Il Volto – Arrossire

Malattie Espressione dell’Anima

Il volto non è soltanto l’elemento del nostro corpo che ci permette di guardare il mondo, ma è anche quella parte di noi che il mondo riesce a vedere meglio e per prima.
Immagine generale e prima impressione dipendono dal viso. Ogni contatto inizia con gli occhi, gli organi della vista, che oggi rappresentano il nostro più importante strumento sensoriale.

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Nell’antichità più remota era ancora più importante avere un «naso fine»; per questo il senso dell’olfatto è il più antico e il meglio sviluppato. Era inoltre vitale avere un udito acuto, in quanto questo permetteva di percepire i pericoli naturali che minacciavano gli uomini.

Perfino il gusto, diventato oggi quasi un organo di lusso, poteva decidere della vita e della morte tutte le volte in cui era necessario distinguere il cibo commestibile da quello guasto.


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Se oggi diamo a tutto il viso un nome che è vicino a quello di «vista», lo facciamo per valutazione evidente. È infatti agli occhi che va la nostra particolare attenzione, in quanto è grazie ad essi che valutiamo il mondo.

Peraltro la perdita dell’udito produce un effetto psicologico e spirituale ancora più devastante di quanto non faccia la perdita della vista, il che dimostra che nelle profondità dell’anima regna un criterio di valutazione diverso e più antico.

L'immagine può contenere: 1 personaNon soltanto gli organi sensoriali più importanti hanno la loro sede nel volto:

anche la nostra sensualità si rispecchia in lui e i nostri stati d’animo vi si rivelano. È allora chiaro il motivo per cui il nostro viso merita tutta la nostra attenzione. Noi cerchiamo ad ogni costo di salvare la faccia e abbiamo paura di perderla.

Sebbene il viso sia l’unica parte del corpo che nel nostro ambiente culturale lasciamo scoperta agli occhi del mondo, quello che noi mostriamo è solo di rado il nostro vero volto.

L'immagine può contenere: 1 persona

Nel corso della vita acquisiamo un’infinità di maschere, proprio per non dover rivelare il nostro stato d’animo autentico. Una delle maschere più note gode anche da noi di grande popolarità, nonostante il nome americano: si tratta del keep-smiling.

Indipendentemente da quello che succede, si continua a sorridere.

«Far buon viso a cattivo gioco»: così un proverbio definisce questa insincera sceneggiata che si muove sul piano della cortesia e della viltà, un matrimonio esteriormente felice, ma certamente infausto per la vita interiore.


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Così, anche se angosciati, sorridiamo tutto il giorno, anche se non abbiamo nessun motivo per ridere. Questa discrepanza tra la nostra faccia vera e quella che mostriamo agli altri è responsabile di una grande quantità di tensioni muscolari, In questo campo gli asiatici sono certamente superiori a noi.


Il loro volto eternamente sorridente rivela solo ad un esperto quello che in realtà si cela dietro quella radiosa facciata. Il rovescio di questa sorridente medaglia è la maschera prudente e riflessiva delle gravi responsabilità, che i politici assumono tanto volentieri.

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Certe persone si servono delle loro diverse maschere con disinvoltura e a seconda dei casi sostituiscono un sorriso affascinante con uno compassionevole, uno sguardo denso di significato e con una serietà eloquente.

Altri individui trasformano l’intera, maschera e di volta in volta presentano un volto allegro o, se necessario, uno triste. Ci si può orientare anche in base al calendario e sfoggiare una faccia da domenica o da giorno di festa, o una da lunedì mattina. La domanda: «Che faccia hai oggi?», ci ricorda all’occorrenza che sarebbe opportuno essere autentici.
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Tutti sanno che le labbra carnose riflettono una particolare sensualità e che una mascella larga e forte rivela una grande volontà. La fronte sfuggente rivela meno intellettualità rispetto a quella larga, gli occhi piccoli e profondi sono segno di riserbo, mentre gli occhi sporgenti tipici del morbo di Basedow hanno in sé qualcosa di curioso e al tempo stesso di spaventoso.


L’interpretazione inconscia del modello del volto ha un ampio ruolo nella vita quotidiana: ci porta a stabilire per esempio se una persona ci è simpatica o antipatica. Anche lo stato d’animo passa attraverso l’espressione del volto e anche in questo caso non sappiamo, come ciò avvenga.


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Tanta sincerità e altrettanti tentativi di mascherarla fanno sì che i sintomi a volte vanifichino dolorosamente i nostri mascheramenti. L’organismo esprime profonda sincerità anche sul volto. Quando nascondiamo col trucco quello che è scritto sul nostro viso, il destino utilizza uno scalpello più duro per imprimere i propri segni sulla matrice della realtà; in questo caso sulla pelle del nostro volto.


Prima di arrivare a segnali dolorosi e deformanti, il destino ha a disposizione mezzi più miti. L’arrossire frequentemente, ad esempio, è un fenomeno che tende a rendere il soggetto consapevole di qualcosa da cui si difende. Tale situazione ha in sé qualcosa di teatrale. Per lo più si tratta di un tema allusivo che, celato in un gioco di parole, resta sospeso in aria.


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I soggetti cercano di ignorarlo e, ad esempio, si comportano come se non capissero lo scherzo e non avessero niente a che fare con esso. Loro in realtà preferirebbero sprofondare sotto terra e diventare invisibili, però la pelle sincera (del loro viso) annuncia arrossendo il loro coinvolgimento.

La «lampadina rossa» attira magicamente l’attenzione su di sé e più l’individuo si ribella a questa realtà, più rosso e caldo diviene il suo viso, e come un faro annuncia la dolorosa verità. Quello che i soggetti non vogliono ammettere, viene largamente amplificato dal loro volto.

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L’insegnamento è chiaro: solo quando avremo accettato il problema che rifiutiamo e avremo ammesso il suo rapporto con noi, il semaforo rosso si spegnerà. Ciò che si vive in modo normale e naturale, non può proiettare un pudico rossore sul viso.

Se è concretamente possibile raccontare una barzelletta sull’argomento senza morire di vergogna, significa che la tematica è integrata e non ci saranno segnali d’allarme.
Soprattutto ciò che inizialmente risultava carico di paura e dolore potrà essere vissuto apertamente e con gioia e integrato nella vita. Anche un sintomo apparentemente piccolo e innocuo può quindi offrire un grande insegnamento.


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Domande
1. Quali aspetti della vita sono per me penosi? Di che cosa mi vergogno?
2. Quali pensieri e quali sentimenti non sono in grado-di sopportare?
3. Quali situazioni voglio evitare ad ogni costo?
4. Cosa potrei e dovrei imparare in queste situazioni?
5. Cosa significa per me l’opinione pubblica e essere al centro dell’attenzione?
6. Come potrei trasferire il tema erotismo dalla mia testa al cuore e all’apparato genitale?

Dott. Rüdiger DahlkeCon la collaborazione del Dottor Peter Fricke e del Dottor Robert Höβl

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Caduta dei Capelli

Malattie Espressione dell’Anima

Ogni volta che queste antenne così significative, questi gioielli, questi simboli di forza, libertà e vitalità ci abbandonano, bisogna rivolgere il pensiero a tutto ciò di cui abbiamo finora parlato. Ci sono poi altre situazioni altamente simboliche legate ai capelli. Se è stata ignorata la necessità di una muta psicologica e spirituale, l’organismo è costretto a una incarnazione idonea a supplire a tale mancanza.
caduta capelli
 
Poiché i capelli sono un’appendice della cute, si potrebbe pensare in questo contesto anche al simbolismo della muta, specialmente quando la caduta dei capelli avvie¬ne per desquamazione. Il serpente abbandona la propria pelle quando è pronto per una pelle nuova.
 

Si pone quindi la domanda: Ho trascurato di cambiare la mia vecchia pelle e di farmene crescere una nuova?

Risultati immagini per caduta capelli femminileEspressioni come «perdere i capelli», «lasciarci le penne» o «sentirsi spennato» alludono al fatto che si è dovuto pagare, o fare un sacrificio, cedendo qualcosa a cui non si è rinunciato volentieri. Non ne siamo usciti indenni, ma siamo stati spennati e abbiamo fatto brutte figure. E anche qui sorge una domanda: dove e quando ho trascurato di pagare, di fare cioè il sacrificio necessario?
 
L’apprendimento, che si cela dietro la perdita dei capelli, consiste di conseguenza nell’abbandonare consapevolmente tutto ciò che è vecchio e che è stato superato dal tempo per fare posto al nuovo.
 
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È essenziale compiere consapevolmente questo passo per sollevare il corpo dalla necessità di svolgere lui stesso questo compito. Inoltre tutto ciò sta ad indicare che la nuova crescita è insufficiente.
 
Una caduta totale di capelli e peli invita a separarsi definitivamente dai vecchi temi ormai superati, partendo letteralmente dalle radici (dei capelli).
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L’altra possibilità consiste nell’ammettere l’avvenuta perdita di libertà accettandola. Anche in questo caso il corpo smetterà di presentare ogni mattina la stessa cosa sul guanciale. Chi capisce che la libertà consiste nel fare spontaneamente e consapevolmente quello che deve esser fatto, non deve temerne i simboli.
 
Tutto ciò è di particolare importanza quando si tratta di perdite inevitabili di libertà, come accade ad esempio quando si diventa adulti. I pazienti che già durante l’adolescenza perdono i capelli, evidenziano una insufficiente accettazione del ruolo di adulti.
 
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In tal modo la calvizie precoce mostra una doppia faccia: da un lato i soggetti in questione appaiono esteriormente precocemente «invecchiati», poiché la calvizie è certamente un segno di anni «più maturi», dall’altro possiamo attribuire a tale fenomeno un significato simbolico, ricordando che esso è tipico anche dei neonati, specialmente se viene a formarsi, al posto dei capelli, una peluria delicata.

L’espressione «calvo come il sederino di un marmocchio» esprime questo duplice aspetto. La soluzione va ricercata ancora una volta nella maturazione psicologica e spirituale quando la pelata è ormai un fatto. Non è mai troppo tardi per abbandonare i sotterfugi dell’infanzia per riscoprire la propria natura infantile a livelli più alti.

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Altri periodi tipici in cui si registra una perdita dei capelli sono quelli poco prima del matrimonio, prima di essere assunti stabilmente o di ottenere un lavoro impiegatizio e così via.
Qui è necessario riflettere sulle stesse cose: non è la rinuncia consapevole alla libertà e all’indipendenza a mettere in pericolo la chioma virile, ma l’inconsapevolezza talora crescente e il tentativo di non pagare nulla per i vantaggi in questione. Chi diviene impiegato per scelta e passione e rinuncia volentieri alla sua libertà per raggiungere questo scopo, può stare tranquillo per i suoi capelli.
 
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È invece seriamente minacciato chi si sente artista e fa sogni di gloria, e che a causa della propria non confessata angoscia esistenziale accetta di fare l’impiegato. Per questo passo falso dovrà pagare, o meglio dovrà lasciarci simbolicamente le penne.
Cambiamenti nella crescita dei capelli durante la gravidanza e dopo il parto mettono in luce lo stesso tema da un altro punto di vista.
 
Molte donne presentano nel periodo di gravidanza una chioma più fluente e più vitale; in alcune però questa manifestazione si blocca subito dopo il parto. L’aspetto del sacrificio è particolarmente evidente nella nascita.
 
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Per donare la vita ad un bambino, la donna deve separarsi da lui e nel far questo la donna rinuncia a qualcosa di se stessa. Proprio nelle donne che hanno problemi col ruolo materno e col suo aspetto sacrificale, la caduta dei capelli dopo il parto avviene in misura più consistente.
 
Da un lato esse trasferiscono il sacrificio non accettato liberamente sulla testa, dall’altro vivono a livello di corpo anche l’aspetto del cambiamento che dopo la nascita del bambino avrebbe dovuto coinvolgere la loro vita.
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Quando i capelli cadono a ciuffi, cioè nella cosiddetta alopecia areata, ci troviamo ancora una volta di fronte alla stessa tematica, riferita in questo caso a un ambito più limitato. Il compito consiste nello scoprire questo spazio limitato, nello staccarsi dalle strutture che ancora sopravvivono e nel far subentrare al loro posto impulsi nuovi.
Un caso particolare è quello della caduta dei capelli dell’uomo in una zona particolare che ricorda la tonsura dei monaci. Potrebbe trattarsi di un avvicinamento all’archetipo del frate, che con l’aiuto della tonsura praticata nel punto del chakra più alto sottolinea l’apertura verso dimensioni superiori?

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È forse un invito ad emulare il monaco e a separarsi tendenzialmente dal mondo esterno, per aprirsi maggiormente ai mondi superiori?

Lo stesso vale per la fronte stempiata, che conferisce un volto da pensatore ed enfatizza così l’aspetto filosofico della persona. Anche in questo caso è lecito chiedersi se qualcosa che è stato trascurato dal punto di vista psicologico e spirituale si esprima a livello corporeo, o se sia la fronte alta a contrassegnare il pensatore.
 
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Domande:
1. Mi punisco per qualcosa o mi faccio punire?
2. Offro i miei capelli, simbolo della mia forza e della mia dignità, per espiare? Se sì, a che scopo?
3. Ho dimenticato di pagare per la libertà, la forza e la dignità di cui ho goduto?
4. Dove mi sono bloccato con idee di libertà immature e infantili?
5. Ho trascurato di abbandonare vecchie e superate strutture di forza?
6. Ho voluto salvare troppo a lungo strutture superate di dignità e apparenza?
7. Conservando le vecchie strutture, ho perso senza accorgermene la vera libertà, la forza autentica e la giusta dignità?
8. Dove ho trascurato di far germogliare nuovi impulsi e nuove forze della vita?
Doc. Thorwald Dethlefsen – Rudiger Dalke
 
 

Il Codice dell’AnimA

Oggi, dire che l’età e il sesso sembrano ininfluenti contrasta con le idee della nostra cultura. Eppure, il sospetto di attrazione puramente fisica, nasconde il segreto della sorgente dell’occhio percettivo. Perché esso è l’occhio del cuore. Qualcosa si smuove nel cuore, aprendolo alla percezione dell’immagine racchiusa nel cuore dell’altro.

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Oggi quasi non riusciamo più a credere a queste relazioni basate sull’affetto del cuore. Abbiamo imparato a vedere le cose con l’occhio dei genitali. Non sappiamo immaginare rapporti basati sull’immaginazione. Per la nostra cultura, il desiderio deve per forza essere inconsciamente sessuale, le relazioni accoppiamenti, le confessioni sincere, sotto sotto, ma dettate da manipolazioni seduttive.

Nell’attrazione reciproca, in tutte le coppie che hanno sperimentano il proprio vero Sè, si scaturiva da una visione condivisa; si erano innamorate di una fantasia “mentore”. Io divento un mentore quando la mia immaginazione sa innamorarsi della fantasia di un altro.

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Una componente erotica è necessaria, così come è sempre stata fondamentale nell’insegnamento da Socrate in poi, come lo è ancor oggi, anche se oggi o è eliminata dall’apprendimento attraverso il computer oppure è guardata esclusivamente con l’occhio genitale e vista come violenza, seduzione, molestia o bisogno di qualche impersonale ormone. L’occhio genitale non rivela ciò che va cercando l’AnimA.

Proviamo a esaminare, per esempio, le rubriche degli annunci personali. Superata la descrizione sociologica – conformazione fisica, colore della pelle, abitudini sessuali, professione, età, stato civile, ecco che incomincia a emergere la Verità dell’Immaginazione.

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Lunghe passeggiate, cucina, umorismo, ballo, coccole e parlare, parlare; e poi le preferenze musicali, i progetti per le vacanze, i gusti e, soprattutto, i sogni. Cerchiamo qualcuno che accompagni l’AnimA, non un compagno di letto. Un annuncio personale rivela «la sacralità degli affetti del Cuore». Un annuncio personale è un sogno romantico.

Vedere è credere, credere in ciò che si vede, e questo fatto conferisce immediatamente il dono della fede alla persona o alla cosa che riceve lo sguardo. Il dono della vista è superiore ai doni dell’introspezione. Perché tale vista è come una “benedizione”: trasforma.


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La terapia promuove la grande illusione dell’introspezione. Predica e pratica la cecità di Edipo. Edipo si interrogava su chi fosse veramente, come se si potesse trovare l’AnimA, il nostro vero essere, con la riflessione che si autointerroga.

La superstizione terapeutica poggia su un’altra falsa credenza: l’idea che l’AnimA sia celata alla vista, nascosta, sotterrata nell’infanzia, rimossa, dimenticata e dunque possa essere redenta soltanto con l’introspezione attiva nello specchio della mente. Ma gli specchi dicono solo mezze verità. La faccia che ti vedi allo specchio misura la metà delle dimensioni della tua faccia vera, è solamente la metà di quella che presenti e che gli altri vedono.

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La ricerca terapeutica del vero essere sarebbe forse più efficace se seguisse scrupolosamente la massima posta, non a caso, esiste la forma passiva: percipi, «essere percepiti». Noi siamo fenomeni offerti alla vista. «Essere» è in primo luogo essere visibili. Il lasciarci passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinché possiamo essere visti, ed essere vivi.

Ma non tutto di noi è da subito visibile e lo troviamo in zone riservate e ombre invisibili. Si manifestano nelle reticenze, nelle circonlocuzioni e negli eufemismi, negli occhi ombrosi, distolti, nei lapsus, nei gesti esitanti, nei ripensamenti, nelle omissioni. Non c’è niente di ovvio in una faccia e niente di semplice in una superficie.

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Il mentore (una mente consapevole9 percepisce le pieghe di una complessità, quelle curve dentro/fuori, sotto/ sopra dell’implicito che sono la verità dell’immaginazione in ogni sua forma, per cui possiamo ben definire l’immagine: il come globale del presentarsi di una cosa. Eccomi, sono qui, proprio davanti ai tuoi occhi. Riesci a leggermi?

Parliamo sociologichese, non la lingua dell’AnimA. Per leggere un’espressione occorre un numero di parole pazzesco. «La maggior parte della gente non sa “dire” come è la persona che ha davanti, ma l’essere incapaci di “dire” non implica che non si sia capaci di vedere» scrive il filosofo José Ortega y Gasset.

Bambino, Teddy Bear, Ascolta, Giocattolo, Teddy, Orso

Per vedere l’AnimA occorre avere occhio per le immagini, occhio per lo spettacolo, e avere il linguaggio per dire ciò che vediamo. I nostri fallimenti in amore, nelle amicizie, in famiglia spesso sono riconducibili a fallimenti della percezione immaginativa. Quando non guardiamo con l’occhio del cuore, allora sì l’amore è cieco, perché in quei casi non sappiamo vedere l’altro come portatore di una Coscienza di verità immaginativa.

Può esserci il sentimento, ma non la vista; e come la vista si appanna, così si appannano la simpatia e l’interesse. Ci sentiamo soltanto irritati, e ricorriamo a concetti diagnostici e tipologici della mente creando casino su casino dettati solo dalla mente quando il gioco x la tua Coscienza è finito da un pezzo.. basterebbe essere sinceri da subito e riconoscerlo..

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Ma tuo marito non ha «un complesso materno»; piagnucola, ha aspettative, spesso è come paralizzato. Tua moglie non è «in preda all’Animus»; è perentoria, discute usando la logica, non si vuole dare per vinta. Il chi tuo marito o tua moglie sono, coincide con il come essi sono, non con ciò che le tipologie e le categorie dicono che essi sono.

Alcune forme di terapia cercano di correggere la miopia immaginativa incoraggiando l’«empatia» e la «identificazione controtransferale sintonica». E promuovono anche lo psicodramma e i giochi di ruolo per aiutare i pazienti a vedere in trasparenza certe concezioni tipologiche e ad arrivare al cuore dell’altro.

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Mettiti nei panni di tuo marito, di tua moglie, di tuo figlio. Immagina quello che provano, come sarebbe essere loro. Immagina! Forse, se guardi meglio con l’immaginazione, riuscirai a scoprire un cuore di verità nel loro comportamento. La percezione immaginativa richiede grande pazienza.

Come dicevano gli alchimisti dei loro complicati, frustranti esperimenti: «Nella tua pazienza è la tua AnimA». Come reggere altrimenti l’incomprensibile comportamento dell’altro, quella stranezza, quella lentezza?

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Il fisico atomico Edward Teller imparò a parlare solo dopo i tre anni, tanto che si pensava fosse ritardato. «Poi, un giorno, Edward incominciò a parlare, con frasi complete, non singole parole, come se si fosse risparmiato la fatica in attesa di avere qualcosa da dire».

Il codice dell’AnimA James Hillman

Irsutismo

Malattia Linguaggio dell’AnimA


La comparsa su un corpo femminile di una peluria irta e tipicamente maschile è sicuramente causa di profonda sofferenza per una donna. Fin troppo chiaramente questo sintomo sta ad indicare che gli aspetti maschili sono stati respinti nell’ombra e da lì tentano di riemergere nella superficie del corpo.

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La situazione ormonale, con questa prevalenza di elementi maschili, rispecchia il fenomeno più di quanto possa spiegarlo. Le donne che hanno questo problema vivono e scoprono sulla loro pelle la loro inconscia pretesa virile. Certamente è compito di ogni donna scoprire e sviluppare il proprio polo maschile, quello che Jung chiama animus.
 
Questo però dovrebbe avvenire a livello di coscienza, non di corpo. Questa tematica si presenta in modo particolare durante la menopausa e pertanto tale periodo è predestinato alla manifestazione della virilità corporea se ciò non è avvenuto sul piano dello spirito e dell’anima.

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La rivelazione delle energie maschili attraverso la crescita della barba, spiega l’esigenza inconscia di esprimere la propria forza di volontà e la propria capacità di imporsi. Molta peluria sul corpo rivela componenti animalesche: chi lamenta la comparsa di tali sintomi, vive troppo poco la propria componente animalesca maschile e questa si trova costretta ad esprimersi nel corpo.

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Se, come accade di frequente negli uomini, non c’è sofferenza, allora l’aspetto esteriore rispecchia perfettamente l’interiorità. La forma estrema, non limitata al polo femminile sarebbe il cosiddetto «uomo-lupo», in cui la componente animale diviene predominante. Quando, parlando di qualcuno, lo paragoniamo a un cane, intendiamo dire che è caduto proprio in basso.

Con riferimento alla gerarchia dell’evoluzione, tutto ciò vale anche per l’uomo-lupo, che viene confrontato con un passato animalesco. Se nell’irsutismo prevalgono i peli del pube, viene sottolineata la tendenza fallica aggressiva in campo sessuale. Quasi sempre i segni virili (dal lat. vir = uomo), che si esprimono con la crescita di peli vanno nella stessa direzione.

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La gente capisce immediatamente che quella donna è un «tipo difficile», una persona cioè con la quale non si può trattare facilmente e con la quale non vorremmo avere niente a che fare. Il sintomo esige che anche lei se ne renda conto.

Quello che bisogna imparare non è la lotta contro l’elemento maschile, ma al contrario la sua realizzazione nella propria vita. Invece di accentuare il mento facendosi crescere la barba, bisognerebbe aiutare la propria volontà ed esprimersi.

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Invece di difendersi chiudendosi in una spessa pelliccia, sarebbe molto meglio cercare protezione in senso figurato attraverso la conquista del rispetto.

Invece di una manifestazione maschile esteriore, deve venire alla luce una radiazione profonda di forza e potenza.

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Invece di nascondersi agli occhi del mondo in quanto essere villoso, bisognerebbe far sapere a tutto il mondo che la donna non indietreggia di fronte a nulla, che eventualmente sa mostrare i denti ed essere anche molto pungente (dal lat. hirsutus = pungente).

Questo compito non viene però accettato facilmente. Peraltro quello maschile è uno dei due poli della realtà, e non c’è assolutamente la possibilità di estirparlo con una pinzetta: l’unica chance che abbiamo è di conciliarci con esso.
 
Doc. Thorwald Dethlefsen – Rudiger Dalke
 
 

Le orecchie

Malattia Espressione dell’AnimA


Prestiamo attenzione prima di tutto ad alcuni modi di dire e formulazioni in cui viene utilizzata l’immagine dell’orecchio o dell’udito:

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Tenere le orecchie aperte – prestare orecchio a qualcuno o a qualcosa – ascoltare qualcuno. Tutte queste formulazioni ci mostrano il chiaro rapporto delle orecchie col tema del lasciar passare, del mettersi in atteggiamento passivo e ubbidiente.

Confrontata con l’udito, la vista è un modo molto più attivo di percezione. È anche più facile distogliere lo sguardo o chiudere gli occhi che tapparsi le orecchie.

La capacità di sentire è espressione fisica dell’ubbidienza e della sottomissione. A un bambino che non ubbidisce può per esempio capitarci di chiedere:

udito
Non senti bene? Chi non sente bene, non vuole ubbidire. Queste persone fingono di non sentire quello che in realtà non vogliono sentire.

C’è un certo egocentrismo nel non prestare più orecchio all’altro, nel non lasciare più entrare nulla. Manca la modestia e la disponibilità ad ubbidire. Lo stesso vale per la cosiddetta sordità da rumori.
 
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Non è il volume alto a danneggiare, ma la resistenza psichica contro il rumore, è il ” non voler lasciar passare ” che porta al ” non poter lasciar passare “. Si è notato che i disturbi più frequenti dell’orecchio si presentano nei bambini nell’età in cui debbono imparare ad ubbidire.
 
La maggior parte delle persone anziane soffre di durezza di udito. La sordità senile, al pari della vista cattiva, della rigidità muscolare e della difficoltà di movimento rientra nel quadro dei sintomi somatici della vecchiaia, che sono tutti espressione della tendenza dell’uomo a diventare con l’età sempre più rigido e inflessibile.


L’uomo anziano perde in genere la capacità di adattamento e la flessibilità, ed è sempre meno disponibile a ubbidire. L’evoluzione qui indicata è tipica dell’età senile, ma non necessaria. L’età esaspera i problemi non ancora risolti e rende onesti al pari della malattia.

Malattie delle orecchie:


Chi ha problemi con le orecchie o con l’udito, farebbe bene a porsi queste domande:
1. Perché non sono disponibile a prestare orecchio a qualcuno?
2. A chi o a che cosa non voglio ubbidire?
3. I due poli egocentrismo e modestia sono in equilibrio in me?
Capita a volte che si verifichi un crollo improvviso dell’udito, in genere unilaterale, che può arrivare fino alla sordità; in seguito è possibile che perda l’udito anche il secondo orecchio.

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Per poter interpretare bene questo sintomo occorre considerare bene la situazione di vita della persona colpita da questo disturbo.
Il crollo improvviso dell’udito è una esortazione a prestare orecchio alla voce interiore, ad ascoltarsi dentro. Soltanto chi già da lungo tempo è sordo per la propria voce interiore diventa sordo davvero.

(Dott.ri Thorwald Dethlefsen Rudiger Dahlke)
 

Il Viso e gli Occhi

Dopo aver terminato la presentazione dei grandi sistemi organici, procediamo ora con le parti del corpo non appartenenti direttamente all’uno o all’altro, ma frequentemente utilizzate dalla nostro Coscienza Interiore per «parlarci».

Il viso e le sue malattie

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Il viso ha la particolarità di raggruppare i cinque sensi, vale a dire la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto.

Rappresentando l’identità, è anche la sede privilegiata della percezione «sottile» del mondo esterno attraverso dei sensori sofisticati che permettono di percepire livelli elaborati del mondo materiale (colori, suoni, sapori, odori e temperature). Attraverso i
cinque sensi, esprimiamo le nostre difficoltà a percepire o ad accettare questi livelli dentro di noi.

malattia espressione dell'AnimA

Possiamo farlo con gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca o la pelle. I problemi generali del viso ci parleranno di un problema di identità, di una difficoltà ad accettare quella che abbiamo o crediamo di avere.

Acne, eczema, rossori, come pure barba, baffi, eccetera sono tutti mezzi che rivelano le nostre difficoltà ad accettare il nostro volto, sia perché non ci piace, sia perché è troppo bello e attira più di quanto vorremmo. Sono tutti modi atti a nasconderlo o ad imbruttirlo, a cambiare o rifiutare un’immagine d’identità che ci risulta insoddisfacente.

Gli occhi e le loro malattie


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Gli occhi sono gli organi della vista, della visione. Grazie ad essi, possiamo vedere il mondo esterno nei suoi colori (che sono la rappresentazione del sentimento) e, poiché sono due, in rilievo (che è la rappresentazione della struttura). L’occhio destro, che rappresenta la struttura dell’individuo (Yin), conferisce la visione «orizzontale» e l’occhio sinistro, rappresentante la personalità dell’individuo, dona la visione «verticale».

Gli occhi sono associati all’energia del Principio del Legno e in tal senso rappresentano il livello di percezione maggiormente in relazione con i sentimenti e con «l’essere».

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Ciò ci permette di comprendere più facilmente perché numerose miopie fanno la loro comparsa durante l’adolescenza che, ricordiamocelo (vedi anche scoliosi), è il periodo della vita in cui il ragazzo verifica i suoi punti di riferimento affettivi rispetto al mondo esterno, al di fuori della struttura familiare.

Le malattie degli occhi indicano quindi che abbiamo difficoltà a vedere qualcosa nella nostra vita e in particolare qualcosa che ci tocca a livello affettivo. Cos’è che non voglio vedere? Cosa rimette in discussione il mio essere o l’idea del posto che secondo me dovrebbe avere?

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Queste domande sono frequentemente associate ad una sensazione di ingiustizia. Se si tratta dell’occhio destro, la tensione è in rapporto con il simbolismo Yin (della madre) e se si tratta dell’occhio sinistro, ciò che ci rifiutiamo di vedere sarà in relazione con il simbolismo Yang (relativo al padre).

Ripenso qui al caso di Pascal che avevo citato per il femore. All’età di nove anni e mezzo, egli perse il padre in un incidente stradale avvenuto durante il lavoro. Questa scomparsa dovette, di fatto, essere accettata nel conscio e nella mente, ma la stessa cosa non avvenne per l’inconscio.

Inverni, Donna, Cerca, Biondo, Bella Donna, Bellezza

L’anno successivo, il giorno del suo compleanno, sei mesi dopo la scomparsa, l’occhio sinistro del bambino si gonfiò improvvisamente. Nonostante un ricovero in ospedale e ripetute analisi, l’equipe medica non poté trovare nulla. Di fronte a ciò i medici decisero, davanti al bambino che si presumeva non potesse comprendere niente, di operarlo il giorno seguente per «vedere cosa ci fosse dentro». L’indomani, al risveglio, l’edema era completamente sparito.

(La Consapevolezza è arrivata prima)

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È evidente che il bambino rifiutava di «vedere», di accettare di percepire qualcosa in relazione allo Yang (padre). La paura dell’intervento gli fece arrestare immediatamente la manifestazione della tensione, preferendo soffocarla dentro di sé. Tuttavia, parecchi anni dopo, all’età di ventotto anni, ebbe a sua volta un incidente d’auto, anche nel suo caso tornando dal lavoro, nel quale si fratturò il femore sinistro.

Esattamente in quel periodo egli stava vivendo una difficile fase di conflitto e di fuga nei confronti di tutto ciò che poteva rappresentare una forma d’autorità, che fosse sociale o familiare.

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Egli riviveva senza esserne consapevole quanto aveva passato all’epoca della morte di suo padre, ossia «qual è il mio posto, chi sono, nessuno mi può capire o aiutare, perché questa ingiustizia, eccetera?». Ogni manifestazione oculare fornirà una particolare precisazione.

La miopia, una difficoltà a vedere lontano, rappresenta la paura inconscia del futuro che ci sembra offuscato, ovvero mal definito, sfuocato.

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La cataratta, caratterizzata da un oscuramento o addirittura da una scomparsa totale della vista, esprime la nostra paura del presente o del futuro che ci appaiono oscuri.

La presbiopia, che si manifesta mediante una difficoltà a vedere gli oggetti vicini, rappresenta il nostro timore di vedere ciò che è presente o relativo ad un futuro prossimo.

Questa «malattia», che riguarda principalmente le persone anziane, è sorprendentemente simile alla memoria, che segue in loro il medesimo processo in quanto si ricordano sempre meno dei fatti recenti e, al contrario, sempre più chiaramente dei fatti lontani nel tempo. 


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La presbiopia va in particolar modo associata all’approssimarsi della morte che rappresenta una scadenza che non è possibile «aver voglia di vedere».

L’astigmatismo si caratterizza per il fatto di non vedere gli oggetti esattamente come sono, ma «deformati». Ciò simboleggia la nostra difficoltà a vedere le cose (o noi stessi) tali e quali sono nella nostra vita.

Qualsiasi cosa che percepiamo, o non vogliamo vedere , cogliere, comprendere, ci appare deforme, il mondo fuori che stai creando è parte del tuo universo interiore .. integrare tutte le proprie parti significa osservare e creare un’esperienza degna di essere vissuta e condivisa

Michel Odoul modificato Ciani Francesco Ciani

Il sistema riproduttivo

Malattia Espressione dell’AnimA

Come ci viene indicato dal nome, il sistema riproduttivo è quello che consente all’essere umano di riprodursi. È composto dagli organi sessuali, dalle ghiandole sessuali (testicoli, ovaie) e dall’utero nella donna. Attraverso questo sistema estremamente elaborato, la discendenza umana si perpetua nell’incontro tra un uomo, di natura Yang e penetrante, e una donna, di natura Yin e ricettiva.
 
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La Vita ci mostra così fino a che punto l’evoluzione non sia possibile se non attraverso l’incontro dei contrari. Ciò può portarci a comprendere come sia necessario attuare la stessa cosa dentro di noi per poter evolvere. Dobbiamo andare incontro all’altro lato di noi stessi, della nostra parte «Yin, femminile» se siamo uomini, e della nostra parte «Yang, maschile» se siamo donne.

Non si tratta naturalmente di sessualità, ma di ciò che C.G. Jung definì «Anima» (femminile) e «Animus» (maschile). Si tratta del nostro lato dolce, tenero, passivo, artistico, estetico, accogliente, inconscio, profondo (femminile) e del nostro lato deciso, forte, attivo, guerriero, difensivo, penetrante, cosciente, superficiale (maschile).

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Ci risulta allora possibile crescere, evolvere e giungere progressivamente a fare ciò che definisco «la pace dei contrari» (che Jung aveva battezzato come «riconciliazione degli opposti»), l’Unità in noi, creando, partorendo un altro noi stessi.

È interessante notare che questa (pro)creazione ha tutte le possibilità di realizzarsi nel piacere e nella gioia (godimento, orgasmo) come previsto dalla vita. Un fatto sul quale devono riflettere coloro il cui processo di sviluppo personale si attua mediante l’esercizio della volontà, della forza, della costrizione o dell’urgenza.

Il sistema riproduttivo è beninteso quello che ci consente di procreare, di donare fisicamente la vita. Per estensione, si tratta anche della nostra capacità generale di creare, di partorire (progetti, idee, eccetera) nel mondo materiale.

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Infine è anche il sistema della sessualità, ossia della nostra capacità di creare nel godimento. Rappresenta la nostra azione sull’altro, il nostro potere su di lui poiché egli ci si abbandona, come noi a lui, in questa particolare relazione. Questo potere deve pertanto essere reciproco e rispettoso ed è ancora più grande quando si fonda sull’amore.

In ultimo, esso ha la peculiarità, come appena menzionato, di procurare il piacere, di poter (oserei dire) essere vissuto nel godimento in quanto è normalmente caratterizzato dall’orgasmo. Quest’ultimo rappresenta il godimento supremo della creazione, dell’azione creatrice e fecondatrice, compiuta insieme all’altro.

Le malattie del sistema riproduttivo


Le malattie del sistema riproduttivo ci parlano della nostra difficoltà a vivere o ad accettare questa «pace dei contrari» all’interno di noi. Possono manifestarsi in differenti modi, ma indicano sempre una tensione rispetto all’altro, si tratti del coniuge, di nostro figlio o delle loro rappresentazioni dentro di noi o all’esterno.

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È il caso particolare dei problemi all’utero, che rappresenta la coppia, il focolare, il nido e che indica sovente tensioni o sofferenze relative al coniuge (assenze, frustrazione, decesso, conflitto, eccetera) o relative al posto occupato da ciascuno all’interno della casa.

Esprimono inoltre la nostra paura, il nostro timore di partorire, si tratti di un parto reale (bambino) o simbolico (progetti, idee, eccetera), per mancanza di fiducia, per senso di colpa o angoscia. I dolori ai testicoli o alle ovaie ci parlano di ciò, che si tratti di una cruralgia, di una cisti o di un cancro sviluppatosi nelle ghiandole riproduttive.

Le malattie «sessualmente trasmissibili» rappresentano spesso delle autopunizioni, inconsciamente provocate da un senso di colpa per una attività sessuale sviluppata al di fuori delle norme riconosciute dall’individuo o dal suo ambiente. Tale senso di colpa, consapevole o meno, lo conduce a punirsi da sé mediante un «atto mancato», oserei dire, e ad incontrare sessualmente colui o colei che gli trasmetterà una malattia «vergognosa».

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Attraverso frigidità, impotenza o dolori e infiammazioni di varia natura che «impediscono» la sessualità, esprimiamo la nostra difficoltà a vivere i piaceri della vita e in particolare dell’attività, professionale, sociale o familiare. Non ci permettiamo di provare piacere, appagamento o godimento nell’esercizio del nostro potere personale sulle cose o sugli altri.
 
Tutto ciò ci appare troppo serio o meglio colpevole e non sappiamo più, come il bambino, provare la semplice gioia di aver fatto qualcosa che «va» e di cui possiamo andar fieri.

Crediamo che questo potere sia vergognoso o negativo, quando invece può essere creativo e fecondo poiché ciò che gli conferisce una connotazione positiva o negativa è l’utilizzo che ne facciamo e le intenzioni che gli attribuiamo, proprio come il potere conferito dall’amore e dalla sessualità può creare o distruggere, liberare o alienare, animare o spegnere l’altro o se stessi.

(Michel Odoul)

Ferite Emotive e Destino

consapevolezza

Lo sapevi che le ferite emozionali sono in connessione con il tuo destino?

Cominciamo con lo scrivere che la parola destino etimologicamente indica qualcosa di fisso, di statico, di immobile, quasi a suggerire che da questo non si scappa e che per quanto non lo si ascolti, prima o poi… In realtà, nella nostra vita ci sono un’infinità di punti di svolta, di decisioni che possono portarci da una parte ad un’altra (ricordi il film Sliding Doors?)

Considera questo: noi siamo una imbarcazione con una rotta ben precisa e veniamo qui con delle indicazioni (una mappa). Durante il tragitto, però, perdiamo la mappa, ma ogni tanto ci arrivano idee circa il nostro tragitto, perché sono impresse nell’anima. Nonostante questo andiamo a zig zag con l’imbarcazione.

separazione e malattia

Pensiamo di seguire la nostra volontà e ci sentiamo orgogliosi. Poi ci accorgiamo di essere fuori rotta. Arriva, allora, una “tempesta” (disgrazia, malattia etc.) che ci rimette parzialmente sulla rotta. E poi di nuovo noi, supponenti, ce ne andiamo da un’altra parte. E così via…

Il nostro viaggio inizia così: noi siamo pura energia fusa con l’Unità cosmica, siamo un sé non identificato costituito da luce ed energia. Questo sé decide di incarnarsi e sviluppare alcune conoscenze e capacità. Quindi, lo spirito scende sulla terra, diviene materia attraverso un corpo fisico, emotivo e mentale (sviluppando un’anima).

Dal momento in cui si incarna in un corpo (che è anche energia), si immerge totalmente nella dualità e vive una separazione immanente (ferita originale) necessaria per comprendere e discendere su questo piano materiale.

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Ossia, il sé sente di non appartenere al tutto, ma guarda l’esterno in maniera separata dall’interno. Durante questo affascinante e doloroso viaggio sulla terra, il sé conosce tantissime cose, fa esperienza e sviluppa delle “ferite” che sono sostanzialmente iscritte nella memoria dello spirito. Le ferite sono parte integrante del destino poiché hanno un valore enorme.

La ferita emozionale funziona esattamente come una ferita fisica. Apre uno squarcio nella solidità della massa e rappresenta una nuova apertura. Naturalmente è dolorosa, crea rossore, si infiamma. Quindi va trattata, va lavata, va detersa, va disinfettata.

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Ci sono due modi per rimarginare una ferita: uno è quello di ricongiungere i lembi e l’altro è costituito dal far emergere nuovo tessuto che congiunge i due lembi di carne. In quest’ultimo caso all’interno del vuoto, della separazione, del caos, nasce nuova materia, nuovo tessuto e possiamo, allora, guardare l’opportunità che offre la ferita:

essa procura una apertura all’interno della solidità della materia, quindi caos e disordine. C’è, a questo punto, una prima reazione dolorosa che può portare a negare la ferita oppure ad accorgersene, e poi a trattarla e a permettere, con il tempo, di creare nuovo tessuto, cioè un nuovo talento o capacità.

L’esperienza delle ferite (o le esperienze… ) sono scritte nel libro del destino. Scegliere una determinata famiglia, vivere una gestazione dolorosa, combattere fin da bambini con l’ambiente determina le ferite che vivremo. Ecco quali sono le nostre ferite fondamentali che probabilmente quasi tutti abbiamo attraversato nella totalità o quasi:

– Ferita da rifiuto: ferita profondissima, in cui ci si sente respinti in tutto il proprio essere, proveniente dal genitore del proprio sesso. Il corpo vuole scomparire, occupare poco spazio. La reazione è la fuga. Si ha difficoltà a vivere, a occupare il proprio posto nel mondo, ad affermarsi.

– Ferita da abbandono: generata dal rapporto con il genitore del sesso opposto, crea dipendenza emozionale ed affettiva e predisposizione al vittimismo. Il fisico è “molle” in alcune parti. Il “dipendente” cerca approvazione e consigli dagli altri a causa della mancanza di autonomia.

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– Ferita da umiliazione: un genitore o entrambi si sono vergognati del figlio pubblicamente. Il bambino si è sentito mortificato, sminuito, degradato. La ferita da umiliazione genera comportamenti inconsci di mortificazione e dolore. L’umiliato si mette totalmente a disposizione del prossimo, fino a sminuirsi. Ha un corpo grasso o tendente a ingrassare.

– Ferita da tradimento: il bambino ha sofferto nel non vedere soddisfatti i suoi bisogni affettivi basilari da parte del genitore di sesso opposto. La maschera (o reazione) è un comportamento controllante che lo porta compulsivamente ad affermare se stesso. Ricerca ossessivamente la leadership, gli onori e le l’affermazione. Il corpo è muscoloso, seduttivo, forte.

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– Ferita da ingiustizia: generata dalla freddezza del genitore dello stesso sesso. Ciò ha causato insensibilità e mancata espressività. La maschera che è costretto a indossare è quella della rigidità, che lo porta a essere intransigente con se stesso, celandosi dietro una positività forzata. Il suo comportamento sfocia molte volte nel controllo e nella freddezza. Il suo corpo è perfetto, ben proporzionato e curato. Ha nel complesso una struttura rigida.

Queste ferite sono generate in un’età compresa tra zero e sette anni. Nella nostra esistenza è raro poter affermare di aver sofferto soltanto di una ferita. E’ molto diffuso il caso che si siano subite almeno due o tre ferite (o anche tutte e cinque) in fasi differenti della vita. Ed è anche possibile (raro, ma possibile), che la gran parte di queste ferite siano state risolte (attraverso elaborazioni inconsce).

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C’è un diverso livello di profondità delle ferite per ciascuna personale esistenza. Ma tra le stesse ferite c’è un diverso livello di gravità: per esempio, la ferita da rifiuto è molto grave perché riguarda il diritto di essere al mondo.

Ora non ti chiedo di sapere esattamente quale siano le ferite attive nella tua vita, ma di cominciare a percepire quale energia sia racchiusa in questi eventi. Questa energia se inconsapevole può essere utilizzata (o meglio dissipata) per mantenere una maschera, per utilizzare atteggiamenti e avere attitudini meccaniche e condizionanti.

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Oppure può essere, se resa consapevole, utilizzata per lo sviluppo di un vero e proprio salto di coscienza. Riesci ora ad accorgerti della tua energia intrappolata in uno stato di inconsapevolezza, puoi vedere le tue maschere maggiormente utilizzate, i tuoi comportamenti reattivi e fuori controllo, i tuoi corpi di dolore che emergono repentinamente.

La ferita, invece, se non guarita e opportunamente cicatrizzata, può influenzare profondamente la tua esistenza facendoti sentire vittima degli eventi, degli altri e di te stesso. Quello che devi chiederti sempre, è di quali e quanti condizionamenti sei vittima e quale maschera oggi stai indossando prevalentemente. Quanto sei vittima del giudizio e dipendente dall’approvazione altrui… quanto c’è di autentico, spontaneo, naturale nei tuoi comportamenti e quanto invece è condizionato, frutto della paura o del giudizio.

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Tutte le ferite hanno una specifica funzione: quella di collegarti agli archetipi, ai principi primi e quindi alla tua energia originaria. Dal caos può nascere un nuovo ordine, una nuova opportunità di vita maggiormente in sintonia con tutto ciò che sei. Osserva con compassione, consapevolezza e senza giudizio dove le ferite ti hanno portato e stanno portando. Questa sarà una delle azioni più importanti della tua vita.

Articolo di Luigi Miano 
Fonte: http://www.unnuovomondo.net/ferita-emozionale-destino/

Il sistema nervoso

Malattia Espressione dell’AnimA

Il sistema nervoso può essere considerato come il «terziario» del nostro corpo ed è il centro di comando e di controllo delle informazioni. Centralizza, immagazzina, restituisce e fa circolare i dati innati o acquisiti dall’individuo, permettendogli di esistere e di evolvere nel suo ambiente.

È evidente per ciascuno di noi che il ruolo del sistema nervoso è essenziale e che interviene in tutte le attività del nostro organismo.

Neuroni, Cervello, Neuroscienze, Rete

È suddiviso in due sottosistemi che sono il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso autonomo, definito anche sistema neurovegetativo.

A livello organico è composto dal cervello, dal midollo spinale e dai nervi (periferici, simpatici e parasimpatici).

Il sistema nervoso centrale

Il sistema nervoso centrale controlla il pensiero, i movimenti consapevoli e tutte le sensazioni. È composto dall’encefalo, dal midollo spinale e dai nervi periferici. Qualsiasi pensiero conscio, qualsiasi decisione e azione volontaria passano dal sistema nervoso centrale.

Le malattie del sistema nervoso centrale

Nervi, Cellule, Seppia Dendriti, Eccitazione, Cervello
 
 
Gli squilibri del sistema nervoso sono il segno delle nostre difficoltà a controllare consciamente e intellettualmente la nostra vita e le emozioni vissute .
 
Durezza, eccesso di lavoro, tendenza a vivere tutto e a risolvere le cose con il pensiero e non con i sentimenti, si manifesteranno con squilibri, malattie o tensioni del sistema nervoso centrale.
 
 
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Anche la più grave epilessia, con i suoi momenti detti di «processo automatico», rappresenta una separazione dal sistema nervoso centrale a vantaggio del sistema autonomo.
 
(Michel Odoul)

Il sistema arterioso 

Il sistema arterioso è quello rappresentato in rosso sulle stesse tavole di anatomia. Esso trasporta il sangue, arricchito di ossigeno e di sostanze nutritive, verso gli organi e le cellule. È la parte Yang del nostro sistema circolatorio che esercita un’assistenza «attiva» del cuore nella circolazione. Grazie alla sua capacità di contrazione, il sistema arterioso alleggerisce infatti il lavoro del cuore, attraverso quelle che vengono definite la vasocostrizione e la vasodilatazione.

Le malattie del sistema arterioso
Le malattie del sistema arterioso ci parlano di tensioni analoghe a quelle del sistema venoso, ma in senso attivo. Le emozioni sono eccessive e si manifestano con un eccesso (giovialità, eccitazione, eccetera) oppure vengono trattenute, soffocate.
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La difficoltà, se non addirittura l’incapacità di fare ciò che va fatto nella nostra vita per provare gioia, piacere e felicità, si traducono in ipertensioni arteriose. Contrariamente al sistema venoso, non abbiamo l’impressione di essere ostacolati, ma piuttosto di non sapere, di non potere, di non essere o non essere stati capaci di far posto all’amore, alla gioia di vivere.
L’ipertensione ci mostra una grande tensione dovuta alla volontà di ricerca di una soluzione, ma la paura spesso presente impedisce alle nostre emozioni di esistere e questo fa salire la pressione all’interno. Tutto acquista proporzioni eccessive che ci spaventano. Questa paura ci cristallizza e indurisce la parete delle nostre arterie, in tal modo aumentando, mediante l’arteriosclerosi, il fenomeno della tensione.
trombosi

Una delle paure di fondo associate all’ipertensione è quella della morte, nel senso che abbiamo paura che giunga prima di poter portare a termine quello che dobbiamo fare. Così, si sviluppa in noi il sentimento di urgenza, che fa «salire ulteriormente la pressione». come pure la paura della morte e tutte quelle paure che si fondano sul processo del panico.

L’ipotensione ci parla della sconfitta, della nostra sensazione di essere vittime. Sopraffatti dagli avvenimenti, senza via d’uscita, non siamo più in grado di far salire la pressione per rimettere in moto la macchina. La dinamica di fondo è passiva e lo scoraggiamento prende il sopravvento sul senso della lotta.

Ci è senza dubbio mancato l’amore nella nostra vita, quel nutrimento che procura o quantomeno favorisce la manifestazione della gioia e le ragioni di vivere, quella sensazione che fa battere il cuore dentro di noi. Quella fiamma ci è mancata o forse non l’abbiamo mai alimentata.
(Michel Odoul)

VenaVin