal Clinical Evidence (“Evidenza Clinica”), una sezione del sito del prestigioso British Medical Journal (una delle riviste più rinomate in ambito medico-scientifico assieme a The Lancet, New England Journal of Medicine, Journal of American Medical Association).

In un recente articolo pubblicato su tale sito e intitolato What conclusions has Clinical Evidence drawn about what works, what doesn’t based on randomised controlled trial evidence?

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(“Quali conclusioni ha tratto Clinical Evidence su quello che funziona, su quello che non è basato su esperimenti randomizzati col gruppo di controllo?”) vengono tirate le somme di un lavoro di indagine sulla validità delle terapie in uso nel nostro occidente moderno.

Il risultato è decisamente sconsolante:

su 3.000 trattamenti sottoposti a valutazione tramite esperimento randomizzato con gruppo di controllo (ovvero valutando l’efficacia del trattamento paragonando un gruppo di pazienti che vengono trattati ed uno – di simile numero e composizione – che non vengono trattati) è stato verificato che:

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Il 50% dei trattamenti è di sconosciuta efficacia.
Il 24% pare che siano benefici.
L’11% sono benefici.
Il 7% stanno in una zona limbica tra l’effetto benefico ed il danno.
Il 5% probabilmente non sono benefici
Il 3% pare che siano inefficaci o dannosi.

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Al di là di alcune sottigliezze su cui si potrebbe arzigogolare per arrampicarsi sugli specchi nel tentativo di difendere questo tipo di medicina poco scientifica, abbiamo qui l’ennesima conferma che i trattamenti medici sono ben poco basati sulla solida scienza, e che i vaccini non sono l’unico tipo di terapia mai sottoposta a verifica seria (analisi comparativa di un gruppo di persone sottoposte ed uno di persone non sottoposte al trattamento).

Conflititti d’interesse e scienza poco scientifica: conferme ad alti livelli

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Se a questo aggiungiamo l’enorme conflitto di interessi che coinvolge molti medici di alto livello e professori universitari, per non parlare di vere e proprie forme di corruzione, si evidenzia come questo tipo di medicina ufficiale moderna sia una costruzione alquanto inconsistente.

Marcia Angell non è un medico qualunque, ma è stata vice-direttrice e direttrice nientemeno che del New England Journal of Medicine, uno dei più famosi e rispettati giornali medico-scientifici del mondo (assieme a The Lancet, British Medical Jorunal, Journal of the American Medical Association).

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Lei stessa è stata una delle più famose e rispettate giornaliste medico-scientifiche.
La sua indiscussa esperienza sul campo l’ha lasciata delusa e fortunatamente anche piena di una gran voglia di fare chiarezza e di dire la verità.

E così ha scritto il libro The Truth About the Drug Companies: How They Deceive Us and What to Do About It (La verità sulle aziende farmaceutiche:

come ci ingannano e cosa fare al riguardo) ed alcuni lunghi articoli di denuncia della moderna medicina farmaceutica e specialmente della psichiatria quali The illusions of psychiatry (L’illusione della psichiatria) e Drug companies & doctors: a story of corruption (Aziende farmaceutiche e dottori: una storia di corruzione) .

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Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla veridicità di quanto appena asserito, può avere l’ennesima conferma leggendo l’articolo del New York Times A doctor put the drug industry under microscope (“Un medico mette l’industria dei farmaci sotto il microscopio”) e leggendo la recensione del suo libro proprio sul sito del New England Journal of Medicine .

Detto questo, e quindi fornite abbondanti prove che la notizia è assolutamente reale, vediamo cosa dice Marcia Angell nelle prime righe dell’articolo succitato Aziende farmaceutiche e dottori: una storia di corruzione.

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Partendo da un’indagine del senatore repubblicano Charles Grassley “sui legami finanziari tra l’industria farmaceutica e i medici accademici” la Angell racconta il caso del Dr. Joseph L. Biederman, professore di psichiatria dell’Harvard Medical School, nonché primario di psicofarmacologia pediatrica del Massachusetts General Hospital (Harvard), e scrive:

Grazie soprattutto a lui, bambini in giovane età, perfino di appena due anni, vengono adesso diagnosticati come sofferenti di disordine bipolare e trattati con un cocktail di potenti farmaci, molti dei quali non sono stati approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) per quello scopo e nessuno dei quali è stato approvato per l’uso in bambini di meno di dieci anni.

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(…). Gli stessi studi di Biederman sui farmaci che egli promuove per trattare il disordine bipolare nei bambini erano, secondo il The New York Times che ha riassunto le opinioni delle proprie fonti esperte “così mal congegnati da essere largamente inconcludenti”. (1)

A giugno il Senator Grassley ha rivelato che le aziende farmaceutiche (…) hanno pagato a Biederman 1,6 milioni di dollari in pagamenti per consulenze e conferenze tra il 2000 ed il 2007. Due suoi colleghi hanno ricevuto simili somme [di denaro].

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Dopo la rivelazione, il presidente del Massachusetts General Hospital ed il dirigente della sua organizzazione dei medici hanno spedito una lettera ai medici dell’ospedale esprimendo non lo sgomento riguardo all’enormità dei conflitti di interesse, ma la simpatia per i beneficiari [di quelle somme].

(1) Gardiner Harris e Benedict Carey, Researchers Fail to Reveal Full Drug Pay (“Ricercatori non rivelano per intero i pagamenti da parte delle aziende farmaceutiche”) The New York Times, 8 Giugno, 2008 .

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Qualcuno potrebbe pensare che Marcia Angell sia un caso isolato, ma non è assolutamente così. Anche Richard Horton, direttore della rivista Lancet (un’altra delle riviste mediche peer-reviewed più famose e blasonate) in un suo editoriale intitolato Offline: what is medicine’s 5 sigma?

Ha dichiarato che una grande quantità della ricerca scientifica pubblicata è inaffidabile, se non completamente falsa, fraudolenta:

Il caso contro la scienza è semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere semplicemente falsa. Studi inconsistenti, analisi non valide, conflitti di interesse, oltre all’ossessione di perseguire delle mode alquanto dubbie, la scienza ha deciso di percorrere una strada buia.

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Per ultimo cito Randy Schekman, premio Nobel per la medicina denel 2013, il quale ha affermato: “Le principali riviste scientifiche distorcono il processo scientifico e rappresentano una «tirannia» che va spezzata”.

Queste parole compaiono su un suo articolo scritto per il quotidiano The Guardian il giorno stesso in cui ha ricevuto il premio Nobel. Come se non bastasse pochi giorni prima, sempre in una intervista al The Guardian, Peter Higgs , noto per avere teorizzato il famoso bosone aveva denunciato il sistema delle pubblicazioni scientifiche.

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La dichiarazione di Schekman è passata quasi sotto silenzio, fanno eccezione un trafiletto su Il Corriere della Sera (Schekman: «Le principali riviste scientifiche danneggiano la scienza» ) e un articolo su l’Unità (Il Nobel Shekman: “Boicottiamo Science e Nature” ).

Gli altri giornali e persino riviste di settore come Le Scienze, Oggiscienza, Focus, sempre pronte a scagliarsi contro la “scienza-spazzatura” e contro i paladini delle terapie naturali si sono “dimenticati” di segnalare simili vicende.

Perché succede tutto questo?

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Semplicemente le riviste scientifiche in ambito medico, per quanto all’apparenza sottopongano a controllo e revisione gli articoli che vengono loro proposti, in realtà non possono far funzionare questo filtro in maniera equanime,

per il semplice fatto che esse (come i nostri quotidiani) prendono una consistente parte dei propri guadagni dalla pubblicità, e la pubblicità prevalente sulle pagine di tali riviste (come è facile immaginarsi) è quella pagata dalle aziende farmaceutiche.

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Di conseguenza una ricerca che valuta positivamente l’effetto di un farmaco, o che considera innocuo un eccipiente o un principio attivo, sarà più facilmente accettata per la pubblicazione, mentre una ricerca che valuta negativamente l’effetto di un farmaco o che mostra la tossicità di un eccipiente o di un principio attivo, incontrerà sicuramente delle resistenze maggiori ad essere pubblicata.

Nel nostro mondo occidentale ormai le farmacie sono capillarmente diffuse al pari dei panifici, il giro d’affari complessivo delle aziende farmaceutiche è da capogiro, e ci vuole poco a capire quali enormi conflitti di interesse ci possono essere in ballo.

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E ancora Richard Smith, direttore del British Medical Journal, in un articolo intitolato Peer review: reform or revolution? (“Revisione autorevole: riforma o rivoluzione?”) demolisce la pratica corrente della “revision autorevole” (il processo che in teoria permettebbe un controllo della serietà degli studi scientifici pubblicati da parte di altri esperti incaricati dalla singola rivista scientifica). Egli afferma infatti che:

Il problema con la revisione autorevole è che abbiamo buone prove delle sue carenze e poche prove dei suoi benefici. Sappiamo che è costosa, lenta, soggetta ad errori di bias, aperta all’abuso, possibilmente anti-innovativa, e incapace di individuaree la frode.

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Sappiamo anche che gli articoli pubblicati che vengono fuori da questo processo sono spesso carenti esageratamente carenti. (…) che le revisioni di routine hanno raramente metodi adeguati e sono fortemente influenzate dal pregiudizio sulla specialità e la geografia nelle referenze che esse citano.

Detto questo nel presente libro vengono citate centinaia di ricerche scientifiche, e il lettore potrebbe essere confuso al riguardo; ma per l’appunto si tratta di ricerche che mostrano come i farmaci possano causare disbiosi intestinale, e come la carenza di microrganismi benefici ed il proliferare di quelli patogeni possa causare varie malattie.

La Tutela Ambientale, Conservazione Della Natura

Si tratta di ricerche quindi che più difficilmente passano al vaglio dei curatori di una rivista medica, perché, direttamente o indirettamente, puntano il dito sugli effetti collaterali dei farmaci (molti dei quali causano disbiosi); inoltre le cure della disbiosi passano più per le scelte dietetiche che per i rimedi farmacologici.

È vero, il risultato di queste ricerche potrebbe portare al “business dei probiotici”, ma si tratta di un business che non va nel senso della perpetuazione del circolo vizioso (sintomo-farmaco-effetto collaterale-altro farmaco), ma nel senso di un intervento che mira ad affrontare la radice del problema (per quanto un probiotico da solo non possa fare miracoli),

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ed inoltre è possibile ottenere degli ottimi integratori di probiotici anche mangiando cibi fermentati (come i crauti per esempio), che volendo si possono imparare a fare da soli (è facile anche preparare il kefir d’acqua, di succo di frutta, di latte di riso, mandorla o cocco).

Pubblicazioni: http://scienzamarcia.altervista.org/pilastri.doc

ECN

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