L’agricoltura del non fare

La vera agricoltura naturale che rispetta l’ambiente e permette di ottenere ottimi risultati con pochi sforzi Colombo” dell’agricoltura naturale: se in natura la frutta ed i vegetali di cui ci nutriamo crescono spontaneamente, perché dovremmo lavorare sodo per arare, concimare, diserbare, potare?

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Non sarebbe meglio copiare in tutto e per tutto la natura e ricreare nei nostri campi la correlazione tra le specie viventi, la simbiosi che già esiste in natura?

E così si è dedicato a studiare ed a realizzare in concreto questa sua idea, che una volta realizzata libera l’uomo dalla schiavitù del lavoro e permette di coltivare cibi genuini (irrorazioni clandestine a parte).

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Dopo gli studi di microbiologia si è occupato dello studio del suolo e delle patologie delle piante, ma a 25 anni ha iniziato a dubitare di tutto ciò che aveva imparato fino ad allora, ha abbandonato il suo posto di ricercatore scientifico ed è tornato alle radici, alla terra dei suoi genitori. Lì ha sviluppato il suo sistema di “agricoltura del non fare”.

In che senso non fare?

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Nel senso che se si ricrea nel proprio terreno quella sinergia di piante che si rafforzano a vicenda, se si lascia il terreno parzialmente coperto da paglia, erba, finanche “erbaccia” c’è meno bisogno di irrigare, si può lasciare (specie dopo qualche anno in cui il terreno e tutto l’ecosistema che vi vive sopra si riassesta)

che la natura faccia il suo corso producendo cereali, ortaggi, frutti, senza che l’uomo debba correre continuamente ad innaffiare, strappare, potare, regolare alcunché: è la natura che si regola da sola se la si mette nelle condizioni di farlo.

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Ciò che si produce, ovviamente, è biologico al cento per cento, ed è prodotto possibilmente senza consumare energia differente da quella delle mani dell’uomo.

A qualcuno potrà sembrare impossibile ma, per fortuna anche in Italia, ci sono sempre più persone che si avvicinano a questi nuovi modi di “coltivare senza lavorare”, ovvero l’agricoltura del non fare, ed anche io ne conosco alcuni personalmente.

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Queste poche righe forse non bastano a rendere l’idea di quanto essenziale possa essere la lettura di questo libro per comprendere la società in cui viviamo, e come ogni concetto di lavoro, di agricoltura, di produzione con cui ci siamo finora cimentati sia stato distorto da una prospettiva assurda, imposta dal potere, e che serve solo a renderci schiavi di un sistema in cui pochi tirano le fila e le moltitudini dei popoli sono alla loro mercé.

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Se infatti ogni persona coltivasse un piccolo pezzetto di terreno secondo le modalità descritte da questo microbiologo giapponese, che senso avrebbe la “ricerca del posto di lavoro”?

Come potrebbe esistere la “disoccupazione”?
Come potrebbe mai esserci l’accumulo di ricchezza, la povertà, la fame nel mondo, l’agricoltura intensiva coi suoi veleni chimici, la malattia?

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Le idee di Fukuoka e la sua esperienza sono state raccolte nel libro La rivoluzione del filo di paglia (Libreria Editrice Fiorentina).

Sul web sono presenti diversi articoli, interviste a Fukuoka, video sulla rivoluzione del filo di paglia, ma interessanti sono anche le questioni dell’orto sinergico e della permacultura, altri metodi di coltivazione ecologici ed in armonia con la natura.