Vitamina D

Parliamo della vitamina D.

Migliaia di studi hanno proclamato la sua importanza per la nostra salute e a causa di essa si sono verificati numerosi cambiamenti nel nostro modo di vedere la medicina.

È davvero notevole che la vitamina D agisca in quasi tutti i fattori sopra menzionati: aumenta le prestazioni fisiche, aiuta a ottenere il peso ideale, influenza l’assorbimento dei sali minerali, è necessaria per ottenere buon sonno e ridurre lo stress, favorisce i meccanismi di disintossicazione ed escrezione dei metalli pesanti dal corpo e rafforza il nostro sistema immunitario.

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La vitamina D e i suoi effetti sulla salute

Si è trovato che alti livelli di vitamina D nel nostro sangue si associano a:

– Ridotta mortalità da qualsiasi causa;

– ridotta incidenza del cancro al seno fino al 77%;

– ridotta incidenza del cancro al colon;

Immagine correlata– minore incidenza del cancro alla prostata;

– ridotta incidenza del diabete negli adulti e nei bambini;

– ridotta incidenza dell’ipertensione e delle malattie cardiovascolari;

– ridotta incidenza della depressione,

soprattutto durante i mesi invernali;

– ridotta incidenza delle infezioni respiratorie;

– un incremento di 20 ng/ml dei livelli della vitamina D nel sangue riduce il rischio di sclerosi multipla del 45%;

– l’incidenza dell’autismo e dei disturbi dello sviluppo diminuiscono;

– ogni incremento di 1ng/ml comporta una perdita di peso supplementare di 200 g mantenendo la stessa dieta;

– miglioramento della psoriasi;

VItamina D alimenti

– la differenziazione e l’attivazione dei globuli bianchi;

– l’attivazione e la replicazione di 3005 geni;

– aumentata produzione di 200 sostanze endogene ad azione antibiotica nel corpo umano.

E questi sono solo una parte del contributo della vitamina D alla nostra salute. Se questo non è il fattore più importante per essere sani non riesco a immaginare quale altro possa esserlo.

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Infatti la comunità scientifica ha spostato gran parte della sua attenzione sulla ricerca delle azioni e degli usi terapeutici della vitamina D. Al momento, sono in corso oltre 1752 studi clinici sulla vitamina D.

La medicina è ormai entrata nell’era“Dopo vitamina D”.

Quali sono i livelli ideali?

Quali sono i livelli ideali e quanta vitamina D è necessario assumere per avere tutti i benefici possibili?

Anche se questo è un tema che sembra non essere completamente risolto per la comunità scientifica, secondo uno studio condotto e pubblicato nel settembre del 2011 da Robert Heaney autorità mondiale sulla vitamina D, abbiamo bisogno di livelli superiori a 48 ng/ml per ridurre l’ incidenza delle malattie croniche.

Sempre secondo Heaney, il limite superiore normale è di 90 ng/ml mentre la tossicità è rara con livelli inferiori ai 200 ng/ml. Questi sono i livelli raggiunti nelle popolazioni in cui si vive e si lavora nella natura aperta, senza protezione dal sole e sono simili ai livelli osservati in popolazioni primitive.

Per questi motivi, non ci si dovrebbe concentrare sulla dose da assumere ma al raggiungimento di livelli di vitamina D (OH25D3) superiori come minimo ai 48 ng/ml. L’ideale sarebbe un livello tra 60-80 ng/ml.

Sicuramente la fonte migliore è l’esposizione al sole, ma questo non è sempre possibile per la maggior parte di noi, che siamo sufficientemente esposti al sole per soli 15-30 giorni l’anno.

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Dobbiamo anche tenere conto che questa esposizione avviene usando la protezione solare (una crema solare con un SPF 15, blocca la produzione di vitamina D dal sole del 99%). Infatti, è raro anche nei paesi mediterranei ottenere livelli di sufficienza senza integrazione con vitamina D3.

La vitamina D agisce direttamente sui nostri geni! Fino a non molto tempo fa, sapevamo che l’azione della vitamina D era principalmente confinata sul tessuto osseo. La verità è che la vitamina D è un ormone, l’ormone più potente nel corpo umano.

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Non è forse la pillola magica che tutti aspettiamo, ma è la proposta scientifica che più si avvicina a tale definizione, in questo momento. Come fa un fattore singolo ad avere tanti effetti sulla funzione del nostro corpo?

Ricercatori dell’Università di Oxford hanno confermato l’azione della vitamina D su 3005 geni. È risultato che ciascuno di questi geni ha un recettore specifico per la D3. La vitamina D si lega a questo recettore e regola direttamente il funzionamento di gran parte del genoma (la somma dei geni nel nostro DNA) umano.

Considerando che più di un miliardo di persone nel mondo sono carenti di vitamina D, a causa di una bassa esposizione al sole, è facile capire l’importanza di questa scoperta per la nostra salute.

Effetti sul Sistema Immunitario Con lo stesso meccanismo la vitamina D è necessaria all’attivazione dei globuli bianchi. Quando il corpo entra in contatto con un nuovo virus o un batterio, si reclutano globuli bianchi dal sangue – in particolare i linfociti T – per combattere l’invasore.

Ciascuna di queste cellule sono programmate per riconoscere un particolare tipo di virus o batterio. Così, per ogni 100.000 cellule T, forse solo una fra queste combacia col fattore patogeno.

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Queste cellule hanno bisogno di moltiplicarsi immediatamente in modo da non permettere al “nemico” di causare malattia. Per essere in grado di attivare i linfociti T e trasformarli in cellule Natural Killer (globuli bianchi del sistema immunitario che riconoscono e distruggono cellule tumorali e virus) è necessaria la presenza di vitamina D in quantità sufficienti.

Una volta che le cellule T vengono a contatto con un agente microbico, estendono “antenne” ad accogliere la vitamina D. Se vi è abbondanza di vitamina D nel nostro sangue, i linfociti cominciano ad attivarsi e si ha una efficiente risposta immunitaria.

Co-fattori della vitamina D

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È fondamentale sapere che la vitamina D opera nel nostro corpo in presenza di alcuni componenti, necessari per esprimere la sua azione. Questi componenti si chiamano cofattori della vitamina D e sono i seguenti: Magnesio; Vitamina K2; Zinco; Boro.

Per avvalerci di tutti i benefici della vitamina D abbiamo bisogno di quantità sufficienti anche dei suoi co-fattori.

La più efficiente “assicurazione” per la nostra salute sarebbe di fornire questi cofattori al corpo e di avere livelli di vitamina D superiori a 48 ng/ml durante tutto l’anno, è facile, di basso costo e di vitale importanza avere dei livelli sufficienti di questa sostanza quasi miracolosa.

Malattie reumatiche

Il gruppo delle malattie reumatiche infiammatorie croniche e autoimmuni comprende quelle patologie come Artrite Reumatoide, Artrite Psoriasica, Spondiliti, Lupus Eritematoso Sistemico, Sclerodermia, Sindrome di Sjogren, patologie autoimmuni in gravidanza, vasculiti e altre malattie rare.

Complessivamente queste patologie colpiscono circa l’1,5% della popolazione, con predilezione per il genere femminile, in misura oltre 3 volte superiore rispetto agli uomini.

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Il problema di base è nell’innesco di una reazione infiammatoria anomala, rivolta verso tessuti/organi/apparati del medesimo organismo (definendo così lo stato di malattia AUTOIMMUNE), con la tendenza a persistere nel tempo.

Ciò si tradurrebbe in una condizione infiammatoria cronica e sistemica, dato che le cellule del sistema immunitario (i globuli bianchi) e gli auto-anticorpi circolano nel sangue. Tutti gli organi e apparati possono essere colpiti dal processo infiammatorio delle malattie autoimmuni.

Il nome delle diverse patologie solitamente definisce l’organo o l’apparato interessato.

In alcune delle malattie elencate il coinvolgimento articolare è preponderante e vengono quindi denominate artriti.

Deve essere subito chiarito che molti reumatismi sono malattie importanti, che portano, oltre che dolore, disabilità, perdita di autonomia funzionale, peggioramento della qualità di vita, sia per la gravità della malattia in sé, sia per gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il coinvolgimento di strutture vitali dell’organismo.

Soffermandoci un po’ di più sull’artrite reumatoide

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L’artrite reumatoide colpisce la membrana sinoviale* delle articolazioni. Tale membrana reagisce all’infiammazione aumentando di volume e andando a invadere la cartilagine. Ne provoca di conseguenza l’erosione e la graduale distruzione. Questo processo proliferativo può andare ad interessare l’osso e tutti i tessuti che circondano l’articolazione.

In questa patologia la reazione autoimmune avviene contro la membrana sinoviale, la quale in una reazione anomala da parte degli anticorpi, non viene riconosciuta come parte dell’organismo. Di conseguenza viene attaccata innescando un meccanismo di auto-distruzione.

L’utilizzo del cortisone

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Spesso farmaci a base di cortisone vengono sfruttati come cardine terapeutico per le malattie reumatiche. Come agisce il cortisone sul nostro fisico? Viene utilizzato come antinfiammatorio e immunosoppressivo, agendo quindi per limitare le infiammazioni che si “accendono” con le malattie reumatiche. L’effetto è la diminuzione del dolore e lo spegnimento dell’infiammazione.

L’utilizzo prolungato del cortisone comporta delle conseguenze negative:

– decalcificazione ossea (osteoporosi);

– ritenzione idrica e aumento del peso dovuto all’aumento dell’appetito;

– aumento della resistenza insulinica*.

Quali le cause possibili?

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La comunità scientifica ha discusso molto sulle possibili cause scatenanti questo tipo di patologie e le conclusioni a cui si è arrivati per lo più, è che non siano ben definibili al momento. Le ipotesi previste sono che possa esistere una predisposizione genetica, non ancora del tutto dimostrata; e che possano influire dei fattori esterni, ambientali per esempio, che vadano ad influire sulla manifestazione delle malattie reumatiche.

E’ qui che entra in gioco l’epigenetica: quella scienza che si occupa dei fattori che influenzano l’espressione genetica, cioè il modo in cui i geni rispondono a stimoli esterni come la nutrizione, il carico tossico, le carenze di nutrienti, il nostro umore, l’esercizio fisico e altro ancora.

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Non è solo la genetica, e quindi il DNA, a definire il destino riguardo alla nostra salute. Il codice genetico infatti, in generale, influenza la manifestazione di una malattia entro un margine che non supera il 25%.

Focalizziamo ora la nostra attenzione su questi fattori epigenetici:

Una scorretta alimentazione, povera di nutrienti e altamente squilibrata nelle varie componenti (che propende verso un consumo eccessivo di zuccheri e di alimenti industrialmente elaborati), si associa spesso a stili di vita eccessivamente stressanti e sedentari. Tutti questi fattori, fino ad oggi sottovalutati, influenzano moltissimo la capacità del nostro corpo di svolgere ogni minima funzione fisiologica e quindi di affrontare al meglio “la vita” nel vero senso biologico del termine.

Le eventuali carenze

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Pensando di agire nell’ottica di dare all’organismo tutti quegli elementi che in caso di malattie reumatiche mancano e che sono fondamentali per migliorarne la condizione analizziamo quali potrebbero essere le possibili carenze associate a tali patologie:

1) CARENZA DI VITAMINA D: Un fattore fondamentale per rinforzare il sistema immunitario, per permettere la deposizione di calcio a livello osseo e il suo riassorbimento a livello intestinale.

2) CARENZA DI VITAMINA C, LISINA, PROLINA: Nutrienti con un ruolo cruciale per la rigenerazione del tessuto connettivo. La lisina e la prolina sono aminoacidi che permettono il giusto assorbimento della vitamina C. Quest’ultima per altro svolge un’ottima azione antiossidante.

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3) CARENZA DI VITAMINA K: Anche la vitamina K partecipa alla riformazione del connettivo. Inoltre è uno dei cofattori che aiutano l’assimilazione della vitamina D.

4) CARENZA DI ACQUA: Tutte le reazioni biochimiche che svolge il nostro organismo avvengono in ambiente acquoso; non bisogna quindi sottovalutare l’importanza dell’acqua in questo ambito.

5) CARENZA DI ZINCO E MAGNESIO: questi elementi sono importanti rispettivamente per l’assorbimento della vitamina C e per quello della vitamina D. Inoltre compaiono anch’essi come cofattori di tante altre reazioni metaboliche.

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6) PRESENZA DI FORTE STRESS: Risolvibile con l’assunzione di sostanze dette adattogene. La presenza di un’infiammazione cronica, come si osserva nelle malattie reumatiche, comporta uno stress per il quale si affronta l’infiammazione come il problema, quando invece è la soluzione di cui si avvale l’organismo per fronteggiare una condizione negativa.

7) CARENZA DI OMEGA: Anch’essi, se assunti nelle giuste proporzioni, sono di vitale importanza per sostenere le difese immunitarie, hanno azione antinfiammatoria.

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8) CARENZA DI PROBIOTICI: Una flora batterica equilibrata sta alla base di una condizione sana, perché permette l’assimilazione delle sostanze giuste e fa da barriera a quelle indesiderate.

Inoltre nel caso di malattie reumatiche autoimmuni che coinvolgono le articolazioni ci sono altri elementi, che se integrati, aiutano la rigenerazione del tessuto connettivo, ad esempio: il collagene di tipo II, la glucosamina, la niacinamide (vitamina B3 o PP).

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E’ fondamentale l’azione sinergica di tutti questi nutrienti ed elementi per permettere il corretto funzionamento del nostro metabolismo.

GLOSSARIO:

*Membrana sinoviale: è quella sottile pellicola che riveste la superficie interna di tutte le articolazioni dell’organismo e che ha come funzione quella di lubrificare l’articolazione stessa producendo il liquido sinoviale. Nel caso dell’artrite reumatoide, l’infiammazione della sinoviale provoca un’abbondante produzione di liquido sinoviale con conseguente tumefazione (gonfiore) dell’articolazione colpita.

 

* Resistenza insulinica: Diminuzione della sensibilità delle cellule all’azione dell’insulina. Ciò significa che il rilascio di questo ormone, in dosi note, produce un effetto biologico inferiore rispetto a quanto previsto.

Dott.ssa Carolina Capriolo

Fonti:

http://www.reumatoide.it/1/cos_e_l_artrite_reumatoide_2291999.html http://www.bresciareumatologia.it/marica.html

“Come vivere 150 anni” Dr. Dimitris Tsoukalas, ed. 2013 TGBOOK

Glicemia e Movimento sono correlati?

Come funziona il nostro metabolismo?

Usiamo un paragone per un momento:

Se il corpo umano sia come una macchina. Cosa serve ad una macchina per funzionare? Il carburante. E cosa serve per funzionare bene? Un buon carburante. Allo stesso modo perché il nostro corpo stia bene, non è sufficiente fornirgli gli alimenti, ma è necessario che siano quelli giusti.

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Anche perchè a volte anche se necessari e introdotti non è detto che vengano metabolizzati dal nostro intestino se “disbiotico”.

Qualsiasi cosa introduciamo come cibo viene trasformato in zuccheri dal nostro metabolismo per poter svolgere tutte le sue funzioni, tra le quali produrre energia. Ovviamente a seconda di cosa mangiamo, i tempi di conversione e le quantità di quest’ultima variano sensibilmente.

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Facciamo un esempio: un piatto di pasta o una banana verranno tradotti molto velocemente dal nostro corpo in molta energia, mentre una porzione di carne, o più in generale di proteine, verrà comunque trasformata in zuccheri e sfruttata dal corpo, ma in tempi più lunghi.

E’ bene ricordare che non tutto lo zucchero prodotto viene immesso nel sangue, ma i suoi livelli sono gestiti dall’insulina, un’importante ormone che serve a mantenerli sotto un certo limite.

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La quantità in eccesso, per non essere sprecata, viene immagazzinata sotto forma di grasso in cellule specifiche.

Quando mangiamo, il picco glicemico (ossia la quantità massima di zucchero presente nel sangue) non avviene subito, ma in media un’ora e mezza dopo il pasto, giusto il tempo che impiega il nostro corpo per metabolizzarlo.

Fatte queste lunghe premesse, ti starai chiedendo, “cosa c’entra tutto questo con l’attività fisica?”

Abbassiamo la glicemia!

Sicuramente saprai che fare attività fisica è fondamentale per restare in salute e raggiungere una condizione di equilibrio e benessere.

Quello che forse non è così noto è come il movimento abbia anche degli enormi effetti positivi sulla gestione della glicemia e sul miglioramento delle condizioni di insulino-resistenza (la condizione in cui un corpo non è più in grado di produrre le giuste quantità di insulina per gestire i livelli di glicemia).

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Questo perché il nostro organismo, sotto sforzo, richiede molta energia, che, come abbiamo visto prima, è fornita dagli zuccheri.

Se nel sangue ce ne sono a sufficienza, entrano direttamente nelle cellule muscolari, altrimenti il corpo converte le riserve di grassi fino a raggiungere il livello richiesto. L’attività fisica è quindi fondamentale anche per diminuire i valori alti di glucosio nel sangue.

Di che tipo di attività fisica si parla?

Alcuni studi dimostrano che non servono sport estremi o esercizi fisici troppo particolari per vedere un’azione benefica sulla glicemia. Può bastare anche un piccolo sforzo come una passeggiata giornaliera di almeno 30 minuti per vedere i primi effetti positivi.

Consiglio utile è alternare la tipologia di attività fisica: quella di tipo aerobico (camminata, corsa, aerobica, bicicletta, etc.,) e quella di tipo anaerobico (pesi, piegamenti, esercizi di potenza e di sforzo intenso).

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Altra buona regola per ottimizzare l’attività fisica e il mantenimento della glicemia a livelli desiderati è quella di svolgere lo sforzo fisico non subito dopo aver mangiato, ma nel momento corrispondente al massimo picco glicemico, ossia circa un’ora e mezza dopo il pasto.

Così facendo infatti, lo zucchero, che è presente in elevate quantità nel sangue, entrerà velocemente nei muscoli e questi potranno avere più energia da consumare.

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In conclusione, cosa dobbiamo fare per gestire al meglio i livelli di glicemia nel sangue?

È sufficiente solo una sana alimentazione? Può bastare solo una corretta attività fisica? Ebbene, entrambe singolarmente apportano dei benefici, ma se abbinate determinano risultati nettamente migliori!

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Partire con una buona alimentazione pensando prima al nostro metaboloma intestinale per l’aumento di Aminoacidi, ATP prodotta dalla Fibra fresca di frutta e verdura è l’azione migliore che si possa fare per mantenere ottimi livelli di energia, Triptofano, Dopamina , serotonina ecc..

Dott.ssa Carolina Capriolo Modificato Ciani Francesco.

Diabete

Il diabete è una malattia cronica, anche detta sindrome metabolica

che comporta sempre una condizione di iperglicemia, ossia una quantità di glucosio nel sangue molto elevata.

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Questo è dovuto ad un calo dell’insulina, ormone che ha il compito di regolare i livelli glicemici nel sangue e nei tessuti e che se deve intervenire sottrae lo zucchero dal sangue e lo mette in riserva sotto forma di grasso.

Questa patologia nel tempo tende ad associarsi ad altre complicanze: danni ai vasi sanguigni, comparsa di altre infiammazioni croniche, aumento del peso, alcuni studi scientifici dimostrano anche una correlazione tra diabete e la comparsa di tumori.

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Come si arriva al diabete?

Il glucosio rappresenta la più importante fonte di energia per le cellule del nostro corpo e proprio per questo, oltre ad essere utilizzato immediatamente, viene anche immagazzinato per andare a costruirne una scorta.

Il glucosio, dunque, dal sangue (nel quale viene disciolto dopo il processo di digestione di tutti gli alimenti) deve essere trasportato all’interno delle cellule per essere utilizzato e immagazzinato.

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Quando sosteniamo uno stile di vita scorretto e mangiamo in maniera sbagliata, esponiamo il nostro corpo a continue concentrazioni molto elevate di zuccheri nel sangue.

Questa condizione comporta una costante stimolazione da parte del pancreas a produrre insulina per mantenere la situazione sotto controllo.

Dopo un po’ il nostro corpo inizia a diventare “sordo” alle costanti richieste di insulina, oppure la sua disponibilità è insufficiente a soddisfarne le richieste.

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Questa fase viene definita “insulino-resistenza” e precede quella più grave di diabete anche per questo detta “pre-diabete”.

Se la disponibilità di insulina è insufficiente o se le cellule rispondono inadeguatamente ad essa o ancora se l’insulina prodotta è difettosa (queste tre condizioni variano a seconda del tipo di diabete), il glucosio non può essere efficacemente sottratto dal sangue ed essere utilizzato dal nostro organismo:

la conseguenza è uno stato di carenza di glucosio nelle cellule con elevati suoi valori nel torrente sanguigno.

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Il diabete è legato solo agli zuccheri?

Il diabete è un tema di grande attualità purtroppo, infatti si possono contare, solo in Europa, 75 milioni di casi. Escludendo la possibilità che questa grande diffusione sia solo dovuta a cause genetiche (l’elevata incidenza è aumentata in un tempo troppo ristretto), ci sono altri fattori che influenzano la comparsa di diabete.

Non a caso infatti spesso viene definita la malattia dell’era moderna e della civiltà, il suo sviluppo è massiccio nei paesi altamente industrializzati e più ricchi. Perché?

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1) LA VITA SEDENTARIA

Questo è il primo grosso ostacolo. Le persone si muovono meno, e, se lo fanno, hanno tutti i mezzi per impiegare il minor sforzo possibile. Il lavoro in ufficio, il poco sport e poco movimento ci portano ad “impigrire” il corpo e di conseguenza a rallentarne il metabolismo.

2) L’ALIMENTAZIONE POCO NATURALE

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Il consumo sempre più massiccio di carboidrati raffinati e la produzione di alimenti industrialmente elaborati, hanno fatto sì che i nostri cibi fossero molto poveri da un punto di vista nutritivo nonostante avessero un apporto calorico altissimo.

Che ruolo ha la leptina?

Quando si parla di diabete si sente sempre parlare di insulina e poco di leptina. Quest’ultimo è anch’esso un ormone fondamentale in questo ambito, poichè gestisce la sensazione di sazietà.

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In una condizione in cui il cibo ricco di zuccheri abbonda e l’attività fisica è poca, il nostro corpo si sforza di mantenere i livelli di glucosio entro i limiti, e lo fa secernendo quantità crescenti sia di insulina che di leptina.

Maggiore è la velocità con cui assorbiamo il cibo, maggiore è la velocità con cui crescono i livelli di zucchero nel sangue e maggiore è la necessità d’insulina e leptina. Più un alimento è stato raffinato e più sarà assorbito velocemente dal corpo e più questo squilibrio ormonale si aggrava.

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Il nostro organismo si abitua a livelli costantemente elevati di questi due ormoni e non risponde più allo stesso modo. Quantità crescenti portando ad esigenze sempre maggiori, questo fenomeno, come abbiamo già visto, è detto “resistenza” all’insulina, ma in realtà lo è anche per la leptina.

In caso di diabete e pre-diabete si crea uno squilibrio anche nella sensazione di sazietà.

La soluzione è semplice!

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Miglioriamo il nostro stile di vita per quanto possibile. Questo è il primo consiglio. Cerchiamo di fare attività fisica e se non abbiamo il tempo, sfruttiamo i brevi momenti di pausa per muoverci un po’.

Non immaginate neanche quanto possa giovare anche una semplice camminata al giorno, all’aria aperta, per migliorare i livelli alti di glicemia.

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Sforzarsi a volte di rinunciare a qualche comodità, visto quanto può far bene, è un sacrificio che possiamo fare volentieri.parcheggiare 300 metri più lontano per esempio ..

Proviamo a prediligere i cibi più naturali possibile, a sostituire le farine raffinate con quelle integrali, ad evitare lo zucchero per apprezzare il vero gusto degli alimenti.

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Insegniamo ai nostri figli il valore di queste piccole cose e ad apprezzarle come meriterebbero!

introducendo a digiuno quantità importanti di fibra della frutta magari aiutandosi con un estrattore a bassi giri al minuto, magari farsi degli estratti di frutta e verdura verde da portarsi via anche in un termos con dei limoni dentro ovviamente.

prima rieduchiamo il nostro Intestino – Cervello, prima portiamo un’informazione di coerenza al nostro corpo, e prima ci riappropriamo dello stato di salute.

Dott.ssa Carolina Capriolo modificato by Francesco Ciani

Ragazze e sindrome policistica

Mamme policistiche & segni della sindrome nelle figlie

Pubblicato il Apr 25, 2016 07:25 PDT

Un nuovo studio condotto presso la Northwestern University ha scoperto che le bambine figlie di donne con sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) mostrano i marcatori della malattia.

In questo studio, i dati hanno rivelato che le bambine nate da mamme con PCOS producono alti livelli di un enzima che attiva l’ormone testosterone.

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Precedenti studi in modelli animali hanno dimostrato che l’esposizione al testosterone nella prima infanzia aumenta il rischio di sviluppare sintomi PCOS simili, come la resistenza all’insulina negli animali esposti.

Questi risultati aprono nuove opportunità per il trattamento di questa malattia complessa, che pone le donne a rischio per l’obesità, pre-diabete, infertilità e altre malattie croniche come malattie cardiache.

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Attualmente, PCOS non può essere diagnosticata prima della pubertà, quando si manifesta in modi diversi, tra cui ritardo o irregolari mestruazioni, l’acne e la crescita di peli in eccesso sul viso e sul corpo.

La PCOS aumenta anche il rischio di depressione e ansia, che accoppiato con i sintomi fisici, disturbi sociali ed emotivi.

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La PCOS è spesso sottodiagnosticata, perché i sintomi rispecchiano molti dei cambiamenti associati con la pubertà. Molte donne non scoprono che hanno PCOS fino a quando si cerca senza successo di una gravidanza.

Proattività è la chiave con PCOS. Una volta diagnosticata, PCOS risponde molto bene agli interventi di stile di vita come la dieta ricca di fibra da frutta e verdura e l’esercizio fisico, che sono di aiuto di per sè per migliorare la sensibilità all’insulina e all’inizio dell’ovulazione e le mestruazioni.

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Capire il collegamento genetico alla PCOS rappresenta un passo da gigante nella nostra comprensione di questa condizione e la possibilità di gestire e anche prevenire, gravi conseguenze per la salute in una generazione di giovani donne.

http://www.pullingdownthemoon.com/blog/2016/april/infant-girls-of-moms-with-pcos-show-signs-of-syn.aspx?utm_content=buffercec9e&utm_medium=social&utm_source=plus.google.com&utm_campaign=buffer

La sclerosi multipla

La sclerosi multipla, una patologia cronica e autoimmune

La sclerosi multipla (SM), chiamata anche sclerosi a placche, è una malattia neurodegenerativa cronica di tipo autoimmune.

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Questa patologia provoca delle lesioni a livello del sistema nervoso centrale a causa della demielinizzazione (perdita di mielina*) di alcune aree che vengono per l’appunto definite placche e che in fase cronica assumono caratteristiche simili a cicatrici, da cui deriva il termine sclerosi.

Per quanto riguarda la classificazione come malattia di tipo autoimmune, essa sta ad indicare che è una patologia del sistema immunitario, infatti nella sclerosi multipla si assiste ad un attacco del sistema immunitario al sistema nervoso centrale.

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Dopo aver osservato e studiato i primi casi ancora nel XIX secolo, il grosso salto di qualità nel mondo della ricerca per questa malattia è avvenuto nel secolo successivo, quando si svilupparono i primi veri e proprio criteri diagnostici e si iniziarono a studiare strategie per il suo trattamento.

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Al giorno d’oggi nel mondo si contano circa 2,5-3 milioni di persone affette da sclerosi multipla, di cui 600.000 in Europa e più specificatamente circa 75.000 in Italia.

La distribuzione della malattia non è uniforme: è più diffusa nelle zone lontane dall’Equatore a clima temperato, in particolare Nord Europa, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia del Sud.

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La prevalenza della malattia al contrario sembra avere una progressiva riduzione con l’avvicinarsi all’Equatore

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La SM può esordire a ogni età della vita, ma è diagnosticata per lo più tra i 20 e i 40 anni, e nelle donne, che risultano colpite in numero doppio rispetto agli uomini. Per frequenza è la seconda malattia neurologica nel giovane adulto e la prima di tipo infiammatorio cronico.

Nella sclerosi multipla, il danno che interviene a livello della mielina nel sistema nervoso centrale interferisce con la trasmissione dei segnali nervosi tra il cervello, il midollo spinale e altre parti del corpo umano.

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Questa alterazione della trasmissione nervosa causa i sintomi primari della sclerosi multipla, che variano a seconda di dove avviene il danno.

Durante il corso della malattia, alcuni sintomi vanno e vengono, mentre altri possono essere più duraturi

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Tra i sintomi più comuni ricordiamo la stanchezza, che colpisce circa l’80% delle persone. Si può inoltre accusareintorpidimento del volto, del corpo o delle estremità.

Un altro indicatore della sclerosi multipla riguarda le difficoltà nell’andatura e nel camminare.

Inoltre potrebbero presentarsi disfunzioni a livello della vescica e dell’intestino, o disturbi alla vista, dolore ed altro ancora.

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Premessa fondamentale, perché malattia autoimmune?

L’autoimmunicità è la causa più comune di malattie croniche.

Come ci dimostra anche la distribuzione di incidenza della SM, le malattie autoimmuni sono molto collegate al tenore di vita: più è alto il tenore di vita delle popolazioni considerate, maggiore è l’incidenza di tali patologie.

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In condizioni normali, il nostro sistema immunitario e il suo esercito di globuli bianchi, aiutano il corpo a difendersi da sostanze e cellule dannose come virus, batteri e cellule cancerogene.

In pazienti con una malattia autoimmune, il sistema immunitario non è in grado di distinguere fra i tessuti sani del corpo e i suoi nemici. Questo provoca una risposta immunitaria verso gli stessi componenti del proprio organismo.

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A partire da ogni cellula, per passare ai tessuti, poi agli organi e infine all’intero organismo, quindi ad ogni livello di organizzazione e complessità, sono necessari degli elementi specifici: sali minerali, aminoacidi, vitamine, enzimi, proteine, grassi.

Purtroppo però negli ultimi 50 anni le colture intensive, e i numerosi cambiamenti che hanno subito gli alimenti e di conseguenza anche le nostre abitudini alimentari, hanno determinato carenze nutrizionali impressionanti.

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Senza contare che, oltre alla povertà di nutrienti, il cibo e l’ambiente sono intaccati dall’aumento della tossicità.

Questa condizione ha provocato grosse alterazioni nella composizione biochimica delle cellule, le quali di conseguenza cambiano “aspetto”. Tali modificazioni portano il corpo a non riconoscere più queste cellule come proprie e le attacca.

Questo meccanismo causale chiarisce molte varianti delle malattie autoimmuni

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Le possibili carenze associate alla sclerosi multipla

VITAMINA D

Essa risulta di fondamentale importanza per il sistema immunitario, per l’espressione genica e per una moltitudine di altre funzionalità.

COFATTORI DELLA VITAMINA D

Summerfield, Donna, Ragazza, Tramonto, Crepuscolo

La vitamina K2 e il magnesio sono necessari per assicurare il buon assorbimento della vitamina D, senza i quali spesso quest’ultima potrebbe risultare insufficiente se integrata da sola. Non meno importanti sono lo zinco, il boro e il calcio.

PROBIOTICI

Legate alla sclerosi multipla sono molto frequenti alterazioni della flora batterica. Queste incidono negativamente sulla capacità di assorbimento corretto dei nutrienti da parte dell’intestino ed è quindi di estrema importanza risanare la flora battericamediante l’ausilio dei probiotici e dei prebiotici*

OMEGA 3-6-9

Ragazza, Donna, Bellezza, Modello, Bello, Mentire

Ricordando che stiamo parlando di una malattia che interessa anche il sistema immunitario, non vanno trascurati gli acidi grassi buoni, i quali si possono integrare anche con la dieta (ad esempio: frutta secca, pesce, olio di lino, avocado).

Se non è sufficiente l’assunzione tramite il cibo, bisogna fare riferimento all’integrazione ben proporzionata di omega 3-6-9.

ANTIOSSIDANTI

Gioventù, Attivo, Salto, Felice, Sunrise, Silhouettes

Elementi come il picnogenolo, la luteina, l’astaxanthina, i bioflavonoidi, la vitamina B3, ubiquinolo, il glutatione, la vitamina C, la vitamina E, l’acido alfa-lipoico, la bromelina, la lisina e la prolina, costituiscono le nostre difese contro i danni provocati dai radicali liberi i quali si formano per ossidazione.

SOSTANZE ADATTOGENE

Rhodiola, ashwaganda, passion flower e curcuminoidi rappresentano la soluzione alla gestione dello stress dovuto alla presenza di un’infiammazione cronica, com’è appunto la sclerosi multipla, stress per il quale si affronta l’infiammazione come il problema, quando invece è la soluzione di cui si avvale l’organismo per fronteggiare il vero problema.

 

Da un punto di vista alimentare

In base a tutte le nozioni elencate precedentemente è fondamentale seguire un regime alimentare ad alto valore nutritivo, caratterizzato da cibi NON lavorati a livello industriale e quindi ricchi di conservanti, emulsionanti e additivi chimici.

Inoltre è auspicabile eliminare i carboidrati semplici, il glutine (sostanza pro-infiammatoria) e i latticini, seguendo una dieta ricca di pesce, uova, frutta secca e verdura.

GLOSSARIO

Banda, Musica, Strumenti Musicali, Sassofoni, Le Corna

*Mielina: o guaina mielinica è una sostanza isolante a struttura lamellare, costituita prevalentemente da lipidi e proteine. Alla vista bianco-grigiastra, con sfumature paglierine, la mielina riveste esternamente gli assoni dei neuroni.

*Prebiotici: sono sostanze organiche non digeribili, capaci di stimolare selettivamente la crescita e/o l’attività di uno o di un numero limitato di batteri benefici presenti nel colon.

Pubblico, Concerto, Musica, Intrattenimento, Persone

Cura ut valeas!

Dott.ssa Carolina Capriolo

Fonti:

http://www.aism.it/index.aspx?codpage=sclerosi_multipla

http://www.mdpi.com/1422-0067/13/10/13461/htm

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/10408398.2014.941457

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mnfr.2015001

Alzheimer e Metabolismo ?

L’Alzheimer è una patologia neurodegenerativa progressiva che interessa il cervello.

I sintomi iniziali vengono erroneamente attribuiti a stress o a semplice invecchiamento e per questo motivo spesso sono trascurati.

Nel progredire della malattia però ci si scontra con la difficoltà nello svolgere attività quotidiane, anche le più semplici, si dimenticano nomi ed eventi recentemente accaduti, si sviluppano difficoltà di linguaggio. Inoltre spesso si presenta disorientamento spazio-temporale e cambiamenti repentini di umore.

Alzheimer: il diabete di tipo 3

Esiste un legame tra diabete di tipo 2 e Alzheimer ed è dato dalla resistenza all’insulina come nemico numero uno. Questa condizione corrisponde alla diminuzione della sensibilità delle cellule del nostro organismo all’insulina, ciò significa che l’effetto di questo ormone è sempre minore, pur producendone le stesse quantità;

il corpo quindi è indotto a produrne di più, oltre una certa soglia però le cellule beta del pancreas deputate alla sintesi di insulina non riescono ad adeguarne la sintesi . Il collegamento tra le due malattie appare anzi così forte che alcuni si sono spinti a definire l’Alzheimer come il “diabete di tipo 3“, che colpisce il cervello.

Alla base dell’insorgenza dell’Alzheimer vi è un’eccessiva produzione della proteina A-beta nelle cellule cerebrali, che andando ad accumularsi negli spazi intercellulari forma delle vere e proprie placche che sono una delle principali cause della progressiva degenerazione cellulare.

La resistenza all’insulina contribuirebbe alla formazione di queste placche amiloidi responsabili appunto del danneggiamento di alcune funzioni cerebrali come la memoria e l’orientamento.

L’insulina quindi è un ormone dalle mille attività. Non solo regola il livello di zuccheri nel sangue, ma aiuta anche i neuroni a utilizzare il glucosio come fonte di energia e contribuisce alla loro plasticità, permettendo loro di formare nuove connessioni.

Questo ormone è importante perché permette la sopravvivenza cellulare. Quando insorge l’Alzheimer il peptide amiloide produce la morte cellulare, l’insulina la inibisce. Quando nel diabete c’è resistenza all’insulina, le cellule ne catturano meno e l’effetto protettivo contro i meccanismi indotti dall’Alzheimer si perde.

L’importanza dei metaboliti

Da un punto di vista metabolico esistono diversi fattori che se carenti contribuiscono al peggioramento della patologia in questione. Questi micronutrienti risultano quindi fondamentali, se integrati come supporto al trattamento medico, per contrastare il progredire della malattia, e permettere che i sintomi si presentino il più tardi possibile e in una maniera più “blanda”.

Tra questi ci sono la Vitamina D, il magnesio, il calcio, gli omega 3-6-9, l’estratto di cannella, l’acido alfa lipoico, la carnitina, le vitamine del gruppo B, il cromo, i probiotici e la glutammina.

Approfondiamo il tema per alcuni di questi..

CANNELLA

Come confermato da studi scientifici conclusisi nel 2014, svolti principalmente su modello murino, l’estratto di cannella incrementa l’azione dell’insulina nel cervello così come la stessa attività cerebrale e locomotoria. Questo specifico effetto della cannella serve per mediare le alterazioni metaboliche della periferia per decrementare il grasso del fegato emigliorare l’omeostasi del glucosio.

CARNITINA

Questo aminoacido assume un ruolo fondamentale nella produzione di energia a livello mitocondriale, nel miglioramento del danno ossidativo (fattore negativo che acquista molta importanza in questa patologia) e nell’attività enzimatica.

MAGNESIO

Il magnesio, oltre a fungere da co-fattore della Vitamina D, è coinvolto in 300 funzioni intracellulari, ad esempio: favorisce la motilità intestinale,contrasta la resistenza insulinica e contribuisce al normale funzionamento del sistema nervoso. Inoltre essendo alcalino, contribuisce all’assimilazione del calcio.

PROBIOTICI

Alcuni probiotici hanno dimostrato la capacità di mantenere l’equilibrio intestinale migliorando l’innalzamento della mucosa intestinale.

Svariati meccanismi sono stati proposti per spiegare i benefici dati dai probiotici, indicando che alcuni ceppi batterici sono capaci di modulare positivamente il microbioma intestinale e il sistema immunitario, producendo inoltre dei metaboliti con capacità antinfiammatorie.

LUTEINA

La luteina ha un grande potenziale come strategia preventiva nutrizionale in malattie neurodegenerative correlate all’infiammazione

GLUTAMMINA

La glutammina è l’amminoacido più abbondante nella circolazione sanguigna umana. Può essere sia essenziale che critico per molte funzioni cellulari. Nel cervello, la glutammina è prodotta principalmente dagli astrociti* liberando l’enzima glutammina sintetasi . Cosa importante, la carenza di glutammina intralcia le funzioni cellulari critiche come la produzione di energia dei mitocondri, la risposta a danni al DNA, l’apoptosi* e l’autofagia*. L’integrazione di glutammina può quindi essere di interesse nel prevenire o ritardare le malattie degenerative legate all’età, nelle quali la perdita di queste funzioni è la norma.

Alzheimer e cibo

Ovviamente anche l’alimentazione è essenziale. In una condizione di patologia neurodegenerativa l’organismo richiede grassi buoni , quindi sono altamente consigliati i pesci un po’ più grassi, come sardine, acciughe, aringhe; la frutta secca (per lo più noci di macadamia e noci), l’olio extravergine d’oliva e l’olio di lino. Tutti questi cibi sono ricchi di omega 3-6-9, bilanciati nelle giuste proporzioni.

E’ importante anche la verdura a foglia verde e per ricreare la flora intestinale lo yogurt o il kefir (ricchi di fermenti lattici e probiotici).

E’ di estrema importanza eliminare i cibi industrialmente elaborati e gli zuccheri, poiché, avendo visto precedentemente che l’alzheimer potrebbe essere benissimo considerato un diabete di tipo 3, è fondamentale mantenere sotto controllo il metabolismo dei carboidrati, permettere al nostro corpo di produrre le giuste quantità di insulina e di evitare assolutamente la condizione di resistenza-insulinica.

Per questo motivo è consigliabile ridurre il più possibile il consumo di dolci e di cereali e loro derivati.

GLOSSARIO

*Astrociti: tipo di cellule che vanno a costituire il sistema nervoso

*Apoptosi: rappresenta un tipo di morte cellulare programmata, finemente regolata.

*Autofagia: processo cellulare di autodistruzione, simile all’apoptosi, ma che avviene in maniera differente. Questo fenomeno viene attuato per auto fagocitosi, soprattutto in seguito a carenze gravi di nutrienti della cellula.

Dott.ssa Carolina Capriolo

Vitamina C

Il ruolo della Vitamina C nell’arteriosclerosi.
Avete mai pensato al perché l’arteriosclerosi colpisce le arterie (mai le vene) e in particolar modo quelle che irrorano il cuore? Le arterie permettono un flusso sanguigno ininterrotto dei tessuti a causa della loro elasticità. Se le arterie fossero inflessibili, il sangue scorrerebbe solo durante la sistole cardiaca.

Le arterie a causa della loro elasticità si dilatano e si contraggono permettendo un flusso sanguigno continuo. Questa loro qualità causa però degli sforzi meccanici ripetuti alla parete arteriosa.

In particolar modo sono le arterie coronarie che subiscono le lesioni maggiori, essendo parte di un organo che si trova anche in costante movimento. In ogni sua sistole e diastole, il cuore comprime e dilata le coronarie. (Le arterie coronarie si chiamano proprio così perché avvolgono il cuore come una corona.)

In base alla teoria di Linus Pauling, l’unica persona che ha ottenuto due Premi Nobel non condivisi, e forse la persona che ha più studiato la vitamina C e i suoi effetti sulla salute, le lesioni non riparate sulle pareti arteriose sono causate principalmente dalla carenza di vitamina C e dei nutrienti necessari alla riparazione del collagene e dell’elastina.

Il collagene e l’elastina sono le sostanze formanti le pareti dei vasi sanguigni. Sufficienti quantità di vitamina C, lisina, prolina e zinco sono richiesti dal corpo per la sua produzione e la continua rigenerazione delle pareti arteriose.

Fino al 1835 i marinai soffrivano di rotture complete dei vasi sanguigni a causa della mancanza di vitamina C (non mangiavano frutta fresca stando per mesi in mezzo al mare) e morivano per emorragia interna.

La completa mancanza della vitamina C li portava a non produrre collagene e soffrire di scorbuto. La sostanza che in seguito si scoprì che lo guariva fu chiamata a-scorbato (vitamina C). Il moderno ambiente tossico aumenta drasticamente le nostre esigenze di vitamina C.

Lo stress, le radiazioni, l’inquinamento ambientale, i metalli pesanti, i prodotti chimici industriali sono un fardello per il corpo e aumentano considerevolmente il fabbisogno di vitamina C. Al tempo stesso l’assunzione di vitamina C attraverso l’alimentazione moderna si è ridotta notevolmente.

Mangiare frutta e verdura fresca è fondamentale, ma con tutti i processi che subiscono prima di arrivare sulla nostra tavola (specie ibride, coltivazione su terreni poveri di sostanze nutritive, uso di pesticidi e fitofarmaci, conservazione in frigo per lunghi periodi prima di arrivare al consumatore) sono poveri di nutrienti essenziali.

La specie umana è fra le poche sul nostro pianeta che non produce la vitamina C e può ottenerla solo tramite l’alimentazione. In tutte le specie animali che producono vitamina C endogena (nel corpo) l’arteriosclerosi e le malattie cardiache sono assenti. Quasi tutti gli animali producono da 1 a 40 grammi di vitamina C al giorno.

Sembra che durante l’evoluzione e a causa dell’abbondanza della vitamina C nell’ambiente naturale, l’uomo abbia smesso di produrla, favorendo altri processi metabolici che gli hanno permesso di aumentare il suo rendimento biologico.

Secondo Linus Pauling la razione minima giornaliera per soddisfare le esigenze di base del corpo in vitamina C sono di 2-3.000 mg per le persone sane e 5-6.000 mg per chi va incontro ad un maggior rischio di malattia cardiovascolare.

A questo punto vorrei precisare che un’arancia di oggi contiene 55 mg di vitamina C se è di coltivazione biologica, e se mangiata con la buccia e i semi entro poche ore da quando è stata colta dall’albero, il che in sostanza è impossibile.

Quello che sta accadendo negli esseri umani moderni è una condizione pre-scorbutica cronica. Questa carenza non si manifesta nel giro di mesi come nei marinai del passato, ma nel corso di decenni. I nostri corpi riescono a riparare fino a un certo punto il collagene e l’elastina delle pareti arteriose.

In seguito il corpo deve per forza utilizzare dei meccanismi complementari cercando di stabilizzare la parete vasale. Uno dei principali meccanismi di soccorso è la deposizione di colesterolo. Così, quando nel nostro corpo non è presente abbastanza vitamina C cominciano ad apparire delle crepe sul rivestimento dei vasi sanguigni.

Si segnala allora al fegato di produrre più colesterolo per riparare, anche superficialmente, la lesione. Se il danno è troppo grande la quantità di colesterolo depositato per riparare i vasi sanguigni è proporzionalmente aumentata. I vasi sanguigni si ostruiscono, si hanno problemi alle coronarie, ictus, ecc.

Calcio Vitamina K e vitamina D

Un fattore di estrema importanza in riguardo all’arteriosclerosi è la presenza di depositi di calcio nella parete cellulare. In aggiunta alla deposizione di colesterolo nelle pareti vasali, a causa dell’infiammazione cronica non risolta, si ha un’altra sostanza che va ad accumularsi, il calcio